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09 aprile 2025

SUL VIDEO FAKE DI ALESSANDRO BARBERO / LUCA BOTTURA

Qualche giorno fa, il fine umorista Luca Bottura (non sono ironico) ha postato su Twitter/X un fake video di quattro minuti in cui lo storico Alessandro Barbero professa dichiarazioni verosimili, ma totalmente inventate. Solo alla fine dei quattro minuti viene chiarito l’inganno. Uno scherzo, insomma. Satira, insomma.

A questo, ha risposto sulla stessa piattaforma il direttore de Le Scienze, Marco Cattaneo, chiedendo prudenza: bastava avvisare in apertura di video e non in chiusura, oppure mantenere costante un avviso in sovrimpressione semitrasparente, visto che nessuno ha la pazienza di sorbirsi quattro minuti di video e quindi sapere che è un fake.

Dopo un cortese botta-e-risposta, Bottura ha scritto un pippone generico in cui si rifugia dietro tutti i suoi piùcchesacrosanti diritti, dimenticando però che esistono anche dei doveri, gli stessi che lui pretende dagli altri, quando agita il ditino da professorino casto e puro.

Appunto acido: direttamente, i due si sono trattati con le molle (sono colleghi e soprattutto ex vicini di stanza); quando, però, si sono rivolti al popolo, hanno usato ben altri toni.

Torniamo a noi. C’è un elemento che i due hanno dimenticato: quel video resta e resterà. Non basta allisciare i propri follower scrivendo che il “pubblico intelligente” capisce o ha capito l’operazione di Bottura o la replica di Cattaneo (a seconda delle fazioni); innanzitutto, perché anche il più intelligente a volte scrolla pigramente senza approfondire; ma, soprattutto, perché il video resterà online in quell’“eterno mentre” che è internet

In futuro, chi si imbatterà in quel video composto in quel modo, che sia tra un mese o tra trent’anni, non avrà gli strumenti, o il tempo, o la voglia, per capire che era un fake. Ma è così difficile da capire?

Quando entriamo in rete, dobbiamo sempre ricordarci che non esiste un prima o un dopo quello che poi faremo, ma solo quello che facciamo, avulso, indipendente, eterno, senza contorni o chiarimenti o approfondimenti o spiegazioni o contesti. Quella cosa fatta verrà compresa così com’è e rappresenterà quello che sembrerà in quel momento; una rappresentazione che il giorno dopo potrà essere opposta.

Aggiungo due corollari un po’ provincialotti: il primo, la calunnia è un venticello e quel video “sembra” qualcosa che non è, ma che basta a generare anche pettegolezzi e dicerie. Il secondo corollario, sono i commenti sotto i tre tweet coinvolti: la quantità di affermazioni benealtriste o lassiste o menefreghiste, fa paura. E, paradossalmente, dimostra l’assunto di partenza: questo modo di usare la tecnologia fa solo e solamente male

17 febbraio 2025

GIORNALISTA/INFLUENCER ovvero IL GIORNALISTA CHE SPIEGA SOLO SÉ STESSO

Il giornalismo (almeno quello italiano) sta virando verso un’impostazione di fondo che non riesco ancora ad accettare.

Personalista e personalizzato; alla sola ricerca del click in più; autoreferenziale; inchieste costruite sui propri preconcetti; video in cui si cerca la posa anziché la dialettica e il confronto; interviste/forum in esclusiva ai propri colleghi/amici in cui si parla solo di sé stessi e delle proprie interpretazioni della realtà; una costante impellenza a voler/dover dire tutto su tutto e sempre, ma senza misurarsi con il giusto, il gusto e l’opportunità; sintassi scolastica e dizione approssimativa; argomentazioni da bar dello sport; condanna a priori dell’utente critico; ritenersi al centro della notizia, anziché servitori dell’informazione; pensare che il solo viaggiare significhi essere più bravi di Oriana Fallaci; difendere i deboli, ma senza far parlare (o ascoltare) veramente questi deboli

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Quando scrissi queste poche parole in coda alla prima rassegna del 2025, senza fare un nome che fosse uno, un mio collega mi disse che in controluce intravedeva anche la figura di una giovanissima giornalista, in quel momento intoccabile perché intricata dentro una crisi geopolitica.

In effetti, la ragazza è un esempio di quel giornalismo social/ista che nulla ha a che vedere con la notizia, con gli approfondimenti, con la difesa della realtà di cui abbiamo veramente bisogno.

