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08 giugno 2024

POWER: LA POLIZIA NEGLI STATI UNITI

A ridosso di alcuni episodi recenti, abbiamo espresso giudizi perentori sulla Polizia Americana, senza però chiederci “come mai” si comporti così e perché sui social incontriamo spesso episodi di inusitata violenza degli agenti, gratuita quanto inaspettata.

Affidarci al solito reliquario antiamericano serve a ben poco: sicuramente, ci fa fare bella figura con i nostri simili, ma non chiarisce nulla.

Su una delle piattaforme private, trovate Power: la Polizia negli Stati Uniti (2024), un ottimo documentario, lungo al punto giusto, in cui esperti e storici illustrano le origini e la struttura di uno degli strumenti di controllo statunitense più libero e indipendente che si sia mai conosciuto.

Costruito attraverso documenti e dichiarazioni argomentate e documentate, è un film senza afflato ideologico né un punto di osservazione fazioso; ed è per questo che fa impressione e sconcerto. Oltretutto, manca totalmente di retorica e di autocompiacimento.

Pensare che tra poco, questi 900.000 uomini saranno in mano a Trump, o comunque saranno sovrapponibili alla sua visione cafona e violenta del potere, fa impressione e paura

05 novembre 2014

quello che delle donne non dicono

L'altro giorno, appena si è saputa la notizia dell'assoluzione di tutti gli imputati dell'omicidio di Cucchi, i giornalisti de ilPost si sono affrettati a fare un parallelo tra la sua morte e quella di Pinelli.
Al di là della totale mancanza di stile - il direttore del periodico online è pur sempre il figlio del mandante dell'omicidio di chi fu ritenuto a torto il responsabile della morte dell'anarchico (scusate il lungo inciso) - ci sono almeno due elementi nodali di cui nessuno ha tenuto conto.
Il primo è storico: il caso Pinelli coinvolge un modo di essere delle Forze dell'Ordine che sicuramente è cambiato nel tempo, nella forma e nella sostanza. 
È vero che ci sono stati recenti casi terribili - e altrettanti poco noti - che hanno coinvolto una parte consistente delle Forze dell'Ordine (Genova in primis), ma è anche vero che proprio la Storia ha sempre più negato alle stesse Forze dell'Ordine l'alibi del dover agire come vorrebbero perché necessario. Non c'è più il terrorismo interno, insomma; ergo, l'opinione pubblica non è più disposta a chiudere gli occhi.
Ma fino ad un certo punto. C'è ancora una sottile linea invisibile che mantiene molto alta la potenzialità di una deflagrazione incontrollabile.
Infatti, quando le Forze dell'Ordine si lasciano sfuggire di mano la situazione, contano sul fatto che le cause sono in qualche modo ascrivibili alla necessità di risolverle solo con la violenza, perlomeno per come appaiono e per come vengono fatte apparire.
Vedi, appunto, Genova. Vedi, appunto, Cucchi: pensate che dopo la sentenza assolutoria, un sindacalista della Polizia ha solennemente precisato che "Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze".
È vero però che le Forze dell'Ordine subiscono anche uno specioso canone di sospensione etica: quella di chi non sopporta la Legge, di cui gli uomini in divisa dovrebbero essere i tutori estremi. 
Ebbene, l'italiano medio non crede nella Legge - nella sua forma più kantiana possibile - e mal sopporta chi la dovrebbe far applicare. In più, gli eredi del '68 - e i loro figlietti - fanno di tutto per sconfessare la Legge - e quindi i suoi tutori in toto - parandosi dietro la furba autorevolezza di un garantismo che invece è di maniera.
Messe insieme le due cose, quindi, abbiamo uno scenario apparentemente nebuloso, sicuramente friabile e comunque estremamente dannoso, che nessun Ministro degli Interni ha (avuto) la capacità - e anche il coraggio, diciamolo - di risolvere. Anche perché, a volte si ha l'impressione che questo doppio pesismo faccia comodo a molti; sicuramente non al cittadino che non viene tutelato, non al milite onesto che fa bene il proprio dovere, non al politico integgerrimo che vuole credere in un'Italia giusta e nel contempo sicura (sempre che esista questo tipo di politico, eh!).
Ebbene, qui mi sento di tirare in ballo il secondo elemento nodale di cui nessuno sta tenendo conto. Le persone che stanno perorando la giusta Giustizia, una buona Italia e una giusta Polizia... sono donne, tutte donne.
Attenzione, non come la Boldrini, che ha avuto la rara capacità di diventare antipatica e insopportabile due-minuti-due dopo l'insediamento; ma donne vere, di quelle che masticano le difficoltà della vita ogni santo giorno. 
Donne che conoscono le pene della quotidianità e le affrontano con un altissimo senso dell'onore, della dignità, dell'etica.
La moglie di Pinelli, la moglie di Calabresi, la mamma di Giuliani, la moglie di Raciti, la mamma di Aldrovrandi, la sorella di Cucchi... incredibile, tutte donne. Tutte dignitose. Tutte umili e risolute.
Un esempio.
Per tutti noi.

