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25 maggio 2020

mascherine e buoi dei paesi tuoi

Pochi giorni fa, di fronte all'evidente violazione delle più banali regole di prevenzione da parte di una minoranza numerosa di giovani che partecipavano alla cosiddetta "movida", Paola Concia si è scagliata contro l'indignazione diffusa, twittando "Ma invece di tutto sto lamento sulla #movida, perché non si cerca di fare qualcosa di intelligente, parlare co sti ragazzi e ragazze, spiegare, ragionare con loro sul da farsi, perché? Perché mai qualcosa di costruttivo? Sempre sto lamento, sta lagna, perché? E su!!! #Fase2".
Sotto il sapido e ficcante video del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, spicca tra i commenti quello di Frankie Hi-Nrg: "Siete dei terroristi. E per terrorizzare meglio decidete di violare anche le regole che imponete, perché vi sentite migliori degli altri. Vergogna", aggiungendo in un commento successivo "a molti piace terrorizzare invece di spiegare, educare e mostrare esempi positivi". 
Due atteggiamenti irresponsabili e contraddittori che rappresentano nitidamente quanto twitto da anni: la lunga ombra del '68 ha fatto molti più danni di quanto immaginiamo.
Innanzitutto, sono tre mesi che viene spiegato come comportarsi! Cosa bisognava aggiungere? L'analisi compulsata dell'Ulisse di Joyce? La traduzione a fronte dell'Anabasi di Senofonte? Così, giusto per capire...
Poi: perché in Italia ogni minimo richiamo al dovere e al rispetto delle regole, dev'essere dibattuto fino allo stremo, come se fossimo in un eterno salotto lontano dalla realtà? 
Quindi: forse il noto rapper si è dimenticato del buon uso delle parole, additando a Zaia un suo essere "terrorista" nel richiamare al rispetto delle regole; dico, è un'accusa pesante e infantile. E subito dopo gli chiede "esempi positivi", quando nel video c'è chiaramente l'esempio di un infermiere che lotta per tenere in vita un paziente.
E faccio finta di non sottolineare quell'educare, visto che ogni volta che lo Stato prova a "educare", proprio quelli come Frankie si arroccherebbero sulla prima barricata qualunquista, rifiutando un simile approccio. Tanto bravo come cantante, ma sorprendentemente avvilente come polemista.
Il dibattito che è seguito, infine, ha raggiunto vette di stupidità diffusa e condivisa. 
C'è chi l'ha messa sul presunto conflitto "giovani contro vecchi", togliendo l'attenzione da un obbligo etico e necessario (la sicurezza), il cui rispetto risentirebbe invece del solo approccio generazionale.
Peggio, c'è chi ha detto che è in corso un'improbabile "lotta alla movida", come se la movida fosse causa di tutti i mali, mentre invece è l'approccio ad essa - in questo momento così delicato - che potrebbe causare serie conseguenze.
Non è mancato, ovviamente, il vecchio e abusato "sì, ma..." all'italiana, con alcune variazioni sul tema. È giusto e sacrosanto pretendere il rispetto delle regole... ma il Governo non è chiaro con Immuni... ma i media non informano bene... ma la gente non ne può più... ma i bambini hanno paura delle maschere... ma siamo diventati più fragili... ma la gente è stanca di fare le file... potrei scrivere per ore. Ma la domanda sarà sempre la stessa: che ca@@o c'entra! Sono cose diverse: è il solito mettere insieme le mele con le pere.
Mascherine obbligatorie e distanza di sicurezza vanno rispettate. Punto. Niente dei "sì, ma..." sopra elencati (alcuni sacrosanti) può impedire di praticarli.
La vera questione è altra: se vogliamo che muoiano altre persone, se vogliamo affondare una Sanità già allo stremo, se vogliamo ridere in faccia ai parenti delle vittime o ai sanitari che si sono prodigati per salvare vite umane, continuiamo a fregarcene delle regole. Ma assumiamocene la responsabilità, senza twittare la robaccia che ho letto in questi giorni.
Il resto, sono solo chiacchiere.

29 aprile 2020

l'infermiere

Alcuni di voi lo conoscono, specie chi frequenta questo blog da quando è nato... oddio, quando è nato?
Pensate che il primo html lo ritoccai io: una splendida versione in tre colonne, con l'header dedicato a Corto Maltese. E una quantità interessante di lettori: anni fa, i blog andavano per la maggiore, e questo minimAL si difendeva bene... vabbè, altri tempi.