Con le sue pose e il suo parlare per frasi convenienti, infatti, rappresenta appieno il giornalista/influencer: parla sempre di sé; si documenta solo all’interno del suo pretendere di sapere già cosa sia la realtà; un mondo che racconterà dalla prospettiva di un ipotetico selfie, con la notizia o la storia sfocate sullo sfondo.

Non è immune da questo social/ismo anche un giovanissimo tiktoker, diventato famoso perché nei suoi video in pochi secondi bignamizza con parole chiare e superficiali i classici della Letteratura e della Storia. Il problema non è la sintesi, ma il modo acritico con cui ha edificato lentamente il suo personaggio: il ragazzo, infatti, si autointerpreta con pose anacronistiche, schermate da un’eloquenza apparentemente profonda, tanto da aver svegliato Repubblica dal suo torpore editoriale, visto che gli ha proposto una rubrichetta per quei giovani che mai leggeranno Repubblica.

È un sempre più diffuso modo plastificato di non/esistere che avevo intravisto addirittura durante un funerale di cui vi avevo parlato qui, e che adesso sto incontrando anche in un contesto “sacro” come il giornalismo scientifico (ne parlerò).

Paradossalmente, nel cercare di dargli sostanza mi aiuta la parola stessa, “influencer”: colui che influenza, come fosse un virus. Anzi, no: è peggio di un virus, perlomeno per come poi reagiamo noi. Il virus lo individui, lo studi; hai persino la dignitosa volontà di combatterlo, per arginarlo.

Questo virus, questa viralità, invece, è un modo di non/esistere accettato da tutti, anche da chi ancora ne è immune o vaccinato.

È come se il social/ismo avesse scovato e poi liberato una pulsione subdola del nostro ego, contro la quale siamo totalmente indifesi: apparire la propria apparenza; accettare quella degli altri ma solo se gli altri hanno accettato la nostra; pensare che la nostra bolla sia la realtà; escludere chiunque non vanti la sua Capalbio virtuale (follower, collab, eventi, like, meme, pose, politically correct…).

Questo non/esistere così informe ed elitario (un’élite non di classe, purtroppo), mi ricorda il bellissimo film grottesco Society (1989), di Brian Yuzna. Vi suggerisco di cercarlo: non parla dei social, ma di tutto il resto

13 febbraio 2025

PARTHENOPE, una stroncatura

Ci dev’essere un qualcosa in comune tra certi maschietti borghesi, che quasi all'improvviso li porta all’impellente necessità di rimestare nel torbido dei propri pensieri. Altrimenti, non si spiega come mai registi straordinari come Antonioni, Fellini, Kubrick, Godard, Bertolucci, ad un certo punto della loro vita abbiano proposto film inutilmente pruriginosi.

Eros (2004), La città delle donne (1980), Eyes Wide Shut (1999), Prénom Carmen (1983), The Dreamers (2003), hanno in comune un’inutile e insistita autopsia del corpo femminile come solo oggetto del desiderio, l’ostentazione di momenti sessuali tutt’altro che allusi, trame incongruenti e confusionarie, un approccio da guardoni che proprio non ti aspetti da questi monumenti dell’etica e della cultura. A questa tendenza non scritta si è accodato anche Sorrentino con il suo Parthenope (2024), il cui sottotitolo doveva essere La gLande bellezza

Ora, io non appartengo alla categoria dei bacchettoni, né tantomeno mischio gusto personale e oggettività artistica: è che qui siamo di fronte a un film brutto, sia tecnicamente che esteticamente.

A me frega nulla della carne esposta, anche quando non ha scopo narrativo. Contesto, questo sì, l’indugiare pruriginoso e voyeuristico su una scopata pubblica tra adolescenti terrorizzati, su una giovane che si fa masturbare da un vecchio e laido sacerdote, sul vedi-non-vedi di un vestiario inutilmente microscopico, sulle scene saffiche riprese a una distanza da sincrotone: così come sono proposte e indugianti, diventano scelte zozze, gratuite, maschiliste e totalmente prive di scopo narrativo. Che ci siano o no, nulla cambia nell’insieme della trama.

E mi meraviglia che le femministe nostrane non si siano scagliate contro questo accrocco di tette, scopate e sguardi sporcaccioni, che ci buttano indietro di venti anni, riportando la donna a oggetto, a strumento amimico e remissivo di piaceri pseudobestiali.

Andando sul tecnico, invece, le riprese esterne sono un disastro, il montaggio pessimo, l’audio impresentabile, la sceneggiatura un colabrodo.

