20 dicembre 2021
CHE HAI FATTO IN TUTTI QUESTI ANNI (Einaudi)
Non è solo la storia della produzione di "C'era una volta in America", non è solo un viaggio dentro l'ultimo raggio di luce della purtroppo breve vita dell'immenso Sergio Leone, non è solo un omaggio al cinema, alla musica, al montaggio, alla fotografia - e anche alla produzione: è un insieme di queste cose e di molto altro, dove tutto è ben cesellato, equilibrato, mai fuori luogo né tantomeno esagerato, in cui ogni singola parte contribuisce all'insieme, mantenendo comunque la sua singola dignità e la sua necessaria visibilità.
Ma, soprattutto, non è un'operazione nostalgia.
Certo, si respirano comunque amore incondizionato e un languore pieno di grazia, come anche un certo modo romantico di raccontare gli ultimi bagliori del crepuscolo cinematografico italiano, che in quegli anni ancora sapeva illuminare il cosmo della settima arte con una sua inestimabile grammatica e un invidioso coraggio.
C'è anche un'impostazione di fondo, sottile e impercettibile ma ben presente, che credo sia utile anche per chi volesse cimentarsi nel difficile mestiere della critica. Quella attualmente in voga, infatti, o è anacronisticamente militante (cfr FilmTv) o eccessivamente commerciale (cfr Ciak), vincolate o dall'angusto gusto personale o da una malcelata sponsorizzazione.
Qui, invece, il critico si documenta, argomenta, ricostruisce, ritrova i bandoli delle matasse e li racconta per quello che sono, non mitizza né mortifica, non si autocompiace della sua competenza né sgomita per farsi notare.
Insomma, è un libro che ho fatto fatica a riporre nello scaffale.
Da leggere e rileggere, magari rivedendo poi per l'ennesima volta il bellissimo capolavoro di Sergio Leone.
15 febbraio 2021
NOTIZIE DAL MONDO
Tom Hanks è un capitano dell'esercito confederato, ormai reduce dalla Guerra di Secessione, che sbarca il lunario leggendo le notizie del mondo dai quotidiani che riesce a recuperare di paese in paese. Un bel giorno s'imbatte in una bambina biondissima, a suo tempo rapita dai Kiowa - e ormai assimilata dalla loro cultura. La trama seguirà le loro avventure, ma soprattutto il lento e dolce mutamento dei loro rapporti personali.
Per essere un film leggermente lento, lo è. Ma sono certo che se lo avessi visto al cinema (senza micidiali interruzioni), forse lo avrei apprezzato con maggiore indulgenza e anche con un pizzico di commozione.
Siamo a metà tra la nostalgia per i western alla Leone, ma con una romantica sporcizia "pulita"; e siamo anche dentro un modo affettuoso e devoto di raccontare un genere che non merita di scomparire, come invece sta accadendo in questi ultimi lustri.
Il regista è quello di Bloody Sunday, United 93 e di Bourne. Eppure riesce a proporre uno stile ben diverso, con un respiro più assorto e dilatato, anche durante il drammatico scontro a un terzo della trama.
Il montaggio segue il ritmo di una sceneggiatura a volte troppo segmentata, ma che comunque tiene dall'inizio alla fine, anche quando sfiora la prevedibilità.
La fotografia è molto bella, ma un po' plasticosa. Mi ha colpito quanto ogni scena abbia una dominante diversa, ma non coerente con lo spirito, il mood della narrazione; il che è un peccato, perché le potenzialità c'erano. Le inquadrature sono comunque di ottima fattura e con momenti-drone mai stucchevoli.
La musica fa il suo bel mestiere, ma non inventa un leit motiv o un qualcosa di avvolgente come certe scene meriterebbero.
Tom Hanks è sempre più bravo e dolce e capace di lavorare sempre più per sottrazione. Ormai gli basta un cenno millimetrico per restituire sentimenti profondi e sfaccettati.