Insomma, la persona di cui vorrei parlare è stato il mio infermiere per sei mesi, quando la mia gamba destra si ridusse in un pacchetto di cracker su cui si era seduto un elefante, di quelli pesanti.
Io l'infermiere non lo volevo, ma non solo per una questione di cacca mattutina (che quando stai bloccato a letto diventa un problema, ve lo assicuro), ma per dignità personale. Insomma, non mi piace cedere. 
Mai.
Qualcuno crede che ami recitare la parte dell'uomo forte. Non so che dirvi, ma io non recito. È che onestamente non capisco le persone fragili: parliamo due lingue diverse. Per me la fragilità non esiste. E accettare un infermiere significava dimostrarsi fragile.
Questo immenso pezzo di bontà si ritrovò davanti uno scorbuticone (che peraltro non era andato in bagno da dieci giorni) che scalciava e che non ne voleva sapere di avere una persona tra i piedi.
I primi giorni devo proprio averlo trattato male, malissimo. Quasi non gli rivolgevo la parola. E però riuscì a sembrare quello che poi era, perché non faceva mai un plissé, non palesava mai fastidio o irritazione per il mio pessimo comportamento. E poi, a proposito di cacche, chiarì subito che lui le puzze non le sentiva. Non so se fosse vero o no; ma era già un ottimo inizio.
Con lui ho ripreso a camminare. 
Lentamente. 
Inesorabilmente.
Nonostante dolori atroci e una gamba che ancora oggi sembra mezza sgonfia. Degli oltre 30 chiodi e vitarelle e mantice sputacchiato, mi sono rimaste giusto tre viti perché il grande Massobrio ha preferito lasciarle lì.
E Simone stava sempre lì accanto a me, ogni santa mattina. Colazione, cesso, doccia... ah, già, non vi ho detto che non mi piace farmi vedere col pipicchio di fuori. Allora Simone mi sollevava di peso, gesso compresso, mi buttava semivestito dentro la vasca, aspettava che mi lavassi fa solo, aspettava inoltre che mi coprissi il pipicchio per fatti miei, e poi entrava e mi risollevava di peso per rimettermi sulla sedia.
All'inizio la terapia era da fermo. E lì si "vendicò", nel senso più affettuoso del termine, per carità: mi raccontava tutte le sue partite di texas hold'em. Sono certo che se gliele richiedessi oggi, me le saprebbe raccontare intatte come allora, mano dopo mano, carta per carta.
Il nostro rapporto divenne sempre più affettuoso, tanto che a volte mi chiedeva consigli o mi raccontava i fatti suoi. 
Il giorno che da casa, stampelle e tutore bloccato indossati a dovere, andai fino al cimitero dietro il vecchio campetto della Roma, fu un giorno unico e irripetibile: tutto da solo, con lui accanto, contro dolori lancinanti che non vi sto a raccontare. E lui, sorridente e disponibile, pronto a farsi in quattro per me.
Quando riuscii a riprendere in mano la mia vita, Simone si eclissò, com'era giusto che fosse. Giusto un paio di Natale dopo, ci incontrammo alla Stazione Termini; ma poi più niente.
Io non so in quale reparto ospedaliero lavori e che tipo di assistenza faccia. Ma so una cosa: chiunque passerà sotto le sue manone piene di dita, il suo faccione sorridente, il suo naso che puzze non sente, sarà un paziente fortunato.

03 aprile 2020

Coronavirus, pipistrelli

Una volta a Cuba entrammo in un'immensa grotta, ma di quelle che non finiscono più; addirittura ci navigammo dentro per buoni dieci minuti. 
Che poi io di grotte ne ho viste, ma l'idea di essere in piena foresta, circondati dal nulla, dall'altra parte del Pianeta... insomma, fa un certo effetto.
Ci avevano detto che una volta usciti avremmo potuto assistere all'uscita di un milione di pipistrelli. Le donne del gruppo si rattrappirono fino a diventare tascabili; i macho cella situazione, invece, si improvvisarono massimi esperti di pipistrellite. 
Aspetta che ti aspetta, sembrava non uscissero mai. Ma, invece, stavano uscendo in massa... solo che erano piccoli come una mano di un bimbo, o forse meno. Devo dire che fu suggestivo assistere a un tramonto velato dal passaggio di minuscoli schifezzine pelosette volanti.
Eppure, i pipistrelli costituiscono quasi il 20% di tutte le specie dei mammiferi. Possono raggiungere la veneranda età di 40 anni. Vivono pressoché ovunque, in colonie fitte fitte. Si portano addosso la fama di incastricchiarti nei capelli, mentre in realtà è una leggenda degna del "mio zio" di Elio e le Storie Tese.
Ora, i pipistrelli hanno due caratteristiche uniche, apparentemente lontane tra loro: sono gli unici mammiferi che sanno volare, hanno la pessima abitudine di ospitare virus con una certa facilità (tra il 5 e il 10 per cento della popolazione pipistrellosa; un'enormità rispetto a tutti gli altri possibili animali vi vengano in mente).
Perché le due cose sono correlate? Perché i pipistrelli non hanno ossa cave come gli uccelli; quindi per volare devono usare altri strumenti, tra cui il metabolismo. Quello dei pipistrelli sembra un sismografo impazzito.
Ora, qui ci sono due scuole di pensiero che partono però dallo stesso punto: questo metabolismo pipistrellico libera una cicciottella quantità di radicali liberi (Pannella non c'entra nulla... o meglio: ricordiamo che voleva la Sanità privata; ma è un'altra storia).
Come ci insegnano negli spot soprattutto per femminucce, i radicali liberi fanno male alle cellule; e anche al DNA, aggiungono gli scienziati con gli occhiali a metà del naso.
Secondo alcuni di questi scienziati, questo superimpegno costante determina un consumo incredibile di energia. Ebbene, se si mettesse lì a consumare calore (la febbre, insomma) per buttar via buona parte dei virus che ospita, ecco che il pipistrello ci pensa due volte prima di riprendere a volare. 
Quindi, è come se il sistema immunitario dei pipistrelli fosse ridotto al minimo. Allora sarebbero più vulnerabili? No! Visto che il virus ha bisogno di un vettore che si muova con una certa libertà, eccoli lì che non rompe le palle ai pipistrelli. Ma, ripeto, questo è un punto di vista.
L'altro punto di vista, invece, vede altri scienziati che dicono: è proprio l'ipermetabolismo a consentire ai pipistrelli di stare al riparo dai virus che ospitano. Un attore attivo di questo metabolismo, infatti, sono i mitocondri - dei cosetti responsabili della “respirazione” e quindi della produzione di energia. 
Ma i mitocondri servono anche al sistema immunitario, e quelli dei pipistrelli so' grossi e tosti: 'sto mitocondrio pò esse' fero o pò esse' piuma, coi pipistrelli è acciaio. Quindi al maschio del futuro conviene avere il mitocondrio grosso, perché altrimenti col ca@@o che esce de casa.
Arriviamo all'uomo.
Conoscete il mito della caverna di Platone, giusto? 'Sti quattro scemi di spalle all'uscita che intravedono le ombre generate alla luce della Verità che sta alle loro spalle.
Bene, cosa abbiamo fatto noi? Anziché filosofeggiare come Platone e restare seduti con umiltà, siamo usciti dalla caverna (peraltro occupata dai pipistrelli) per cercare la Verità. Magari quella che più ci faceva comodo.
Abbiamo creduto fosse il Fuoco, e abbiamo quindi incaricato Prometeo di rubarlo agli dèi. Mal gliene incolse: fu prima arrestato e poi legato a un palo per farsi divorare il fegato da un corvo (tranquilli, Giove fu stronzetto: glielo faceva ricrescere di notte).
Abbiamo creduto fosse la Tecnologia. E allora abbiamo incaricato Steve Jobs di farla diventare necessaria e portatile. Mal gliene incolse: fu punito con un tumore al pancreas.
Abbiamo creduto fosse l'Ambiente. E allora abbiamo occupato ogni possibile spazio dell'Ecosfera, distruggendo ogni cosa, inquinando ogni anfratto della Terra, riducendo la Bellezza alla plastica banalità dei nostri selfie... e quindi costringendo anche i pipistrelli a sopravvivere in spazi sempre più ristretti. 
E allora si sono incazzati loro al posto degli dèi, e ci hanno punito con una bella cacata infetta sopra un mercato rionale; e ci hanno ributtato dentro le grotte - le nostre case, insomma - con quel fuoco e quella tecnologia rubati agli dèi.
Siamo ritornati nella caverna, quindi, a fissare fissamente muri su cui proiettiamo le serie televisive... forse Platone meritava qualcosa di più.

