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19 novembre 2023

INCONTRI CON MUSICISTI STRAORDINARI di Enrico Rava (Feltrinelli)

Un artista così solenne non doveva mancare all'appuntamento con l'autobiografia. E lo fa con un libro denso e pieno di cose, che cresce con l'aumentare delle pagine: le prime sembrano carburare; da pagina 45 in poi, è un crescendum di sensazioni, di storie, di aneddoti, di musica e di cuori e di passioni che si intrecciano e si animano così bene nella mente del lettore.
Un libro che non tradisce le aspettative, dove si respirano momenti godibili (l'incontro con Miles Davis), altri commoventi (la follia di Urbani), altri quasi comici (con musicisti capricciosi o fuori da ogni possibile canone).
Sicuramente, è un libro per appassionati di jazz, ma che può piacere anche a chi ama la musica e gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, quando tutte le arti erano ancora fresche, inedite, vive, potenti, esaltanti.

31 maggio 2021

MILES DAVIS, IL QUITETTO PERDUTO di Bob Gluck (Quodlibet)

Fine anni Sessanta, periodo magico della cultura giovanile: il grande trombettista Miles Davis trasforma il proprio quintetto jazz spingendolo verso il funky e altri generi giovanili. 
In breve il gruppo (con Wayne Shorter al sax) cambia tutta la sezione ritmica, ma in questa nuova veste non entrerà mai in studio d’incisione, e per questo la critica lo chiama il Quintetto Perduto: Chick Corea è al piano elettrico, Dave Holland ai bassi, Jack DeJohnette alla batteria. 
Il critico Bob Gluck ne esplora la musica, che si rivela un amalgama straordinario di elettronica, ritmi metropolitani, interazione collettiva e sperimentazione pura. 
Ma Gluck va oltre, mostrando il tessuto connettivo fra quelle idee e le nuove avanguardie. Corea e Holland escono dal quintetto per formare il gruppo Circle con il batterista Barry Altschul e il sassofonista Anthony Braxton; Braxton e DeJohnette sono membri di un’associazione di sperimentatori da cui nasce un altro trio che Gluck ci fa riscoprire, il Revolutionary Ensemble. La musica d’allora era tutta percorsa da aneliti rivoluzionari.

Un libro incredibile, di rara eccellenza e bellezza.
Ognuna delle parti è suddivisa in maniera chiara e precisa: il contesto storico (quindi non solo musicale), la storia musicale di quel periodo, l'importanza di Miles Davis (e di Teo Macero), la forza innovatrice di quei "nuovi" nomi, un'analisi tecnica, una guida all'ascolto, l'eredità di quel periodo, l'importanza di Ornette Coleman, una guida critica ai bootleg ufficiali del quintetto (usciti a nome di Miles Davis).
Ne ho letti di libri di critica musicale e mai nessuno era arrivato a tale bellezza. 
Qualsiasi palato si ritroverà agilmente in queste pagine: quello supertecnico, quello curioso, persino quello che non conosce nulla di quel periodo.
Periodare eccellente, traduzione scrupolosa, tempi narrativi perfetti, uso dei termini tecnici mai stucchevole, indice analitico e bibliografia accuratissimi.
Non è facile definire emozionante un saggio. Ma questo lo è. 
Anzi, un consiglio: mettetevi accanto i "vecchi" brani ormai abbandonati; sarà sorprendente (ri)trovarli così moderni e attuali.
Buona lettura.