Ma è la piccola Helena Zengel a meritare più dei proverbiali 92 minuti di applausi: mai esagerata, mai irritante, sempre precisa, sempre spontanea e credibile. Veramente notevole, specie tenendo conto della giovanissima età. Per carità, è una generazione allevata a pane e video, ma proprio per questo rischia sempre di perdere il senso dell'autentico.
Insomma, è un buon film, che merita una visione attenta e senza pause. Più di un 7 non mi viene da dargli; però guardatelo (in originale, che domande).
12 dicembre 2019
perdersi dentro THE IRISHMAN
C'è qualcosa di indefinibile dentro questo strano capolavoro; e non è certo perché dura tanto, forse troppo. Credo perché Scorsese ha solo "sfiorato" tutti i tasti del suo talento, dimenticandosi però l'empatia, una delle sue doti più nascoste ma percepibili di tutto il suo cinema. E già, il nostro è un regista tecnico: sa usare benissimo la "penna" della cinepresa e l'editing del montaggio.
Ed esattamente come Bach riusciva a trovare l'estasi nonostante un'aritmetica sequenza di note musicali, anche la nevrotica squadratura tecnica di Scorsese ha quel raro dono di saper restituire sentimenti e passioni.
Attenzione, stiamo parlando di saper fare arte con la sola tecnica attraverso un'arte come il cinema che ha della sola tecnica metà della sua essenza... insomma, il curriculum di Scorsese è stato un procedere difficile e probante, che solo i grandi come lui sanno gestire e maneggiare.
Allora, e però, c'è da chiedersi perché in questo film monumento abbia perso così tanto tempo dietro una tecnologia "inutile" come il ringiovanire tre vecchietti, aggiungendo persino degli inutili occhi azzurri: ho passato più tempo a cercare di non guardare questi effetti digitali che a seguire la trama. Perché non ha imitato il casting dell'America di Leone? Se non fosse Scorsese, penserei che un'operazione del genere sia servita per mascherare una trama vista e rivista.
Oltretutto, se come spettatore mi soffermo troppo sulla forma e poco sulla sostanza, vuol dire che c'è qualcosa che non va nel tuo linguaggio. Mettiamoci, certo, che ho una certa passione ed esperienza di cinema - e che quindi potrei avere un occhio troppo distaccato; ma significa ben poco.
Aggiungiamoci che siamo di fronte a una trama forse fasulla, che si muove su tre piani cronologici diversi, con un'idea di metacinema nella metanarrazione che fa venire il mal di testa anche alla tastiera su cui sto scrivendo.
Insomma: è tutto godibile, a tratti divertente, ma è tutto accennato, senza un vero e proprio centro narrativo, con un punto di vista che latita costantemente.
Robert De Niro è poco convinto del suo personaggio, già di sé per stesso poco competitivo e ambizioso.
Al Pacino si siede troppo sui suoi stereotipi, anche se gigioneggia meno del solito (meglio così).
Joe Pesci, invece, è monumentale, da
Musica eccellente.
Montaggio interessante.
Fotografia essenziale ma poco attenta ai cambi cronologici.
Da vedere ma con riserva.
04 novembre 2014
Dario Argento, autobiografia senza paura
Di Dario Argento, insomma, si parla come si fa con i Bitols o con Kennedy o con chissà chi deve per forza essere in quel modo: con la presunzione, cioè, di sapere già in anticipo che è un regista ddde paura, autore di omicidi efferati, fumatore di canne, papà degenerato e via dicendo.
Da una parte, cioè, la catalogazione aprioristica tipicamente italiana lo ha costretto a stare in un angolo (da lui inventato, vero; ma basta con 'sti cataloghi!); dall'altra, i rivalutatori borghesi alla Fazio lo hanno trasformato - suo malgrado - in macchietta per zoo umani.
Tecnicamente, insomma, Dario Argento è tra i primi cinque registi italiani di tutti i tempi, dietro solo a mostri sacri come Visconti, Antonioni, Scola, Bertolucci, e pochi altri.