24 luglio 2013

la sensibilità

Tutti sono sensibili.
Anche chi consideriamo una bestia.
Perché la sensibilità è un attitudine neutra. Prendiamo come esempio la pellicola fotografica, che appunto è "sensibile": può impressionare il sorriso di un bambino o una bomba atomica.
Stabilita questa ovvietà, c'è però un passo successivo da fare, che forse è addirittura banale: esiste una misura della sensibilità che può essere soggettiva (io piango per Il paziente inglese, tu per l'inno della tua squadra; eguale dignità, quindi), ma esiste anche un valore assoluto della sensibilità (che più o meno forzatamente deve essere condiviso).
Sensibilità come valore è fare silenzio in chiesa, anche se non si crede.
Sensibilità come valore è non rubare il posto di un disabile.
Sensibilità come valore è riconoscere il diritto di chi ci sta di fronte, e rispettarlo indipendentemente dal nostro tornaconto e dalla sua condizione.
Ma siamo ancora nel banale, lo so e me ne scuso.
Ebbene, se durante un gioco di qualsivoglia tipo, ci lasciamo andare, sta alla nostra sensibilità stabilire i limiti dei nostri eccessi o sta alla sensibilità come valore assoluto?
Ecco, io credo, sono convinto, che in questo caso queste due interpretazioni debbano coincidere na-tu-ral-men-te, senza tante chiacchiere.
E credo anche che chi viola questa sensibilità come valore debba essere punito e messo in condizioni di non avere gli stessi diritti di chi, invece, questa sensibilità come valore ce l'ha.
Per dire: usare una condizione sessuale come insulto; usare una scelta religiosa come insulto; usare una provenienza geografica come insulto... non sono scelte sensibili, né tantomeno ascrivibili a una qualsivoglia forma di sensibilità.
Ebbene, la notte scorsa a Testaccio è accaduta qualcosa di molto grave: se ci fosse stato ancora Alemanno come sindaco, Repubblica - e i giornali che menano moralismi a go-go - si sarebbero fatti in quattro per esprimere sdegno e condanna. E, invece, la cosa è letteralmente passata inosservata, avallando di fatto la non sensibilità dei 500 teppisti che hanno lanciato bombe carta e imbrattato le mura pubbliche con scritte indegne e bestiali.
E di tutte quelle porcate che ho visto compiere dalla teppaglia, quella che mi fa ancora soffrire è quell'aver usato come fosse un insulto il cognome di un poliziotto ucciso dalla teppaglia catanese.
Filippo Raciti fu ucciso nel 2007 a lavandinate in faccia (ripeto: lavandinate in faccia), mentre cercava di sedare una megarissa a ridosso dello stadio del Catania.
Immaginate la scena. 
Immaginate queste bestie che sghignazzano mentre vedono un loro amico colpire a morte questo ragazzo. 
Immaginate la moglie e i famigliari di Filippo Raciti che a loro volta immaginano questa terribile scena.
E poi guardate questa scritta. 
Cosa suggerisce la sensibilità? La vostra, eh!




23 luglio 2013

l'ennesimo sgarbo alla città di Roma

Ieri sera, verso le 22:00 e qualcosa, si è consumato a Testaccio l'ennesima manifestazione sgarbata e incivile da parte di un nutrito gruppo di teppisti travestiti da tifosi.
Con la scusa di festeggiare non so quale ricorrenza della squadra di calcio della Roma, simpatici figuri hanno lanciato bombe carta, insultando le opposte tifoserie con urla antisemite, omofobiche, razziste (soprattutto, contro albanesi) e ributtanti allusioni all'agente Raciti, ucciso nel 2007 durante scontri con teppaglia del Catania.
Curioso che il tutto sia stato consentito a due-isolati-due dalla residenza privata del nostro premier.
Curioso che nessun giornale ne abbia ancora parlato, nonostante il fuggi fuggi generale di turisti e passanti di fronte al lancio continuo di bombe carta.
Curioso che la cosa passerà sotto silenzio come passano continuamente schifezze come questa.
Le foto testimoniano il giorno dopo. Dubito che la società sportiva farà qualche dichiarazione, se non aggiungendo che si è trattato di una minoranza. Dubito che la società sportiva cercherà almeno di ripulire le mura dell'intero Rione, alcune ripulite da pochissimo con spese dedotte dalle nostre tasse.



 




