26 marzo 2010
il profeta, noiosamente eroe del (t)errore
Gli ingredienti prevedibili ci sono tutti: la galera è cosa cattiva, in galera ci sono carcerati cattivi, in galera fai cose che fuori non faresti mai, in galera i poliziotti se ne fregano della giustizia, in galera ci son più corrotti che in Italia (il che è tutto dire), in galera o soccombi o ti trasformi in cattivo. Qui addirittura il protagonista da coglione si trasforma in superspacciatore, sconfiggendo con scespiriana strategia (resa benissimo, questo va detto) il tipo che prima lo costringeva allo schiavismo umiliante.
Attenzione: come filmetto d'avventura è divertente, con poche sottotrame e un piglio decisamente "francese" (seppure impostato in un giustificare il crimine, che francamente è poco educativo); eppoi ha una fotografia veramente notevole... però non diamogli questo senso di capolavoro intellettualistico, perché proprio non ci sta.
Devo confessare che mi aspettavo dalla critica "giovane" non qualcosa di simile alla mia visione, ma almeno un ridimensionamento del bombardamento mediatico che ce lo aveva imposto come un capolavoro. E invece leggo cose tipo questa: Il profeta - senza dubbio il film migliore uscito in questi primi mesi del 2010, senza dubbio uno dei migliori film della stagione - fa compiere uno scarto al genere noir e rivisita il romanzo di formazione con acume sorprendente, ma non possiede quella chiarezza di stile necessaria a renderlo un capolavoro assoluto. A ben vedere, però, quello de Il profeta è il destino dei grandi film che fanno compiere slittamenti positivi al cinema ma non sono “rotondi” come frutti maturi. Il nastro bianco di Haneke, che ha scippato [!!!] nel 2009 la Palma d’Oro al film di Audiard (arrivato “secondo”, vincendo il Gran Premio della Giuria) è un lavoro meno coraggioso e più tornito.
Tipico esempio di critica all'italiana, insomma (con tanto di insulto mascherato da buone intenzioni propedeutiche), che peraltro prova a mettere sullo stesso piano un ritrattista eccezionale (Haneke) con un buon mestierante (Audiard). Non tenendo conto poi che la potenza di Haneke è sempre stata socratica, perché costringe appunto il lettore a "esistere" dentro la proiezione.
Nel Profeta, invece, lo spettatore "assiste", ogni tanto storce la bocca per qualche violenza buttata là, e poi torna a casa per mangiarsi un bel filetto innaffiato con dell'ottimo vino: tutto è già scomparso, svanito. Di "profetico" resta solo l'alba del giorno dopo, quando dobbiamo svegliarci presto per andare a lavorare e non sappiamo cosa dire a chi ci chiede "ti è piaciuto?".
27 ottobre 2009
il giallo della morte di Stefano Cucchi
L'ingresso dell'Ospedale Sandro Pertini
«Lo Stato mi deve spiegare come è morto mio fratello. E come è potuto accadere che né io né i miei genitori siamo riusciti a vederlo per sei giorni. E soprattutto perché ci è stato impedito di sapere per quale motivo era stato portato in ospedale. Quando l´ho visto era irriconoscibile».
Ilaria Cucchi, 35 anni, è sconvolta dalla morte del fratello, Stefano 31 anni, avvenuta, sembra per arresto cardiaco, in circostanze non chiare all´ospedale Pertini dopo le manette la notte fra il 15 e il 16 ottobre per il possesso di 20 grammi di sostanze stupefacenti. Il funerale di Stefano c´è stato ieri nella chiesa di Santa Giulia in via Filerete a Torpignattara. Il giovane pesava 37 chili, 42 quando è stato arrestato.
Da giovedì 15 notte per i genitori è cominciato un incubo: hanno visto Stefano l´ultima volta in buona salute all´una, accompagnato a casa dalle forze dell´ordine per una perquisizione. I carabinieri che lo hanno arrestato lo hanno avuto in consegna poco tempo: «Lo abbiamo portato in caserma in una camera di sicurezza, alle 5 del mattino abbiamo chiamato il 118 perché stava male, ma non ha voluto essere curato, si è svegliato alle 9,20 e lo abbiamo accompagnato per il rito direttissimo e consegnato alla polizia penitenziaria».
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20 agosto 2009
il monologo perfetto
Vacci tu e tutta questa merda di città e di chi ci abita!
In culo ai mendicanti che mi chiedono soldi e che mi ridono alle spalle.
In culo ai lavavetri che mi sporcano il vetro pulito della macchina.
In culo ai sikh e ai pachistani che vanno per le strade a palla con i loro taxi decrepiti, puzzano di curry da tutti i pori, mi mandano in paranoia le narici! Aspiranti terroristi... e rallentate, CAZZO!
In culo ai ragazzi di Chelsea con il torace depilato e i bicipiti pompati, che se lo succhiano a vicenda nei miei parchi e te lo sbattono in faccia sul gay channel!
In culo ai bottegai coreani con le loro piramidi di frutta troppo cara, con i loro fiori avvolti nella plastica, sono qui da 10 anni e non sanno ancora mettere due parole insieme.
In culo ai russi di Brighton Beach, mafiosi e violenti, seduti nei bar a sorseggiare il loro tè con una zolletta di zucchero tra i denti; rubano, imbrogliano e cospirano, tornate da dove CAZZO siete venuti!
In culo agli ebrei ortodossi che vanno su e giu per la 47 nei loro soprabiti imbiancati di forfora a vendere diamanti del Sudafrica dell'Apartheid.
In culo agli agenti di borsa di Wall Street che pensano di essere i padroni dell'universo; quei figli di puttana si sentono come Michael Douglas/Gordon Gekko e pensano a nuovi modi per derubare la povera gente che lavora! Sbattete dentro quegli stronzi della Enron a marcire per tutta la vita! E Bush e Cheney non sapevano niente di quel casino? Ma fatemi il CAZZO di piacere!
In culo ai portoricani, 20 in una macchina e fanno crescere le spese dell'assistenza sociale e non fatemi parlare di quei pipponi dei dominicani, a loro confronto i portoricani sono proprio dei fenomeni!