Vado nel dettaglio. Le luci degli esterni sembrano sistemate a coda di cane: altrimenti non si spiegano i cieli diurni sempre appannati, che oltretutto banalizzano i primi piani. Le riprese notturne, invece, perdono spesso la profondità di campo.

Montaggio: campi e controcampi senza nesso, inserti spesso inutili e controproducenti, ritmo inesistente.

Audio: tanto vale mettere i sottotitoli. A parte Silvio Orlando e Luisa Ranieri, il resto degli attori si mastica le parole. Il canale del commento musicale, poi, sovrasta tutto il resto.

La sceneggiatura è qualcosa che non capisco proprio. Bisogna concentrarsi parecchio per intuire i cambi di scena o il senso di certi frammenti narrativi buttati là. I dialoghi sono a metà tra Ciquito e Paquito e i Baci Perugina, con un flusso a corrente alternata di massime e di sentenze: lo spettatore si sente come Alberto Sordi e Anna Longhi in quel piccolo capolavoro che fu Le vacanze intelligenti (1978). L’unico monologo da salvare è quello di Luisa Ranieri. L’unica scena preziosa è l’abbraccio con Silvio Orlando.

Più in generale, a me sembra che Sorrentino abbia scientemente destrutturato i topos delle sue origini (Napoli, San Gennaro, la Camorra) come anche un certo modo di intendere la personalità di un regista (l’antropologia, il fanciullino curioso ma limitato dalle circostanze) per esprimere il suo disagio di fronte ai sessant’anni che incombono. E, guarda caso, lo fa attraverso una bellezza da smontare e non con un edonismo maschile immaginario (visto che non è propriamente bello); sono tutte speculazioni che lascio a chi si diverte a fare critica criptica.

Quello che trovo allucinante è che la critica abbia deciso che il film deve piacere. Un film pretenzioso e maschilista che è costato 33 milioni di euro e ne ha intascati solo 9

11 dicembre 2024

IL CASO CAFFO, OVVERO "IL PRONTO SOCCORSO DELLE CONVENTICOLE"

Quanto scritto in calce è apparso a chiusura di un recente numero della mia rassegna stampa prima della sentenza contro Leonardo Caffo, il "filosofo" accusato dalla sua ex compagna di maltrattamenti. Non cambierei una virgola, anzi: la boria con cui l'imputato ha reagito alla sentenza dimostra quanto lavoro ci sia ancora da fare, non solo tra noi maschietti, ma dentro le Conventicole, sempre più lontane dalla realtà, sempre più arroganti e (per esperienza diretta) poco educate.

A questa premessa aggiungo le fresche dichiarazioni della ex compagna del "filosofo" (successive quindi alla sentenza), mai consultata prima da nessun garantista, con la scusa che si doveva rispettarne l'anonimato, anche perché il dramma coinvolge anche la loro figlioletta. Una scusa infantile facilmente risolvibile, ulteriore prova di un'ipocrisia imbarazzante che si aggiunge alle altre ipocrisie di questa generazione di "intellettuali", che fa veramente male alla cultura, non solo italiana.

«Questa sentenza conferma una verità che per quasi due anni ho cercato di far emergere, affrontando innumerevoli difficoltà, sia sul piano personale e legale che mediatico. Queste difficoltà non sono un caso isolato, chiunque denuncia una situazione simile si scontra con un sistema che troppo spesso manca di strumenti adeguati per supportare le vittime.
Le vittime di violenza continuano a pagare il prezzo di una profonda carenza nell’educazione sentimentale e di una cultura ancora permeata di pregiudizi. È fondamentale che questa vicenda serva da spunto per riflettere su
quanto ci sia ancora da fare per prevenire e contrastare realmente le violenze»

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La scelta di Chiara Valerio di invitare Leonardo Caffo a partecipare all’imminente edizione di Più Libri Più Liberi dedicata alla memoria di tutte le Giulia Cecchettin, appartiene a quella mentalità tipica della “sinistra ZTL” di esprimersi soprattutto con provocazioni, troncando sul nascere ogni possibile obiezione, perché, in questo caso, surrettiziamente contraria al garantismo tout court.

Che poi il “filosofo” Caffo abbia rinunciato dopo la messe cospicua di polemiche, conta poco. Il danno ormai fatto non scaturisce dalla scelta della sua figura, rinchiusa dentro una denuncia atroce. Il danno nasce dalla mentalità che scatena situazioni simili: un modo supponente di imporre una propria versione della coerenza, una “mentalità pappappero” che detiene l’unica verità sulla libertà di pensiero.