20 gennaio 2012

Sofri libero, l'Italia in galera

L’altro giorno un collega mi ha fermato chiedendomi: “Come l’hai presa la liberazione di Sofri?”. E io, serafico quanto spontaneo: “Ah, perché è stato in galera?”.
Se la battuta fa storcere il naso a qualcuno, è perché forse non ci si rende conto della dimensione storica che si cela dietro un personaggio così irritante - per forma e sostanza - e tutt’altro che esemplare per le nuove generazioni.
In Italia, insomma, non manca la Memoria: la "mancanza di Memoria", infatti, significa che comunque c'è qualcosa da ricordare, e che però non si ha - o non si vuole avere - la coscienza per farlo. In Italia, invece e infatti, non esiste neanche la Storia - la madre della Memoria: è un'attitudine più grave e dolorosa. La storia con la "s" minuscola è solo merce di scambio e di opportunismi, non scientifica e costante verifica dell'esistito. E il panorama multiforme che attornia il "fenomeno Sofri" ne è un esempio piùcchelampante.
Che Sofri, cioè, sia oggettivamente (al di là, quindi, della sentenza) il mandante dell’omicidio di un poliziotto, di un servitore dello Stato, che quindi sia (stato) anche un delinquente che ha reso vedova una donna e orfani dei bambini... l’Italia neanche lo immagina o sa.
Che i compagni di salotto di Sofri abbiamo preventivamente condannato pubblicamente questo poliziotto (quando ancora era in vita), con una raccolta di 757 firme di quegli stessi intellettuali che - mai pentiti, però - oggi se la tirano contro altre gogne mediatiche (ben più innocue) e che di fatto hanno bloccato la nostra crescita culturale... l'Italia neanche lo immagina o sa.
Figuriamoci se l'Italia immagina tutto il resto, i danni maggiori perché impalpabili che il pensiero (e il pensare) di Sofri ha causato alla causa della sinistra, alla cultura italiana, persino al futuro del web (per interposto figlio, s'intende).
Il messaggio che arriva da una così deprimente figura, è che comunque se in passato hai azzeccato la stanza giusta e ti sei mosso bene, puoi essere stato quello che vuoi, aver fatto il peggio del peggio, ma poi avrai il futuro assicurato: potrai scrivere su numerosi mass media (Panorama, Il Foglio e Repubblica), vivere la detenzione come fosse un torto subito di cui farsi scudo (anziché una sacrosanta e scomoda sentenza che altri sconosciuti scontano in bel altro modo), dimenticare di aver annientato culturalmente perlomeno una generazione, godere della protezione dei tuoi simili (in maniera a volte arrogante: cfr le note dichiarazione di Erri De Luca), sopravvivere alla tua devastante devastazione culturale, perché oltre alla tua persona ci sono comunque solo le oggettive convenienze delle timorose conventicole che ti garantiscono un’innocenza a priori.
Quello che insomma non sa la gente, soprattutto quella che acriticamente lo esalta, è che Sofri e il suo codazzo sono il sintomo di una malattia italiana, incapace di vivere nella meritocrazia, nella giusta parsimonia culturale, nelle belle cose che dovrebbero sussistere nel paese. L'arte e l'intelletto sono ormai marchetta massmediatica di pura convenienza: nuove facce e nuovi volti mai avranno spazio e/o considerazione, a meno che non rientrino in parametri ben delineati (come anche ben dissimulati).
Sopravvivere col ricatto dell’“io so” (non certo di pasoliniana memoria, perché Pasolini a Sofri lo disprezzava, si sa) e goderne dei benefici, com'è accaduto a Sofri, non è glorioso, ma solo un modo sotterfugioso di allontanarsi dalle proprie responsabilità.
Sofri, insomma, rappresenta l’italiano medio, quello da tinello, quello che prima sentenzia e poi fa finta di argomentare, che pretende che il mondo sia a sua immagine e somiglianza (come del resto scrisse il figlietto: prima che il mondo diventasse a mia immagine ed accoglienza), che rifugge ogni tentativo di verifica e di ammissione - non dico delle proprie colpe ma di una certa possibilità di errore; un margine che fa parte invece degli uomini onorevoli.
Sofri è il tipico personaggio che una volta trovata/inventata la giusta e preventivamente ineluttabile possibilità, ci si tuffa dentro, ma sempre con le dovute accortezze, sempre con una possibilità di fuga, di poter alzare le mani e dichiararsi innocente.
Sofri, quindi, rappresenta l’Italia che ho sempre combattuto e combatterò: l’Italia che non ha regole se non le proprie convenienze, che non combatte per gli ideali ma approfitta delle altrui debolezze, che non vive di gioie ma di algidi opportunismi.
In realtà, ed è questa l’unica verità, non solo Sofri non è stato mai in galera, non solo non è stato condannato: ma quando stava dietro le sbarre, eravamo noi a essere imprigionati; adesso che è libero, però, basta!

17 ottobre 2011

parlando con un poliziotto #15ott #15oct

Stamane ho incontrato il responsabile del Commissariato interno, qui alla Rai. Apparentemente non fanno nulla: in realtà, invece, il tasso di rischio è sempre molto elevato; quelli tra noi più svegli, capiscono come vanno le cose fuori a seconda di come si comportano qua dentro. E di cose potrei raccontarne, anche apparentemente futili.
Il tipo non ha dimostrato difficoltà a confrontarsi con me; anzi, sembrava sentirne il bisogno. Per lui sabato è stato un continuo stare attaccato alla radio di servizio e contemporaneamente avere le antenne dritte verso l'entrata: ospiti che entrano ed escono, pubblico non codificabile... il supercretino è sempre in agguato.
Non so quanto serva, ma secondo lui il servizio di polizia è stato ineccepibile: l'ordine era "non ripetere Genova, per nessun motivo". Una sorta di mantra cui venivano continuamente sottoposti i ragazzi in divisa, prima, durante e dopo ogni situazione critica.
Sempre secondo questo poliziotto, l'informazione un po' facilona, le riprese così schiacciate, la mancanza di un senso dell'insieme, non consentono all'uomo comune di percepire la difficile situazione vissuta da chi coordinava così tante forze in campo. Anzi, per lui le operazioni sono state da manuale e gestite da persone veramente serie, misurate e responsabili. Tenendo oggettivamente conto, poi, che le Forze dell'Ordine rispondono a una serie di meccanismi sociali, politici e professionali; i cretini che tirano sanpietrini rispondono solo al loro cervello bucherellato.
Durante il nostro colloquio, civilissimo e mai sopra le righe, non si è trovato in difficoltà neanche quando gli ho fatto notare che sarebbe necessario una sorta di daspo del manifestante: "ci sono i politici che decidono questo; noi obbediamo alla legge, e basta".
Bella forza. Ma loro sanno come e dove trovare certi terroristi o presunti tali: "non esiste più una Digos libera di agire a seconda del grado di sicurezza necessario".
Oppure quando gli ho fatto notare che qualche poliziotto aveva tirato qualche pietra o manganellata fuori registro: "siamo umani anche noi".
Infine, quando gli ho fatto notare che ancora devono recuperare la fiducia dei cittadini, mi ha risposto: "e io e te che stiamo facendo?".
Lacune e omissioni ci stanno, ovviamente. Ma una cosa è certa: questo esercizio di civiltà è praticabile da chiunque. Basta volerlo.

20 maggio 2010

la rete sotto controllo

La cosa di cui parla Gilioli sembra solo tecnica, ma di fatto c'è un pesante ed evidente tentativo di controllare la rete... un po' come sta accadendo in Iran o in Thailandia. Solo che lì il sangue si vede; qui si vedono solo tanti sorrisi, un popolo ebete, un'opposizione inconsistente e un presidente della Repubblica che sembra non voler capire quello che sta succedendo... ah dimenticavo, prendendo a pretesto queste mie frasi qualcuno in futuro potrebbe chiudere questo blog.