25 marzo 2020

Coronavirus, gli occhiali

La vista.
Che splendido miracolo.
Che io mi ricordi, sono stato in terapia intensiva due volte, visto che la terza volta continuavo a ronfare beatamente.
La seconda la ricordo per il dolore che provai quando mi iniettarono non so cosa nel nervo sciatico. Dolore immenso che poi si trasformò in spavento e meraviglia pasticciati insieme, visto che tutto il piede cominciò a tremare come un tarantolato, per poi dissolversi in un'amimica posizione goffa.
Ma la prima non potrò mai dimenticarla. 
Mai.
Mi svegliai perché qualche infermiere mi diede un ceffone che generalmente si dà a un figlio disobbediente. Mi ritrovai accanto a un tipo che aveva dei tubi nel fianco da cui usciva del sangue grumoso. Le macchine che facevano bip bip bip e una persistente oscura penombra che paradossalmente mi stava abbagliando.
Appena presa del tutto conoscenza, mi resi conto del dramma: ero senza occhiali! 
E io sono miope, astigmatico e presbite, di quelli che senza occhiali non distinguono un volto da un cartello stradale.
Senza occhiali!
Senza sapere che ore fossero!
Senza che qualcuno avesse il permesso di dirmi quando me ne sarei andato.
Ma, soprattutto: senza occhiali!
Guardate che per quanto io sia un carattere forte e tutte 'ste belle frasette qui, non poter vedere, perlomeno in quel contesto, fu un dramma.
Ecco, io penso a queste centinaia di morti e ho in testa solo questo: la sensazione di non poter vedere. 
Dev'essere più devastante del perdere l'aria. Anzi, io credo che si perda il senso del respiro proprio perché non si può vedere nulla. 
Consapevoli della disfatta imminente... non riesco neanche a immaginare cos'abbiano provato queste vittime del covid-19, e cosa provino i parenti e gli amici, quando peraltro non possono neanche abbracciarli per un'ultima volta.