12 febbraio 2021

CHICK COREA, il sorriso del genio

Non è facile salutare amici così irripetibili. Chick Corea ha segnato la mia vita musicale - e non solo - con una serie infinita di appuntamenti, sempre puntuali, sempre di assoluta qualità.
Il mio primo incontro col suo pianoforte accade quasi per caso: uno dei fidanzati più commoventi di una delle mie sorelle mi registrò su nastro l'intero "Romantic Warrior" (1976), un capolavoro jazz-rock in cui, oltre a Corea, figuravano: Al Di Meola, alle chitarre; Stanley Clarke, ai bassi; Lenny White, batteria e percussioni. 
Un'iradiddio di LP da cui spicca proprio l'omonimo brano in cui ognuno dei musicisti tira fuori l'anima; Corea sfoggia un assolo di pianoforte che ci riporta indietro ai riti tribali.
Mi ero innamorato all'istante, specie tenendo conto che nella mia totale ignoranza di allora credevo di avere a che fare con un musicista progressive. Matto com'ero, iniziai a comprarmi tutta la sua discografia; di lì a pochissimo, compresi che avevo a che fare con un musicista di ben altra portata. 
Il secondo lavoro che comprai è a suo nome: il primissimo "Return to Forever" (1972), molto ECM sound, con un approccio quasi brasiliano che ben si diluisce tra accenni di Debussy, Ravel, Liszt. La mia preferita resta "La Fiesta", ovviamente.
Con lui, oltre al fidato Clarke, abbiamo Flora Purim (voce e percussioni), Airto Moreira (batteria percussioni) e Joe Farrell, flautista e sassofonista, cui nel 1986 Corea dedicherà questa raffica di note ddda paura: "Got a Match?". 
Già, gli anni 80 di Corea sono all'insegna di una fusion mostruosamente tirata, ricca di tecnicismi e di scoperte musicali che lasceranno il segno: Dave Weckl (batteria e percussioni) e John Patitucci (bassista) gli devono molto. 
E quel gruppo, Elektric Band, tirerà fuori dal cilindro almeno un altro capolavoro ben che duraturo: "Eternal Child" (1988), decisamente commovente.
Erano gli anni in cui ascoltavo ogni possibile lavoro senza preconcetto alcuno, e Corea era sempre in agenda: come non ricordare l'intimissimo "Children's Songs" (1971), splendidi "esercizi" per solo pianoforte (completati nel 1983), di cui mi innamorerò perdutamente, specie del numero 6 che poi diventerà  "Song to the Pharoah Kings" (1974).
Oppure la delizia dei vari lavori con Gary Burton (1972 e 1979).
O le cose più commerciali - sempre con i Return to Forever, o quelle cupocerebrali con i Circle (1970), o quelle classicheggianti con Steve Kujala (1985), o quelle allegrissime come "My Spanish Heart" (1976), di cui vi suggerisco l'omonimo breve crescendum per piano e voce, che magari stucca ma che alla fine piace proprio perché pieno di sculture così pacchiane. Ma è un LP che nasconde molte altre cose belle, per carità.
Io adoro "Touchstone" (1982), in cui si cimenta in pezzi bellissimi, anche in compagnia di Paco De Lucia (qui in un'improvvisazione dal vivo).
Adoro anche "The Song of Singing" (1970) che credo di aver ascoltato integralmente solo io (è un free jazz senza punto di riferimento alcuno). Adoro "Again and Again" (1983), "Piano Improvisations 1 e 2" (1971), "An Evening with Herbie Hancock" (1978, il mio primo DVD), "The Meeting" con Gulda (1983).
È che Corea era bravissimo, profondissimo e leggerissimo. 
Non era né tetro né serioso. 
Non scatenava battaglie o rancori. 
La musica era il vestito del suo sorriso, di quelle mani così capaci di scalare gli spartiti, solcare i mari delle pause, disegnare gli astri che puntellano la notte.
Era veramente un artista fondamentale, di quelli che ti mancano subito, senza requie, senza pausa, senza possibilità alcuna di pensare che è stato un brutto sogno e domani tornerà a celebrare musica con quella gioia che sprizza tra quelle mille rughe.
Ho sempre adorato "Spain" (1973) in tutte le sue possibili versioni (come questa di Stevie Wonder o questa di Al Jarreau).
Ma mi piace salutarlo con questa versione pacioccona di "Armando's Rhumba", insieme a Bobby McFerrin (1990): c'è tutto quello che Chick Corea ha provato a indicarci, tutto.