In culo agli italiani di Bensonhurst con i loro capelli impomatati, le loro tute di nylon, le loro medagliette di Sant'Antonio, che agitano la loro mazza da baseball firmata Jason Giambi sperando in un'audizione per i Soprano.
In culo alle signore dell'Upper-ESide, con i loro foulard di Hermes e i loro carciofi di Balducci da 50 dollari, con le loro faccie pompate di silicone, truccate, laccate e liftate, non riuscite ad ingannare nessuno VECCHIE BEFANE!
In culo ai negri di Harlem, non passano mai la palla, non vogliono giocare in difesa, fanno 5 passi per arrivare sotto canestro, poi si girano e danno la colpa al razzismo dei bianchi. La schiavitù è finita 137 anni fa! E muovete le chiappe!
In culo ai poliziotti corrotti che impalano i poveri cristi e li crivellano con 41 proiettili nascosti dietro il loro muro di omertà! Avete tradito la nostra fiducia!
In culo ai preti che mettono le mani nei pantaloni di bambini innocenti. In culo alla chiesa che li protegge non liberandoci dal MALE, visto che ci siamo ci metto anche Gesù Cristo: se l'è cavata con poco, un giorno sulla croce, un weekend all'inferno e poi gli alleluja degli angeli per il resto dell'eternità! Provi a passare 7 anni nel carcere di Otisville.
In culo a Osama Bin-Laden, a Al Qaeda e quei cavernicoli retogradi dei fondamentalisti di tutto il mondo. In nome delle migliaia di innocenti assassinati, gli auguro di passare il resto dell'eternità con le vostre 72 puttane ad arrostire a fuoco lento all'INFERNO! Stronzi cammellieri con l'asciugamano in testa, baciate le mie nobili palle irlandesi!
In culo a Jakob Elinsky lamentoso e scontento, in culo a Francis Slaughtery, il mio migliore amico che mi giudica con gli occhi incollati sulle chiappe della mia ragazza.
In culo a Naturelle Riviera, le ho dato la mia fiducia e mi ha pugnalato alla schiena. Mi ha venduto alla polizia! Maledetta Puttana!
In culo a mio padre, con il suo insanabile dolore, che beve acqua minerale dietro il banco del suo bar, vendendo whisky ai pompieri, inneggiando ai Bronx Bombers.
In culo a questa città e a chi ci abita, dalle casette a schiera di Astoria, agli attici di Park Avenue, dalle case popolari del Bronx ai loft di Soho, dai palazzoni di Alfabeth City alle case di pietra di Park Slow e a quelli a due piani di Staten Island. Che un terremoto la faccia crollare, che gli incendi la distruggano che bruci fino a diventare cenere e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi.
No, no... In culo a te, Montgomery Brogan, avevi tutto e l'hai buttato via, brutta testa di CAZZO!
19 maggio 2009
così le SS uccidevano i gay
19 settembre 2008
Adriano Sofri, una vergogna
Sofri "confessa": Calabresi fu ucciso solo per pietàdi Michele Brambilla
Ieri Adriano Sofri è tornato a parlare del delitto Calabresi. Non sarebbe una notizia se i toni e gli argomenti che ha usato per giustificare - sì: per giustificare - l’omicidio del commissario non ricordassero, anzi non superassero quelli che lo stesso Sofri utilizzò il 18 maggio 1972, cioè il giorno dopo il delitto, nell’articolo che scrisse su Lotta Continua: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli». Allora Sofri parlava di «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Un delirio, o se preferite una cialtronata propagandistica: ma non tanto differente dai deliri e le cialtronate a quei tempi cantate in coro dalla stragrande maggioranza dei giornali, compresi quelli cosiddetti borghesi, e dalla ancor più stragrande maggioranza della nostra intellighenzia. Insomma il Sofri di allora aveva quanto meno l’attenuante di vivere in un’Italia in cui spararle grosse era cosa talmente ordinaria che le parole a volte perdevano perfino il loro significato.
Il Sofri di oggi parla invece in un Paese per fortuna rinsavito da tempo; eppure quel che scrive non è tanto diverso, nei contenuti, dai lugubri comunicati delle Br. Nella sua rubrica «Piccola Posta» di ieri sul Foglio, Sofri ha scritto che «l’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». E più avanti: «Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie». E ancora: «I suoi autori (del delitto, ovviamente, ndr) erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime».
Insomma una vendetta contro un’ingiustizia, un atto di pietà verso «le vittime», e dicendo «vittime» si dà per scontato che Calabresi fosse un carnefice. Non è nuovo, il ragionamento di Sofri: se la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli erano da attribuire al «terrorismo di Stato», come scrive nella sua «Piccola Posta», una reazione era più che comprensibile e perfino giustificabile. Non è nuova, dicevo, questa argomentazione. Mai però il Sofri di questi ultimi anni aveva così freddamente rivendicato il diritto alla vendetta e all’omicidio; e affermato il principio che, se lo Stato non fa giustizia, la giustizia bisogna farsela da sé.
Sorprendente è anche il ritorno al linciaggio nei confronti di Calabresi: da tempo Sofri aveva preso le distanze dalla campagna di odio che il suo movimento e il giornale avevano orchestrato contro il commissario. Ora torna a infangarlo, lo definisce «un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione», e stiamo parlando della strage di piazza Fontana, dell’incriminazione di anarchici innocenti e della morte (assassinio, per Sofri) di Pinelli. Tutte follie, specie se si considera che Calabresi non era a quei tempi che un giovane commissario lontanissimo dalle stanze del potere. Tutte accuse riportate senza lo straccio di una prova, accuse da cui Calabresi non può difendersi perché da quasi quarant’anni è sotto terra, e c’è - non dimentichiamolo - perché ce lo hanno mandato coloro che hanno creduto alle menzogne di Lotta Continua. Non lo diciamo noi e non lo dicono neanche i giudici: lo dice Sofri stesso, sul Foglio di ieri, che chi ha ucciso Calabresi era un angelo vendicatore della sinistra. Anche questo è un fatto inedito e molto importante: per anni Sofri ha cercato - prima al processo, poi con campagne di stampa condotte da giornalisti amici - di avvalorare la panzana di un Calabresi ucciso dai servizi segreti: adesso finalmente dice che quell’omicidio porta la firma dell’estrema sinistra.