Ma l’elemento che innervosirebbe persino Giobbe è la protervia: se fai notare che scelte del genere sono infantili e intellettualmente scorrette, vieni schifato con sguardo triglioso e poi magari redarguito col ditino dai componenti il “soccorso conventicole”: armati di media pervasivi, si dimostrano ancor più lontani dalla realtà (vedi Zoro e Linkiesta).

Se poi evidenzi che anche sul piano della mera comunicazione, certe scelte bimbesche sono facilmente strumentalizzabili, ecco che urlano che a loro della comunicazione interessa nulla: le regole della comunicazione, si sa, sono un portato del marketing e quindi del capitalismo e quindi degli americani cattivi cattivi.

Naturale, quindi, che venga spontaneo riferirmi anche a Michela Murgia, per una sua dichiarazione del 2021 che dimostra quanto sto scrivendo. Ricordo quanto fosse fiera di pensarla come Hamas, fregandosene delle conseguenze di un’apologia così ignobile, soprattutto tra chi non sa fare esercizio di critica. Tant’è che l’antisemitismo italico tutt’altro che dissimulato si è fatto scudo anche di queste sue farneticazioni. Addirittura, nessun movimento femminista si è speso pubblicamente per le ragazze uccise e rapite e stuprate il 7 ottobre 2023.

Bisogna sempre tenere a mente che questa generazione di fini pensatori concepì anche iMille, un laboratorio per una nuova sinistra che emanò il renzismo prima di Renzi stesso. Anche qui, alcuni componenti perseguirono la “mentalità pappappero” quando scelsero che titolo dare al primo convegno (2008): “Uccidere il padre”. Al di là della sciagurata scelta lessicale, sottolineo che tra i solerti partecipanti ci fu anche il figlio di un condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio di un padre (nonché servitore dello Stato): un minimo di prudente sensibilità sarebbe stata più che doverosa.

Sono esempi sparsi di un’attitudine ben precisa, trasmessa scientemente da una generazione all’altra. Attitudine che mai in questi decenni è cambiata, perlomeno nella sostanza.

A destra non sono così. Non hanno bisogno del pensiero per agire: agiscono, e basta. Visti i risultati delle elezioni di mezzo mondo, piacciono a molti

19 ottobre 2024

intorno a GIULI

Quindici giorni fa, il discorso dell’appena insediato Ministro Alessandro Giuli (qui il video - qui la trascrizione) ha generato meme e battute molto divertenti, ma ha anche prestato il fianco ad almeno due considerazioni.

La prima, piccina ma necessaria: fosse stato “uno dei nostri” a esporlo, avremmo gridato al ritorno della profondità in un Ministero così importante, soprattutto per il nostro Paese, così denso di testimonianze culturali di ogni tempo.

La seconda, meno piccina ma altrettanto necessaria: a che punto siamo arrivati se un discorso complesso sia diventato motivo di diffusa ilarità, anziché di plauso per il ritorno alla profondità (sebbene esposta in modo timido, rancoroso e apparentemente non testato)?

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Forse perché l’uomo di cultura non sa comunicare? Oppure non vuole saper comunicare? E quindi, forse anche grazie al social-ismo, sarà sempre più improbabile trovare un uditorio accogliente?

Trentacinque anni fa, entrai in polemica col Professor Guido Aristarco, proprio perché trovavo la sua invidiabile eloquenza troppo complessa e incoerente col suo dichiarato intento di voler arrivare al popolo. Lui rispose, sintetizzo malamente, che è il popolo che si deve elevare e non l’uomo di cultura abbassare. Che, in parte, è anche giusto; altrimenti, si rasenta la banalità.

È un problema antico come è antica l’essenza della sinistra, che di fatto ha generato almeno un equivoco: quel parlo male per darmi un tono, che Nanni Moretti aveva stranamente ben sintetizzato in una scena ormai icastica. E questo darmi un tono, sempre sintetizzando malamente, ha allontanato la gggente dalla cultura, perché è facile per le persone semplici confondere la cultura con chi la racconta o la rappresenta - generando, peraltro, quella facile dialettica di destra che osteggia e fa osteggiare il colto perché il suo stesso status umilia la gggente.

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Oppure sarà sempre così, perché alla gggente interessa poco la cultura.

Quando si dice che le “televisioni di Berlusconi” hanno reso stupidi gli italiani, ci si dimentica di aggiungere che evidentemente era fallito il “nostro” modo di avvicinare le persone alla profondità.