Per la cronaca: dopo un'ora circa, si presentò mia sorella con i miei occhiali

13 maggio 2014

le disavventure di un disabile onesto (a Roma) 1/2

Il nostro amico diventa disabile nel 1995. 
Oddio, la definizione potrebbe incutere compassioni o scatenare immaginazioni visive che nulla hanno a che vedere con la condizione del nostro eroe. Per la mentalità furbetta italica, infatti, il suo difetto è doppio: sembra normale, si comporta da normale.
Per farla breve, tra le tante conseguenze della sua complicata patologia autoimmune, c'è una sinovite cronica reattiva al ginocchio sinistro che lo tormenterà dal 1997 fino a quando tirerà le cuoia. Una sinovite ciclica e incoerente che di fatto gli fa molto male, perché continuamente prende storte al ginocchio: un po' come quando vi strusciate i denti perché avete morso male una mela; fa impressione, vero? Ma fa anche moOolto male.
Per farla ancor più breve, grazie ai punti acquisiti per altri problemi collaterali alla sua patologia autoimmune, il nostro infortunato, oltre a ottenere di rientrare nel novero delle categorie protette, potrà poi godere anche del permesso disabili. 
Ovviamente dovrà prima soddisfare due requisiti: il primo, che la sua invalidità superi una certa quota percentuale; il secondo, dovrà dimostrare che la patologia che compromette la sua deambulazione sia in qualche modo peggiorativa: né sospesa chissà come/dove, né tantomeno suscettibile di leggeri quanto improbabili miglioramenti. Insomma, il legislatore di allora non aveva immaginato che potessero esistere persone perbene; per cui, o entri strisciando nella stanza dei valutatori e fai scena, o ti attacchi al tram del destino, subendo i capricci del valutatore insofferente e distratto.
Fatto sta che la prima commissione disabili gli regala un 64% di invalidità; dopo tre anni di attesa e peggioramenti vari, la seconda commissione disabili gli commina un 85%, poi però rettificato - per volere del nostro eroe - a 70%. 
Orbene, perché il nostro onesto scemo ha optato per un'invalidità minore? Perché se fosse rimasto così, e se avesse trovato un lavoro fisso, lo avrebbero relegato in un centralino o a fare il commesso da bancone, con prospettive di carriera e soddisfazioni pressoché nulle.
Tant'è che la commissione di verifica capisce la situazione, e restituisce la dignità al nostro onesto disabile. Nel 2002, l'invalidità viene confermata e stabilizzata in una percentuale meno eclatante. Credo sia la prima volta in Italia che un invalido chiede di rettificare verso il basso la propria percentuale di disabilità.
Orbene, raggiunto questo livello di invalidità, e in quelle condizioni di deambulazione, ottenere il permesso auto per disabili sarebbe stato uno scherzo. Macché. Nel frattempo la legge si è fatta più rigida, anche se ancora oggi di fatto non riesce a contrastare i finti disabili che se ne approfittano e/o i parenti carogna che usano i permessi pur non avendone diritto.
Al controllo, la commissione permessi preposta decide che il suo permesso sarà temporaneo e di soli due anni, nonostante la commissione di verifica avesse stabilito in via definitiva come croniche e invalidanti le cause della sua invalidità.
Il nostro, però, non sbatte ciglio e accetta la sentenza. Il permesso, però, gli arriva con sei mesi di ritardo, perché nel frattempo uno dei sindaci più incompetenti che Roma abbia mai avuto, per facilitare certe pratiche ha ovviamente... aumentato sportelli e subappalti. E la cosa bella è che il nostro cittadino riesce ad ottenere il permesso entro quesi sei mesi, solo perché usa la parolina magica: "io lavoro per..." e parte il nome di una supermegazienda.
Una volta ottenuto il permesso disabili... fioccano le multe per aver oltrepassato ZTL e parcheggiato in aree per disabili (nonostante il permesso esposto e la targa registrata). Il Comune di Roma e il registro permessi disabili... non si parlano. Grazie a un amico avvocato, il nostro vince ben 20 ricorsi su 20, ottenendo una media di 200 euro di danni per ricorso che regolarmente rigira al suo avvocato come contributo spese.
Passati due anni, tocca rinnovare il permesso. La nuova commissione permessi si rende conto che il nostro disabile avrebbe diritto al permesso definitivo. E già, nel frattempo la sinovite è peggiorata, e pure le condizioni della patologia autoimmune. Certo, il nostro non lo dà a vedere, continuando a vivere senza piagnisteismi e a lavorare anche per aziende di un certo prestigio. Ma i dati oggettivi, stilati da eminenti prof e da scienziati di ogni dove, garantiscono una cronica disabilità.
Quella commissione permessi gli dice chiaramente: "lei avrebbe diritto al permesso definitivo, ma non ce la sentiamo di darglielo noi; tanto la prossima commissione glielo darà sicuramente". Oltre al danno, anche la beffa: il nuovo permesso gli viene consegnato - nuovamente! - con sei mesi di ritardo.
Dopodiché, e finalmente, passati altri due anni, il nostro disabile incontra un'altra commissione permessi, pensando che sarà una passeggiata. Il medico legale di turno lo guarda e gli consiglia di... pulirsi il culo con i suoi documenti, che tanto si vede che cammina, che deve portargli ulteriori documenti sui suoi problemi... polmonari (notoriamente camminiamo sui polmoni, no?). Gli regala solo sei mesi di permesso, e poi "saranno cazzi suoi".
Il nostro disabile non si perde d'animo e racconta la vicenda via raccomandata al direttore della ASL, che prontamente gli telefona chiedendogli scusa per il comportamento inqualificabile del collega. 
Nel giro di sei mesi, dopo un'accurata e puntigliosa disamina di tutta la sua documentazione, un'altra commissione permessi - la quarta, quindi - lo autorizza a prendere il permesso definitivo... che sarà nelle sue mani dopo qualche giorno (nel frattempo, internet è entrato nel Comune di Roma).
E poi?... alla prossima puntata.

ps ringrazio il disabile che mi ha reso partecipe dell'intera vicenda. Ovviamente ho omesso il suo nome