Nell’articolo di ieri sul Foglio qualcuno ha visto, o ha creduto di vedere, una sorta di confessione. Dipende da che cosa si intende per confessione. Se si intende l’ammissione di ciò che i giudici gli hanno contestato, e cioè di aver conferito il mandato ad uccidere Calabresi, no, non c’è stata alcuna confessione, visto che anche ieri Sofri ha tenuto a ribadire: «Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio». Se si intende invece un altro tipo di confessione, più implicita, più contorta e tortuosa, forse perfino involontaria, allora sì, forse l’articolo di ieri segna una svolta non solo nel ritorno ai toni guerriglieri del Sofri d’antan, ma anche nell’apertura di uno squarcio nel velo di un mistero tragico.
Provo a spiegarmi. C’è una frase che nel contesto pare secondaria e che invece è forse risolutiva: «Io personalmente ebbi in Lc - scrive Sofri - un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilità verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilità personale fu nulla, e così quella penale».Credo che questa frase riveli tutto lo psicodramma del caso Sofri. Non ho alcuna prova, ma seguendo questa vicenda dal giorno degli arresti fino all’ultima sentenza della Cassazione, mi sono fatto questa convinzione: è possibile, possibilissimo che Sofri sia innocente. Però sa che a uccidere Calabresi sono stati alcuni figli suoi, o meglio figli della sua creatura, Lotta Continua, e li ha voluti coprire fino all’ultimo.
Ancora ieri sul Foglio Sofri ha scritto che in Lc non c’erano frange armate. Sa perfettamente che non è vero. Sa perfettamente che al congresso di Rimini del marzo 1972 - due mesi prima dell’omicidio Calabresi - il movimento si spaccò: c’era la fazione guidata da Giorgio Pietrostefani che voleva passare alla lotta armata, e quella di Sofri che si opponeva. Finì che Lc si spaccò in due: Pietrostefani andò a guidare il movimento al Nord, Sofri si trasferì a Napoli dove fondò un giornale che si chiamava Mo’ che il tempo si avvicina. Leonardo Marino, il pentito che ha dato origine al processo, non ha mai detto che fu Sofri a ordinargli di uccidere Calabresi. Ha detto che fu Pietrostefani, e che tutto fu organizzato a Milano. Solo due giorni prima del delitto Marino, secondo il suo racconto, volle una conferma da Sofri, e andò a cercarla in un improbabile colloquio a Pisa, nella ressa di un comizio. Quel colloquio resta il vero punto debole della confessione di Marino.
Non ho prove, ma credo che Sofri abbia preferito il martirio personale al racconto della verità. Meglio sprofondare con gli amici che far la figura del delatore; meglio stare in carcere da innocente che distruggere la creatura che fu ed è tuttora il senso della sua vita. Anche qui non ho prove: ma ho l’impressione che l’articolo sul Foglio sia, per chi sa e capisce, rivelatore, con quella inedita ammissione sulla paternità dell’omicidio da parte di estremisti di sinistra (tratteggiati da Sofri con indulgenza e affetto) e con quella rivendicazione di responsabilità totale per ciò che uscì da Lotta Continua («anche quando la mia responsabilità personale fu nulla e così quella penale»).
In questo immolarsi di Sofri non c’è nulla di eroico, né di nobile. C’è un ego smisurato, una concezione totalmente autoreferenziale della morale. C’è un malinteso senso di onestà verso gli amici, c’è la convinzione che le colpe non vadano espiate consegnandosi a uno Stato che si ritiene almeno egualmente colpevole. Se Sofri, come sospetto, è innocente ma non racconta ciò che sa, il suo è un grave peccato di orgoglio. È anche un peccato contro la verità - di cui la famiglia Calabresi innanzitutto avrebbe diritto -: non meno grave, a questo punto, di un omicidio di tanti anni fa.
Sofri, legga Gemma Calabresi. E stia zitto
di Massimo PandolfiIl signor Adriano Sofri solo perchè è ritenuto intellettuale (e soprattutto perché è amico di tanti presunti intellettuali che comandano l'Italia) può permettersi di scrivere tutte le corbellerie di questo mondo. Si parla molto, in queste ore, dell'articolo che il mandante dell'omicidio del commissario Calabresi (così Sofri è stato condannato con sentenza definitiva dalla giustizia italiana) ha scritto l'altro giorno sul Foglio. "L'omicidio Calabresi - ha scritto Sofri - fu l'azione di qualcuno che disperando della giustizia pubblica, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca". E poi: "Fu un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvage". Ok, perchè stanno simpatici a Sofri, gli assassini non sono persone malvage. Capito? Al signor Sofri vorrei far rileggere questa lettera scritta da Gemma Calabresi, vedova del commissario Calabresi, e pubblicata come postazione del libro di Leonardo Marino (il pentito che ha inchiodato Sofri) intitolato "Così uccidemmo il commissario Calabresi". Parla del perdono questa lettera, caro signor Sofri.
