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19 dicembre 2025

LE ALPI NEL MONDO ANTICO di Ralf-Peter Märtin (Bollati Boringhieri)

Le Alpi sono sempre state un luogo di incontro, di commerci e di fusione tra culture diverse.
In questo libro delizioso e ben scritto, lo storico tedesco Ralf-Peter Märtin racconta un mucchio di storie della regione alpina.

Racconta anche come venivano coltivati i terreni fertili della valle, come le pendici vennero terrazzate a vigneto, come i popoli cominciarono a usare i pascoli per il bestiame, in che modo iniziò il commercio di rame, di sale e di ferro.
Troviamo anche la saga delle battaglie dei cimbri e dei teutoni, l’avventura quasi incredibile degli elefanti di Annibale, il rapporto ambiguo dei romani con la montagna, la nascita dei ricoveri, dei monasteri e delle rotte commerciali che hanno caratterizzato la penetrazione della cristianizzazione tra le valli alpine alla fine dell’antichità.

Ho volutamente copiato la presentazione, rimaneggiandola leggermente, perché c'è ben poco da aggiungere, se non che è un libro godibile, ben strutturato, dove sapienza e comprensibilità sono ben miscelati, dove si ritrovano il lettore di passaggio e quello appassionato di argomenti trasversali come Storia, Antropologia, Archeologia.

Forse la verità sulla morte di Ötzi (l’Uomo del Similaun, per intenderci) è quella che mi è rimasta più impressa, come anche alcuni dettagli sulla microquotidianità delle età passate. 

Alla fine, funziona tutto a meraviglia. Peccato solo che l'autore sia morto prematuramente (sempre che esista un'età "matura" per morire)



17 febbraio 2025

GIORNALISTA/INFLUENCER ovvero IL GIORNALISTA CHE SPIEGA SOLO SÉ STESSO

Il giornalismo (almeno quello italiano) sta virando verso un’impostazione di fondo che non riesco ancora ad accettare.

Personalista e personalizzato; alla sola ricerca del click in più; autoreferenziale; inchieste costruite sui propri preconcetti; video in cui si cerca la posa anziché la dialettica e il confronto; interviste/forum in esclusiva ai propri colleghi/amici in cui si parla solo di sé stessi e delle proprie interpretazioni della realtà; una costante impellenza a voler/dover dire tutto su tutto e sempre, ma senza misurarsi con il giusto, il gusto e l’opportunità; sintassi scolastica e dizione approssimativa; argomentazioni da bar dello sport; condanna a priori dell’utente critico; ritenersi al centro della notizia, anziché servitori dell’informazione; pensare che il solo viaggiare significhi essere più bravi di Oriana Fallaci; difendere i deboli, ma senza far parlare (o ascoltare) veramente questi deboli

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Quando scrissi queste poche parole in coda alla prima rassegna del 2025, senza fare un nome che fosse uno, un mio collega mi disse che in controluce intravedeva anche la figura di una giovanissima giornalista, in quel momento intoccabile perché intricata dentro una crisi geopolitica.

In effetti, la ragazza è un esempio di quel giornalismo social/ista che nulla ha a che vedere con la notizia, con gli approfondimenti, con la difesa della realtà di cui abbiamo veramente bisogno.

Con le sue pose e il suo parlare per frasi convenienti, infatti, rappresenta appieno il giornalista/influencer: parla sempre di sé; si documenta solo all’interno del suo pretendere di sapere già cosa sia la realtà; un mondo che racconterà dalla prospettiva di un ipotetico selfie, con la notizia o la storia sfocate sullo sfondo.

Non è immune da questo social/ismo anche un giovanissimo tiktoker, diventato famoso perché nei suoi video in pochi secondi bignamizza con parole chiare e superficiali i classici della Letteratura e della Storia. Il problema non è la sintesi, ma il modo acritico con cui ha edificato lentamente il suo personaggio: il ragazzo, infatti, si autointerpreta con pose anacronistiche, schermate da un’eloquenza apparentemente profonda, tanto da aver svegliato Repubblica dal suo torpore editoriale, visto che gli ha proposto una rubrichetta per quei giovani che mai leggeranno Repubblica.

È un sempre più diffuso modo plastificato di non/esistere che avevo intravisto addirittura durante un funerale di cui vi avevo parlato qui, e che adesso sto incontrando anche in un contesto “sacro” come il giornalismo scientifico (ne parlerò).

Paradossalmente, nel cercare di dargli sostanza mi aiuta la parola stessa, “influencer”: colui che influenza, come fosse un virus. Anzi, no: è peggio di un virus, perlomeno per come poi reagiamo noi. Il virus lo individui, lo studi; hai persino la dignitosa volontà di combatterlo, per arginarlo.

Questo virus, questa viralità, invece, è un modo di non/esistere accettato da tutti, anche da chi ancora ne è immune o vaccinato.

È come se il social/ismo avesse scovato e poi liberato una pulsione subdola del nostro ego, contro la quale siamo totalmente indifesi: apparire la propria apparenza; accettare quella degli altri ma solo se gli altri hanno accettato la nostra; pensare che la nostra bolla sia la realtà; escludere chiunque non vanti la sua Capalbio virtuale (follower, collab, eventi, like, meme, pose, politically correct…).

