Visualizzazione post con etichetta Fumetti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fumetti. Mostra tutti i post

16 ottobre 2025

PREDATOR di Guglielmino, Bonelli, Favilla (Weird Book)

Quando nel 1987 uscì Predator, con Arnold Schwarzenegger, in gran parte dei casi gli spettatori non avevano la minima idea di quello che avrebbero visto. Questo saggio passa in rassegna l'intero ecosistema nato intorno al personaggio alieno così complesso e affascinante. Impreziosiscono il saggio le interviste a John McTiernan e Stephen Hopkins (i registi del primo e del secondo episodio), e al fumettista Chris Warner, l'autore di vari comics a tema.

Un saggio bellissimo, ben scritto e ben strutturato, che accompagna il lettore dentro un mondo ricco di curiosità, di considerazioni filosofiche e antropologiche (a volte troppo "alte", ma ben incastonate), di aneddoti, di Storia del Cinema e Storia del genere misto Horror + Fantascienza, di un modo ancora artigianale di far vedere cose impossibili ma in maniera credibile.

C'è ampio spazio anche al mondo dei fumetti e del gaming, ambienti eterogenei in cui gli Yautja hanno lasciato un segno indelebile, a volte pionieristico

Un libro che si divora in una giornata, ma che fa venire la voglia di rileggerlo, di appuntarsi alcuni passaggi, di rivedere sia il primo film che tutti i sequel, prequel, cross-over e libri di fumetti (Batman vs Predator vale un'ipoteca della casa... più o meno)

09 novembre 2024

LA STRADA di Cormac McCarty di Manu Larcenet

A suo tempo, qui in Italia uscì con un certo ritardo, perché ritenuto un “film deprimente”. E purtroppo tale pregiudizio non ottenne l’effetto opposto (come spesso càpita in questi casi), tanto che a vederlo fummo veramente in pochi. 

Eppure, il film tratto dal romanzo “La strada” di Cormac McCarty ne manteneva il senso di sospensione. Con un altro linguaggio, per carità; con attori riconoscibili e dalla forte presenza che distraevano dal suono del dramma; con esigenze stilistiche concentrate più sull’evidenza che sulla sostanza… ma alla fine, la potenza evocativa coinvolgeva totalmente lo spettatore, lasciandolo pietrificato sulla sedia, dove il buio che lo circondava non era quello della sala, ma della sua totale impotenza di fronte alla verità.

In generale, non credo che libro e film debbano somigliarsi nella forma o nella sostanza. Libro e film si rispettano l’un l’altro quando mantengono il sapore della nostra reazione: è il nostro sentimento che dà senso a questo connubio; altrimenti, i due linguaggi non potrebbero mai conciliarsi.

Ebbene, de “La strada” è uscita recentemente anche una versione a fumetti, sceneggiata e disegnata da Manu Larcenet: un altro linguaggio ancora, ancor più difficile da conciliare con quello cinematografico e quello letterario (perlomeno quando si tratta di affrontare simili temi). Eppure, mantiene quel buio, quella sospensione, quel senso di impotenza di fronte alla verità: compratelo e ne riparliamo

19 novembre 2023

IL SIGNOR BOZZETTO UNA VITA ANIMATA di Bruno Bozzetto (Lizard)

Chiunque di noi dicesse "non so raccontare barzellette", non farebbe ridere; ma se lo scrive Bruno Bozzetto, la risata parte in automatico. Ed è con questa premessa che inizia questa autobiografia inaspettata e benvenuta.
Sono troppo di parte per raccontarvela in maniera obiettiva, perché Bozzetto ha fatto parte della mia vita da sempre, ed è sempre stato capace di regalarmi sorrisi e serenità.
Un autore che ha saputo cogliere le contraddizioni umane, le nostre ipocrisie, la nostra superficialità, senza mai scadere nella seriosità, nella morale a buon mercato, nell'ovvietà.
E questa autobiografia, così dolce e sincera, corrisponde esattamente all'idea che ci siamo fatti del disegnatore, del fine umorista, del piccolo grande uomo capace di dire tantissimo con pochi tratti.
Trovate anche aneddoti curiosi e tanta autoironia, in uno stile che sembra quasi parlato, senza trucchetti letterari, apparentemente privo di una strategia lessicale.
Un signor libro, insomma.