di Gemma Calabresi*
Quando Luigi Calabresi venne ucciso, scrissi come necrologio sui giornali questa frase: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno», le parole dette da Gesù sulla croce. In realtà non fui io a scegliere questo necrologio, ma mia madre, una vera cattolica che vive quotidianamente secondo il Vangelo. In quel momento io ero molto giovane e forse non sentivo veramente mie quelle parole, tuttavia accettai il consiglio di mamma pensando che quella fosse l'unica possibilità per spezzare quel terribile odio che stava dilagando sempre di più. Poi, man mano che passavano gli anni, io ho sentito quella frase sempre più mia, mi si addiceva sempre più. Ho molto pensato e ho capito che Gesù, sulla croce, avrebbe potuto perdonare direttamente i suoi carnefici, ma in quel momento Egli era un uomo e sapeva quanto per noi uomini sarebbe stato difficile perdonare, quindi ci indica questa strada... chiedere al Padre di farlo lui in vece nostra, dando a noi il tempo di un cammino in questo senso. Io sto camminando... Il perdono è un cammino lungo e difficile, molto lento, con momenti di grandi passi avanti e altri in cui sembra di scivolare indietro, di alti e di bassi. Come cattolica sono sicura che sia l'unica strada da percorrere. Io ho perdonato Leonardo Marino, uno dei responsabili della morte di mio marito, che si è costituito spontaneamente alla giustizia autoaccusandosi di questo omicidio. Marino è un vero pentito. Infatti Marino non era in carcere e non ha deciso il pentimento per avere sconti di pena. Egli viveva a casa sua e non c'era su di lui nessuna indagine in corso. Marino, che da ragazzo aveva ricevuto una formazione religiosa, per un travaglio interiore che lo logorava, per un terribile peso che gravava sulla sua coscienza, ha deciso di confessare. Marino, che dopo essersi costituito ha subìto le peggiori angherie, è un uomo che ha molto sofferto e siccome la sofferenza, anche se ha origini diverse, accomuna, io mi sono sentita vicina a lui e ho sentito che dovevo perdonarlo. Naturalmente è stata più facile la riconciliazione con Marino che parla di Dio, che chiede umilmente perdono... Molto più difficile è che possa essere dato anche unilateralmente e quindi io questo cammino intendo continuarlo fino a raggiungere una vera pace interiore. Per il momento posso dire di essermi riconciliata con la vita... so apprezzare la natura, gioire della creazione, so ringraziare, credo nuovamente nella bontà degli uomini e questo mi dà molta serenità. Concludo inviando un messaggio a tutti coloro che, come me, soffrono per aver ricevuto ingiustizie e qui mi rivolgo soprattutto alle donne. Non dico perdonate, perché questo è un cammino soggettivo. Posso solo dire che l'odio logora, ci indurisce, non permette di metterci in sintonia con chi ci è stato tolto, non ci permette di vedere ciò che di bello ci sarà ancora, di gioire nel vedere i nostri figli che crescono, ci toglie la gioia di vivere. L'odio per noi sarebbe una sofferenza, una tragedia in più.
*Lettera/postfazione che la vedova del commissario Calabresi ha concesso per la nuova edizione del memoriale di Leonardo Marino «Così uccidemmo il commissario Calabresi» (edizioni Ares)
Ora Sofri è solo
di Luca Telese
Faceva una certa impressione, ieri, vedere l’uomo delle «piccole poste» invadere il Corriere della Sera con una grande posta, tanto smisurata quanto tortuosa e vagamente disperata. Una lettera in cui si celebra il paradosso di un condannato per omicidio che si eleva a maestro di morale sull’omicidio (lo stesso per cui è finito alla sbarra!), di un intellettuale che si dichiara innocente ma che giustifica i colpevoli, del sofista che si perde in un turbine di parole per spiegare che definire «terrorismo» l’omicidio Calabresi sarebbe un errore, o peggio ancora un’ingiustizia (ma verso chi?). Fa impressione, perché bisogna prendere atto che in questa sua ultima battaglia contro la realtà, Adriano Sofri è oggi un uomo solo, o quasi. Di certo abbandonato (o ignorato) da quella generosa compagnia di amici, compagni, simpatizzanti che - a partire dalla confessione di Leonardo Marino, nel luglio del 1988 -, sotto la sigla del comitato Liberi Liberi («offerto» da Vasco Rossi), cantò la sua libertà e chiese la sua scarcerazione su tutte le piazze d’Italia. All’epoca, per difendere Sofri, si produssero un adesivo giallo e una coccardina stile campagna sociale, il logo era una vignetta di Sergio Staino, c’erano i libri di Elvira Sellerio, i dibattiti nelle librerie Feltrinelli, gli incontri con Oscar Luigi Scalfaro per chiedere la sua scarcerazione, i bollettini medici, le firme del più grande partito trasversale mai allestito in Italia: intellettuali, attori, politici, cantanti. E poi le raccolte fondi e gli appelli e le manifestazioni, da Carlo Feltrinelli a Francesco Guccini, da Giuliano Ferrara a Paolo Hendel a Toni Capuozzo, a Ernesto Olivero, alle lettere della splendida attrice francese Emanuelle Béart agli appelli dello scrittore spagnolo Manuel Vasquez Montalbàn. Il 16 febbraio 1997 per una manifestazione davanti al carcere di Pisa arrivarono in 10mila da tutta Italia, e cori, e slogan, e palloncini gialli, persino la notizia di una apparizione di Adriano Celentano, che sentiva aria di santoneggiamento, e che alla fine telefonò in diretta per dire che «Adriano è con Adriano».