04 aprile 2014

storie di quotidiana sanità


Un bel giorno di dieci mesi fa, una mia amica endocrinologa mi fa "guarda che è serio, devi fare qualcosa: hai due noduli alla tiroide, e uno dei due non mi piace per niente". Parlo con La SuperEndocrinologa del Pianeta che mi consiglia un'operazione pressoché immediata. 
Certo, c'è da chiedersi come mai l'ospedale toscano SuperSpecializzato che mi segue da 19 anni per altre rogne, non se ne sia mai accorto... ma questa è la prima delle stravaganti peripezie che ho vissuto da luglio scorso. Primo nod(ul)o, è il caso di dirlo: il Migliore Chirurgo tiroidista di Roma ha una lista d'attesa pubblica di 245 pazienti; e privatamente mi costerebbe un occhio della testa.
Ergo, chiamo un mio StrAmico primario, cedo ai miei principi, e gli chiedo se può fare qualcosa. Passano l'estate e il Natale, e vengo chiamato per una preospedalizzazione... evviva la modernità, urlo!
Macché: entro in una stanza più trafficata del GRA, e Anestesista Incazzata Con La Vita mi fa le domande giuste MA senza aspettare le risposte utili. Un classico.
Fatto sta che - secondo nod(ul)o - se solo mi avesse ascoltato subito, avrebbe scoperto che un banalissimo problema che ho alle gambe, mai potrebbe inficiare l'anestesia. E, invece, la questione tornerà.
La tipa mi guarda e fa "tra qualche giorno la chiamiamo per la preospedalizzazione". E questa cos'era? "Una conversazione, che domande!". Ah!
Dopo una settimana, mi chiamano per la (immagino) preospedalizzazione: mi prendono l'orina, mi prelevano il sangue, mi fanno la lastra... e poi? "Ci si vede tra una settimana!". Cioè, tra una settimana mi operate? "No, tra una settimana faremo la preospedalizzazione...". 
E questa cos'era, una conversazione? "No, le abbiamo fatto i prelievi". Ah, se non me l'avesse detto, non me ne sarei accorto...
Seconda preospedalizzazione (forse l'ultima?), terzo nod(ul)o. Anestesista Che Ha Litigato Col Kajal mi fa le stesse identiche domande dell'Incazzata, e mi consiglia una visita specialista da un tipo perché non è convinta della situazione. Che i miei problemi articolari potessero far male alla tiroide malata, mi fa sganasciare dalle risate.
Ergo, dopo qualche giorno, incontro lo specialista articolare che si sganascia anche lui, dando il suo placet all'operazione in due-secondi-due. Il resto del tempo, l'abbiamo passato parlando dei King Crimson e di Bach.
Quarto nod(ul)o: cinque minuti dopo quest'incontro, consegno la cartella al reparto, ma mi dicono che un'altra anestesista deve dare l'ok all'ok dello specialista... ma tra una settimana. Allora divento una bestia e con furba disinvoltura butto là il nome "Rai": nel giro di due-secondi-due, si materializza Anestesista Biondarella che dà il via libera all'operazione. Entro 30 giorni, sarò operato.
Quinto nod(ul)o: certo, sarebbe tutto ok, ma scopro per puro caso la mia cartella è sparita.  Nel giro di altri due giorni, lo StrAmico primario la trova dimenticata dentro un'altra cartella di un tipo con problemi nonsodove. 
Qui di seguito, se ci siete arrivati vivi, perderete il conto di altri nod(ul)i.
Il giorno dell'operazione, mi dicono di presentarmi perentoriamente alle 07:00. Arrivo alle 06:50, e trovo sbarrata la porta del reparto. Arriva Caposala Lemme Lemme alle 07:10 e inizia a ridere: "haivoglia ad aspettare".
Dopo un'ora mi chiama Specializzanda Grissino che mi invita ad entrare nello sbarratissimo reparto; poi mi ributta fuori... un'orda famelica di operandi mi guarda con stupore.
Dopo un'altra ora, mi richiamano, entro nella mia stanza: sarebbe da quattro, stretti stretti, ma ci sono cinque malati. Quello nel "mio" letto viene elegantemente invitato a "togliersi dai coglioni" per dare spazio al sottoscritto.
Finalmente arriva la barella. 
Comincio l'uscita trionfante, guarderò negli occhi mia moglie e le dirò languidamente che la amo e che deve stare tranquilla...
... ma STOP!, "questo non è Loppi!". 
Ah sì, e chi sarei? Arriva la Caposala Lemme Lemme e tira fuori un altro foglio, dicendo "sì, forse questo è Loppi"... mi scusi, ma certo che sono io. "Stia buono che c'è casino".
Durante il trasbordo verso la Sala Operatoria, i due portantini si chiedono dove dovrei essere operato. E io: alla tiroide. "Ne è certo?". Non voglio sapere cosa sarebbe accaduto se avessi risposto negativamente.
Vengo parcheggiato in sala preoperatoria (quella giusta?). Ricordatevi che senza occhiali non ci vedo, neanche se mi pagate.
Arriva ippopotamamente Specializzando TiroSùColNasoMaNonMeLoSoffio e mi spara un pippone sul Consenso Informato, ma se l'è dimenticato.
Lo sostituisce placidamente Specializzanda Shabadabadà che mi spara un altro pippone sul Consenso Informato; peccato che mi faccia firmare quello sbagliato.
Infine, si accosta Specializzanda New Age, e mi sbraca la vena della mano sinistra per mettere una cannuletta piccola così.
Finalmente mi mettono in sala, e mi addormo (come si dice a Roma).
Mi sveglio e sento che ho la testa incastrata: ho il cerottone che tira sul mento; ergo, devo stare sempre chinato per evitare strappi. Solo il giorno dopo, il medico di turno metterà la testa a posto.
Vengo sbattuto sul mio letto, televisione a palla, finestra aperta... uno spasso. Meno male che caratterialmente reagisco bene: tra mia moglie e l'ascolto del Matteo di Bach, dormicchio e parlicchio... ma sto bene, dài.
Nel giro delle 30 ore successive, è accaduto di tutto: mi hanno dato da mangiare quando dovevo stare a digiuno, e mi hanno negato la colazione quando dovevo invece recuperare le forze; è entrato uno sconosciuto per defecare nel nostro bagno (lasciando ossequiosamente la porta aperta, of course); si è cambiato un altro vecchietto per essere operato di lì a poco; mi hanno dato una flebo sbagliata; hanno speronato tutti i letti per schiantarne un altro in orizzontale per far operare d'urgenza un'altra persona; mi hanno gentilmente intimato di "togliermi dai coglioni" perché il mio letto serviva a un altro malato.
Attenzione, stiamo parlando di uno dei migliori ospedali della Capitale; tra i primi in Italia. E non si tratta di soldi che mancano, eh...

23 settembre 2010

la vena unida, jamas sera vencida

Il reparto di Chirurgia Generale è una sorta di catena di montaggio: un giorno entri, il giorno dopo ti operano, il terzo giorno a casetta. Io sono rimasto un po' di più per precauzioni dovute alla mia sarcoidosi: ma sono stato un'eccezione. E di malati ne ho visti transitare. Haivoglia.
Un bel giorno arriva un vecchietto peruviano di 80 anni. Gli devono togliere delle vene varicose grosse come autostrade. Parla solo spagnolo. Il suo chirurgo e gli infermieri parlano solo italiano: lo scambio di battute ha il sapore di un'opera beckettiana.
Evidentemente in sala preoperatoria ha incontrato una delle mie monache, perché durante la notte postoperatoria la flebo salta via dalla mano, e da vecchietto mezzo rotto si trasforma in un muscoloso Carrie lo sguardo di Satana. Sangue ovunque, infermieri svogliati che lo ignorano, un pavimento rosso e anche puzzolente del piscio che sta perdendo per la paura, lui che ulula in spagnolo e io immobilizzato da catetere e flebo che gli dico para, para, para suonando contemporanemente il campanello. Finalmente arriva qualche infermiere meno svogliato che gli rimette a posto l'ago, pulisce la stanza con lo sguardo e ci raccomanda di dormire... con quel puzzo, con quel pazzo.

