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15 febbraio 2021

NOTIZIE DAL MONDO

Tom Hanks è un capitano dell'esercito confederato, ormai reduce dalla Guerra di Secessione, che sbarca il lunario leggendo le notizie del mondo dai quotidiani che riesce a recuperare di paese in paese. Un bel giorno s'imbatte in una bambina biondissima, a suo tempo rapita dai Kiowa - e ormai assimilata dalla loro cultura. La trama seguirà le loro avventure, ma soprattutto il lento e dolce mutamento dei loro rapporti personali.

Per essere un film leggermente lento, lo è. Ma sono certo che se lo avessi visto al cinema (senza micidiali interruzioni), forse lo avrei apprezzato con maggiore indulgenza e anche con un pizzico di commozione.
Siamo a metà tra la nostalgia per i western alla Leone, ma con una romantica sporcizia "pulita"; e siamo anche dentro un modo affettuoso e devoto di raccontare un genere che non merita di scomparire, come invece sta accadendo in questi ultimi lustri.
Il regista è quello di Bloody Sunday, United 93 e di Bourne. Eppure riesce a proporre uno stile ben diverso, con un respiro più assorto e dilatato, anche durante il drammatico scontro a un terzo della trama. 
Il montaggio segue il ritmo di una sceneggiatura a volte troppo segmentata, ma che comunque tiene dall'inizio alla fine, anche quando sfiora la prevedibilità.
La fotografia è molto bella, ma un po' plasticosa. Mi ha colpito quanto ogni scena abbia una dominante diversa, ma non coerente con lo spirito, il mood della narrazione; il che è un peccato, perché le potenzialità c'erano. Le inquadrature sono comunque di ottima fattura e con momenti-drone mai stucchevoli.
La musica fa il suo bel mestiere, ma non inventa un leit motiv o un qualcosa di avvolgente come certe scene meriterebbero.
Tom Hanks è sempre più bravo e dolce e capace di lavorare sempre più per sottrazione. Ormai gli basta un cenno millimetrico per restituire sentimenti profondi e sfaccettati.
Ma è la piccola Helena Zengel a meritare più dei proverbiali 92 minuti di applausi: mai esagerata, mai irritante, sempre precisa, sempre spontanea e credibile. Veramente notevole, specie tenendo conto della giovanissima età. Per carità, è una generazione allevata a pane e video, ma proprio per questo rischia sempre di perdere il senso dell'autentico.
Insomma, è un buon film, che merita una visione attenta e senza pause. Più di un 7 non mi viene da dargli; però guardatelo (in originale, che domande). 

19 febbraio 2018

hanno attaccato tre manifesti sul post del treno di Eastwood chiamandolo col mio nome

SPOILER OVUNQUE, siete avvertiti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri dovrebbe essere un film grottesco, o almeno sembra aspirare a tanto. Però: se non lo è, la trama fa acqua da tutte le parti; se lo è, la trama fa acqua da tutte le parti.
Io credo che se hai deciso di girare un film grottesco devi per forza abusare della realtà, dandole però un senso... grottesco, appunto.
Frankenstein Junior, per dire, ha sequenze impossibili ma coerenti e sensate: ogni cosa torna al suo non-posto senza mietere dubbi nel cervello dello spettatore (cervello ab-normal, come si conviene...).
Hollywood Party è inverosimile, ma le scene impossibili del party hanno un inizio, un arco narrativo e una fine; hanno, cioè, una direzione.
In questi Tre manifesti, invece, un poliziotto butta dalla finestra un disgraziato, ma non viene arrestato né processato. La protagonista tira molotov contro un distretto di polizia, ma le indagini si riducono a una chiacchierata condominiale.
Ma soprattutto: il presunto sospetto dello stupro entra ed esce dal negozio della protagonista... senza alcun nesso narrativo.
Più in generale, la sceneggiatura è sfilacciata, si perde in almeno tre finali diversi, non crea alcuna empatia tra protagonista e spettatore, si perde in alcune sequenze prevedibili quanto lente.

Il Post è un bel film già scritto: doveva essere girato come l'ha girato Spielberg, doveva essere interpretato da due monumenti quali la Streep e Hanks. 
C'è un elemento nodale che forse è sfuggito ai critici: in questo film non si parla solo della libertà di stampa; si parla anche del coraggio dei politici, di qualunque fazione. 
Quando, cioè, un ideale assoluto viene messo in crisi o addirittura minacciato, non importa a quale partito appartieni: devi schierarti in difesa del principio, costi quello che costi.

Ore 15:17 - Attacco al treno è un bel film, non il migliore di Eastwood, ma è asciutto, nitido, pulito e senza autocelebrazioni. 

C'è un netto ed evidente contrasto tra la tecnica di ripresa che prepara all'evento drammatico e quelle che lo raccontano con misurata quanto rapida dovizia di particolari. Ed è una bella scelta: nonostante sappiamo come va a finire, ci raggomitoliamo sulla sedia in attesa della vittoria dei buoni.
Colpisce il fatto che i tre protagonisti siano quelli veri, anche per un motivo tutt'altro che banale: a volte, non c'è bisogno delle accademie per interpretare un dramma.
Certo, non vedremo mai più (?) i tre eroi recitare altri ruoli, però c'è un dubbio che mi attanaglia: fosse stata una produzione italiana, lo avremmo elogiato parlando di neo-neo-neorealismo? 

Chiamami col tuo nome è, invece, un film brutto e noioso, senza speranza alcuna: dopo un'ora volevo già andar via dalla sala.

Ed è anche un film presuntuoso, perché parte dal presupposto che parlare dei sentimenti in quel modo consenta automaticamente la loro strumentale banalizzazione.
Purtroppo è un film che deve piacere, perché il timore borghese suggerisce che certe tematiche non possano essere criticate. 
Come nella Stanza del figlio di Moretti o nella Grande bellezza di Sorrentino, non ci si appassiona, non si entra in empatia con i personaggi: si vivono i momenti drammatici solo riferendoli a noi stessi e alle nostre esperienze. Ebbene, io credo che quando costringi uno spettatore a sopperire alla tua sceneggiatura, vuol dire che sai solo mostrare senza saper raccontare. Hai fallito nel tuo scopo, insomma.
E spero vivamente che abbiano sbagliato la lente del proiettore della sala. Raramente ho visto inquadrature così pervicacemente sbagliate: più volte mi sono sorpreso a spostare la testa in alto sopra lo schermo, alla ricerca di un frammento di spazio altrimenti soffocato.