All’epoca Sofri divenne, in pochi mesi, l’ultimo innocente da infilare nell’archetipo antico della battaglia innocentista di sinistra: come Sacco e Vanzetti, come i coniugi Rosenberg, come Valpreda. Ma anche come alcuni brigatisti degli anni ’70, tratteggiati come vittime, difesi strenuamente, e poi rivelatisi colpevolissimi: nel 1972 fu considerato vittima l’anarchico Giovanni Marini (personaggio tragico, che pure era reo confesso di omicidio). Fu difeso da Dario Fo malgrado avesse accoltellato uno studente del Fuan. Nel 1974 si dipinse come martire persino Roberto Ognibene, che aveva accoppato il maresciallo Felice Maritano (e fra l’altro non si dichiarava innocente!). Nel 1975 si fecero le barricate per due ragazzi, Fabrizio Panzeri e Alvaro Lojacono: appena ottenuta la libertà provvisoria i due fuggirono per arruolarsi uno nelle Unioni comuniste combattenti e l’altro nelle Br (Lojacono coronò la sua carriera a via Fani, col rapimento Moro). Insomma, al pari di loro (e dei suoi coimputati, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani), Sofri divenne, per l’immaginario di molti, un agnello sacrificale coinvolto in un complotto: gli innocentisti e l’imputato favoleggiarono di una «spectre» che avrebbe coinvolto carabinieri e Pci per incastrarlo! (L’unico appiglio? La presenza al fianco di Marino dell’avvocato Melis, iscritto al partito). E fu un fiume in piena, quella campagna di solidarietà, un’onda che cresceva. Già dalle prime intercettazioni si ricostruì una incredibile ragnatela che teneva insieme gli ex di Lc, il Psi e Cl, ministri, deputati. Tutti in piazza (e nel Palazzo) per Adriano. Persino i dirigenti dei Ds avevano Sofri nel cuore: Massimo D’Alema anche in nome dei trascorsi normalisti (lo andava a trovare in carcere), Walter Veltroni (che lo volle come firma a l’Unità) celebrava i suoi compleanni in Campidoglio e Piero Fassino lo trasformò in un padre nobile nell’ultimo congresso dei Ds. A Montecchio fecero entrare D’Alema in una cella di cartone che riproduceva la «prigione di Adriano». A Roma Lorenzo Jovanotti aprì la raccolta per le firme a modo suo: «Non ho un cazzo da insegnare a nessuno, ma vi chiedo di impegnarvi per Adriano». Tutti convinti dell’innocenza, tutti ammirati per l’unica scelta indubitabilmente coraggiosa, quella per cui Sofri sceglieva di andare in carcere. Il primo governo Berlusconi attraversò persino una mini-crisi perché Ferrara voleva Sofri libero (e consigliava il premier in tal senso) e la Lega (con il ministro Castelli) nemmeno per sogno. Sempre nel 1997, al Palavobis si riunirono tutti gli artisti, Gianna Nannini cantava California e spiegava «Non dobbiamo dimenticarci mai di Adriano». Con lei c’erano i 99 Posse, Daniele Silvestri ed Eugenio Finardi.
In questa settimana, invece, dopo aver tentato di mettere Licia Pinelli contro Mario Calabresi, dopo essersi indignato perché il figlio del commissario era invitato «come vittima del terrorismo» all’Onu (!), Sofri è rimasto solo, nessuno di tutti questi ha parlato per lui. Oggi ha scritto persino a Il Riformista per dire che non sta scrivendo un libro con la Pinelli. Scrive dappertutto, ma non può pubblicare su La Repubblica che è in conflitto di interessi e dunque di questa polemica - per carità di patria - non parla. Non lo difende nemmeno Ferrara. Tacciono gli intellettuali e i leader. Adriano Sofri è solo: vede Mario Calabresi e lo scambia per il demonio, o per la reincarnazione del padre (che forse per lui è lo stesso). Sofri è solo, è la cosa non è triste per lui. Ma per tutti quelli che in questi anni gli hanno creduto. E ora non lo seguono più.
Assassinio a fin di benedi Marco Travaglio
l'Unità, 16 settembre 2008L’unico aspetto che stupisce, della sortita di Adriano Sofri in difesa degli assassini del commissario Luigi Calabresi e contro il figlio di quest’ultimo, Mario, colpevole di essere rimasto vivo, è lo stupore che l’ha accompagnato. In base a una sentenza definitiva della Cassazione, che l’ha condannato a 22 anni per omicidio, Sofri è uno dei mandanti del delitto del commissario (l’altro, Giorgio Pietrostefani, è felicemente latitante all’estero). Lui, com’è suo diritto, l’ha sempre negato. Da qualche tempo, però, sembra volerci dire qualcosa di più e di diverso. Nel maggio 2007, sul Foglio, rivelò che, dopo il delitto Calabresi (1972), “uno dei più alti esponenti” dei servizi segreti “venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati”. Forse Federico Umberto D’Amato, capo degli Affari riservati del Viminale, morto nel ‘96. Strano che ambienti così bene informati (e disinformanti) si rivolgessero proprio a Sofri, se l’avessero creduto estraneo agli omicidi politici: forse sapevano di andare a colpo sicuro, senza temere di essere denunciati. Tant’è che Sofri attese trent’anni e parecchi funerali, prima di parlare della cosa.
Ora, sempre sul Foglio, il lottatore continuo si spinge più in là: “L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”: cioè i caduti in piazza Fontana e l’anarchico Pino Pinelli. E’ un bel passo avanti rispetto ai bislacchi tentativi di Lc e dello stesso Sofri di affibbiare l’omicidio Calabresi ai servizi o alla destra. Ma, anche qui, nessuna meraviglia: in qualità di mandante, Sofri parla da esperto. Poi, certo, sostiene che le persone che assassinarono Calabresi “potevano essere delle migliori”, “non certo persone malvagie”, comunque “non terroristi”. E’ una tesi che confligge con la storia e col vocabolario. Cos’è, se non terrorismo, un delitto commesso da Lc, il cui giornale nei mesi precedenti scriveva: “il proletariato sa chi sono i responsabili del delitto Pinelli e saprà fare vendetta della sua morte” (14-5-1970); “questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito… Noi di questi nemici del popolo vogliamo la morte” (6-6-1970); “Siamo stati troppo teneri con il commissario Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente… Il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e dovrà pagarla cara… Calabresi ha paura ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre di più… L’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino” (6-6-1970); “Calabresi, assassino, stia attento. Il suo nome è uno dei primi della lista” (6-5-1971). Ed è un fatto che il delitto inaugurò la lunga scia di sangue dell’eversione rossa.
Ma che dovrebbe dire il mandante, se non giustificarlo come meglio può? Sta parlando di se stesso e, in veste di imputato condannato, ha pure la facoltà di mentire. Per Sofri, Calabresi fu “un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione”: cioè della pista anarchica su piazza Fontana. Falso anche questo: Calabresi era un giovane commissario, il depistaggio nacque in ben altre e più alte stanze (l’ufficio Affari Riservati). Come ricorda D’Ambrosio, “il fermo di Valpreda fu ordinato dalla polizia di Roma”, non di Milano. Ma è raro trovare un omicida che tessa l’elogio della sua vittima. Solo chi per tutti questi anni ha rimosso o ignorato la condanna di Sofri, facendo finta di niente o elevandolo addirittura a maitre à penser perché “da allora è molto cambiato”, può stupirsi delle sue parole. All’indomani del delitto, Sofri titolò sul giornale Lotta Continua: “Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli” e parlò di “un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”. Oggi, 36 anni dopo, scrive che i killer erano “mossi da sdegno e commozione per le vittime”. Molto cambiato, si fa per dire. Cambiano le parole, ma il concetto, è lo stesso. Solo che oggi non compare su un foglio della sinistra extraparlamentare. Ma su un house organ del presidente del Consiglio, che ha continuato dall’interno delle istituzioni la guerra alla “giustizia borghese” avviata in piazza trent’anni fa da Sofri & C. Le rivoluzioni - diceva Leo Longanesi - cominciano in piazza e finiscono a tavola.