22 settembre 2010

il paziente è solo un malato

Tra le tante frasi convenute nel variegato vocabolario degli infermieri figura sicuramente tra i primi posti il motto "il paziente è un paziente". E cioè: noi siamo coloro che curano, lui quello che va curato; ogni sua ingerenza va ignorata.
Legittimo e giusto sicuramente - specie in un contesto nazionalpopolano, ma non dovrebbe valere per quegli ambiti oggettivi in cui non è il paziente che sta parlando, ma una persona con dei diritti e delle esigenze indipendenti dal suo status temporaneo.
Per cui se io sottolineo che sono destrorso, che non uso mai la sinistra, e che presumibilmente dovrò tenere a lungo la flebo, ha più senso mettere la flebo nel braccio sinistro, e consentirmi una degenza perlomeno composta (chennesò: farsi la barba o un bidet da soli è una grande conquista psicologica e di amor proprio).
Se nel gomito ho delle evidenti vene fradice, ha più senso infilarmi la flebo sulla mano - generalmente rischioso/doloroso ma non nel mio caso, specie quando lì uno ha delle vene grandi come una casa.
Se poi i medici mi trattano esplicitamente alla pari, sottolineando ai presenti sia la mia compostezza che una certa esperienza ospedaliera, tu come infermiere in fase preoperatoria ne devi rendere conto: siamo alleati per superare un problema, non nemici.
E, infatti, cos'hanno fatto le due monache preposte alla mia preparazione? All'inizio hanno ceduto alle mie richieste infilando contemporaneamente due flebo a casaccio sul braccio sinistro e poi un'altra sul dorso della mano sinistra, causandomi un ematoma che ancora pulsa nel suo verdume subepiteliale; poi dichiarandomi sconfitto - e grazie - hanno brutalmente sfondato il gomito del braccio destro in maniera così grossolana che per due giorni l'ago ha premuto sul nervo regalandomi continue scosse.
E oltre al danno, la beffa: quand'ho osato urlare "cazzo" per il dolore causatomi da quella totale mancanza di professionalità, mi è stato detto "niente parolacce qua dentro".
Amen.

21 settembre 2010

il filo del mio catetere

Appena uscito dalla sala operatoria ho proferito la fatidica frase che farebbe tanto commuovere le lettrici di Novella 2000: "dite a mia moglie che sto bene"; l'anestesista mi guarda di sguincio e mi chiede come contattarla, e io snocciolo nitidamente il suo numero di cellulare con tanto di prefisso europeo. Insomma, ne ero uscito alla grande, perlomeno nella fase immediatamente postoperatoria, quella notoriamente cruciale.
Fatto sta che avevo un freddo pancifero da urlo, come tutte le volte che si esce da un'operazione, qualsiasi essa sia.
Arrivo nella mia sontuosa camera, vengo fatto accomodare nel mio letto e mi accorgo del problema: mi hanno messo un catetere. Quisquilie, direte voi. E invece no: ho una vescica piccola, e soffro di cistiti da abuso di cortisone; è facilissimo infiammarmi il pipo e tutto ciò che ne fa parte. Lo segnalo immediatamente all'infermiere, che - con imprevista professionalità - fa accorrere addirittura il chirurgo che mi ha operato. Niente da fare: la natura dell'operazione e del tipo di anestesia lo obbligano a farmi tenere ben fisso il catetere, per almeno otto ore. E vabbé: vorrà dire che starò tirato come un calzino secco per una giornata. Poco male.
Però ho freddo. Chiedo ad una infermiera una coperta, pregandola però di porgermela, perché mi hanno messo la flebo a casaccio, e se poco poco mi ci butta la coperta sopra succede un pandemonio (vi dirò cosa sono riusciti a combinare ad un altro malato). Niente da fare: vuole fare la cretina - davanti a mia madre e alla migliore amica di mia moglie - e si atteggia a Madame Curie del bidet.
Parla e gesticola, parla e gesticola, parla e gesticola, parla e gesticola, parla e gesticola, parla e gesticola, parla e gesticola... e inciampa sul mio catetere.

20 settembre 2010

il costo della salute

Di questa lunga esperienza ospedaliera ne racconterò tante. Ma forse quella che dovrebbe far riflettere è la quantità assordante di sprechi che un malato vive sulla propria pelle, che anziché confortarlo per tanta messe di guaritori al suo servizio, lo disorientano ancor più. 
Appena arrivato all'Ospedale Romano (non dico il nome, ma notoriamente è costruito sopra il più antico hospitales che si conosca in Europa; basta e avanza...), nessun medico o paramedico o portantino si è minimamente proccupato di eventuali mie peculiarità di qualsivoglia sorta. Per due giorni e mezzo sono stato, insomma, alla mercé di me stesso e dei mille rischi che si corrono quando si è malati.
Certo, la stanza era divisa per quattro letti accuratamente sseparabili da potenziali tende, da frigoriferi e televisiori personali, da un bagno eccellente... una prigione dorata, insomma: ma - appunto- dove sarebbe prevista un minimo di accoglienza perlomeno preventiva, ho ricevuto solo il silenzio di un'assenza professionale veramente sconfortante.
Nodo centrale del tutto: nessun specializzando mi ha fatto un'anamnesi di entrata. Nessuno. Come capita, invece, in qualsivoglia ospedale di qualsivoglia condizione in qualsivoglia giorno della settimana.
La mattina del lunedì tre medici medici e un presumibile caposala sono entrati nella stanza, senza salutare né tantomeno senza presentarsi, e dandomi le spalle hanno stabilito che mi avrebbero operato ad un'ernia... mentre il mio problema era di ben altro tipo.
Nel pomeriggio un altro medico ancora ha preso in dote la mia documentazione pregressa, interpretandola a modo suo e senza interrogarmi, restituendomela poco dopo senza proferire neanche un vaffanculo di ruolo.
Poi un altro medico mi ha fatto un'anamnesi dozzinale solo dopo quattro giorni, rileggendosi la documentazione pregressa, e reinterpretandola a modo suo, intervistandomi sì, ma sulla Rai.
Poi un altro medico mi ha fatto una visita di controllo neurologico, ribadendo esattamente quanto era scritto in documenti vecchi di tre giorni.
Poi un altro medico mi ha fatto la visita per stabilire l'anestesia.
Poi un altro medico mi ha fatto l'anestesia.
Poi un altro medico mi ha operato.
Poi un altro medico mi ha dimesso.
Quanti posti assegnati, eh? 