La famiglia Angela ci ha insegnato che si può avvicinare la gggente alle cose belle, presentandole con leggerezza e semplicità; ma è stata un’eccezione, visto che negli uomini di cultura prevaleva il modus vivendi di Aristarco.

Adesso, poi, il social-ismo e l’engagement comportano la sussistenza di bolle artefatte che ci fanno credere di essere all’altezza delle nostre aspettative. E appena arriva un corpo estraneo, come il discorso di Giuli, lo allontaniamo o lo banalizziamo con la derisione.

E paradossalmente, anche le persone di cultura, alimentandosi sempre più solo di sé stesse, perdendo di vista ogni possibile confronto, si stanno sempre più allontanando dalla gggente, perché non dà più senso alla loro preparazione (mediocre, peraltro, rispetto a quelle dei grandi del passato, da Pasolini in su).

Se devi comunicare il bello devi sacrificare il tuo ego; e in questo social-ismo così gratificante, non solo non conviene ma fa paura.

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È un discorso che meriterebbe più argomentazioni, è evidente.

In tutto questo, lungi da me “difendere” Giuli (per quanto trovi patetico presentare il mio curriculum politico per dare valore alle mie parole): alla fine, tra tutti i commenti che ho trovato sensati, spiccano quelli di Daniele Capra (qui) e di Stefano Monti (qui)

05 gennaio 2021

quando Scalfari sbaglia una data

Pochi giorni fa, in un'intervista celebrativa per i 45 anni di Repubblica, Scalfari è incappato in un errore storico da penna blu, affermando che Berlinguer sarebbe morto prima di Moro (potete leggerlo qui a sinistra).
Secondo, poi, alcuni esperti, l'altro errore (più veniale, ma storicamente meno noto) è stato il dimenticarsi che a quei tempi proprio Repubblica pubblicò articoli di fuoco contro il leader DC, accusandolo senza mezzi termini addirittura di corruzione; quindi ben lontana dai toni aulici espressi invece da Scalfari nell'intervista.
Ho avvisato prima la redazione, poi l'ho riportato su Twitter, citando sia Maurizio Molinari che l'account ufficiale di Repubblica (entrambi non hanno risposto), aggiungendo come ospite il noto Pazzo Per Repubblica, anche se non amo certi suoi toni sbrigativi (magari mi sbaglio io, ma preferisco approcci più garbati). Si è scatenata una messe di commenti e di retweet, ma anche di tweet con citazione.
Ebbene, da una parte mi sono sentito in colpa per come sia stato trattato il fondatore di Repubblica (apprensione inutile in questo caso, lo so); dall'altra ho constatato con mano (ancora una volta, per carità) quanto un certo pubblico di Twitter, ahimé numeroso, sia troppo aggressivo e inutilmente maleducato.
Non dico che bisogna essere silenti di fronte alle uscite 
di Scalfari, ormai sin troppo frequenti (ricordo che avrebbe intervistato più volte Papa Francesco, quando invece la Santa Sede ha negato almeno due volte), ma almeno tenere conto che se una persona sbaglia così di brutto vuol dire che c'è qualcosa che non va: si chiama vecchiaia.
E tu puoi essere il Male sceso in Terra, ma io "giovane" ho il dovere di lasciarti andare senza che tu ti faccia del male più di quanto non te lo stia facendo la Vita. E parlo con cognizione di causa, credetemi.
Ma mettiamo caso io stia sbagliando a essere compassionevole, questa storia tira fuori molti dubbi, meno personali e credo più concreti:
- ma Molinari dove stava? Se era distratto, vuol dire che l'intervista era proprio di forma e lui pensava ad altro; ma se non era distratto, cosa gli costava far presente questo e altri sfondoni? E tralascio certe malignità che ho letto in rete, dove qualche beota ha affermato che l'avrebbe fatto apposta, oppure che sia ignorante di suo: Molinari non mi piace, ma non ce lo vedo proprio né a usare questi mezzucci né a steccare una simile data
- dove stava la persona che ha trascritto l'intervista? Distratta pure lei, oppure sciatta, oppure incompetente? Non lo accetto da Repubblica, né quella della mia generazione (sicuramente esemplare sotto molti aspetti) né quella attuale (impresentabile nei contenuti che nella sintassi)
- come mai l'errore è stato corretto solo online e non sul pdf?
- come mai la rettifica cartacea del giorno dopo è stata pubblicata nelle pagine culturali anziché in quella dei commenti, come usa fare?
- come funzionano le verifiche a Repubblica?
- come funziona il customer care di Repubblica? Almeno un tweet di scuse, magari paraculo ma almeno che sappia mantenere quel "patto col lettore" che Repubblica ha perso da anni
Io non sopporto Luca Sofri, è noto, ma ha ragione quando denuncia come questo tipo di esempi così lampanti e incontrovertibili mettano in pessima luce tutto il giornalismo di Repubblica.
Per carità, sul suo ilPost racconta l'omicidio Calabresi in maniera "originale" - e in altri contesti confonde mele e pere; ma quando leggo alcune rubriche del suo giornale so che ho di fronte due elementi nodali: verifica a monte e capacità di mettersi in discussione.
Voglio dire che dopo questo tipo di errori, come lettore, ma anche se fossi un detrattore, mi fa gioco facile rivedere da una prospettiva negativa l'intera messe di informazioni che il quotidiano mi ha proposto negli ultimi tot mesi. Viene spontaneo, no?
Del resto, la Storia lo insegna: ci si ricorda solo delle ultime cose che hai fatto, soprattutto di quelle negative. E questo inesorabile declino verso la banalità e l'approssimazione, Repubblica non lo merita; ma non lo meritiamo soprattutto noi lettori.