Questo non/esistere così informe ed elitario (un’élite non di classe, purtroppo), mi ricorda il bellissimo film grottesco Society (1989), di Brian Yuzna. Vi suggerisco di cercarlo: non parla dei social, ma di tutto il resto

11 dicembre 2024

IL CASO CAFFO, OVVERO "IL PRONTO SOCCORSO DELLE CONVENTICOLE"

Quanto scritto in calce è apparso a chiusura di un recente numero della mia rassegna stampa prima della sentenza contro Leonardo Caffo, il "filosofo" accusato dalla sua ex compagna di maltrattamenti. Non cambierei una virgola, anzi: la boria con cui l'imputato ha reagito alla sentenza dimostra quanto lavoro ci sia ancora da fare, non solo tra noi maschietti, ma dentro le Conventicole, sempre più lontane dalla realtà, sempre più arroganti e (per esperienza diretta) poco educate.

A questa premessa aggiungo le fresche dichiarazioni della ex compagna del "filosofo" (successive quindi alla sentenza), mai consultata prima da nessun garantista, con la scusa che si doveva rispettarne l'anonimato, anche perché il dramma coinvolge anche la loro figlioletta. Una scusa infantile facilmente risolvibile, ulteriore prova di un'ipocrisia imbarazzante che si aggiunge alle altre ipocrisie di questa generazione di "intellettuali", che fa veramente male alla cultura, non solo italiana.

«Questa sentenza conferma una verità che per quasi due anni ho cercato di far emergere, affrontando innumerevoli difficoltà, sia sul piano personale e legale che mediatico. Queste difficoltà non sono un caso isolato, chiunque denuncia una situazione simile si scontra con un sistema che troppo spesso manca di strumenti adeguati per supportare le vittime.
Le vittime di violenza continuano a pagare il prezzo di una profonda carenza nell’educazione sentimentale e di una cultura ancora permeata di pregiudizi. È fondamentale che questa vicenda serva da spunto per riflettere su
quanto ci sia ancora da fare per prevenire e contrastare realmente le violenze»

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La scelta di Chiara Valerio di invitare Leonardo Caffo a partecipare all’imminente edizione di Più Libri Più Liberi dedicata alla memoria di tutte le Giulia Cecchettin, appartiene a quella mentalità tipica della “sinistra ZTL” di esprimersi soprattutto con provocazioni, troncando sul nascere ogni possibile obiezione, perché, in questo caso, surrettiziamente contraria al garantismo tout court.

Che poi il “filosofo” Caffo abbia rinunciato dopo la messe cospicua di polemiche, conta poco. Il danno ormai fatto non scaturisce dalla scelta della sua figura, rinchiusa dentro una denuncia atroce. Il danno nasce dalla mentalità che scatena situazioni simili: un modo supponente di imporre una propria versione della coerenza, una “mentalità pappappero” che detiene l’unica verità sulla libertà di pensiero.

Ma l’elemento che innervosirebbe persino Giobbe è la protervia: se fai notare che scelte del genere sono infantili e intellettualmente scorrette, vieni schifato con sguardo triglioso e poi magari redarguito col ditino dai componenti il “soccorso conventicole”: armati di media pervasivi, si dimostrano ancor più lontani dalla realtà (vedi Zoro e Linkiesta).

Se poi evidenzi che anche sul piano della mera comunicazione, certe scelte bimbesche sono facilmente strumentalizzabili, ecco che urlano che a loro della comunicazione interessa nulla: le regole della comunicazione, si sa, sono un portato del marketing e quindi del capitalismo e quindi degli americani cattivi cattivi.

Naturale, quindi, che venga spontaneo riferirmi anche a Michela Murgia, per una sua dichiarazione del 2021 che dimostra quanto sto scrivendo. Ricordo quanto fosse fiera di pensarla come Hamas, fregandosene delle conseguenze di un’apologia così ignobile, soprattutto tra chi non sa fare esercizio di critica. Tant’è che l’antisemitismo italico tutt’altro che dissimulato si è fatto scudo anche di queste sue farneticazioni. Addirittura, nessun movimento femminista si è speso pubblicamente per le ragazze uccise e rapite e stuprate il 7 ottobre 2023.

Bisogna sempre tenere a mente che questa generazione di fini pensatori concepì anche iMille, un laboratorio per una nuova sinistra che emanò il renzismo prima di Renzi stesso. Anche qui, alcuni componenti perseguirono la “mentalità pappappero” quando scelsero che titolo dare al primo convegno (2008): “Uccidere il padre”. Al di là della sciagurata scelta lessicale, sottolineo che tra i solerti partecipanti ci fu anche il figlio di un condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio di un padre (nonché servitore dello Stato): un minimo di prudente sensibilità sarebbe stata più che doverosa.

Sono esempi sparsi di un’attitudine ben precisa, trasmessa scientemente da una generazione all’altra. Attitudine che mai in questi decenni è cambiata, perlomeno nella sostanza.

A destra non sono così. Non hanno bisogno del pensiero per agire: agiscono, e basta. Visti i risultati delle elezioni di mezzo mondo, piacciono a molti

01 novembre 2024

I FUNERALI CHE CELEBRIAMO

Poche settimane fa, un minorenne è morto schiantandosi contro un muro. A indagini ancora in corso, non ha senso aggiungere altro, come purtroppo hanno fatto alcuni giornalisti, pubblicando persino nome e cognome del disgraziato, quando invece è vietato dalla legge (e dalla deontologia).

Io vorrei parlarvi del funerale, con la sottolineata premessa che le mie parole sembreranno spigoli giudicanti. In realtà, l’ho vissuto con commozione e costernazione, perché una vita così giovane non può diventare cenere così presto. Oltretutto, quello che ho visto era “naturale”, vissuto da ogni possibile ceto sociale con la stessa intensa spontaneità.