Prendere mouse e tastiera per denunciare come questo benedetto governo cerca di soffocare la rete è ormai diventato noioso per chi lo fa, figuriamoci per chi lo legge: sicché a scrivere post come questo viene prima da chiedere scusa per la ripetitività.
Ma d’altro canto forse è proprio quello su cui contano: prenderci per stanchezza, e quindi poter fare come gli pare.
Così, a costo di essere pallosi, tocca chiedere a tutti di leggersi con attenzione lo spaventoso articolo 3 del “codice di autoregolamentazione del Web” varato da Maroni (Interni) e Romani (comunicazione) o almeno dare un’occhiata all’analisi del sempre lucido Guido Scorza.

No, perché qui siamo di fronte a un inedito obbrobrio, con la richiesta esplicita ai service provider di rimuovere tutti «i contenuti illeciti o potenzialmente lesivi della dignità umana».
In altre parole, agli Isp viene conferita una funzione di poliziotti della Rete, di censori che devono vigilare sui loro utenti e valutare (loro!) quali contenuti sono «illeciti o potenzialmente lesivi della dignità umana» e quindi censurarli.
Non so se è chiaro: un bel giorno un signore che lavora a Vodafone o a Tiscali, a Telecom o a Fastweb, può decidere che il vostro post su Balotelli o su Berlusconi, su D’Alema o sul ristorante cinese sotto casa vostra, è “illecito” e quindi cancellarlo.
Bisogna avere la lucidità e la pacatezza di Scorza per vincere la tentazione di prendere a maleparole i due ministri e notare semplicemente che «in un ordinamento democratico è illecito solo ciò che contrasta con una norma di legge e solo dopo che un giudice lo ha dichiarato tale».

26 marzo 2010

il profeta, noiosamente eroe del (t)errore

Appena ho visto Il profeta mi sono detto "carino"; poi però ho iniziato ad approfondirmelo nella capocciona, e mi sono reso conto che troppe cose non andavano.
Gli ingredienti prevedibili ci sono tutti: la galera è cosa cattiva, in galera ci sono carcerati cattivi, in galera fai cose che fuori non faresti mai, in galera i poliziotti se ne fregano della giustizia, in galera ci son più corrotti che in Italia (il che è tutto dire), in galera o soccombi o ti trasformi in cattivo. Qui addirittura il protagonista da coglione si trasforma in superspacciatore, sconfiggendo con scespiriana strategia (resa benissimo, questo va detto) il tipo che prima lo costringeva allo schiavismo umiliante.
Attenzione: come filmetto d'avventura è divertente, con poche sottotrame e un piglio decisamente "francese" (seppure impostato in un giustificare il crimine, che francamente è poco educativo); eppoi ha una fotografia veramente notevole... però non diamogli questo senso di capolavoro intellettualistico, perché proprio non ci sta.
Devo confessare che mi aspettavo dalla critica "giovane" non qualcosa di simile alla mia visione, ma almeno un ridimensionamento del bombardamento mediatico che ce lo aveva imposto come un capolavoro. E invece leggo cose tipo questa: Il profeta - senza dubbio il film migliore uscito in questi primi mesi del 2010, senza dubbio uno dei migliori film della stagione - fa compiere uno scarto al genere noir e rivisita il romanzo di formazione con acume sorprendente, ma non possiede quella chiarezza di stile necessaria a renderlo un capolavoro assoluto. A ben vedere, però, quello de Il profeta è il destino dei grandi film che fanno compiere slittamenti positivi al cinema ma non sono “rotondi” come frutti maturi. Il nastro bianco di Haneke, che ha scippato [!!!] nel 2009 la Palma d’Oro al film di Audiard (arrivato “secondo”, vincendo il Gran Premio della Giuria) è un lavoro meno coraggioso e più tornito.
Tipico esempio di critica all'italiana, insomma (con tanto di insulto mascherato da buone intenzioni propedeutiche), che peraltro prova a mettere sullo stesso piano un ritrattista eccezionale (Haneke) con un buon mestierante (Audiard). Non tenendo conto poi che la potenza di Haneke è sempre stata socratica, perché costringe appunto il lettore a "esistere" dentro la proiezione.
Nel Profeta, invece, lo spettatore "assiste", ogni tanto storce la bocca per qualche violenza buttata là, e poi torna a casa per mangiarsi un bel filetto innaffiato con dell'ottimo vino: tutto è già scomparso, svanito. Di "profetico" resta solo l'alba del giorno dopo, quando dobbiamo svegliarci presto per andare a lavorare e non sappiamo cosa dire a chi ci chiede "ti è piaciuto?".

