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24 maggio 2012

Area 51

Come tutti gli esseri umani che lavorano in un ufficio standard, nella mia stanza c'è il superqualunquista. Tra le tante sciocchezze che ama ripetere c'è quella del ci-controllano-tutti, leggiamo-quello-che-vogliono-loro, e ovvietà simili.
Orbene, io non credo ai complotti tout court: sicuramente ci sono casi nella storia più o meno recente in cui certe debolezze di un sistema hanno involontariamente facilitato chi questo sistema voleva mettere in difficoltà, generando di fatto equivoci di ogni sorta (prima dell'11/9, gli USA avevano almeno 40 agenzie di intelligence; troppe e mal coordinate); in più, e però, i complottismi comunque mi divertono, perché la parte infantile di me ci sguazza.
Sicuramente ci sono delle zone d'ombra, e/o incomprensibili, su cui il tempo dirà qualcosa: ma sicuramente non quelle sconcezze tipo Haarp, le scie nei cieli, i cerchi sul grano e cose simili. Sicuramente ci-controllano-tutti, leggiamo-quello-che-vogliono-loro, ma a tutto c'è un limite.
Quand'ho letto la recensione a questo libro di Annie Jacobsen, mai avrei immaginato che fosse così serio e ben fatto com'è (con tanto di 80 pagine in coda tra corposa bibliografia e note con/su documenti appena declassificati). Al di là di qualche evidente sbavatura nella traduzione (come anche nella sintassi; ma ormai è un vizio), è un testo ricchissimo di informazioni, ben disegnato, apparentemente obiettivo (anche se ci-controllano-tutti e leggiamo-quello-che-vogliono-loro), con un'accuratezza storica che a volte incanta.
E già, perché l'Area 51 è stata una zona super segreta in cui gli USA appena usciti dalla Seconda Guerra Mondiale hanno sperimentato armamementi e tecnologie contro l'orso sovietico, ingaggiando spesso battaglie tecnologiche, diplomatiche e di intelligence più o meno raffinate, più o meno dissimulate, qui restituite in tutta la loro forza (e fascino, se vogliamo).
Un testo, quindi, storico, per chi ama la Storia, per chi vuole esplorare un topico momento della Guerra Fredda ricco di incognite e di suggestioni che oggi forse mancano perché manca il fattore umano.


25 agosto 2010

Sean Sean

Tu sei come il vento e io come il leone. Tu crei la tempesta, la sabbia punge i miei occhi e la terra è arsa. Io ruggisco e ti sfido, ma tu non mi senti. Però fra noi c'è una grande differenza: io come il leone devo rimanere nel mio posto; tu come il vento non sai mai quale sia il tuo posto...
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché quando dice Bond, Giems Bond c'ha quella faccia da bastardo che vorresti essere tu. Non gli puzza mai l'alito, non ha mai una giacca stropicciata, scopa da dio ma lo fa come svogliata cortesia, spara sempre con noncuranza e guida l'auto pensando ad altro. E se sei più grosso di lui, della virtù se ne frega, e ti ammazza con il mezzo meno coraggioso possibile.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché quando faceva Zardoz non era ridicolo col pacco bene in vista e una trama che faceva pena. Recitava come una patata lessa, ma da lui lo accettavi e anzi volevi somigliargli.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché quando scocca l'ultima freccia in Robin e Marian ti vengono i lucciconi e odi la parola fine che arriva subito dopo.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché rende Highlander veramente immortale, e dopo che è morto il film fa schifo e ti alzi e te ne vai.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché nell'Uomo che volle farsi re speri sempre che arrivino i nostri per salvarlo poco prima che i cattivoni lo ammazzino abbattendo il ponte su cui s'è rifugiato fieramente.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché scribacchio i miei romanzi aspettando sempre che un Forrester come lui mi dia i suggerimenti giusti.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché se i comunisti fossero come lui in Caccia a Ottobre Rosso avremmo vinto la guerra fredda e saremmo tutti orgogliosamente sovietici.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché lui è il papà che tutti vorremmo avere, non solo Indiana Jones.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché mentre mia madre pagava il biglietto per vedere l'ennesima replica di Dr No, a Turone annullavano un gol regolare e la mia Juve avrebbe poi vinto lo scudetto.
Io a Sean Connery gli voglio bene, perché le sedie delle sale parrocchiali erano dolorose, c'era gente che fumava, bimbi che correvano, e io in bilico sulla seggiola a bermi quel fantastico mondo del cinema da cui ancora oggi non riesco a sottrarmi.
La vita che vivo è noiosa, attendo sempre e solo che faccia buio in sala, e che Sean Connery mi guardi dallo schermo per dirmi  
Com'è bello questo posto! La mia foresta... È una cosa viva. E io amo la vita... e sto pensando a tutta la gente che ho fatto morire. Non ho mai perso una battaglia. Ma con che risultato? "La giornata è nostra", diceva sempre Riccardo Cuor di Leone, ed era già domani. E ieri, dov'era andato?