07 dicembre 2007
passeggiando
Comunque provi a farli, questi 5 chilometri in linea d'aria diventano almeno 6 e qualcosa, se non addirittura 7; ci son pure tutti 'sti palazzi in mezzo... e per evitare il puzzo delle benzine verdi devi per forza passare all'interno.
Passi per Trastevere, per viuzze che sembrano uscire dal nulla, per case e chiese che sembrano ai confini del Medioevo, per finestre che nascondono immense librerie o panni da stendere, con i ladri che vanno a dormire e i netturbini che spazzano sbadatamente birre e preservativi della notte che si è appena chiusa, cani che portano i padroni a spasso... costeggi la Casa di Dante, accanto c'è il cinema che odora di vecchi film di quand'ero bambino, e poi più giù l'Alcazar, altra sala in cui Alessandro ci fa sempre pagare di meno (e dove l'altro ieri ho visto il bellissimo La valle di Elah), poi c'è una serie di piazze e piazzette con l'odore di caffé e ciambelle, con lo zucchero che ti stimola spese folli per saziare uno stomaco sempre vuoto, c'è quel bellissimo palazzo di cui non ricordo il nome che visitiamo solo una volta l'anno quando espone i vincitori di non so quale prestigiosissimo concorso fotografico internazionale, accanto c'è una comunità di tossici veramente linda e pinta che ti fa rimpiangere di non esserti fatto almeno una pera in vita tua, c'è il cinema Intrastevere che ci delizia sempre con proiezioni strepitose, più giù ci son delle cantine ricavate da antiche case romane dove hanno girato Cuore Sacro, poi arrivi accanto all'Orto Botanico dove ere fa ammirai un'installazione da brividi di Brian Eno, l'Accademia dei Lincei cui da ragazzino attribuivo un ruolo esoterico che immagino non abbia mai avuto, il Carcere Regina Coeli (non sei un vero romano sei almeno una volta non hai fatto i tre scalini... tradotto: se non sei stato in galera), l'immenso negozio di Hi Fi il cui responsabile porta il mio stesso cognome ma non siamo parenti neanche a cannonate nonostante suo padre sia morto lo stesso giorno in cui morì il mio, Santo Spirito, Borgo Pio dove son nato poco più giù con l'ambasciatore della Costa D'Avorio come dirimpettaio immenso e elegantissimo... e di là c'e il Tevere, il "ponte Ozpetek" (lo chiamo così perché c'hanno girato La Finestra di Fronte e il video di Giorgia che l'accompagnava), il Monte di Pietà, Campo de' Fiori con Giordano Bruno e il cinema Farnese di fronte al quale conobbi la mia signora e otto anni dopo sempre lì le chiesi di sposarmi con valletto il compianto Mauro che non riuscì ad arrivare vivo alla data del matrimonio, Corso Vittorio dove da ragazzo giocavo con alcuni amici a fare gli scherzi ai passanti, ancor più giù Piazza Navona dove c'è un negozione con incredibili animali di peloche, e Palazzo Braschi e via Zanardelli e il Palazzaccio e Piazza Cavour e il Cinema Adriano... sì, sembra stia girando male: è che in realtà, mentre camminavo da questa parte, mi divertivo a camminare mentalmente anche dall'altra.
Che città, mamma mia, che città...
Italia, Roma
20 luglio 2007
l'avevo detto io
Per qualcuno è roba passata (ma allora dite a un deportato che lo fu anche la Shoah), per me gli anni '70 non lo sono. Questo è un passaggio nodale della famosa intervista a Sabelli Fioretti:
L’ultima che hai detto è: «Vi diremo la verità quando ci restituirete i corpi di Sofri e di Bompressi».
«No. Quella è stata un’utile semplificazione tanto per fare un po’ di casino come è abituata a fare, attraverso i titoli, la tua professione».
Dacci l’interpretazione autentica.
«Si potrà parlare di quegli anni quando non ci saranno più prigionieri. Quando saremo tutti liberi potremmo sapere la verità su Calabresi».
Fai capire che sai chi ha ucciso Calabresi.
«Io questa frase non l’ho pronunciata. Se lo avessi voluto dire lo avrei detto».
Tu lo sai chi ha ammazzato Calabresi?
«Preferisco non risponderti. Non mi sento libero di parlare di questo».
C’è il pericolo di mandare qualcuno in galera?
«Anche: ne parleremo quando non avrà più rilevanza penale».
«Sapere chi ha ammazzato Calabresi è importante».
«Questo Stato lo ha già stabilito una volta per tutte. Chi è il mandante, chi l’esecutore. Lo Stato sta già a posto per Calabresi, come per Moro, ma quello che si vuole sapere, ed è una curiosità sana, è qualcosa di più sulle motivazioni, su quello cui la verità giudiziaria non può attingere: la verità storica, una verità che racconti le ragioni dei vinti».
02 aprile 2007
altre detenzioni
In breve: ieri ho visto il film dedicato a Mandela, anzi sarebbe più corretto dire dedicato al carceriere di Mandela. E già, perché Il colore della libertà è tanto bravo a restituirci i sentimenti di James Gregory quanto incapace di raccontare gli acri sapori di quel periodo storico.
Certo, il borghesissimo regista Bille August propone un paio di sequenze che dovrebbero turbare lo spettatore distratto e ignorante (la figlioletta del carceriere assiste al pestaggio di una donna con tanto di bimbo in grembo; ogni tanto la televisione ci ricorda quanto siano razzisti i bianchi), ma il tutto è troppo diluito dal resto della proiezione.