25 maggio 2020

mascherine e buoi dei paesi tuoi

Pochi giorni fa, di fronte all'evidente violazione delle più banali regole di prevenzione da parte di una minoranza numerosa di giovani che partecipavano alla cosiddetta "movida", Paola Concia si è scagliata contro l'indignazione diffusa, twittando "Ma invece di tutto sto lamento sulla #movida, perché non si cerca di fare qualcosa di intelligente, parlare co sti ragazzi e ragazze, spiegare, ragionare con loro sul da farsi, perché? Perché mai qualcosa di costruttivo? Sempre sto lamento, sta lagna, perché? E su!!! #Fase2".
Sotto il sapido e ficcante video del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, spicca tra i commenti quello di Frankie Hi-Nrg: "Siete dei terroristi. E per terrorizzare meglio decidete di violare anche le regole che imponete, perché vi sentite migliori degli altri. Vergogna", aggiungendo in un commento successivo "a molti piace terrorizzare invece di spiegare, educare e mostrare esempi positivi". 
Due atteggiamenti irresponsabili e contraddittori che rappresentano nitidamente quanto twitto da anni: la lunga ombra del '68 ha fatto molti più danni di quanto immaginiamo.
Innanzitutto, sono tre mesi che viene spiegato come comportarsi! Cosa bisognava aggiungere? L'analisi compulsata dell'Ulisse di Joyce? La traduzione a fronte dell'Anabasi di Senofonte? Così, giusto per capire...
Poi: perché in Italia ogni minimo richiamo al dovere e al rispetto delle regole, dev'essere dibattuto fino allo stremo, come se fossimo in un eterno salotto lontano dalla realtà? 
Quindi: forse il noto rapper si è dimenticato del buon uso delle parole, additando a Zaia un suo essere "terrorista" nel richiamare al rispetto delle regole; dico, è un'accusa pesante e infantile. E subito dopo gli chiede "esempi positivi", quando nel video c'è chiaramente l'esempio di un infermiere che lotta per tenere in vita un paziente.
E faccio finta di non sottolineare quell'educare, visto che ogni volta che lo Stato prova a "educare", proprio quelli come Frankie si arroccherebbero sulla prima barricata qualunquista, rifiutando un simile approccio. Tanto bravo come cantante, ma sorprendentemente avvilente come polemista.
Il dibattito che è seguito, infine, ha raggiunto vette di stupidità diffusa e condivisa. 
C'è chi l'ha messa sul presunto conflitto "giovani contro vecchi", togliendo l'attenzione da un obbligo etico e necessario (la sicurezza), il cui rispetto risentirebbe invece del solo approccio generazionale.
Peggio, c'è chi ha detto che è in corso un'improbabile "lotta alla movida", come se la movida fosse causa di tutti i mali, mentre invece è l'approccio ad essa - in questo momento così delicato - che potrebbe causare serie conseguenze.
Non è mancato, ovviamente, il vecchio e abusato "sì, ma..." all'italiana, con alcune variazioni sul tema. È giusto e sacrosanto pretendere il rispetto delle regole... ma il Governo non è chiaro con Immuni... ma i media non informano bene... ma la gente non ne può più... ma i bambini hanno paura delle maschere... ma siamo diventati più fragili... ma la gente è stanca di fare le file... potrei scrivere per ore. Ma la domanda sarà sempre la stessa: che ca@@o c'entra! Sono cose diverse: è il solito mettere insieme le mele con le pere.
Mascherine obbligatorie e distanza di sicurezza vanno rispettate. Punto. Niente dei "sì, ma..." sopra elencati (alcuni sacrosanti) può impedire di praticarli.
La vera questione è altra: se vogliamo che muoiano altre persone, se vogliamo affondare una Sanità già allo stremo, se vogliamo ridere in faccia ai parenti delle vittime o ai sanitari che si sono prodigati per salvare vite umane, continuiamo a fregarcene delle regole. Ma assumiamocene la responsabilità, senza twittare la robaccia che ho letto in questi giorni.
Il resto, sono solo chiacchiere.