Ebbene, quasi tutti i numerosissimi presenti si comportavano come fossero in una diretta social, come se si sentissero costantemente inquadrati: espressioni, gesti, movenze, sguardi, lacrime, sembravano sovrapponibili a quelli che vedo sui video che scrollo ogni tanto pigramente.

Addirittura, c’era chi dal pulpito immortalava con lo smartphone la platea, chi dava il tempo per sganciare in cielo i palloncini bianchi o per accendere i fumogeni con i colori della squadra preferita dal povero defunto. Lenzuola sulla cancellata della chiesa scritte con caratteri runici (quindi, fascisticheggianti) da parte di famiglie notoriamente si sinistra. Disegni sul marciapiede con relativi selfie di gruppo. Magliette distribuite con sopra scritto il motto preferito dal ragazzo. I giovani genitori, abbagliati dal dolore, hanno fatto un discorso con una sequenza di brevi slogan in stile caption da postare; la madre, addirittura, ha proposto una sorta di call to action cui i giovani amici del povero defunto hanno partecipato con entusiasmo.

Non giudico nulla, per carità; né tantomeno mi interessa far finta di sembrare in linea con questa reale realtà di cui tutti facciamo parte, inconsapevolmente e spontaneamente. Del resto, se un primitivo avesse visto un funerale del Medioevo avrebbe espresso qualche grugnito di disappunto.

Il nodo è che la cultura del nostro microquotidiano è ormai così intrisa di queste nuove contaminazioni, così appiccicate ma ancora così poco comprese, che una semplice preghiera, una lacrima nascosta, una citazione poetica, sarebbero sembrate rivoluzionarie… anche per me

19 ottobre 2024

intorno a GIULI

Quindici giorni fa, il discorso dell’appena insediato Ministro Alessandro Giuli (qui il video - qui la trascrizione) ha generato meme e battute molto divertenti, ma ha anche prestato il fianco ad almeno due considerazioni.

La prima, piccina ma necessaria: fosse stato “uno dei nostri” a esporlo, avremmo gridato al ritorno della profondità in un Ministero così importante, soprattutto per il nostro Paese, così denso di testimonianze culturali di ogni tempo.

La seconda, meno piccina ma altrettanto necessaria: a che punto siamo arrivati se un discorso complesso sia diventato motivo di diffusa ilarità, anziché di plauso per il ritorno alla profondità (sebbene esposta in modo timido, rancoroso e apparentemente non testato)?

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Forse perché l’uomo di cultura non sa comunicare? Oppure non vuole saper comunicare? E quindi, forse anche grazie al social-ismo, sarà sempre più improbabile trovare un uditorio accogliente?

Trentacinque anni fa, entrai in polemica col Professor Guido Aristarco, proprio perché trovavo la sua invidiabile eloquenza troppo complessa e incoerente col suo dichiarato intento di voler arrivare al popolo. Lui rispose, sintetizzo malamente, che è il popolo che si deve elevare e non l’uomo di cultura abbassare. Che, in parte, è anche giusto; altrimenti, si rasenta la banalità.

È un problema antico come è antica l’essenza della sinistra, che di fatto ha generato almeno un equivoco: quel parlo male per darmi un tono, che Nanni Moretti aveva stranamente ben sintetizzato in una scena ormai icastica. E questo darmi un tono, sempre sintetizzando malamente, ha allontanato la gggente dalla cultura, perché è facile per le persone semplici confondere la cultura con chi la racconta o la rappresenta - generando, peraltro, quella facile dialettica di destra che osteggia e fa osteggiare il colto perché il suo stesso status umilia la gggente.

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Oppure sarà sempre così, perché alla gggente interessa poco la cultura.

Quando si dice che le “televisioni di Berlusconi” hanno reso stupidi gli italiani, ci si dimentica di aggiungere che evidentemente era fallito il “nostro” modo di avvicinare le persone alla profondità.

La famiglia Angela ci ha insegnato che si può avvicinare la gggente alle cose belle, presentandole con leggerezza e semplicità; ma è stata un’eccezione, visto che negli uomini di cultura prevaleva il modus vivendi di Aristarco.

Adesso, poi, il social-ismo e l’engagement comportano la sussistenza di bolle artefatte che ci fanno credere di essere all’altezza delle nostre aspettative. E appena arriva un corpo estraneo, come il discorso di Giuli, lo allontaniamo o lo banalizziamo con la derisione.

E paradossalmente, anche le persone di cultura, alimentandosi sempre più solo di sé stesse, perdendo di vista ogni possibile confronto, si stanno sempre più allontanando dalla gggente, perché non dà più senso alla loro preparazione (mediocre, peraltro, rispetto a quelle dei grandi del passato, da Pasolini in su).

Se devi comunicare il bello devi sacrificare il tuo ego; e in questo social-ismo così gratificante, non solo non conviene ma fa paura.

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È un discorso che meriterebbe più argomentazioni, è evidente.

In tutto questo, lungi da me “difendere” Giuli (per quanto trovi patetico presentare il mio curriculum politico per dare valore alle mie parole): alla fine, tra tutti i commenti che ho trovato sensati, spiccano quelli di Daniele Capra (qui) e di Stefano Monti (qui)

06 aprile 2024

C'È ANCORA DOMANI?

C’è ancora domani è un film naif. In un contesto “normale” avrebbe ottenuto un successo standard e una moderata attenzione da parte dei media: in questo momento complicato per l’Italia, invece, è diventato il simbolo di una riscossa autoriale e sociale che, spiace dirlo, è esagerato.