11 febbraio 2010

Pronto Soccorso Santo Spirito denonsocché

Arrivati a una certa età i genitori cominciano a rompicchiarsi, a perdere qualche pezzo per strada, ad accumulare una serie infinita di pillole giuste che farebbero impallidire quelle sbagliate che prendeva Glenn Gould dal suo noto armadietto.
E mia madre non fugge da questa regola; anzi, la conferma.
Sabato scorso mi chiama perché sta male, molto male: vorrebbe andare al Pronto Soccorso. È già la terza volta che càpita nel giro di due anni. Addirittura la seconda volta io stavo sulla sedia a rotelle, strapreoccupato perché anche mia moglie (che vecchia non è e non sarà mai) si era sentita così male da finire al Pronto Soccorso... di Milano. E io, fermo, ad aspettare le buone notizie dal cellulare.
Insomma: finisco di radermi, e volo a casa di mia madre per sbatterla dentro il Pronto Soccorso dell'Ospedale di Santo Spirito. Per chi non è di Roma, è così vicino al Vaticano che ne condivide parte delle mura esterne. Quindi - e insomma - non sta nel bel mezzo del nulla delle stranote periferie pasoliniane dde' Roma.
Per entrare bisogna fare una manovra pericolosa anticipando il flusso di chi percorre quel tratto di lungotevere, perché la discesa del Pronto Soccorso non si vede se non all'ultimo momento.
All'ingresso nessuno mi aiuta. Io ho un ben visibile bastone medico per la gamba ancora convalescente, un permesso invalidi bell'evidente, mia madre che caracolla, e nessuno mi aiuta.
Riesco a farla sedere e corro alla ricerca di un parcheggio, che ovviamente trovo subito (c'ho cu*o a riguardo: è una dote innata).
Rientro nel Pronto Soccorso e non la trovo più. Provo a chiamarla, ma i cellulari là dentro a volte prendono a volte no (più no che sì). Chiedo alla tipa che accoglie i prontosoccorsandi e mi dice che forse c'è una signora dentro, sdraiata, che non sta bene, ma che ci stanno pensando i medici.
Da dentro mia madre prega un infermiere di avvertirmi, ma evidentemente dev'essersi perso nel breve tragitto di due metri tra il letto e la porta, visto che ancora oggi non l'ho visto.
Dopo un'ora chiedo al primo che passa cosa sta succedendo e mi becco un malleichiè, che meriterebbe una bastonata supperdovecisisiede.
Arrivano due sciattissimi poliziotti con un ladro ferito. Lo piantonano con noncuranza, come fosse un fiorellino: ha una faccia che sembrano due. Più giù c'è un ubriacone strafatto che hanno appiccicato su una sedia a rotelle: vorrebbe fare una chiamata, ma non ha neanche la forza per sbattere le ciglia, figuriamoci il resto.
Dopo due ore, fermo un altro tipo che mi chiede il nomecognome di mia madre, ripetendolo poi così forte che l'ha sentito pure il papa due isolati più in là. Bella privacy, eh? E già, che poco dopo due tizi ricevono la ferale notizia della morte per overdose di "nome e cognome", che l'hanno sentito pure sulla luna.
Dopo tre ore e mezza finalmente esce mia madre, appallottolata su un letto macero di tutto: c'è una strisciata di merda secca su una traversina rotta, sotto le ruote i rimasugli del vomito di chissàcchi, le coperte macilente che fanno schifo. L'unica infermiera gentile del posto, la trasporta con cura pochi metri più in là, in una stanza dove entrano ed escono tutti.
Nella stanza saranno in due. L'armadietto è sfondato. La finestra si apre ad ogni soffio di vento (gelido). Il caldo dentro però è afoso, perché nessuno riempie l'umidificatore. Le plafoniere sopra i letti buttano polvere in quantità industriale. I medici e gli infermieri entrano ed escono, fumando e schiamazzando a più non posso. L'ubriacone è riuscito a muoversi con la sedia fino a un metro dall'entrata di quella stanza ormai preziosa: si è pisciato sotto e comincia a fumare a due metri dall'ossigeno. Arriva una guardia e lo porta via.
Vado a rimediare dell'acqua e mi accorgo che dalla stanza accanto esce un lancinante sapore di diarrea: è il deposito dei panni sporchi, delle padelle svuotate e dei pappagalli da pulire. Meno male che vado spesso in ospedale e ci ho fatto il callo...
Il bagno ha lo scarico che suona la grancassa, ma almeno sembra pulito. Dico "sembra" perché ho visto come puliscono le stanze: con lo sguardo. E, infatti, le mura erano bianche; ora accarezzano tutto il catalogo pantone delle schifezze più recondite.
Due medici e due infermieri del reparto visitano mia madre. O meglio: un medico sta al telefono scherzando con l'interlocutore e con l'altro infermiere; l'altro visita mia madre buttando un'orecchio su quei due e commentando la telefonata con il secondo infermiere. Se ne riparla la prossima settimana, potrà uscire lunedì come sabato prossimo. Chissà... anamnesi?, terapia?, prognosi?, un'idea di massima? Silenzio.
Poi, per tutto sabato e tutta domenica mia madre non vedrà più nessuno. La prima delle sue tre compagne di stanza ha i crampi, ma l'infermiera le risponde nonsoccheffà.
La notte è una via vai di persone, di fumo di sigarette, di schiamazzi, di puzze e di odori. Ma di infermieri e medici neppure l'ombra. Finalmente il lunedì si fanno vivi in quattro, direttamente dalla strada, dalla colazione, dal bar, dal giornalaio... insomma, è un continuo disattendere le più banali regole di igiene civile.
Adesso le cose vanno meglio, molto meglio. Ma questo che ho raccontato è niente, è uno scherzo, una banale quotidianità che potete vedere in molti ospedali.
La domanda è: ma dichestiamoapparlà, eh? Dichestiamoapparlà?

23 gennaio 2010

forza Juve... quella del 1983

Una domenica di qualche lustro fa - il 6 marzo 1983 - ero incollato alla radio: la Roma e la Juventus si stavano scontrando per lo scudetto, e purtroppo lo avrebbe poi vinto la prima.
Ma quella partita ebbe esiti ben diversi, e sembrava il preludio per una straordinaria rimonta juventina. Fino a dieci minuti dalla fine, La Roma era in vantaggio per un gol segnato al 62' dal magistrale Falcão (un grande anche lui).
Raramente alla radio gli speaker si interrompevano tra loro per cose futili, al di fuori cioè di una segnatura, un rigore o un fatto veramente eclatante. E ogni volta che da Roma Ameri interrompeva Ciotti, mi ritrovavo il cuore in gola, pronto a subire l'onta di un vantaggio giallorosso o la gioa per un gol di quella grandissima Juve che purtroppo non esiste più.
All'83' Ameri interrompe Ciotti per... una punizione: Michel Platini sta per battere una delle sue punizioni. Capite? Stravolge una scaletta radiofonica solo per raccontare in diretta una punizione, i cui esiti non sarebbero stati per forza positivi.
Le Roi tira e segna, con un'eleganza e una precisione che ricordo ancora oggi. Pochi minuti dopo segnerà Brio (poi morso da un cane poliziotto a fine partita), grazie a una generosa punizione data a Gentile (il suo conseguente litigio con Conti minò la loro amicizia).
Vincemmo 2 a 1, e io scontai gli ennesimi insulti a scuola. Un romano juventino è quasi un vezzo, specie se - come me - vive a Testaccio, il cuore della Roma e di Roma.
Oggi c'è uno Juventus - Roma distante anni luce dalla bellezza di quegli anni. Questo calcio non mi diverte più, non mi piace, e lo seguo con distrazione solo per fare lo scemo cor macellaro o co' er librarolo.
A questa "classica" del calcio moderno vorrei dedicare questa antica intervista a Michel Platini: fu scritta il giorno che si ritirò dalle scene. Troppo presto per un campione, troppo tardi per un re.