Nel contesto tipicamente utilitaristico del genere thriller/horror, è tra i pochissimi ad aver usato le inquadrature nella loro forma stilistica e non narrativa, e nel contempo ad aver donato loro un forte valore dirompente. Per un genere come quello horror/thriller, insomma, riuscire a restituire inquadrature artistiche e nello stesso tempo essenziali e proficue, come ha saputo fare solo lui, non è cosa di poco conto.
A chiunque voglia imparare a scrivere cinema, consiglio sempre la visione di Profondo Rosso, per almeno tre volte consecutive (i film precedenti sono esemplari, ma non così tanto). Per quanto ci siano dei punti in sospeso sicuramente poco lineari, e per quanto le concause narrative siano spesso pretestuose, è un film di eccellente fattura e di rara qualità tecnicoartistica.
Potrei dilungarmi oltre, ma mi fermo qui. Bisogna parlare della sua autobiografia, no?
Bella, molto bella, anche se apparentemente lineare, quasi da lista della spesa (ho fatto questo, poi questo e poi quest'altro).
Tra le righe iniziali si legge anche la figura di un uomo colto, di un gran lettore, di un onnivoro tutt'altro che settario e presuntuoso, nonché capace di catturare e rimasticare il sapere altrui.
In più, Dario Argento ci porta dentro un periodo storico - l'Italia anni '70 - finalmente non contaminato da letture dietrologiche e ideologiche (tipo "noi eravamo fichi e tutti gli altri degli stronzi", come malcelano spesso quelli alla Serra o alla De Luca).
Per finire, ci restituisce uno stato d'animo di un uomo sicuramente particolare, ma non nella forma così isterica e patologica come amano descriverlo e immaginarlo quelli che fanno finta di conoscerlo.
Buona lettura, insomma. E ricordatevi di guardare Profondo Rosso per almeno tre volte consecutive.
22 aprile 2014
rivedere "THX 1138 - L'uomo che fuggì dal futuro"
Per carità, è un capolavoro.
Il mio unico dubbio viene dal fatto che ho visto il director's cut (non esiste copia in dvd dell'edizione originale). A leggere wikipedia (quindi con moltissima cautela), sembra che i ritocchi non siano così rilevanti: però resta il dubbio d'aver comunque ucciso la Memoria.
Fatto sta che la trama è attuale, attualissima, e la visione distopica del futuro è molto sofisticata ma credibile; Donald Pleasence, poi, riesce a rubare la scena a Robert Duvall con esemplare eleganza. In più, il motivo "commerciale" del come si conclude la trama, è drammaticamente possibile.
La sceneggiatura e la scenografia reggono al cospetto di certe ovvietà di oggi (che immagino siano invece pensate per un pubblico più stupido), e George Lucas si dimostra uomo di talento sprecato, sprecatissimo. Io adoro Guerre Stellari e posseggo un'inifità di edizioni diverse. Ma mai ci si aspetterebbe che questo THX sia un'opera del papà di Luke e Han Solo. Anzi, se esistesse un universo parallelo, sarebbe divertente scoprire cosa sarebbe diventato Lucas se non avesse azzeccato lo strasuccesso del western spaziale (la definizione è di Sergio Leone).
Trama all'osso, attori straordinari, fotografia da Premio Nobel, e un iperrealismo di fondo che ricorda molto certe intuizioni di Heinlein e/o di Matheson.
Due consigli (tra i tanti). Date un'occhiata ai titoli di testa: oltre a scorrere al contrario (evento ancor più raro di quando alcuni optano per questa scelta con quelli di coda), presentano nomi allora giovanissimi che poi disegneranno il futuro del cinema di sempre (non ultimo, il magistrale Walter Murch).
Seguite attentamente la temporanea "prigionia" dei protagonisti: vengono rappresentate figure e personalità in maniera quasi pirandelliana, con disinvolti riferimenti e ammiccamenti antropologici di rara nitidezza.
Una lezione, insomma.
Per i patiti del genere, poco prima della scena finale, la radio della polizia annuncia l'investimento di un wookie.