Il punto debole più evidente è la sceneggiatura: una sequenza di quadri narrativi collegati senza criterio, con rari momenti surreali, altri didascalici, altri montati in maniera illogica.

Quelli surreali potevano funzionare e diventare una chiave narrativa, ma perdono di forza sia per la modestia attoriale sia per un’evidente disomogeneità con la sintassi filmica nel suo insieme. Peccato, perché la “danza della violenza” è un’idea meravigliosa.

I momenti didascalici (sicuramente necessari) cercano di aggrapparsi al neorealismo italiano migliore, ma sono fiacchi perché mal recitati (la costante di questo film: attori poco convinti).

L’idea di alternare i formati della pellicola, poi, avrebbe un suo senso se collegabile a dei leit-motiv; ma se alcuni momenti in 4/3 puntano all’oblio dei bei ricordi che furono, quello con lo schiaffone li contraddice. Schiaffone che peraltro apre il film, e che posto così non significa nulla.

Tra i momenti non-surreali, quello che proprio fa esclamare “embè!” è l’esplosione del bar (andateci nella vita reale, perché fanno gelati strepitosi!): improbabile, insensata, proposta con una sintassi ordinaria anziché surreale. Considerato la trama, andava sceneggiata in ben altra maniera. Così com’è, invece, sembra un rimedio frettoloso.

La fotografia in b/n, poi, segue almeno tre linguaggi: a volte è evocativa, a volte è narrativa, a volte è onirica; ma senza ratio. Anche qui, colpa della sceneggiatura.

Sceneggiatura che si dimostra debole anche nel montaggio, visto che ogni transizione viene rappresentata meccanicamente, senza sorprendere, senza accompagnare, senza incrociare i quadri (se non con dei totali ingenui).

L’unica idea vincente è il parallelo finale: tutti pensiamo a una fuga programmata con Marchioni, mentre invece Cortellesi vuole andare “solo” a votare.

La musica, invece, è convincente: Marchitelli propone autori e canzoni modernissimi, apparentemente stridenti con il contesto storico; ma, proprio per questo, funzionano benissimo.

Insopportabile, invece, l’epiogo, quando la canzone di Silvestri entra nella trama, sminuendo la necessaria e sacrosanta retorica del momento: è uno stratagemma alla Moretti che non ho mai amato.

A mio avviso, a questo film è mancato un produttore, uno che sapesse dire i giusti “no”, valorizzando con forza, invece, le parti nobili di un prodotto che alla fine appare confuso e poco al di sopra della sufficienza. Purtroppo, in Italia quella del produttore capace è un figura che manca da molto tempo, così come mancano autori e registi veramente bravi e coraggiosi.

Per essere un’opera prima, brava la Cortellesi, perlomeno per il tentativo. Ma non parliamo di miracolo né di capolavoro, per favore. Oltretutto, l’accusa di aver semplificato un tema forte e radicato quale la violenza maschile (non solo fisica) diventa più consistente proprio perché il linguaggio filmico nel suo complesso non funziona: è ingenuo, didascalico e friabile.

A latere, con quasi 5 milioni e mezzo di biglietti staccati, viene da chiedersi: ma dov’è ‘sta gente? Chi vota? Voglio dire che con questa desertificazione dell’etica, della morale, meraviglia una fame civica così apparentemente diffusa.

Post scriptum La premier non ha partecipato alla proiezione in Senato: eppure, i diritti di cui parla il film sono anche i suoi e dei componenti il suo partito, e sono frutto del sangue versato dalle donne e dagli uomini di PCI, DC, PRI, PLI, PSI… antifascisti, ricordiamolo

06 luglio 2023

L'ITALIA IN UN TWEET

Parlare dei social non significa parlare del mondo intero; però, a volte, certi comportamenti così evidenti e lampanti dentro i social rappresentano in maniera chiara, anche semplicistica, un certo modo di essere.

Piccola premessa: il post sarà lungo. In questi tempi in cui ci si distrae dopo otto secondi anche senza volerlo, è quasi una scommessa, se non addirittura una follia, pensare che verrà letto - e che verrà letto fino in fondo. Ma il potere che ha internet è di essere un "eterno mentre"; quindi, quello che scriverò potrebbe essere ricicciato alla bisogna o risultare rappresentativo anche tra qualche anno.

Innanzitutto, parliamo di endogruppo. È la parte più noiosa, abbiate pazienza. Ma senza questo chiarimento, non avremo chiaro tutto il resto.
L'endogruppo non è composto da iscritti o da persone che si conoscono o frequentano. L'endogruppo è qualcosa di impalpabile, che ci può vedere protagonisti, o come "vittime", o come "carnefici", o come semplici spettatori.
Se, per esempio, in un consesso molto vasto dite una cosa, chi sa usare l'endogruppo come "arma" può delegittimarvi facendo leva sui bias di chi lo circonda: "lascialo perdere, non vedi che è un perfettino?". Oppure: "ha parlato il saputello, ha parlato".
Se non siete conosciuti da tutti i presenti, per voi è finita, perché da ora in poi siete intrappolati nel framing di quella definizione (incasellati, per dirla in italiano).
È un espediente che Berlusconi sapeva usare molto bene, tanto che la Sinistra ancora oggi ci casca con tutte le scarpe, non avendo capito che, quando sei dentro un frame, è meglio non rafforzarlo con comportamenti che lo confermino.