16 luglio 2010

il finale di Lost

De Pedis e il Polpo salgono sulla Uno Bianca per andare fino al Terminillo a veder salpare via la nave della Crociata dei Bambini, che sono verdi con gli occhi blu tutti imparentati col cugino della madre del pizzicagnolo di casa mia, notoriamente donna, che a tempo perso fa il chirurgo facciale dei pappagalli egiziani armati di un pennarello magico che di notte riflette il sole, di mattina la luna, e il pomeriggio scegliete voi che dovrete disegnare le righe di Nazca tutte d'un fiato, sopra le lische di pesce nella grotta dei tuffatori del Paziente Inglese dove vive una maga turchina che ha in dote la spada che servirà a recidere il cordone ombelicale della struttura amministrativa di una società in accomandita che fabbrica tappi bucati agli eschimesi di lingua francese che hanno imparato i simboli esposti nel maniero del suddetto pizzicagnolo tra le ande della Turchia durante una caccia al mammut sovietico, noto per avere una falce e martello su per il mulo che intanto si sta accoppiando con una cavalla a stelle e strisce che non è la Juve ma l'Inter di zero tituli perché Moggi ha dimostrato di essere l'unico uomo sulla terra ad averlo più grosso di Rocco Siffredi che ha appena visto la sua auto andar via da sola perché telecomandata da Arturo noto sfigato che ha giocato 84 numeri al superenalotto ma sono usciti proprio i sei che si era dimenticato perché gli erano caduti dalla tasca mente estraeva il portafoglio di lama alpaca soriano per pagare un'ignota mina fabbricata durante le prove di Alias che ha visto Tarantino come ospite e che ha ispirato alcune scene dell'ultimo film sugli zombi di Romero che se perdesse "er" diventerebbe un personaggio di Shakespeare mentre invece "er" sarebbe la nuova serie in cui recita George Clooney che ha la Canalis come fidanzata e un panino come amante possibilmente masticato da Brad Pitt che caccia via un fotografo perché taglierà la testa alla moglie del cugino del fratello della nonna del nipote del confessore che ha sepolto De Pedis che con il Polpo è salito sulla Uno Bianca per andare fino al Terminillo a veder salpare via la nave della Crociata dei Bambini, che sono verdi con gli occhi blu tutti imparentati col cugino della madre del pizzicagnolo di casa mia, notoriamente donna, che a tempo perso fa il chirurgo facciale dei pappagalli egiziani armati di un pennarello magico che di notte riflette il sole, di mattina la luna, e il pomeriggio scegliete voi che dovrete disegnare le righe di Nazca tutte d'un.....