28 marzo 2020

Coronavirus, stiamo zitti

E siamo arrivati a 10.000 morti.
Provate a contarli uno per uno.
Lentamente.
È una cifra impressionante.
Per carità, ogni anno in Italia muoiono quasi 600.000 persone; in tutto il mondo oltre 55 milioni. 
Ma questo bollettino ha un sapore diverso, inutile negarlo.
Eppure, di fronte alla mia finestra, un ragazzetto sta sparando a palla "basta un poco di zucchero e la pillola va giù" e altre amenità simili.
Mi sforzo di capire come possa sussistere un simile abisso di insensibilità, ma proprio non trovo una risposta. 

Che poi, sicuramente è tra quelli che si disperano di fronte ai bambini che muoiono nel fango di Serra Pelada, o a quelli africani che schiantano sotto il peso della fame, o alle piccole bambine brasiliane costrette a prostituirsi nelle Favelas di Rio.
Magari è persino vegetariano o lavora nel sociale o comunque fa gesti altruistici "facili" come donare soldi... insomma, lo standard previsto dal contratto di chi si ammanta di essere di sinistra meglio di chiunque altro.
Ma poi, esattamente quando la Protezione Civile recita il rosario dei morti del giorno, si affaccia con la sua barbetta incolta d'ordinanza e spara canzonette allegrotte, per sfidare la noia della quarantena.
La domanda è: che differenza c'è tra quelle morti figlie del modello occidentale (anche suo, poche chiacchiere) e le morti di quelli soffocati dal Covid-19 nei nostri ospedali?
Perché le morti lontane sono per lui così dolorose, e quelle italiane, invece, lo trasformano in una bestia senza cuore?
Può essere che quelle siano morti astratte, lontane, che prevedono un impegno di forma e non di sostanza, mentre queste che coinvolgono i vicini di casa prevedono lo sforzo dell'empatia, della partecipazione, del sacrificare veramente se stessi?
Non lo so, magari sbaglio, forse perché sono un borghesuccio viziato e col tempo pieno di interessi da coltivare. 
Ma io trovo indecente che un incommensurabile egoista e presuntuoso spari musica a palla mentre la Protezione Civile elenca il suo quotidiano rosario di morti.
Siamo arrivati a 10.000 morti. 
Meritano rispetto. 
Meritano silenzio.

04 febbraio 2020

EMIL ZÁTOPEK, verso l'infinito e oltre

Ci sono figure che nascono leggendarie e diventano mito... poi c'è Emil Zátopek, la locomotiva umana.
Nato durante un'era che a solo ricordarla sembra preistoria, questo incredibile mezzofondista e maratoneta ha incarnato l'idea vera e nobile dello sportivo, del sacrificio, del carattere, della capacità di sfidare se stessi senza mai indugiare nella supponenza o nella presunzione.
Amato dal pubblico, osannato dalla critica e rispettato dagli avversari, è stato tra i primi atleti ad intuire l'importanza della preparazione, del rispetto del proprio corpo, del curare puntigliosamente la strategia durante la gara.
Ha vinto tutto quello che era possibile vincere, raggiungendo la perfezione nelle Olimpiadi del 1952, dove vinse 5000, 10000 e maratona.
Comunista d'istinto, appoggiò con dolce fierezza il Manifesto delle Duemila Parole di Alexander Dubček, perché convinto che la socialdemocrazia fosse l'unica risposta per migliorare la sua amata Cecoslovacchia. Come tutti i firmatari, fu diffamato, spogliato dei suoi meriti e della sua divisa, e quindi isolato dentro una vita oscura.
Per fortuna il Fato gli ha restituito i meriti e le medaglie che l'ottusità di Mosca e dei suoi lacchè gli avevano strappato.
Questo meraviglioso libro racconta la sua vita, con una dovizia di particolari mai pettegola o peggio agiografica: invece, è un libro che non sfigurerebbe affatto accanto a Open, superandolo in credibilità e nel suo essere così avvincente. E già, nonostante io sapessi già come "andava a finire", mi sono spesso sorpreso a sperare che le cose andassero in maniera diversa, che ci fosse un colpo di scena insomma.
A latere: commovente e dolcissima la storia d'amore con Dana, anch'essa atleta di peso.
Se volete assaporare lo spirito sportivo, la sua essenza e la sua forza, questo è il libro che fa per voi.