[Del resto, c'è un errore di fondo quando diciamo che Berlusconi ha prima fatto le televisioni rincretinenti, soggiogando le nostre menti, ottenendo quindi facili vittorie elettorali. Di fatto, stiamo dicendo che chi guardava le sue televisioni è un cretino. Mentre, invece, lui immaginava un prodotto vincente perché ad altezza popolo: è nata prima la gallina, cioè i telespettatori, e poi l'uovo, il prodotto televisivo]

All'interno dei social, il framing ha rovinato ogni forma di dibattito, di confronto. Insomma, basta stimolare un potenziale endogruppo per zittire il tuo interlocutore, senza mai entrare nel merito del suo dibattere.

Vi porto un esempio pratico, che avrà corollari a iosa. Ricordatevi, però, che è un esempio; e, come tutti gli esempi, semplifica, e si focalizza su una parte del tutto. L'insieme, cioè, è difficile da descrivere integralmente, proprio perché le parole scritte sono pietre spigolose e non sfere raffinate.

Come sapete, pochi giorni fa è venuta fuori una storia raccapricciante: in una società di marketing sussisteva una chat maschile e maschilista in cui i componenti facevano classifiche bestiali sulle colleghe. Roba veramente fuori da ogni possibile immaginazione.

Una influencer... attenzione, per i non addetti ai lavori: i numeri non restituiscono lo potenza di fuoco di una influencer. Voglio dire che la Ferragni (29 milioni di follower su Instagram) deve costantemente aggiornarsi e aggiornare, vivendo dei suoi follower; Taylor Swift (265 milioni di follower su Instagram) potrebbe persino non postare più, visto che la sua attività è soprattutto fuori dalla bolla social.
E quindi, è più influencer Ferragni o Swift? 

Dicevo, una influencer commenta la terrificante vicenda, scrivendo:
Sentite i vostri fidanzati mariti amici fratelli se vi fan dare un’occhiata veloce alle chat [...]
[Quello che è accaduto] è alla base della cultura maschile di tutti. 

La prima frase ricorda molto certe grida tipiche dei tempi medievali (o il monito finale de La cosa da un altro mondo), in cui si ammoniva la popolazione tutta, con conseguenze che conosciamo bene. Un po' alla Berlusconi de' noantri, ammettiamolo.

Ma nella seconda frase c'è un framing che non dà speranza: TUTTI i maschi sono potenzialmente come quella masnada di maiali! TUTTI. 

Prima domanda che dovrebbe porsi chi segue una influencer simile: ma lo sa che peso hanno le sue parole rispetto a chiunque altro? Parliamo anche di "peso" algoritmico, visto che i sistemi daranno più visibilità a lei piuttosto che a chi ha pochi follower/interazioni.
Seconda domanda: quantunque e qualora avesse ragione, dove stanno i dati? Per fare un'affermazione del genere, quando sei una influencer (non importa quanto influente), devi produrre dati certi, statistiche certe.
Terza domanda: la tua indignazione è la mia indignazione, ma se non sai misurare la tua rabbia e non sai confortarla con i numeri, stai solo urlando. Se urli, nessuno ti ascolterà, fuorché l'endogruppo cui implicitamente ti stai rivolgendo (ottenendo la sola attenzione di chi non sa argomentare, non sa dibattere), fuorché chi non sa muoversi in maniera concreta dentro il mondo dei social - che può consentire anche azioni concrete (ci arriverò alla fine).

Ordunque, ho la pessima idea di controbattere:
Non mi riconosco nella “base della cultura di tutti”. Provo (e ho provato) irritazione e rabbia contro questa “cultura”. Chi mi frequenta, neanche si azzarda ad accennarla.
Non posso essere l’unico a pensarla così.
Fossi in te direi “della maggioranza dei maschi”; suona meglio
[il grassetto è mio]

Mi sembra un'obiezione chiara e diretta. Peraltro, scritta anche con punteggiatura accurata e un italiano conciliante.
Per me, qualsiasi forma di generalizzazione non funziona. Mai.
E chi frequenta questo blog dagli inizi, sa perfettamente che anche io generalizzavo; ed è per questo che ho addirittura cancellato migliaia di miei post vecchi perché ridicoli e fuorvianti (ammettendolo pubblicamente: basta guardare il sommario sotto il nome del blog).

Ma la influencer usa la tattica del framing stimolando l'endogruppo che stava sia tra i suoi follower sia tra i follower dei suoi follower. E lo fa usando la tecnica del tweet con citazione che onestamente ho sempre trovato disonesto. 

Per chi non usa Twitter: il tweet con citazione consiste nel proporre ai propri follower un tweet di un'altra persona, ma guarnito con un commento. E quel commento aggiuntivo pesa tantissimo, perché cambia totalmente la prospettiva al tweet originale: di fatto, il tuo indicare NON è neutro, ma di parte, proprio perché commentato a priori.
La cosa non va bene, anche per un motivo che ormai conoscono bene anche quelli che non frequentano i social: nessuno legge l'originale, nessuno legge i commenti, nessuno approfondisce un estraneo all'endogruppo.
E se mi chiedete i dati che confortano queste mie sentenze, basta googolare per trovarne a iosa.
Certo è che, qualora fossi stato drastico, potete togliere "nessuno" e metterci "buona parte delle persone", e siamo tutti più contenti.

Il tweet con citazione che ha incorniciato la mia risposta ha come testo:
Ecco il primo: si aprono le danze
C'è già tutto qui dentro: giudizio, scherno, pregiudizio, disprezzo, rabbia, livore e tanta, tanta, incapacità di accettare un confronto.