In più, come ti sbagli, Gregory è comunque un redento potenziale, visto che già il suo amichetto d'infanzia era un nero ghettizzatto. Egli cambia il suo approccio - da razzista a solidale - nell'arco di poche dissolvenze incrociate, e l'asfissiante quotidianità della lunghissima prigionia di Mandela non viene per nulla vissuta dallo spettatore.
Non una parola sulle cifre dell'Apartheid; e neanche una parola sulle cifre della lunga deportazione dei neri verso il Nuovo Mondo, quando le nostre tanto sbandierate "radici" estirparono di fatto quelle di 36 milioni di neri (18 milioni dei quali morirono o durante la cattura, o nella traversata dell'oceano o nei primi mesi di schiavitù).
Il problema grossissimo di questi film è che mettono la coscienza a posto di noi borghesi dediti solo al blogghismo autoreferenziale, alla censura contraddittoria, alla critica parzialistica e a senso unico, alle notarelle cinematografiche senza competenza specifica o generica (l'ultima in ordine di tempo: 300 viene tacciato di fascismo, anzi no... e non è credibile solo perché gli spartani indossano mutandine o perché hanno gli occhi celesti... quando poi pure mio nipote sa che quel raro colore era cosa normale tra i greci di allora).
Insomma, Il colore della libertà va benissimo per gli alunni d'oggi e per chi non sa e/o non vuole sapere (anche se poi non credo che andrebbe a vederlo), ma certo non può essere considerato una pietra miliare nella rarefatta storia del cinema di denuncia, quello serio e non forzatamente antiamericano. Film di denuncia che smuova veramente le coscienze, anziché metterle a posto nello stipetto dell'"adesso ne abbiamo parlato, passiamo oltre".
tag: Cinema, Mandela, Apartheid, Il colore della libertà
10 febbraio 2007
Amore, pacsiamo?
... oppure...
amore, diciamo?
Non se ne può più.
Un mio caro amico mi ha spedito questa divertentissima mail, dolceamara ma vera e credibile.
Quando nessuno sentirà la necessità di scrivere mail come questa, forse l'Italia sarà veramente un paese civile. Ma con questi chiari di luna... (pochi blog etero si schierano seriamente e apertamente; tutti chiacchierano e nessuno applica veramente i propri moralismi)
Insomma: gente, muovete il culo... è il caso di dirlo.
05 giugno 2006
lager inglesi
17 febbraio 2006
Berlusconi strumentalizzerà Papa Benedetto XVI...?
(per una seria raccolta di firme)
A distanza di un mese, leggendo quanta ingenuità c'era nel mio avallare Paolo Farinella, mi vengono i nervi e mi sento molto stupido. Non solo l'amico Paolo mi ha colpito alle spalle, ma il prete Farinella si è dimostrato l'opposto di quello che prova a biascicare in questa sua lettera. Fatto sta che vi invito a leggere questo post (o questo) che magari saprà riassumervi i torti che il tipo mi ha tirato addosso. Per correttezza lascio il tutto com'era.
Ricevo dal mio caro amico Paolo Farinella, sacerdote cattolico che ormai conoscete, questa lettera aperta al Papa. Leggete e possibilmente firmate (e fate firmare) nei comments del blog stesso, oppure (per evitare spamming e violazioni varie) potete far avere a me i Vostri estremi (se cliccate nel mio profilo troverete il mio mail), consapevoli però che il nominativo verrà poi rigirato a chi di dovere, solo per questo scopo.
Un'aggiunta obbligatoria. Come potrete constatare, leggendo i miei vari post, sono laico (addirittura ateo) e credo fermamente nei valori possibili di una civiltà laica e democratica (nelle loro forme assolute). Non sopporto i carusi ma neanche le cicorie. Mi piace, invece, la coerenza e il rigore morale. Se a qualcuno, però, certi miei interventi non piacciono, non vuol dire che poi debba restar sordo di fronte all'iniziativa di Paolo, solo perché qui ospitata. Farebbe un errore filosofico, ma soprattutto strategico. Per me è un privilegio avere compagni di battaglie civili personaggi come Paolo Farinella, proprio perché egli conosce perfettamente la complessa architettura della Civiltà; sa proteggerla, sa divulgarla.
minimAle
A Sua Santità
Benedetto XVI
Città del Vaticano
Apprendiamo che a ridosso delle elezioni politiche italiane del 9 e 10 aprile 2006, Lei riceverà in visita ufficiale il presidente del consiglio italiano, Silvio Berlusconi, nell’ambito di una visita del Partito Popolare Europeo (Ppe). Molti dicono che questo incontro sia stato pensato e programmato dallo stesso interessato che vuole questa visita come una sorta di «consacratio ad limina», a ridosso delle imminenti elezioni politiche e dopo mesi di estenuante campagna elettorale mediatica senza esclusioni di colpi. L’ospite che giunge in Vaticano, dopo essersi paragonato a Napoleone, il 12 febbraio 2006, ad Ancona, durante un infinito comizio ai suoi sostenitori, ha superato il segno della normalità psicologica e della decenza morale, affermando testualmente: «Io, il Gesù della politica, una vittima paziente, mi sacrifico per tutti». Nelle precedenti politiche del 1993, ebbe a presentarsi come il «Messia», inviando i suoi sostenitori come «missionari e apostoli». Mai uomo politico intelligente o sprovveduto era mai arrivato a tanto.
Nulla da eccepire se l’udienza capitasse in tempi normali o non sospetti. In queste circostanze e condizioni, la visita è programmata da parte italiana con fini strumentali: essa serve al capo del governo per potersi accreditare come «consono» alla Chiesa cattolica a differenza del suo rivale, Romano Prodi, che da cattolico serio e «adulto» non usa la religione come strumento populista di infima propaganda. Egli, infatti, si è incontrato con il card. Vicario, Camillo Ruini, nel più assoluto riserbo.