15 novembre 2023

EROI, MUTANTI, MOSTRI E MERAVIGLIE di Douglas Wolk (UTET)

L'autore insegna Storia del Fumetto all'Università di Portland, e ha deciso di leggersi tutti e 27.000 albi della Marvel, per poi regalarci questo divertente e sapido saggio. Ma per fortuna lo ha fatto con un certo criterio, con rispetto per il lettore, ma andando nel contempo incontro alla bulimia degli appassionati.
Un libro equilibrato, insomma, che purtroppo piacerà solo a chi ama questo tipo di argomenti. Ed è un male, perché anche il fumetto è narrazione, arte, divertimento, profondità. Voglio dire che persino dietro certe cose della Marvel, spesso si celano l'inconscio, la follia, i dubbi; e magari un fumetto, nella sua semplificazione, sa renderli meglio, senza tante dotte sovrastrutture.
C'è anche molta ironia nel testo: Wolf fa finta di prendersi sul serio, ma si capisce che recita una parte, la stessa che in fondo ha reso Stan Lee un amico, quasi un padre, per molte generazioni.
Alla fine della lettura non ci si sente sazi, si vorrebbe leggere ancora di più. Ma forse è meglio così... 

07 giugno 2022

L'UOMO CON LA FACCIA IN OMBRA di Tito Faraci (Feltrinelli)

Classe 1965, Tito Faraci è un eccellente autore di fumetti che ha contribuito alla crescita di personaggi come Topolino, Dylan Dog, Martin Mystère, Zagor, Lupo Alberto, Tex, Diabolik, Nick Raider, e poi Uomo Ragno, Devil e Capitan America. 
In questo agile libro racconta se stesso nella maniera più intelligente possibile: autobiografia quel tanto che basta (e mai stucchevole), tanta passione e tanta curiosità, aneddoti al punto giusto, una coda tecnica molto interessante.
Paradossalmente, è questo il pezzo forte del libro, perché ha un valore e una utilità notevoli, indipendentemente dal contesto. Voglio dire che potete anche non amare i fumetti o non avere la voglia (o il rimpianto) di darvi ai fumetti: comunque, questa coda tecnica funziona; insegna a impostare un discorso, uno scritto, un pensiero, ad individuare il nodo di ogni storia, di ogni contenuto; e aiuta a dargli la giusta forma, la giusta prospettiva, la corretta visibilità. Un esercizio di stile che raramente ho visto "raccontato" con cotante fluidità e sapienza.
Un libro denso di ironia e di grande rispetto per il lettore, che vi consiglio caldamente di leggere.

03 dicembre 2021

STRAPPARE LUNGO I BORDI che deve piacere per forza

Serie d'animazione a tecnica mista, in sei puntate da 14/20 minuti l'una, basata sui personaggi di Zerocalcare (al secolo Michele Rech).
Il protagonista viaggia dentro se stesso e le sue contraddizioni, con una trama godibile e spumeggiante, raramente noiosetta, per concludersi nell'imbuto di un lutto prematuro e doloroso
.

Ecco, fossi un critico di altri tempi, l'avrei riassunta così, perché è così che andrebbe raccontata. Sicuramente, la forma che ho scelto è desueta e antipatica, ma non lo è la sostanza.
Oltretutto, si è troppamente celebrata questa opera prima - con termini esagerati se non addirittura inappropriati, delegando all'autore meriti pedagogici, sociali e generazionali, che - ammettiamolo - lui ha fatto ben poco per schivarli. E un po' mi ha meravigliato, perché lo facevo almeno coerente, forse anche un po' maturo.
Certo è che troppa diffusa approvazione, spesso fotocopiata e sovrapponibile, ha sovraccaricato sia la reale qualità artistica che l'effettiva visione del prodotto. Insomma, siamo di fronte al solito ricatto sociale per cui una cosa ti deve piacere e basta.
Io sono partito svantaggiato, non solo perché non sopporto questo approccio stereotipato, ma perché non ho mai amato lo stile ostile di Zerocalcare. Per quanto non creda che esista un modo di fare fumetti, il suo è uno stile rancoroso, aggressivo e dai tratti scuri e oscuri, tanto che non sono mai riuscito a terminare i suoi albi, abbandonando dopo poco tempo l'acquisto delle sue nuove uscite.
Ammetto, però, che in questo caso "animato" l'ho trovato ammorbidito, forse perché supportato da un'eccellente grammatica cinematografica, forse perché le musiche e il montaggio hanno attenuato la altrimenti stucchevole pesantezza stilistica di Zerocalcare.
Se provassimo a seguire la trama con un po' di distacco, senza la pistola buonista che ti suggerisce come pensarla, l'elenco delle contraddizioni generazionali rappresentate è decisamente ingenuo e prevedibile: sfiducia, insicurezza, immaturità, ipocondria, misantropia, timidezza, presunzione, supponenza, attendismo.
Per carità, sono ben calibrate e credibili; oltretutto, funzionano anche come "vestito" dei vari personaggi. Ma tutta 'sta sfiga dopo un po' annoia. Alla fine diventa divertente vedere come verrà rappresentata piuttosto che apprezzare l'indubbio coraggio di ammetterla.
Veniamo al romanesco. Come romano - ma anche come amante del buon parlare, tutte quelle consonanti così pesanti e ammiccate sembrano una caricatura, e di quella antiromana. Voglio dire che Mastandrea (bravissimo!) parla romanesco, ma ha una fluidità stilistica e romantica che restituisce la bellezza di un dialetto oggettivamente fatto comunque di salumi e protervia. La romanità è anche salumi e protervia, ma Rech la forza, quasi fosse una sfida.
Onestamente, mi sfugge perché Zerocalcare sia sempre più amato - e quindi mi sfugge anche perché un'opera del genere stia trovando così tanta approvazione.
Spero solo che da parte della mia generazione, e di quelle intorno alla mia, sia solo una prova di temporanea nostalgia e niente più.
Le giovani generazioni, invece, non le conosco, e quindi non so come potrei capire i loro gusti. Certo è che da 55enne mi viene da augurarmi che escano in fretta da questi panni di autocompiaciuta viltà. 