Non mi metto qui a tirare giù uno per uno i vari commenti che ho subito - e tralascio quelli in cui si dice che tutti i maschi sono stupratori, picchiatori eccetera, solo perché sono maschi.
Vorrei proporvi dei topos abbastanza prevedibili, perché esemplari (e anche inquietanti).
La classifica è per ordine di memoria, non quindi qualitativa. Ogni tanto ho messo tra parentesi alcune rapide considerazioni che mi sono venute in mente adesso.

Primo commento: tu cosa fai per non essere come TUTTI?
(Ergo, devi sempre tenere a portata di mano un curriculum, credibile per chissà quali parametri)

Secondo commento: nessuno voleva generalizzare...
(Scrivendo TUTTI? E qui è evidente un corollario: c'è chi si fa involontario portavoce dell'influencer o dell'endogruppo, oppure di entrambi)

Terzo commento: perché ti senti chiamato in causa?
(C'è scritto TUTTI)

Quarto commento: non fare la vittima!
(Framing che funziona molto bene nel contesto latino, perché i maschi, TUTTI, sono mammoni e affetti da vittimismo)

Quinto commento: leggi questo XYZ e impara!
(Non ha mai importanza che testo sia, per un semplice motivo: chi lo brandisce, minimo ci si riconosce; confutarlo significa finire sempre più giù nella gora dell'eterno fetore)

Sesto commento: l'intero sistema è marcio, tu fai parte del sistema, se lo capisci sei bravo, se non lo capisci sei complice.

Settimo commento: Dire “io no” ci fa sentire bene con noi stessi
(Il portavoce involontario introduce l'uso del plurale, tipico della cultura italiana. Del resto, noi italiani usiamo raramente "io" quando significa assumersi un coraggio, un ruolo e una posizione. Una certa cultura nazionalpopolare ormai radicata non accetta quando l'"io" è sé stesso e che quindi si assume le sue responsabilità, perché se ti assumi le tue responsabilità non puoi temere la colpa, e senza concetto di colpa, sei fuori da ogni gruppo, e quindi pericoloso).

Ottavo commento: Inconsciamente, stai dicendo che...
(Quando una premessa allude al tuo inconscio, vince su tutto, perché chi ti sta parlando sa come la pensi, descrive la tua essenza, conosce ogni microscopico elemento delle tue sinapsi).

Nono commento: Da omo a omo...
(Il richiamo all'altro endogruppo, in cui vieni messo dentro forzatamente).

Decimo commento: quindi sei così... quindi la pensi così...
(Il quindismo andrebbe abolito con multe severe. Tu dici A, quindi hai detto B. Ergo, tu perdi tempo a dimostrare che non hai detto B, anziché poter approfondire A. Il suo corollario è il quindismo ad personam: sei favorevole a X e quindi sei come FascioCaio, che è invece quanto di più lontano da te).

Undicesimo commento: Con tutto quello che sta accadendo, non puoi fare questi commenti.
(Non si sa per quanto tempo ci sarà un embargo a qualsiasi forma di commento fuori dal coro).

Dodicesimo commento: Noooo, non puoi dire questo.

Tredicesimo commento: non so niente dell'argomento, però girando in rete (variazione: ho letto che)...
(Se premetti che non sai nulla, sta zitto. Se credi che girare in rete o leggere a caso siano due modalità propedeutiche, stai messo proprio male).

Quanto è accaduto alle ragazze vittime di quelle chat ripugnanti dovrebbe stimolare ben altro.

Sei una influencer?
Hai una certa visibilità?
Conosci o sai come contattare altri influencer?
Fai una campagna per bannare questa società da tutti i social.
Oppure: fai una campagna di sensibilizzazione, contattando TUTTI i clienti della società, consigliando loro di rescindere i contratti di consulenza.
Oppure: fai da tramite per trovare un nuovo posto di lavoro alle donne di quella società che vogliono legittimamente cambiare aria.
Oppure: contatta tutte le voci femminili famose affinché si adoperino in prima persona per denunciare questa terribile storia.
Oppure, più semplicemente, proponi una raccolta di fondi per pagare un buon avvocato a queste ragazze.
Tutto il tempo impiegato a crogiolarti nel livore gratuito, potevi impiegarlo a fare qualcosa di concreto.

In tutto questo, la influencer in questione ha messo un lucchetto al suo account: di fatto, solo chi la segue può leggere le sue affermazioni contro TUTTI... 