21 dicembre 2009

Igor Man

Era l'aprile del 1993.
Secoli fa.
Lo studio radiofonico di Prima Pagina profumava di sudore, di polvere, di magnetico, di appel (o come diavolo si chiamavano), i telefoni erano ancora a ghiera; anche se rigorosamente docciati, la mattina presto puzzavamo comunque di "appena sveglio"; tra me e il tecnico radiofonico poi, ci passava sì e no un foglio di carta... le due telefoniste accovacciate accanto a un similbovindo per il termosifone.
E dall'altra parte del vetro, loro: i giornalisti.
Lui era perlomeno educato, se non apparentemente interessato a qualsiasi cosa (e dico "apparentemente" perché ho imparato a non fidarmi dei giornalisti), disponibile al dialogo e al confronto, e ci chiamava tutti "amici", ricordando il nostro nome già al primo colpo (conservo ancora il suo Diario arabo con dedica lunga e affettuosa). Certo, era molto vanitoso: quegli strani capelli tinti con due strisce bianche sulle tempie lo facevano sembrare un hidalgo.
Masticava palate di caramelle, costringendo il tecnico a fare salti mortali per dissimulare il rumore delle cartine; e quando glielo feci notare, le aprì tutte prima di andare in onda, solo che allora bisognava nascondere lo gnamgnam che si sentiva dal microfono. Dava del "lei" a tutti, indistintamente, con la rara capacità di farti sentire essenziale.
Grande amico di Woytila e di Arafat, raccontava con apparente disinvoltura gli aneddoti delle sue esperienze di guerra: almeno due volte si era trovato con un plotone di esecuzione pronto a farlo a pezzi. Certo, era meglio evitare argomenti spinosi come il Medio Oriente, perché le convinzioni si scontravano amabilmente.
Ricordo una volta che accusò alcuni carabinieri di un comportamento irriguardoso anche nei confronti dell'Arma, lui che ne aveva così tanto rispetto. Il giorno dopo, seguendo la canonica regola del diritto di replica nella stessa collocazione/durata, decisi di aprire la puntata con la vedova di un carabiniere che civilmente contestò il suo intervento. In diretta accettò la sfida, ma poi dopo si lamentò col mio capo per la scelta poco felice. Il mio capo, anziché difendere il principio giornalistico, mi diede contro imponendomi di chiedergli scusa. E così non feci, motivando la mia scelta con il rispetto per un principio che vale per tutti. Lui non disse nulla: ma quando si concluse la settimana della sua conduzione, mi salutò e ringraziò in diretta. Paradossalmente la mia durezza aveva imparato molto dalla sua civiltà. Alla fine la lezione l'avevo avuta io.
La morte di Igor Man, catanese di razza, giornalista di altri tempi, "amico" per quei lunghi indimenticabili sette giorni, è una perdita che diventa personale e privata per tutti quelli che amano il buon giornalismo e le buone persone, tale era la portata della sua folle vanità. Chissà cosa dirà Montanelli quando se lo troverà di fronte.
So long, Igor, so long.

11 dicembre 2009

lamiere
(una guida di Roma... forzata)