31 marzo 2021

LA VITA È UN SEGNO di Thierry Thomas (Rizzoli Lizard)

Non è una biografia di Hugo Pratt vera e propria, non è nemmeno un viaggio dell'autore dentro la propria passione per le opere di cotanto Maestro, non è nemmeno un elenco ragionato delle opere del Maestro... insomma, questo libro è un insieme di queste cose e anche molto di più.
Il suo unico limite, forse, è che dà spesso per scontato che il lettore conosca perfettamente buona parte della fumettografia di Pratt, ma è un "limite" superabile dal momento che è ricco anche di tavole puntuali e accuratamente selezionate.
L'unico consiglio che mi sento di dare è di leggerlo tutto d'un fiato (solo 192 pagine - che al netto dei disegni presenti sono molte meno), sia perché è bello lasciarsi cullare dalle descrizioni così pulite ma affettuose di Thomas, sia perché questo tipo di libri così ricchi, pastosi ed equilibrati sono una vera e propria manna, rara e benvenuta.

01 ottobre 2020

Mafalda, Quino, l'innovazione che non sapevamo

La morte di Joaquín Salvador Lavado Tejón, Quino insomma, ci dice molte più cose di quanto ne suggerisca il dolore che proviamo per la perdita di un amico. Perché questo è stato Quino per molte generazioni: un amico. Forse più di Schulz e Mordillo: il primo (adorato da Quino stesso, va ricordato) era intriso di uno psicologismo a volte struggente, spesso doloroso; il secondo era più paradossale che attento alle pulsioni del mondo. Eccellenti entrambi, per carità, ma nessuno dei due portava con sé alcuni valori aggiunti tipici di Quino. 
Quino, infatti, è stato il primo a dare una voce femminile alla satira, ma anche al fumetto in generale. È vero che Mafalda nasce quasi per caso, a ridosso di una pubblicità commissionata per una lavatrice, ma è anche vero che Quino la trasforma pressoché immediatamente in uno strumento ironico e irriverente, ma anche di polemica e di denuncia politica e sociale, dissimulate e raffinatissime, mai ridondante o stucchevole.
Un femminista ante litteram? Forse. Ma quello che è incontrovertibile è la prospettiva intrinsecamente femminile di Mafalda: Mafalda non è un uomo che parla dal corpo di una bambina! Mafalda è femminile sotto ogni possibile aspetto; e la sua forza critica e ironica sono femminili al cento per cento.
Poi: Mafalda è comprensibile a chiunque. Bambini o grandi, ricchi o poveri, stupidi o colti, comunque capivano Mafalda. Quino riusciva a lavorare su più livelli senza giochicchiare col mestiere.
Poi: Mafalda conosceva i problemi della famiglia, quelli quotidiani e quelli eccezionali. E li conosceva sia dalla prospettiva dei figli che da quella dei genitori, con linguaggi acconci in entrambi i casi.
Poi: Mafalda intuiva le contraddizioni della società borghese, non solo quella argentina: ne coglieva gli aspetti coevi ma anche quelli di sempre. 
Poi: Mafalda faceva anche politica, colpendo sia la realtà argentina (prima ancora che diventasse evidente la dittatura che covava da tempo) sia la realtà sociale contemporanea. Ed era una satira che aveva senso e forza indipendentemente dal contesto. 
Poi: Mafalda sapeva essere anche surreale, senza forzare la mano o senza correre dietro a sofisticatezze che poi magari andavano troppo spiegate.
Lo stile di Quino non era autoreferenziale. I nostri umoristi o quelli francesi avrebbero molto da imparare.
Quino non era neanche volgare. 
Quino non era saccente. 
Quino non era dogmatico. 
Quino non aveva bisogno di spiegarsi tramite baloon esplicativi, ma soprattutto non aveva bisogno di essere spiegato. La sua grammatica stilistica era seconda solo a quello di Trojano, vero e proprio maestro dell'universalità delle sole immagini.
Quino aveva un tratto elegante e liquido, lineare e pulito, con una capacità di caratterizzare cose e persone con minimi cenni grafici, immediatamente riconoscibili da chiunque.
Quino ha avuto il coraggio di smettere di disegnare Mafalda quando si accorse di non avere più niente da dire! 
Quino se n'è andato troppo presto... e a noi restano solo i diari di scuola che sbirciavamo di nascosto, ridendo come pazzi, rischiando poi di essere mandati dal preside. Ma ne valeva la pena.