05 gennaio 2021

quando Scalfari sbaglia una data

Pochi giorni fa, in un'intervista celebrativa per i 45 anni di Repubblica, Scalfari è incappato in un errore storico da penna blu, affermando che Berlinguer sarebbe morto prima di Moro (potete leggerlo qui a sinistra).
Secondo, poi, alcuni esperti, l'altro errore (più veniale, ma storicamente meno noto) è stato il dimenticarsi che a quei tempi proprio Repubblica pubblicò articoli di fuoco contro il leader DC, accusandolo senza mezzi termini addirittura di corruzione; quindi ben lontana dai toni aulici espressi invece da Scalfari nell'intervista.
Ho avvisato prima la redazione, poi l'ho riportato su Twitter, citando sia Maurizio Molinari che l'account ufficiale di Repubblica (entrambi non hanno risposto), aggiungendo come ospite il noto Pazzo Per Repubblica, anche se non amo certi suoi toni sbrigativi (magari mi sbaglio io, ma preferisco approcci più garbati). Si è scatenata una messe di commenti e di retweet, ma anche di tweet con citazione.
Ebbene, da una parte mi sono sentito in colpa per come sia stato trattato il fondatore di Repubblica (apprensione inutile in questo caso, lo so); dall'altra ho constatato con mano (ancora una volta, per carità) quanto un certo pubblico di Twitter, ahimé numeroso, sia troppo aggressivo e inutilmente maleducato.
Non dico che bisogna essere silenti di fronte alle uscite 
di Scalfari, ormai sin troppo frequenti (ricordo che avrebbe intervistato più volte Papa Francesco, quando invece la Santa Sede ha negato almeno due volte), ma almeno tenere conto che se una persona sbaglia così di brutto vuol dire che c'è qualcosa che non va: si chiama vecchiaia.
E tu puoi essere il Male sceso in Terra, ma io "giovane" ho il dovere di lasciarti andare senza che tu ti faccia del male più di quanto non te lo stia facendo la Vita. E parlo con cognizione di causa, credetemi.
Ma mettiamo caso io stia sbagliando a essere compassionevole, questa storia tira fuori molti dubbi, meno personali e credo più concreti:
- ma Molinari dove stava? Se era distratto, vuol dire che l'intervista era proprio di forma e lui pensava ad altro; ma se non era distratto, cosa gli costava far presente questo e altri sfondoni? E tralascio certe malignità che ho letto in rete, dove qualche beota ha affermato che l'avrebbe fatto apposta, oppure che sia ignorante di suo: Molinari non mi piace, ma non ce lo vedo proprio né a usare questi mezzucci né a steccare una simile data
- dove stava la persona che ha trascritto l'intervista? Distratta pure lei, oppure sciatta, oppure incompetente? Non lo accetto da Repubblica, né quella della mia generazione (sicuramente esemplare sotto molti aspetti) né quella attuale (impresentabile nei contenuti che nella sintassi)
- come mai l'errore è stato corretto solo online e non sul pdf?
- come mai la rettifica cartacea del giorno dopo è stata pubblicata nelle pagine culturali anziché in quella dei commenti, come usa fare?
- come funzionano le verifiche a Repubblica?
- come funziona il customer care di Repubblica? Almeno un tweet di scuse, magari paraculo ma almeno che sappia mantenere quel "patto col lettore" che Repubblica ha perso da anni
Io non sopporto Luca Sofri, è noto, ma ha ragione quando denuncia come questo tipo di esempi così lampanti e incontrovertibili mettano in pessima luce tutto il giornalismo di Repubblica.
Per carità, sul suo ilPost racconta l'omicidio Calabresi in maniera "originale" - e in altri contesti confonde mele e pere; ma quando leggo alcune rubriche del suo giornale so che ho di fronte due elementi nodali: verifica a monte e capacità di mettersi in discussione.
Voglio dire che dopo questo tipo di errori, come lettore, ma anche se fossi un detrattore, mi fa gioco facile rivedere da una prospettiva negativa l'intera messe di informazioni che il quotidiano mi ha proposto negli ultimi tot mesi. Viene spontaneo, no?
Del resto, la Storia lo insegna: ci si ricorda solo delle ultime cose che hai fatto, soprattutto di quelle negative. E questo inesorabile declino verso la banalità e l'approssimazione, Repubblica non lo merita; ma non lo meritiamo soprattutto noi lettori.

10 dicembre 2020

Rossi, PAOLO ROSSI

Sono quei momenti in cui ti arrampichi nella libreria della tua Memoria e tiri giù di tutto, ingolfando i tuoi ricordi fino a riempirti gli occhi di lacrime piene di languore e di tristezza e di tutte quelle immagini così solari e perdute che non potranno mai raccontare per intero cosa siano stati quegli anni.
ZoffScireaGentileCollovatiBergomiCabriniOrialiTardelliContiRossiGraziani, come un mantra, con tutte le poche variazioni sul tema, Caùsio compreso, con quell'accento buttato a casaccio.
Brontoliamo spesso sulle differenze generazionali, spesso a torto o con quei toni di superba commiserazione per il giovane che ci capita a tiro. Ma bisogna anche ammettere che il divario generazionale tra noi e le generazioni successive è un solco profondo e inesorabile: i modelli sono totalmente diversi; anzi, quasi di mondi che neanche si potrebbero mai toccare. Modelli, Mondi e la misura del tempo.
Ecco, il Tempo.
Byron diceva che quelle del tempo sono "ali arbitrarie", ma a chi ama il calcio frega nulla di questo spocchioso poeta inglese. Quello che è vero è che i tempi in cui noi vivevamo il Tempo erano veramente a misura di persona. 
Mercoledì di Coppe, domenica 90esimo minuto, agosto c'era il mercato e i nuovi arrivi, persino i giornali avevano meno fretta per raccontare cosa accadeva. Le partite non erano un tanto al chilo e le interviste - per quanto sempre uguali - sembravano uscite da un doposcuola artigianale.
I giocatori per primi erano responsabili dei toni che usavano e del modo di giocare, perché sapevano che venivano emulati, imitati, ricalcati, ripetuti. Ma non certo per la pettinatura o per la topona fotografata accanto a macchine stellari (per carità, c'erano anche quelle), ma perché erano come noi. Letteralmente.
Quei giocatori avevano facce che avresti incontrato all'alba dentro la metropolitana, o quelle degli avventori del bar cappuccinoecornetto, o quelli che sfiori dal giornalaio scambiando giusto un saluto educato.
Paolo Rossi non era il riscatto di una generazione: era quella generazione. Lo sappiamo, il riscatto è intriso anche di fiele e rancori, mentre nel caso di Paolo Rossi era "solo" l'uomo qualunque che dimostrava di potercela fare con i propri mezzi, autentici, veri, onesti, puliti.
E solo certi giornalisti potevano ricordare il suo coinvolgimento nello scandalo delle scommesse, quando è stranoto e ormai dimostrato che non aveva fatto proprio nulla; giornalisti che però perdonano a Maradona cose decisamente riprovevoli e altrettanto documentate.
Ma il punto è che quei ragazzi del 1982 ci donarono il senso vero della gioia, quella ancora autentica e spontanea, tutt'altro che prefabbricata o studiata a tavolino, con un Presidente della Repubblica sanguigno e coerente, che tanto onore e lustro diede a una Nazione martoriata da anni bui e violenti.
Paolo Rossi sei tu che leggi, genitore o figlia o figlio in quegli anni, oppure il mio io bambino, che il giorno dopo festeggiava 16 anni. 
Paolo Rossi è quel bambino secchetto e anonimo che conquista la vetta del mondo e che si ostina a restare dolce e umile, lentamente assediato da un'èra in cui gli eroi non emozionano più e lasciano dietro di loro solo byte e sponsor.
Al cinema, i cavalieri sono eroi senza macchia e senza paura, non temono freddo, ferite o sconfitte. Finisce sempre bene e senza remore o timori.
Nella realtà, invece, i cavalieri del 1982 erano in carne ed ossa, con quei nomi stampati a fuoco tra i singulti e la commozione: ZoffScireaGentileCollovatiBergomiCabriniOrialiTardelliContiRossiGraziani