26 gennaio 2010

Avatar, ovvero: del computergrafare

Con le dovute proporzioni, credo che Avatar possa essere storicamente collocato sullo stesso piano di Guerre Stellari. Ma - appunto - solo storicamente. Voglio dire che il contesto e la profondità filosofica sono addirittura opposte (Lucas non si aspettava la dotta approvazione di Campbell; Cameron, invece, gigioneggia volutamente e scientemente). In più con Guerre Stellari si usciva da un bruttisimo periodo storicopolitico, e da una condizione generazionale veramente in crisi; con Avatar no.Diciamo quindi che Avatar condivide con Guerre Stellari la sicura efficacia del potenziale cambiamento che susciterà e che permarrà negli anni; anche se quello di Guerre Stellari non fu previsto (la trama era comunque essenziale e molto rischiosa), mentre questo di Avatar sì (vuoi per il battage, vuoi per l'inevitabile riferimento tecnologico).Avessi ventanni di meno forse mi sarei divertito ancor di più, e avrei sorvolato sopra certi eccessivi citazionismi e certe ingenuità. Certo è che la straordinaraia maraviglia del 3D supera di gran lunga ogni personale criticismo per arrivare al succo di un entusiasmo che si gode con straordinaria semplicità e infantilismo.E francamente ho trovato ben oltre il cretinismo salottiero certe critiche da parte degli addetti ai lavori. Se ogni tanto questi giornalisti e questi registi imparassero a seguire il cuore puro dell'essere infantili e non il suo invidiare gli altri per partito preso, forse avremmo anche un cinema italiano più maturo e intelligente. La potenza di Avatar non sono solo i soldi (tanti), ma le professionalità, e il come sono state usate (benissimo). L'unico appunto pedicelloso: la colonna sonora traballa; non la ricordi neanche sotto tortura.Per i più curiosi (attenzione a eventuali spoiler), la trama riprende:
Last but not least l'intera storia deve moltissimo a quella di Balla coi lupi, ma anche ad alcuni nodi innovativi di alcuni grandi titoli del quasi filone western dalla parte dei nativi che "nacque" con l'Amante indiana (1950, da cui il nostro riprende l'idea di donna-guida), e finì col trittico del 1970: Soldato blu (cfr il generalissimo esaltato), Un uomo chiamato Cavallo (cfr l'ex dell'esercito che organizza in versione marine la difesa del villaggio nativo: quindi, e alla fine, è grazie al bianco che si salvano i pelleblu) e Piccolo Grande Uomo (cfr il tipo di coinvolgimento emotivo).
La struttura è sempre questa: per differenti motivi finisco dentro una civiltà pura, rispettosa della natura e di tante belle cose, ne resto così coinvolto che alla fine lotterò contro i miei stessi simili pur di tutelarla.
Quindi la storia e la trama non sono poi così originali.
A onor del vero, anche certi perni narrativi di Guerre Stellari erano già stati letti, visti e rivisti (addirittura roba di epoca cortese o di tarda tradizione nipponica), così come era ben che ingombrante l'allora avanguardismitudine degli effetti speciali: però sia la trama che gli effetti erano al servizio della storia (e poi in fondo l'uomo carne Luke combatte contro l'uomo macchina Darth Fener).
Con Avatar la storia deve essere semplice, riconoscibile, lineare e comprensibile, perché altrimenti lo spettatore non riesce a godere di nulla: gli effetti sono troppo ingombranti e innovativi per poter supportare una trama profonda. Tanto che quel liturgico "io ti vedo" con cui gli alieni si salutano tra loro, sembra più un augurio di Cameron: speriamo che il pubblico veda oltre.
Intendiamoci non ho niente "contro" il 3D, anzi. Però lo voglio mettere alla prova con una commedia o con un qualsivoglia genere che non viva di effetti particolari se non - appunto - solo di trama.
Il 3D è cinema? Domanda assolutamente inutile. Del resto la parola cinematografare ("scrivere con il movimento (e la luce)") ha perso di significato da molto tempo: questa è l'era del computergrafare ("scrivere con la tecnologia")... e magari gli attori neanche si devono spostare chissà dove: ormai sono gli effetti in postproduzione che aggiungono il movimento.
L'importante è raccontare per immagini in movimento. O no...?!
La domanda che tutti dovrebbero porsi è un'altra: perché farlo col 3D anziché con un'ormai classica alta definizione? Insomma: il 3D è utile?
Be', qui ci corre in soccorso Oscar Wilde quando nella premessa del sottovalutato Dorian Gray scrive: "tutta l'arte è perfettamente inutile". Se il 3D è una forma di arte, la mia domanda quindi non ha senso. Se invece il 3D è solo una macchina, sempre Oscar Wilde suggerisce di stare attento alla figura di Calibano, il mostro che abitava l'isola scespiriana di Prospero, ricca di libri e di cultura, ma alla portata di nessuno se non dei naufraghi della Tempesta.

