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07 ottobre 2019

Daniele Vicari racconta Emanuele Morganti

Generalmente non mi soffermo mai sui fatti di cronaca, ma non per paura del sangue: semplicemente, non mi interessano. Tant'è che quando coordinavo il team dei social di RaiPlay avevo difficoltà a cimentarmi con le puntate di Chi l'ha visto: omicidi, sparizioni, risse e pettegolezzi non fanno proprio per me.
E però, dopo la visione di Diaz (qui una mia recensione) ho imparato ad avere stima per Daniele Vicari e ho deciso di acquistare questo suo "Emanuele nella battaglia". 
La storia di Emanuele Morganti, la sua lenta e raccapricciante morte, mi erano note solo perché ogni tanto impattavo sulle foto dei delinquenti che gli sbriciolarono il corpo e l'anima durante una lunga e ipnotica rissa in quel della provincia laziale; ma mai avrei immaginato cosa ci fosse dietro.
Attenzione, per "dietro" non intendo chissà quale complottismo: "dietro" c'è un'Italia popolosa che però ci ostiniamo a non ri-conoscere, c'è una dissimulata bestialità sottopelle che spesso ci sfiora e con cui non facciamo mai i conti.
Il primo pregio dell'opera di Daniele è che non è un film. Avete letto bene. Non che non creda capace il Vicari di tirarci fuori qualcosa: è che una storia come questa ha senso ed effetto se viene "scritta"; e la "scrittura cinematografica" mal si attaglia con la quel tipo di profondità necessaria per raccontare la barbarie che circonda l'antefatto di quell'omicidio. Una barbarie che già definire tale è paradossalmente limitante: quando le parole pesano troppo, perdono di peso, diventando solo effetti sonori; la morte di Emanuele, invece, ha contesti e realtà che nuotano nel quotidiano senza soluzione di continuità.
Il secondo pregio dell'opera di Daniele è l'aver evitato accuratamente il macabro soffermarsi sui dettagli da macelleria. La macelleria delle anime meritava tempi narrativi e spazi che Vicari ha saputo regalare con rara sapienza. Muoversi tra le urla e le botte, tra il sangue e la viltà, tra il dolore e il terrore: un passo crudo ma felpato che merita molta attenzione.
Il terzo pregio è che Daniele ha agito come scrittore e non come regista che scrive. Tant'è che in alcuni momenti la lettura fa fatica, forse perché è una salita emotiva necessaria per arrivare in cima, là dove gli insiemi raccontati minuziosamente si fondono e confondono nell'amalgama provinciale.
Il quarto pregio è la ricerca senza conclusione, senza preconcetti. Il libro è una quasi-indagine e una quasi-cronaca di cui sappiamo già l'esito ma non il movente; e questo movente si dipana senza preconfezioni di sorta.
Come usano dire certi sapientoni "è un libro necessario", di una necessità che ricorda quel cinema italiano che Daniele ed io abbiamo studiato all'Università, un cinema denso e profondo (e anche popolare) di cui il nostro Paese avrebbe così tanto bisogno. Un cinema che sappia fare politica anche tramite l'estetica, esattamente come questo piccolo libro.
Le ultime trenta pagine sono devastanti, forti, crude ma molto eleganti. E mentre le leggevo mi sono reso conto di quanto abbia perso nel non mantenere i contatti con Daniele Vicari, perché una persona capace di scrivere un libro del genere è un uomo, cresciuto, maturo e consapevole; non il frullato di contraddizioni e dogmi tipiche di un ventenne, insomma.
Buona lettura.