Diciamo che il tragitto che faccio per tornare a casa è più o meno questo.Tempo di percorrenza: venti minuti... più altri dieci per trovare parcheggio.
Ieri sono stato avvolto in una riunione fiume, e quindi sono partito tardi, verso le 18,15.
Percorro la solita strada con una certa agilità, ma quando arrivo all'altezza di via Petroselli davanti a me si prospetta l'inferno sceso in terra: decine e decine di auto appallottolate in pochissimi metri quadri. Un lungo serpente ininterrotto di fari, clacson e bestemmie.
Al che giro verso vicolo Jugario che passa per la nota taverna dove fu girata una sequenza del bellissimo C'eravamo tanto amati, e che quando cambia nome rasenta San Giorgio al Velabro (bellisima basilica, ahimé provata dall'attentato mafioso del 1993).
La stretta strada finisce a via di San Teodoro. Di nuovo l'inferno: s'intravede il serpentone immobilizzato di auto, bus, camionette della polizia. Intravedo un millimetrico spazio sulla mia destra, e ritorno indietro passando prima per via dei Cerchi, là dove i romani vanno a ritirare le schede elettorali, poi ripercorro brevemente via Petroselli, infine faccio una bella infrazione davanti ai vigili, girando a sinistra immettendomi prima dentro la brevissima via del Foro Olitorio e poi nel Lungotevere dei Pierleoni, poco prima del suggestivo Ghetto Ebraico.
All'altezza di questo semaforo, giro a sinistra, passo per il Ponte Garibaldi per immettermi dentro Piazza Sonnino... ma prima devo superare il semaforo. A sinistra è tutto bloccato, a destra le auto muggiscono: fortunatamente il vigile capisce che è meglio non intasare oltre e ci lascia passare col rosso.
La mia corsia è vuota, tutto viale Trastevere da questa parte è vuoto. Ma quei poveri disgraziati che vogliono andare verso il lungotevere sono bloccati.
Bloccati.
Confido nella fortuna e decido di conquistare Testaccio facendo l'ennesima infrazione. Qui non si può girare a sinistra. Ma io lo faccio: mi immetto in via Induno, dove prima s'incontra la Sala Troisi e poi il Nuovo Sacher di Moretti. Sbuco a Piazza di Porta Portese e davanti a me non c'è più il Ponte Sublicio, ma una tettoia infinita di lamiere e luci che - scoprirò poi - arriva fino a Piramide (due chilometri scarsi dopo!).
Conversione e u, riprendo via Induno per buttarmi dentro viale Trastevere, passando però qui, dove è vietato. Altra infrazione, mia cara Silvia (pago io, s'intende).
Arrivo fino alla Stazione Trastevere, dove si fanno sentire gli effetti delle code lungoteverine: dovrei girare a sinistra, ma tale è l'ammucchiata di lamiere che lo faccio d'imperio, passando per un breve tratto su una corsia preferenziale. Quando arrivo pochi metri più giù, però, io dovrei girare a sinistra... ma è impossibile: altre auto accavallate.
Passo sotto il ponte e rifaccio conversione a u, tagliando la strada a una media di persone che riempirebbe lo Stadio Olimpico. Diciamo che a mia madre e ai miei morti hanno fischiato molte orecchie. Davanti a me si prospetta una via Portuense intasata come non mai. Ma io che sono birichino m'infilo subito a destra, nella breve e stretta via Angelo Bellani, in fondo alla quale ritroverò il Tevere, all'altezza del ponte oltre il quale c'era il barcone usato da Ozpetek per Le Fate Ignoranti. Percorro l'altrettanto breve via degli Artigiani e arrivo fino al Ponte Testaccio: sono vicinissimo a casa! O meglio: sarei vicinissimo a casa. Arrivato a quest'altezza del Lungotevere Testaccio, dovrei solo girare a destra e sarei a casa. 25 metri!!!!!... percorsi in 20 minuti!
Appena arrivato a casa, ho saputo della sparata di Berlusconi...

Per la cronaca: questo è il giro finale che ho fatto.

25 novembre 2009

freddure da stanchezza

C'era un orologio fermo in salotto. Gli ho detto "si accomodi", e ha camminato.

Un poliziotto trova una caramella nel luogo di un delitto: è convinto che menta.

27 ottobre 2009

il giallo della morte di Stefano Cucchi



Lingresso dellOspedale Sandro Pertini

L'ingresso dell'Ospedale Sandro Pertini
«Lo Stato mi deve spiegare come è morto mio fratello. E come è potuto accadere che né io né i miei genitori siamo riusciti a vederlo per sei giorni. E soprattutto perché ci è stato impedito di sapere per quale motivo era stato portato in ospedale. Quando l´ho visto era irriconoscibile».

Ilaria Cucchi, 35 anni, è sconvolta dalla morte del fratello, Stefano 31 anni, avvenuta, sembra per arresto cardiaco, in circostanze non chiare all´ospedale Pertini dopo le manette la notte fra il 15 e il 16 ottobre per il possesso di 20 grammi di sostanze stupefacenti. Il funerale di Stefano c´è stato ieri nella chiesa di Santa Giulia in via Filerete a Torpignattara. Il giovane pesava 37 chili, 42 quando è stato arrestato.

Da giovedì 15 notte per i genitori è cominciato un incubo: hanno visto Stefano l´ultima volta in buona salute all´una, accompagnato a casa dalle forze dell´ordine per una perquisizione. I carabinieri che lo hanno arrestato lo hanno avuto in consegna poco tempo: «Lo abbiamo portato in caserma in una camera di sicurezza, alle 5 del mattino abbiamo chiamato il 118 perché stava male, ma non ha voluto essere curato, si è svegliato alle 9,20 e lo abbiamo accompagnato per il rito direttissimo e consegnato alla polizia penitenziaria».

continua qui

10 settembre 2009

déjeuner sur l'herbe

Scandalosi gnomi da giardino
Il giudice: "Copriteli"


{B}Scandalosi gnomi da giardino. Il giudice: "Copriteli"{/B}

Hanno allegramente animato il giardino di una signora inglese per ben quindici anni prima di venire censurati dalla polizia locale su richiesta di un vicino, evidentemente molto pudico. E' accaduto ai tre gnomi da giardino della signora Sandra Smith, una 64enne di West Midlands, che per anni hanno mostrato le loro nudità ai passanti ma che, in seguito alle lamentele dei vicini e all'ordinanza del giudice, sono stati coperti con delle magliette di cotone.

Foto dal sito Express and Star.