© Alessandro Loppi 2010-2019

11 gennaio 2010

apophis scores

Circondato com'ero dai botti del capodanno stoccolmese, ho avidamente letto in ritardo questa notizia che avrebbe dell'incredibile, se non fosse una rilettura di altrettanti allarmi dipanati nel tempo giornalistico, dove le cose durano un giorno, e poi vengono sapientemente riciclate quando scarseggiano le novità.
La "notizia" inizia così:
Un gruppo di scienziati studia mappe astronomiche, pianifica missioni spaziali e di tanto in tanto si ripassa in dvd il kolossal hollywoodiano "Armageddon". Perché per salvare l'umanità dalla catastrofe sarà necessaria tanta tecnica, nuove tecnologie ma anche quello che qualcuno ha già definito "stile cinematografico". L'obiettivo non è da poco: bisogna impedire che si schianti sulla terra il gigantesco asteroide Apophis. E il pericolo esiste davvero. Esperti di tutto il mondo hanno calcolato che Apophis potrebbe schiantarsi sulla Terra tra ventisei anni. Esattamente il 13 aprile 2036, domenica di Pasqua.
L'appassionato di cinema che è in me, mentre leggeva ha rivisto mentalmente decine di film sul tema. E del resto, anche l'autore dell'articolo celebra il più facile Armageddon (1998), dimenticando il grezzo Meteor (1979) in cui Brian Keith e Sean Connery fanno a cazzotti contro una meteora appunto, usando quei missili che sovietici e statunitensi avevano già messo in orbita per scopi intimidatori... l'un contro l'altro armati, insomma.
E come non dimenticare l'ancor giovanissimo John Carpenter con il suo disarticolato e divertentissimo Dark Star: per far prima si distruggono direttamente i pianeti considerati "dannosi" nel senso più vasto del termine.
Ma la cosa che ha ancor più deliziato la mia memoria è stato questo passaggio:
Ma qual è il progetto russo per evitare l'Armageddon del 2036? Tra le tante ipotesi fatte negli ultimi anni, forse la più credibile è quella del "trattore gravitazionale": un'astronave lanciata il più vicino possibile all' asteroide che aggancerebbe "il distruttore" solo con la propria forza di gravità. A questo punto, come in un film, gli astronauti trainerebbero l'asteroide killer lontano, per poi abbandonarlo al suo destino. Più complicata da immaginare l'idea delle vele solari da agganciare all'asteroide. Il vento solare farebbe il resto, portandosi via la minaccia. E non manca una proposta in apparenza fantasiosa che pare venga invece presa sul serio da Perminov e i suoi: cospargere la faccia esposta al sole dell'asteroide di vernice bianca. Sembra incredibile ma gli scienziati giurano che, se si trovasse la soluzione tecnica per questo lavoro da "imbianchini spaziali", i raggi solari verrebbero respinti dal corpo celeste con una forza tale da deviarne la traiettoria.
I "trattori gravitazionali" li ritroviamo genericamente sia in Spazio 1999, che in Star Trek.
Sempre in Star Trek viene sviluppata l'idea di "vela solare" in maniera molto dettagliata: nell'episodio Il vascello solare (Deep Space Nine, terza stagione, episodio numero 22) il mitico Benjiamin Sisko costruisce un'astronave il cui solo viaggiare dimostrerà l'unica (e quindi pacifica) discendenza tra gli "intellettuali" bajoriani e gli "spartani" cardassiani.
Sulla vernice che grazie al riflesso della luce sposterebbe l'asteroide ormai imbiancato, vengono in mente certe cose di Georges Méliès come anche una vecchia storia di Paperino in cui viaggia nello spazio proprio grazie a una vernice riflettente.
Tutto questo per dimostrare che la fantascienza ha una dignità straordinaria, e una preveggenza che supera di gran lunga il cinismo dei suoi detrattori. Per carità, non cado nel tranello astrologico per cui mi accorgo e segnalo solo le cose da lei azzeccate; però è vero che quando la fantascienza è fatta bene, diventa addirittura un insegnamento morale a priori, da seguire prima ancora che la vittoria scientifica si manifesti.
E se a voi viene in mente il mortificante Grande Fratello televisivo, io penso invece ad un antico racconto di fantascienza (credo di Clarke) in cui un'esplorazione spaziale di umani atterra in un pianeta deserto e senza vita, in cui però è evidente che la civiltà che lo abitava era perfetta e superiore a tutte le altre finora scoperte dai nostri eroi. Dopo una serie di rapidi calcoli, il protagonista scopre la terrificante verità: quella straordinaria civiltà fu disintegrata dal passaggio di un'enorme cometa, quella che per noi era l'annuncio della nascita di Cristo. Il che - senza scomodare il mio cinico ateismo - mi porta a pensare: dovessimo respingere quest'enorme asteroide, attenzione alla direzione che poi gli imporremo... non si sa mai.

12 giugno 2006

stalin sconosciuto

In questi giorni mi sto deliziando la vista con la lettura di un ottimo saggio storico: Stalin sconosciuto, dei gemelli Roj e Žores A. Medvedev. Tenendo conto che i due subirono lo stalinismo in prima persona, il testo acquista un forte significato propedeutico.
La struttura dell'intero lavoro è perlomeno curiosa: gli autori lavorano a ritroso, partendo quindi dalla morte del dittatore sovietico, passando ovviamente per il famoso "discorso segreto" di Kruscev, arrivando quindi a interessanti rivelazioni sui progetti nucleari che Stalin stava promuovendo, sulle reali motivazioni del Patto Molotov / von Ribbentrop...
A differenza di buona parte dei testi storici, è scritto senza verbosità, saccentismi o supponenze di sorta. Anche chi è poco avvezzo all'argomento può trovare spunti di vario spessore che magari potrebbero invogliarlo ad approfondire di più il tutto (e dintorni).