14 novembre 2016

The elements of King Crimson tour 2016 - Il concerto di Roma

Narra la leggenda che nei credit di Trio figuri anche Bill Bruford nonostante non vi abbia suonato, proprio perché Robert Fripp gli riconobbe l'idea di non aver mosso percussione alcuna. Che sia vero o no, è tipicamente da Robert Fripp, e non solo sul piano della mera provocazione tipicamente british
Fatto sta che passare da questa sorniona visione artistica (del 1974) al tirar fuori ben tre batterie (in questo 2016), ne passa.
A livello emotivo, il concerto di Roma ha smosso il freddo calcolatore che è in me: non nascondo che ascoltando cose come The Letters (una delle mie preferite insieme a Book of Saturday, purtroppo e invece non eseguita) o Epitaph, il mio cuore si è commosso all'inverosimile, solcando qualche lacrimuccia nella guancia ormai cinquantenne.
Però bisogna anche avere il coraggio di astrarsi, di uscire fuori da se stessi: splendidi tecnicismi, impressionanti controtempi su controtempi, ma troppi tom e troppe casse gratuite.
Mia moglie ed io avevamo due posti eccellenti, ma Mel Collins ce lo siamo persi spesso e volentieri... per tacer dei (rari, stranamente) solismi di Fripp, umiliati da fracassoni rullanti.
Per carità: Vroom riletta tipo Peter Gunn Theme ha avuto un suo fascino; Schizoid Man interrotta da un drum solo di quasi dieci minuti, è già diventato un mo(nu)mento di rara eternità; Talking Drum sembrava uscita due giorni fa... però c'è qualcosa che non torna in questa operazione.
Fripp mi ha insegnato - ci ha insegnato - a lavorare per sottrazione. Ricordiamo cose tipo Islands: la Les Paul del nostro idolo quasi non si sente. Ricordiamo The Night Watch: Fripp esegue un solo di rara nitidezza senza "petrucciare" mai. Ogni brano dei King Crimson, insomma, è sempre stato caratterizzato dall'incantevole incontro tra grazia e matematica, tra calcolo e improvvisazione, tra algoritmo e pause. Sottrazione, sottrazione, sottrazione.
Nel concerto di Roma, invece, si è persa totalmente questa attitudine, questo sapore, questa lezione di vita (come l'ha definita anche Bollani, presentando proprio Fripp e Zappa come suoi unici esempi di come ci si debba avvicinare alla composizione).
Qualcuno potrebbe farmi notare come nel dvd Radical Action to Unseat the Hold of Monkey Mind che racconta questo Elements Tour non ci siano gli echi della pessima acustica della Conciliazione, e che si possono apprezzare serenamente le tre batterie.
Ma non mi basta, e non posso accettare di dover ragionare con questi distinguo: quelle tre batterie sono diventate troppe. Una scelta artistica che francamente non riesco proprio a comprendere.
È vero, i King Crimson degli anni '90 ne avevano due: ma una era di Bill Bruford, delicato e perfetto come pochi. È vero anche che il Miles Davis elettrico di batteristi ne usò addirittura tre: ma erano misurati e ben calibrati.
Qui abbiamo avuto: Pat Mastellotto, che da sempre picchia troppo e senza fantasia; Gavin Harrison - anche direttore musicale - che ha usato il rullante come la carta sulla lingua; Jeremy Stacey, che notoriamente ha un'eccellente anima jazz, soffocata però dai due comprimari.
Tra le curiosità: girava voce che non avremmo mai ascoltato qualcosa del primo periodo con Adrian Belew. Leggenda vuole infatti, che lui e Fripp abbiano litigato di brutto. E proprio mentre mi stavo rassegnando a subire la censura sul trittico degli anni '80, parte Indiscipline in una mirabile versione "lirica 2.0"... le cui parole, guarda caso, non sono di Adrian, ma della moglie, Margaret.
Una volta, quando Fripp si ritirò temporaneamente dalle scene, scrissi che era finita un'èra. Ma non l'era del prog, cui solo gli ignoranti assimilano i King Crimson; semmai era finita l'èra della musica rispettosa di se stessa.
Sabato sera, i King Crimson hanno rispettato il passato, hanno dimostrato che ha ancora molto da dire, che è "attuale" e originale all'inverosimile... ma hanno dimenticato la musica.
Tornando al me romanticone, invece, questo è stato l'ultimo concerto rock cui ho assistito. Mi piace averlo fatto insieme ai miei amici di sempre. 