da Repubblica

20 agosto 2009

il monologo perfetto

Vaffanculo io?
Vacci tu e tutta questa merda di città e di chi ci abita!
In culo ai mendicanti che mi chiedono soldi e che mi ridono alle spalle.
In culo ai lavavetri che mi sporcano il vetro pulito della macchina.
In culo ai sikh e ai pachistani che vanno per le strade a palla con i loro taxi decrepiti, puzzano di curry da tutti i pori, mi mandano in paranoia le narici! Aspiranti terroristi... e rallentate, CAZZO!
In culo ai ragazzi di Chelsea con il torace depilato e i bicipiti pompati, che se lo succhiano a vicenda nei miei parchi e te lo sbattono in faccia sul gay channel!
In culo ai bottegai coreani con le loro piramidi di frutta troppo cara, con i loro fiori avvolti nella plastica, sono qui da 10 anni e non sanno ancora mettere due parole insieme.
In culo ai russi di Brighton Beach, mafiosi e violenti, seduti nei bar a sorseggiare il loro tè con una zolletta di zucchero tra i denti; rubano, imbrogliano e cospirano, tornate da dove CAZZO siete venuti!
In culo agli ebrei ortodossi che vanno su e giu per la 47 nei loro soprabiti imbiancati di forfora a vendere diamanti del Sudafrica dell'Apartheid.
In culo agli agenti di borsa di Wall Street che pensano di essere i padroni dell'universo; quei figli di puttana si sentono come Michael Douglas/Gordon Gekko e pensano a nuovi modi per derubare la povera gente che lavora! Sbattete dentro quegli stronzi della Enron a marcire per tutta la vita! E Bush e Cheney non sapevano niente di quel casino? Ma fatemi il CAZZO di piacere!
In culo ai portoricani, 20 in una macchina e fanno crescere le spese dell'assistenza sociale e non fatemi parlare di quei pipponi dei dominicani, a loro confronto i portoricani sono proprio dei fenomeni!
In culo agli italiani di Bensonhurst con i loro capelli impomatati, le loro tute di nylon, le loro medagliette di Sant'Antonio, che agitano la loro mazza da baseball firmata Jason Giambi sperando in un'audizione per i Soprano.
In culo alle signore dell'Upper-ESide, con i loro foulard di Hermes e i loro carciofi di Balducci da 50 dollari, con le loro faccie pompate di silicone, truccate, laccate e liftate, non riuscite ad ingannare nessuno VECCHIE BEFANE!
In culo ai negri di Harlem, non passano mai la palla, non vogliono giocare in difesa, fanno 5 passi per arrivare sotto canestro, poi si girano e danno la colpa al razzismo dei bianchi. La schiavitù è finita 137 anni fa! E muovete le chiappe!
In culo ai poliziotti corrotti che impalano i poveri cristi e li crivellano con 41 proiettili nascosti dietro il loro muro di omertà! Avete tradito la nostra fiducia!
In culo ai preti che mettono le mani nei pantaloni di bambini innocenti. In culo alla chiesa che li protegge non liberandoci dal MALE, visto che ci siamo ci metto anche Gesù Cristo: se l'è cavata con poco, un giorno sulla croce, un weekend all'inferno e poi gli alleluja degli angeli per il resto dell'eternità! Provi a passare 7 anni nel carcere di Otisville.
In culo a Osama Bin-Laden, a Al Qaeda e quei cavernicoli retogradi dei fondamentalisti di tutto il mondo. In nome delle migliaia di innocenti assassinati, gli auguro di passare il resto dell'eternità con le vostre 72 puttane ad arrostire a fuoco lento all'INFERNO! Stronzi cammellieri con l'asciugamano in testa, baciate le mie nobili palle irlandesi!
In culo a Jakob Elinsky lamentoso e scontento, in culo a Francis Slaughtery, il mio migliore amico che mi giudica con gli occhi incollati sulle chiappe della mia ragazza.
In culo a Naturelle Riviera, le ho dato la mia fiducia e mi ha pugnalato alla schiena. Mi ha venduto alla polizia! Maledetta Puttana!
In culo a mio padre, con il suo insanabile dolore, che beve acqua minerale dietro il banco del suo bar, vendendo whisky ai pompieri, inneggiando ai Bronx Bombers.
In culo a questa città e a chi ci abita, dalle casette a schiera di Astoria, agli attici di Park Avenue, dalle case popolari del Bronx ai loft di Soho, dai palazzoni di Alfabeth City alle case di pietra di Park Slow e a quelli a due piani di Staten Island. Che un terremoto la faccia crollare, che gli incendi la distruggano che bruci fino a diventare cenere e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi.
No, no... In culo a te, Montgomery Brogan, avevi tutto e l'hai buttato via, brutta testa di CAZZO!

03 agosto 2009

movida un par di scatole

Gi opinionisti che giustificano le movide, evidentemente non ne subiscono gli effetti. Oppure scrivono stronzate come questa di Fulco Pratesi, vecchia di due lustri ma sempre attuale per la sua arroganza:
"Mi permetto di suggerire un rimedio agli insonni tormentati dai decibel e dal ronfare: esistono in commercio (io li trovo al supermercato) delle bellissime confezioni di tappi per le orecchie, di morbidissima schiuma a due strati, uno rosa e uno giallo, da introdurre profondamente nel canale auditivo. Assicuro che con questi semplicissimi rimedi (altro che cerotti e pizzichi, gomitate e cambi di stanza, petizioni e proteste) si dorme benissimo e, incredibilmente, non si perdono i suoni utili come il campanello o la sveglia".
Dormire è un diritto, tutt'altro che facoltativo.

01 luglio 2009

heysel

Ieri RaiStoria riproponeva un ottimo documento sulla Strage dell'Heysel, quando cioè morirono tra gli spalti in una ressa infernale 39 persone prima della finale tra il Liverpool e la mia Juventus (che incidentalmente vinse con un rigore inesistente).
È una macchia dolorosa, difficile da cancellare, che personalmente mi allontanò brutalmente dal calcio. Ma soprattutto avrebbe dovuto insegnarci tante cose... dal Moggigate alle spese per Christiano Ronaldo, il mondo del calcio non mi sembra migliorato.
In studio c'era Marco Tardelli, noto anche per averci regalato l'urlo più famoso della storia (dopo quello di Munch... e forse dopo quello cinematografico di Donald Sutherland in Terrore Dallo Spazio Profondo).
Le immagini erano strazianti: dolore, caos, morte, polizia disorganizzata, dirigenti cinici e incompetenti, calciatori sconvolti ma incapaci di imporsi... forse fu giusto disputare la partita, ma che almeno poi fosse stato cosiderato vacante il trofeo.
Ma la scena che veramente segnò la fine di ogni parvenza di sportività e di umanità furono i festeggiamenti juventini a fine partita.
In studio Tardelli ha avuto la civile correttezza di chiedere scusa. La Dirigenza Juventina ancora no.