11 febbraio 2010

Pronto Soccorso Santo Spirito denonsocché

Arrivati a una certa età i genitori cominciano a rompicchiarsi, a perdere qualche pezzo per strada, ad accumulare una serie infinita di pillole giuste che farebbero impallidire quelle sbagliate che prendeva Glenn Gould dal suo noto armadietto.
E mia madre non fugge da questa regola; anzi, la conferma.
Sabato scorso mi chiama perché sta male, molto male: vorrebbe andare al Pronto Soccorso. È già la terza volta che càpita nel giro di due anni. Addirittura la seconda volta io stavo sulla sedia a rotelle, strapreoccupato perché anche mia moglie (che vecchia non è e non sarà mai) si era sentita così male da finire al Pronto Soccorso... di Milano. E io, fermo, ad aspettare le buone notizie dal cellulare.
Insomma: finisco di radermi, e volo a casa di mia madre per sbatterla dentro il Pronto Soccorso dell'Ospedale di Santo Spirito. Per chi non è di Roma, è così vicino al Vaticano che ne condivide parte delle mura esterne. Quindi - e insomma - non sta nel bel mezzo del nulla delle stranote periferie pasoliniane dde' Roma.
Per entrare bisogna fare una manovra pericolosa anticipando il flusso di chi percorre quel tratto di lungotevere, perché la discesa del Pronto Soccorso non si vede se non all'ultimo momento.
All'ingresso nessuno mi aiuta. Io ho un ben visibile bastone medico per la gamba ancora convalescente, un permesso invalidi bell'evidente, mia madre che caracolla, e nessuno mi aiuta.
Riesco a farla sedere e corro alla ricerca di un parcheggio, che ovviamente trovo subito (c'ho cu*o a riguardo: è una dote innata).
Rientro nel Pronto Soccorso e non la trovo più. Provo a chiamarla, ma i cellulari là dentro a volte prendono a volte no (più no che sì). Chiedo alla tipa che accoglie i prontosoccorsandi e mi dice che forse c'è una signora dentro, sdraiata, che non sta bene, ma che ci stanno pensando i medici.
Da dentro mia madre prega un infermiere di avvertirmi, ma evidentemente dev'essersi perso nel breve tragitto di due metri tra il letto e la porta, visto che ancora oggi non l'ho visto.
Dopo un'ora chiedo al primo che passa cosa sta succedendo e mi becco un malleichiè, che meriterebbe una bastonata supperdovecisisiede.
Arrivano due sciattissimi poliziotti con un ladro ferito. Lo piantonano con noncuranza, come fosse un fiorellino: ha una faccia che sembrano due. Più giù c'è un ubriacone strafatto che hanno appiccicato su una sedia a rotelle: vorrebbe fare una chiamata, ma non ha neanche la forza per sbattere le ciglia, figuriamoci il resto.
Dopo due ore, fermo un altro tipo che mi chiede il nomecognome di mia madre, ripetendolo poi così forte che l'ha sentito pure il papa due isolati più in là. Bella privacy, eh? E già, che poco dopo due tizi ricevono la ferale notizia della morte per overdose di "nome e cognome", che l'hanno sentito pure sulla luna.
Dopo tre ore e mezza finalmente esce mia madre, appallottolata su un letto macero di tutto: c'è una strisciata di merda secca su una traversina rotta, sotto le ruote i rimasugli del vomito di chissàcchi, le coperte macilente che fanno schifo. L'unica infermiera gentile del posto, la trasporta con cura pochi metri più in là, in una stanza dove entrano ed escono tutti.
Nella stanza saranno in due. L'armadietto è sfondato. La finestra si apre ad ogni soffio di vento (gelido). Il caldo dentro però è afoso, perché nessuno riempie l'umidificatore. Le plafoniere sopra i letti buttano polvere in quantità industriale. I medici e gli infermieri entrano ed escono, fumando e schiamazzando a più non posso. L'ubriacone è riuscito a muoversi con la sedia fino a un metro dall'entrata di quella stanza ormai preziosa: si è pisciato sotto e comincia a fumare a due metri dall'ossigeno. Arriva una guardia e lo porta via.
Vado a rimediare dell'acqua e mi accorgo che dalla stanza accanto esce un lancinante sapore di diarrea: è il deposito dei panni sporchi, delle padelle svuotate e dei pappagalli da pulire. Meno male che vado spesso in ospedale e ci ho fatto il callo...
Il bagno ha lo scarico che suona la grancassa, ma almeno sembra pulito. Dico "sembra" perché ho visto come puliscono le stanze: con lo sguardo. E, infatti, le mura erano bianche; ora accarezzano tutto il catalogo pantone delle schifezze più recondite.
Due medici e due infermieri del reparto visitano mia madre. O meglio: un medico sta al telefono scherzando con l'interlocutore e con l'altro infermiere; l'altro visita mia madre buttando un'orecchio su quei due e commentando la telefonata con il secondo infermiere. Se ne riparla la prossima settimana, potrà uscire lunedì come sabato prossimo. Chissà... anamnesi?, terapia?, prognosi?, un'idea di massima? Silenzio.
Poi, per tutto sabato e tutta domenica mia madre non vedrà più nessuno. La prima delle sue tre compagne di stanza ha i crampi, ma l'infermiera le risponde nonsoccheffà.
La notte è una via vai di persone, di fumo di sigarette, di schiamazzi, di puzze e di odori. Ma di infermieri e medici neppure l'ombra. Finalmente il lunedì si fanno vivi in quattro, direttamente dalla strada, dalla colazione, dal bar, dal giornalaio... insomma, è un continuo disattendere le più banali regole di igiene civile.
Adesso le cose vanno meglio, molto meglio. Ma questo che ho raccontato è niente, è uno scherzo, una banale quotidianità che potete vedere in molti ospedali.
La domanda è: ma dichestiamoapparlà, eh? Dichestiamoapparlà?