La scaletta 
Tuning Up
Larks’ Tongues in Aspic (Part I)
Pictures of a City
Cirkus
The Letters
Sailor’s Tale
Epitaph
Hell Hounds of Krim
Easy Money
Vroom
Peace: An End
Fairy Dust
Meltdown
The Talking Drum
Larks’ Tongues in Aspic (Part II)
----
Magic Sprinkles
Lizard
Indiscipline
The Court of the Crimson King
Red
The ConstruKction of Light
A Scarcity of Miracles
Radical Action II
Level 5
Starless
----
Devil Dogs of Tessellation Row
21st Century Schizoid Man

30 dicembre 2014

Davell Crawford a #UJW22

Davell Crawford è un iradiddio sceso sulla Terra per dimostrarci che la musica ha un'anima infinita. Pensate che ha prolungato così tanto il divertentissimo concerto da costringere gli organizzatori a salire sul palco per portarlo via a forza, letteralmente.
Ieri notte, insomma, tra le pareti sornione del Teatro Mancinelli di Orvieto (persino tra gli spettatori più distratti) sono tornati i neri dei campi, le ombre dei primi bluesmen, le anime dei coristi delle chiese periferiche dell'America più nera, il riscatto dei bimbi di colore costretti a scimmiottare gli adulti troppo presto.
Un concerto vivo e pulsante che doveva rispondere a tono con quello precedente - altrettanto mirabolante - di Batiste, e che ha (di)mostrato quanto le radici del jazz siano più vaste ed eterogenee di quanto la vulgata pretenda di stabilire. Una performance che ci ha inchiodato un sorriso ebete sul faccione infreddolito, divertito e soggiogato da tanto colore.
Commoventi ed espliciti omaggi a Miles Davis, Fats Domino e Ray Charles, con languorosi picchi di nostalgia dalla New Orleans orgogliosamente risorta dalla profonda ferita da Katrina, e altri momenti in cui sembrava di stare dentro un locale sudafricano gestito da neri del sud, residenti però a Miami.
Da sottolineare il superfunky bassismo di Mark Brooks, il batterismo giamaicano di Desmond Williams, le bravissime coriste supertonde ma agilissime.

07 ottobre 2014

Le biciclette bianche di Joe Boyd

La mia musica e gli anni Sessanta, recita il sottotitolo.
Ma più che un noioso elenco di nostalgie, questo piccolo gioiello autobiografico è un voler indicare al lettore cosa veramente siano stati gli anni Sessanta extra bitols; senza cioè quella fastidiosa celebrazione ad oltranza dei quattro di Liverpool, di cui francamente non se ne può più.
Joe Boyd ha incrociato, prodotto o masticato personaggi come Jimi Hendrix, Bob Dylan, Nick Drake, Fairport Convention, Muddy Waters, Martin Carthy, John Martyn, Richard Thompson, Bob Marley, Steve Winwood, Steve Howe, Miles Davis, The Incredible String Band... e i primissimi Pink Floyd.
Per il suo UFO Club passarono i giovanissimi Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, pronti a regalare al mondo del cinema pellicole indimenticabili. Sua fu anche la produzione del film Scandal - Il caso Profumo, dove sostanzialmente si respirava proprio il periodo di cui parla questo libro.
Onnivoro e curioso, Boyd incrocia anche Chris Blackwell, il papà della etichetta Island che darà spazio anche ai primi King Crimson e agli oggi sputtanati U2 (allora, invece, preziosi e genuini).
Insomma, queste pagine sono una gradevole passeggiata in un mondo che non c'è più: chi è meno nostalgico ma anche realista, capirà pure quanta differenza ci sia tra l'odierno proporre e produrre arte e quel modo invece originale e innovativo in cui vinceva ancora l'uomo e non la meccanica.
Unico difetto, una traduzione decisamente dozzinale.