05 giugno 2006

lager inglesi

Il 4 aprile di quest'anno, su Repubblica è uscito un disarmante articolo di Stefania De Lellis che riproduco per intero. Per uno come me che ha avuto sempre una grande stima per il Regno Unito, è stata una mazzata. Per carità, sono cose note, in più l'Inghilterra ne ha fatte di schifezze. Ma leggerle fa sempre un (bel) po' male.
minimAle

Heinz Bierdermann, 20 anni, impiegato. Arrestato nel 1946 perché "figlio di un fervente comunista". Tenuto in isolamento a Bad Nenndorf, vicino ad Hannover, quasi nudo a temperature sotto lo zero. Minacciato continuamente di morte durante gli interrogatori, dopo quattro mesi pesava venticinque chili di meno. «Sembrava consumarsi come una candela», dichiarò poi uno dei suoi carcerieri. Gerhard Menzel, 23 anni, studente, fermato ad Amburgo.
Su di lui sospetti di legami con i bolscevichi perché nella zona della Germania controllata dai britannici era arrivato dalla Siberia, dove era stato prigioniero di guerra. Incatenato con le mani dietro la schiena anche per sedici ore di fila, venne più volte picchiato sul viso, tenuto in celle gelate per settimane, torturato con docce ghiacciate ripetute ogni trenta minuti dalle quattro e trenta del mattino fino a mezzanotte.
I loro volti sono usciti dal buio della censura ieri dopo sessanta anni. Il quotidiano The Guardian è riuscito a pubblicarne le foto svelando un lato oscuro dell´immediato dopoguerra: le torture inflitte dagli inglesi in Germania sui sospetti comunisti per carpire informazioni sui sovietici che - alleati fino a pochi mesi prima - secondo molti ufficiali dell´epoca erano sul punto di scatenare il terzo conflitto mondiale.Il segreto è rimasto gelosamente custodito negli archivi perché, annotò già allora un ministro a Londra, meno persone possibile «devono sapere che le autorità britanniche si sono comportate in un modo che ricorda i lager nazisti».
Un orrore ancora scottante per la Difesa, visti i tentativi di bloccare lo scoop del giornale che è riuscito a ottenere i documenti sulla vicenda soltanto invocando il Freedom Information Act. In molti ora chiedono un´ammissione di colpa e il pagamento di indennizzi ai sopravvissuti. «L´idea secondo cui la Gran Bretagna non usò la tortura durante la Seconda Guerra mondiale e subito dopo - ha sottolineato Sherman Carroll, della Medical Foundation for the Care of Victims of Torture - è un mito, propagato ad arte per decenni».
Le foto erano state inviate nella capitale britannica da un ufficiale della Marina che dirigeva il campo di internamento dove alcuni dei sospetti interrogati a Bad Nenndorf venivano spostati dopo il "trattamento". Scioccato per le condizioni in cui i prigionieri arrivavano, chiese ai superiori di aprire un´inchiesta. Fu così mandato in Germania un detective, Tom Hayward. Nel suo rapporto raccontò le violenze cui erano stati sottoposti 372 uomini e 44 donne tra il 1945 e il 1947 nell´ex stazione termale nei pressi di Hannover adibita dal War Office britannico a centro per interrogatori. Oltre ai sospetti di collusione con Mosca in quelle celle passarono nazisti, ex Ss, industriali che avevano fatto fortuna sotto Hitler. Almeno due persone furono lasciate morire di fame, una fu picchiata a morte, altri contrassero malattie o persero le dita per congelamento.
Molti avevano ferite al volto e piaghe sulle gambe, perché i torturatori usavano "stivaletti malesi" recuperati nelle stazioni della Gestapo. Dopo il rapporto di Hayward quattro ufficiali finirono davanti alla corte marziale. Le udienze si tennero a porte chiuse perché i sovietici non sapessero. L´unico a essere condannato fu un medico: ma si dovette semplicemente dimettere dall´esercito. Il responsabile del centro fu scagionato dall´accusa di "condotta crudele" ed entrò nei Servizi segreti.