17 novembre 2006

Brasile (1):
Iguaçu

Da quando un tizio mi ha detto che andrà in Brasile, mi son tornati alla mente decine, centinaia, migliaia, milioni, miliardi di ricordi.
Son stato in Sud America nel 1991 e per un mese ho girato per il Brasile alla ricerca di Mister No, Hugo Pratt, Alexander von Humboldt e infiniti altri eroi che avevo letto e divorato da quando avevo cinque anni.
Ho letteralmente visto cose che voi umani non potreste mai immaginare: ho risalito il Rio delle Amazzoni, masticato Bahia, accarezzato Belem, passeggiato per Belo Horizonte e Ouro Preto, vissuto la ricchezza di Rio e ballato il samba in una bettola di Fortaleza.
Il Brasile ha una magia e una bellezza uniche, e ve lo dice uno che odia il caldo, l'umidità e il napoletanismo impiccione e invadente. Ma il Brasile è il Brasile.
Se mi riuscisse di fare molti post a riguardo, vorrei cominciare con Iguaçu, immortalata dal bellissimo film Mission. Polemicamente vorrei ricordare che il Vaticano ci invita a dargli soldi immeritati mettendo come sottofondo proprio la colonna sonora di questo film... che parla delle stragi perpetuate dal Vaticano stesso.
Appena arrivi nell'albergo che sta letteralmente di fronte alla fine delle cascate, sei accolto da un suono di acqua poderosa e prepotente che ti accompagna per tutta la giornata. Quando arrivai io, era appena esplosa la primavera. Ero circondato da farfalle, uccelli di ogni colore e da coati, strampalati mustelidi (come la genetta o l'ermellino) che, a mò di piccioni in Piazza San Marco, ti chiedono cibo. Magari è meglio non toccarli perché per esplorarti potrebbero morderti, ma è roba di poco conto.
Se dalla parte brasiliana le cascate vengono assaporate dal basso (chilometri di cataratte che finiscono nella Garganta do Diablo - quella dove veniva gettato il prete all'inizio del film citato), dalla parte argentina si gustano dall'alto, e ci si può letteralmente affacciare sull'appena nominata Garganta.
Per arrivarci devi camminare per tre chilometri dentro una foresta piena di misteri e altre cataratte più o meno nascoste. Quando arrivi là, alla fine, per parlare (sempre che uno sia così scemo da rovinare tutto con la propria voce) non devi urlare, ma gridare e fare ampi cenni, perché il fragore è così immenso che ne rivivrai il ronzio dentro la testa per il resto della giornata.
Ci vogliono tre giorni per vedere Iguaçu, timida e indolente, incuneata tra Brasile, Argentina e Paraguay: uno per arrivarci, il secondo per visitarla da ambedue i lati e il terzo per andare via. Ma ci vogliono miliardi di vite per tentare disperatamente di toglierti la nostalgia che ti resta appiccicata nel cuore.
tag: Brasile, Iguaçu, Viaggi