25 agosto 2014

#IlCapitaleUmano, una recensione tardiva

Formalmente ineccepibile, va detto; esteticamente raffinato, aggiungo; ma troppo lento se non addirittura noioso.
E poi, c'è quell'aria di prevedibilità che sembra voler accontentare molti palati senza però arrivare a un dunque.
Insomma, con questo Capitale Umano il cinema italico si conferma decisamente avanti sul piano formale, ma totalmente arido su quello dei contenuti.
Abbiamo, cioè, ottimi registi (più avanti rispetto ai mediocri attori che li aiutano), ma mancano storie decenti, buone sceneggiature e produttori all'altezza.
A me dispiace che queste carenze così palesi sfuggano alla critica nostrana sempre e invece incline al Fazio's style, fatto di solluccherosi ammiccamenti, di moralismi a buon mercato, di un'idea di cultura che nulla ha a che vedere con la libertà di pensiero e di pensare.
Virzì mi aveva deliziato con Caterina va in città, ma poi si è perso per strada.
Sorrentino aveva dimostrato un eccellente percorso artistico ricco di progressi, per poi fermarsi al Divo, bearsi dentro l'inutile This must be the place, suicidarsi dentro l'orribile Grande bellezza.
È come se la sindrome latina dell'autocelebrarsi ad ogni costo abbia colpito simultaneamente due dei nostri talenti migliori. Speriamo che almeno il Vicari regga all'impatto del dopo Diaz.
Due note buttate là: spiegatemi chi è quello sciagurato che ha voluto premiare più volte il traballante fonico in presa diretta; Gifuni e Bentivoglio molto bravi, al contrario della monotematica Bruni Tedeschi.

17 ottobre 2012

i fumatori della Diaz

Ho frequentato Daniele Vicari solo durante l'occupazione universitaria della cosiddetta "Pantera" (inizi del 1990): siamo stati fianco a fianco per due mesi, discutendo di politica e di cose concrete come mai avevo fatto in vita mia. Posizioni opposte, spesso dure, con il risultato che io sembravo il moderato e lui l'estremista.
Poi ci siamo persi di vista, come spesso càpita. Sicuramente non è un fighetto: conosco le sue umilissime origini e il suo impegno a riuscire in qualche cosa, cercando sempre di essere coerente (anche se, ad essere pignoli, ha accettato i compromessi di Domenico Procacci con i distributori berlusconiani).
Non gli ho mai perdonato, però, il contributo che ha dato alla stesura del Partigiani, pessimo progetto che restituiva un'idea direi veltroniana dei partigiani, e che quindi non rendeva il giusto onore storico ad una formazione di giovanissimi che ha dato un minimo di onorabilità ad un'Italia altrimenti cenciosa e furbetta, quale solo ha saputo essere quella fascista (e oggi verrebbe da dire berlusconiana).
Fatto sta che ho trovato il suo Diaz un film eccellente, sia sotto il punto di vista meramente tecnico, che sotto quello - ben più arduo - estetico (e quindi di denuncia).
I film di denuncia, sia sa, sono molto rischiosi (perlomeno qui in Italia): soffrono dell'autoreferenzialità dell'autore, della sua prospettiva (o fintamente oggettiva o presuntuosamente moralisticheggiante), della recitazione, della musica (sempre 'sti violini tinellosi tra le palle!).
Diaz, sorprendentemente direi, supera tutti questi rischi, in maniera veramente adulta, quasi esemplare. La denuncia c'è, ma non è dottrinale; l'aneddotica c'è, ma mai buonista; le frecciatine ci sono, e parecchie, ben mirate e ben raccontate (al movimento, alle istituzioni, ai giornalisti - mitica un'allusione a Repubblica che toglie il fiato).
Insomma, Vicari ha messo dentro la Storia del Cinema, e dentro la Storia dell'Europa, un film che dovrebbe diventare punto di riferimento sia per raccontare cosa è veramente accaduto, sia sul come raccontare certi accadimenti. 
Esteticamente, poi, trovo addirittura audace il ritornare indietro certi momenti già narrati - gli espertoni direbbero "in maniera ellittica" - per stabiliri la loro esatta collocazione dentro la storia della Storia. 
Infine, si vede che la sceneggiatura si basa su testimonianze e documenti. Sia perché conosco bene il Libro Bianco su Genova, sia perché Vicari non indugia mai sulla finzione fine a se stessa, o sulla morbosità: fa vedere quello che accade, e restituisce le prove allo spettatore. Sarà solo lui a restituire il significato giusto alle sequenze che ha visto. E forse è per questo che non c'è nessuna allusione alla pessima figura che fece Ciampi, allora Presidente della Repubblica (ma non sono nella testa del Vicari, e quindi resta qualche dubbio su questa dimenticanza).
L'appunto bonario che mi sento di fargli, memore anche di un suo amore/odio dichiarato per un certo cinema americano, è su certe caratterizzazioni necessarie: quelli del movimento non fumano mai; i black block, i poliziotti e quelli delle istituzioni, sì. Chissà perché. 
 

update le affettuose puntualizzazioni di Daniele Vicari