10 dicembre 2009

prendete nota


Quando una zanzara Culex si ciba del sangue umano, rilascia il virus del Nilo e questo succede sia quando punge una persona che un uccello

trovata qui

10 novembre 2009

cronache da un ospedale - puzze

Gli ospedali hanno tutti lo stesso sapore, un misto di merda gialla, di plastica consunta e di piedi zozzi. Ma non è un puzzo così evidente. Più che altro è un'attitudine dell'ambiente, una sorta di status in nuce che noi pazienti "professionisti" percepiamo prima ancora che si manifesti agli altri comuni "mortali" (e già, perché il malato cronico si sente immortale).
Te lo senti dentro appena entri, sempre e comunque, anche se gli ambienti sono puliti, anche se devi parlare solo con i medici lontano dal reparto. È un odore lento e cinico, che si arrampica dentro l'immaginazione, che si collega allo sguardo e al tatto, che intrasenti anche nel malato più virtuoso.
Poi quando c'è veramente, ormai fa parte di te e lo vivi con disinvoltura.
E così, mentre chi ti viene a visitare lo vive con imbarazzo, tu invece ci sguazzi dentro con disinvoltura.
A fronte di questo - proprio per questo - io cerco sempre di lavarmi, cambiarmi, di avere un minimo di controllo igienico insomma. E allora càpita sempre un fenomeno che ancora mi colpisce, nonostante frequenti gli ospedali da tre lustri ormai. Dopo due giorni, cioè, che mi esibisco nella toletta mattutina, lentamente gli altri malati cominciano ad imitarmi, anche il più zozzone. È come se andassi a stimolare una recondita e sopita punta di stizza o dignità che più o meno tutti portiamo in dote.
Potessi usare in politica questa capacità, a quest'ora sarei già presidente del consiglio.

09 novembre 2009

cronache da un ospedale - medici

Mi presento con i dati precisi sulla mia frattura? "Aaah, lei ne è ossessionato". Allora vengo senza documentazione... "Lei finge con se stesso: ha LA malattia ma non vuole dirselo".
Racconto i dolori con tranquillità? "Guardi che il suo è un problema grave". Allora mi preoccupo per un apparente dettaglio... "Dovrebbe imparare a sdrammatizzare".
Scherzo con i medici? "Lei ci sottovaluta". Allora ascolto in silenzio, assorto e attento... "Dovrebbe essere meno serioso".
Elenco tutta la mia storia sanitaria? "A me interessa il presente". Allora mi limito all'attuale... "Sì, ma se non conosco il pregresso, come faccio a valutare l'insieme?".
Tengo il letto in ordine? "Ci sono le infermiere: lei è un ma-la-to". Allora le lascio lavorare... "Che fa? Si lascia andare?".
Racconto tutta la mia storia al neo arrivato? "Guardi che ci sono le sue numerose cartelle che mi aiutano". Allora non dico nulla... "E mica posso leggere tutta la sua storia medica!".
Cerco di dettagliare ogni singolo dolore? "Risponda solo alle mie domande". Allora aspetto queste benedette domande... "Sù, non si faccia pregare: mi racconti tutto!".
Posso andare in bicicletta? "Lei può fare tutto quello che vuole, come e quanto vuole, senza limiti e problemi". Allora mi rompo la gamba... "Lo vede? Deve fare poche cose e con molta calma, senza esagerare".
Mavvaffanculo

cronache da un ospedale - sporcizie

Il reparto dove sto io è dedicato esclusivamente alle patologie respiratorie.
È canonico però essere messi in stanza con qualche infetto da polmonite et similia.
È facile anche il contrario, che cioè qualche infetto venga messo in stanza con persone delicate.
Due infermiere su tre hanno la mascherina; pochissime però indossano i guanti.
Sui bagni meglio tacere: rischi di cacare là dove prima è passato qualcuno affetto da chissà cosa. E sono stato gentile: meglio trascurare il resto.
Tra un paziente e l'altro i medici non disinfettano gli stetoscopi, né tantomeno si lavano le mani.
In più le auscultazioni polmonari avvengono a casaccio: possono farti respirare/tossire in faccia al paziente vicino o viceversa.
Per pulire, le signore puliscono, ma dimenticano sempre la plafoniera sopra i campanelli e le cornici interne sopra le finestre. Basta un niente per avvolgere di antica polvere la stanza.
Sopra il nostro reparto vive una colonia nutrita di piccioni, sulle cui feci troveresti palate di aspergillus, il bau-bau di tutti i polmoni del mondo per intenderci.
E se poi riesci ad inventarti un reparto modello, ci pensa la visita dei parenti a portar dentro il temuto "fuori".
Oppure scendi al bar con le cioce e il pigiama, e ti becchi colpi di tosse in faccia, gente da ogni reparto possibile e immaginabile, un pavimento e un bancone che se l'avesse studiato Fleming gli avrebbero dato venti Nobel di fila.
Per carità, quest'ospedale (pubblico) è tra i migliori che abbia mai visto, ma la domanda vera è: cosa cazzo vi blaterate di "emergenza sanitaria per l'influenza A"?