25 maggio 2020

mascherine e buoi dei paesi tuoi

Pochi giorni fa, di fronte all'evidente violazione delle più banali regole di prevenzione da parte di una minoranza numerosa di giovani che partecipavano alla cosiddetta "movida", Paola Concia si è scagliata contro l'indignazione diffusa, twittando "Ma invece di tutto sto lamento sulla #movida, perché non si cerca di fare qualcosa di intelligente, parlare co sti ragazzi e ragazze, spiegare, ragionare con loro sul da farsi, perché? Perché mai qualcosa di costruttivo? Sempre sto lamento, sta lagna, perché? E su!!! #Fase2".
Sotto il sapido e ficcante video del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, spicca tra i commenti quello di Frankie Hi-Nrg: "Siete dei terroristi. E per terrorizzare meglio decidete di violare anche le regole che imponete, perché vi sentite migliori degli altri. Vergogna", aggiungendo in un commento successivo "a molti piace terrorizzare invece di spiegare, educare e mostrare esempi positivi". 
Due atteggiamenti irresponsabili e contraddittori che rappresentano nitidamente quanto twitto da anni: la lunga ombra del '68 ha fatto molti più danni di quanto immaginiamo.
Innanzitutto, sono tre mesi che viene spiegato come comportarsi! Cosa bisognava aggiungere? L'analisi compulsata dell'Ulisse di Joyce? La traduzione a fronte dell'Anabasi di Senofonte? Così, giusto per capire...
Poi: perché in Italia ogni minimo richiamo al dovere e al rispetto delle regole, dev'essere dibattuto fino allo stremo, come se fossimo in un eterno salotto lontano dalla realtà? 
Quindi: forse il noto rapper si è dimenticato del buon uso delle parole, additando a Zaia un suo essere "terrorista" nel richiamare al rispetto delle regole; dico, è un'accusa pesante e infantile. E subito dopo gli chiede "esempi positivi", quando nel video c'è chiaramente l'esempio di un infermiere che lotta per tenere in vita un paziente.
E faccio finta di non sottolineare quell'educare, visto che ogni volta che lo Stato prova a "educare", proprio quelli come Frankie si arroccherebbero sulla prima barricata qualunquista, rifiutando un simile approccio. Tanto bravo come cantante, ma sorprendentemente avvilente come polemista.
Il dibattito che è seguito, infine, ha raggiunto vette di stupidità diffusa e condivisa. 
C'è chi l'ha messa sul presunto conflitto "giovani contro vecchi", togliendo l'attenzione da un obbligo etico e necessario (la sicurezza), il cui rispetto risentirebbe invece del solo approccio generazionale.
Peggio, c'è chi ha detto che è in corso un'improbabile "lotta alla movida", come se la movida fosse causa di tutti i mali, mentre invece è l'approccio ad essa - in questo momento così delicato - che potrebbe causare serie conseguenze.
Non è mancato, ovviamente, il vecchio e abusato "sì, ma..." all'italiana, con alcune variazioni sul tema. È giusto e sacrosanto pretendere il rispetto delle regole... ma il Governo non è chiaro con Immuni... ma i media non informano bene... ma la gente non ne può più... ma i bambini hanno paura delle maschere... ma siamo diventati più fragili... ma la gente è stanca di fare le file... potrei scrivere per ore. Ma la domanda sarà sempre la stessa: che ca@@o c'entra! Sono cose diverse: è il solito mettere insieme le mele con le pere.
Mascherine obbligatorie e distanza di sicurezza vanno rispettate. Punto. Niente dei "sì, ma..." sopra elencati (alcuni sacrosanti) può impedire di praticarli.
La vera questione è altra: se vogliamo che muoiano altre persone, se vogliamo affondare una Sanità già allo stremo, se vogliamo ridere in faccia ai parenti delle vittime o ai sanitari che si sono prodigati per salvare vite umane, continuiamo a fregarcene delle regole. Ma assumiamocene la responsabilità, senza twittare la robaccia che ho letto in questi giorni.
Il resto, sono solo chiacchiere.