Se Lei dovesse ricevere Berlusconi in udienza, di fatto, anche senza volerlo, si schiererebbe con una parte, e il gesto più eloquente di ogni parola contraddirebbe quanto Lei afferma nella sua prima enciclica: «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile» (28/a).
Con questa visita, anche contro la Sua volontà, il Papa rischia di accreditare un uomo che ha diviso la nazione invece di unirla, come richiedeva la sua funzione. Il presidente del consiglio italiano si definisce cattolico, ma non esita a distruggere lo stato sociale, impoverendo ancora di più i poveri e favorendo i ricchi. Al contrario, egli ha triplicato il suo patrimonio facendosi approvare leggi su misura contro ogni legittimità giuridica. Interi settori della popolazione che fino a ieri vivevano una vita dignitosa, oggi vengono nelle parrocchie a chiedere aiuto per arrivare alla fine del mese. Questo stato di cose incide e condiziona non solo la qualità, ma anche l’esistenza stessa della famiglia che Berlusconi ben conosce, giacché, da «buon cattolico» usufruendo del divorzio, ha fatto una duplice esperienza familiare. Ci risulta, a proposito, che da alcuni giornali specializzati in «gossip» si è fatto fotografare mentre fa la Comunione, contravvenendo così ad una chiara norma della Chiesa sull’accesso dei divorziati ai sacramenti e lasciando nello sconcerto la massa di cattolici, spesso divorziati senza colpa, che sono indotti a pensare che il Sig. Berlusconi abbia avuto uno sconto dalla Chiesa in quanto ricco e potente.
Il presidente del consiglio dei ministri dovrebbe essere un modello per l’intera nazione e, invece, assistiamo ad una sistematica denigrazione della giustizia e delle istituzioni pur di salvarsi dai processi per accuse gravissime come la corruzione di giudici, divulgando tra la popolazione non solo il senso dell’illegalità, ma anche la convinzione che le leggi siano lacci per i polli che i furbi sanno evitare. Anche il Papa si sarà chiesto come mai un uomo prudente e saggio come il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, si sia rifiutato di firmare in prima istanza, a norma della Costituzione, tutte le leggi qualificanti l’azione di questo governo, dichiarate «palesemente incostituzionali».
La vittoria delle elezioni si giocherà sul filo del rasoio perché il capo del governo ha voluto e ha fatto approvare una legge elettorale su sua misura. In subordine, in caso di sconfitta, che gli istituti demoscopici non escludono, egli vuole rendere l’Italia ingovernabile, in base al principio del «muoia Sansone con tutti i Filistei» (Gdc 16,30). Da vero statista. Al Papa non può sfuggire il particolare che il Sig. Berlusconi sia proprietario di tre reti tv e disponga delle altre tre pubbliche, avendo così dalla sua l’intera flotta mediatica, supportata da giornali di proprietà o compiacenti e asserviti mediante il meccanismo perverso della distribuzione delle quote pubblicitarie.
In un momento così grave e delicato per l’Italia, molti cattolici chiedono al Papa di non prestarsi anche involontariamente a questo gioco che a molti appare demagogico, populista e dissacratore, perché appare basato sul principio machiavelliano, immorale per l’etica cattolica, che il fine giustifichi i mezzi. Chiediamo al Papa che «almeno» per opportunità politica non riceva il capo di una fazione politica, nel momento in cui la legge italiana impone una reale par condicio che il capo del governo ha eluso e aggirato a piene mani e anche ostentatamente. In subordine chiediamo che riceva insieme i due capi dei poli opposti e faccia loro una autentica lezione di comportamento etico anche in campagna elettorale, senza dimenticare di ricordare i principi fondamentali della «Dottrina sociale della Chiesa» che ha come fulcro il «bene comune» dell’intera Nazione.
Desideriamo informare il Papa che molti, moltissimi fedeli sono impressionati per il silenzio della gerarchia cattolica italiana di fronte ad eventi e scelte governative che gridano vendetta al cospetto di Dio, giacché ritengono e pensano che essere cristiani sia incompatibile con il modello di governo che questi cinque anni ci hanno riservato. Una «contradditio in terminis». Molti di noi non sanno spiegarsi i motivi per cui partiti che dicono d’ispirarsi ai principi cristiani, abbiano potuto essere alleati succubi di questo esorbitante e folcloristico potere che ha tenuto in scacco tutte le Istituzioni, a cominciare dalla Suprema Carta Costituzionale di cui è stato fatto scempio pur di saziare gli appetiti delle singole fazioni che compongono la maggioranza attuale.
I partiti che fanno riferimento ai principi etici del cattolicesimo hanno firmato una legge sull’immigrazione che nega i principi fondamentali della fede cristiana, per sua natura universale e quindi aperta, con le necessarie regole, all’accoglienza di disperati e affamati; i quali bussano alla porta dell’occidente opulento che pure legge ogni domenica Mt 25, 31-46, là dove il Signore si identifica con gli affamati, gli assetati, i carcerati, i forestieri. L’ospite che arriva in Vaticano ha appena approvato e fatta varare dal parlamento una legge immorale che concede a tutti i cittadini la licenza di uccidere e di essere uccisi in nome di una malin-tesa sicurezza la cui custodia è affidata alle pistole di una pericolosa giustizia «fai da te».
Al Papa chiediamo che non presti il fianco a dividere ancora di più i cattolici che già sono frammentati in partiti e porzioni di partiti. Infine, chiediamo che il Papa preghi per tutti gli Italiani perché possano scegliere con scienza e coscienza, lasciandosi guidare non da interessi particolari, ma unicamente dal bene comune della loro Nazione, all’interno del quale si realizza e si compie anche il bene personale.
Lei stesso nella sua prima enciclica Deus Caritas est, citando Sant’Agostino, ha scritto: «Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giu-stizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino: «Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?» (De Civitate Dei, IV,4). Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l’autonomia delle realtà temporali (Gaudium et Spes, 36)».
Dio non voglia che il Papa permetta questa commistione diabolica e preservi la Sede di Pietro da ogni calcolo di interesse e da basse strategie di strumentalizzazione partitica e faziosa. È una questione etica. È un imperativo di decenza.
Con cordialità.
Paolo Farinella, prete