19 febbraio 2018

hanno attaccato tre manifesti sul post del treno di Eastwood chiamandolo col mio nome

SPOILER OVUNQUE, siete avvertiti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri dovrebbe essere un film grottesco, o almeno sembra aspirare a tanto. Però: se non lo è, la trama fa acqua da tutte le parti; se lo è, la trama fa acqua da tutte le parti.
Io credo che se hai deciso di girare un film grottesco devi per forza abusare della realtà, dandole però un senso... grottesco, appunto.
Frankenstein Junior, per dire, ha sequenze impossibili ma coerenti e sensate: ogni cosa torna al suo non-posto senza mietere dubbi nel cervello dello spettatore (cervello ab-normal, come si conviene...).
Hollywood Party è inverosimile, ma le scene impossibili del party hanno un inizio, un arco narrativo e una fine; hanno, cioè, una direzione.
In questi Tre manifesti, invece, un poliziotto butta dalla finestra un disgraziato, ma non viene arrestato né processato. La protagonista tira molotov contro un distretto di polizia, ma le indagini si riducono a una chiacchierata condominiale.
Ma soprattutto: il presunto sospetto dello stupro entra ed esce dal negozio della protagonista... senza alcun nesso narrativo.
Più in generale, la sceneggiatura è sfilacciata, si perde in almeno tre finali diversi, non crea alcuna empatia tra protagonista e spettatore, si perde in alcune sequenze prevedibili quanto lente.

Il Post è un bel film già scritto: doveva essere girato come l'ha girato Spielberg, doveva essere interpretato da due monumenti quali la Streep e Hanks. 
C'è un elemento nodale che forse è sfuggito ai critici: in questo film non si parla solo della libertà di stampa; si parla anche del coraggio dei politici, di qualunque fazione. 
Quando, cioè, un ideale assoluto viene messo in crisi o addirittura minacciato, non importa a quale partito appartieni: devi schierarti in difesa del principio, costi quello che costi.

Ore 15:17 - Attacco al treno è un bel film, non il migliore di Eastwood, ma è asciutto, nitido, pulito e senza autocelebrazioni. 

C'è un netto ed evidente contrasto tra la tecnica di ripresa che prepara all'evento drammatico e quelle che lo raccontano con misurata quanto rapida dovizia di particolari. Ed è una bella scelta: nonostante sappiamo come va a finire, ci raggomitoliamo sulla sedia in attesa della vittoria dei buoni.
Colpisce il fatto che i tre protagonisti siano quelli veri, anche per un motivo tutt'altro che banale: a volte, non c'è bisogno delle accademie per interpretare un dramma.
Certo, non vedremo mai più (?) i tre eroi recitare altri ruoli, però c'è un dubbio che mi attanaglia: fosse stata una produzione italiana, lo avremmo elogiato parlando di neo-neo-neorealismo? 

Chiamami col tuo nome è, invece, un film brutto e noioso, senza speranza alcuna: dopo un'ora volevo già andar via dalla sala.

Ed è anche un film presuntuoso, perché parte dal presupposto che parlare dei sentimenti in quel modo consenta automaticamente la loro strumentale banalizzazione.
Purtroppo è un film che deve piacere, perché il timore borghese suggerisce che certe tematiche non possano essere criticate. 
Come nella Stanza del figlio di Moretti o nella Grande bellezza di Sorrentino, non ci si appassiona, non si entra in empatia con i personaggi: si vivono i momenti drammatici solo riferendoli a noi stessi e alle nostre esperienze. Ebbene, io credo che quando costringi uno spettatore a sopperire alla tua sceneggiatura, vuol dire che sai solo mostrare senza saper raccontare. Hai fallito nel tuo scopo, insomma.
E spero vivamente che abbiano sbagliato la lente del proiettore della sala. Raramente ho visto inquadrature così pervicacemente sbagliate: più volte mi sono sorpreso a spostare la testa in alto sopra lo schermo, alla ricerca di un frammento di spazio altrimenti soffocato.