07 aprile 2014

il miracolo di Robert Fripp

Dai musicisti che stimo veramente, pretendo sempre qualcosa, anche quando - come nel caso di Robert Fripp - da oltre 40 anni comunque regalano al mondo perle di rara qualità, sempre interessanti, sempre vive, sempre pronte a mettersi in discussione, in costante discussione.
Fripp, poi, gode di quella rara opportunità storica di essere stato protagonista attivo di così tanti successi nei generi musicali più disparati, che non esiste musicista, compositore o esecutore che non gli debba qualcosa, anche inconsapevolmente.
Mi diverte osservare i colleghi entrare nel mio ufficio, vedere il suo ritratto alle mie spalle, deridermi o chiedermi chi sia, e poi essere costretti ad ammettere la propria ignoranza - con battute fuori luogo o sguardi meravigliati - nello scoprire che "sì, ha suonato in quel brano lì, ha prodotto quel tizio là, ha ispirato quel complesso indie", e via dicendo.
Fripp ha sperimentato quasi tutti i generi, ne ha inventati di nuovi, ne ha abbandonato uno ancor prima che uscisse il primissimo LP dei King Crimson (il rock progressivo), ha svincolato la musica non-colta da quella suprema rottura di coglioni che era/è il vetero discepolismo nei confronti di Bitols, ha raccontato strade elettroniche inusuali, ha addirittura regalato al cielo un irripetibile "jazz squadrato" ben prima che Sting facesse il fighetto con gli alfieri di Miles Davis, ha ucciso il liocorno della musica romantica per aggredire la modernità a testa bassa, ha aperto la strada a numerosi post-generi, ha addirittura suggerito musica per reading... ma, saggiamente - e umilmente (?), non si era mai cimentato con la cosiddetta musica colta, quella classica insomma; chiamatela voi come più vi aggrada.
Dicevo, appunto, che comunque pretendo sempre qualcosa. E le ultime frippate mi avevano inquietato, perché dopo Thrak (ma forse anche solo con l'ep Vroom), Fripp sembrava ripetersi, quasi stanco di essere se stesso; tanto che il suo quasi-ritiro dalle scene mi era sembrata l'unica giusta conclusione di un'èra, di un modo di essere musicista che oggi proprio non esiste più, per quanto ci si possa sforzare di credere il crontrario.
Ebbene, da giorni sto ascoltando questo The Wine of Silence, un'esperienza incredibilmente meravigliosa da cui non riesco proprio a staccarmi.
È la rielaborazione in forma orchestrale di alcuni dei soundscapes che Fripp ci ha regalato nel tempo (nove cd in tutto dal 1999; in realtà, il triplo se calcoliamo anche le edizioni flac/mp3). Orchestrazione affidata al compositore inglese Andrew Keeling, su fedele trascrizione di Bert Lams (già, quello del Californian Guitar Trio), ed eseguita nel 2003 dal vivo dalla Metropole Orkest diretta da Jan Stulen; naturalmente poi remissata da David Singleton, noto amico e co-produttore del nostro chitarrista.
L'avevo comprato due settimane fa giusto per buttarlo distrattamente nella mia collezione, ma niente di più. 
E, invece, è un'opera notevole perché non è "solo" un'orchestrazione, non è "solo" un giochetto per archi (e voci, in Miserere Mei), non è "solo" una serie di loop ben assemblati... è musica, musica fresca, bellissima, viva. 
È musica nuova.
 

30 dicembre 2013

Aaron Diehl racconta il Modern #Jazz Quartet a #UJW21 (recensione da #Orvieto)

John Lewis fu un genio: riuscì a trovare il jazz dentro l'anima di Bach e Debussy, ma soprattutto seppe inserirli nel mondo dell'improvvisazione pura, accontentando - e sfidando - le menti puriste di allora (e di sempre).
Il Modern Jazz Quartet è stato molto più che un combo elegante e sofisticato, e provare a omaggiarlo è un'impresa quasi impossibile.
Ma il bellissimo pianismo di Aaron Diehl c'è riuscito, accompagnato da un ottimo Warren Wolf al vibrafono (sempre musone, però), da un preciso David Wong al basso, e da un affidabile Pete Van Nostrand alla batteria.
Un concerto memorabile che ha visto l'esecuzione di quasi tutte le "città" di Lewis, una Round Midnight da brividi, una Bag's Groove ironica e smaliziata e un Concierto de Aranjuez che avrebbe fatto un baffo a quello più noto di Davis ed Evans.
Insomma, una perla di rara bellezza, impreziosita dalle installazioni video discrete ed evocative di Massimo Achilli.
Diehl è un pianista eccellente, che mi auguro possa raggiungere le vette che merita: speriamo solo che qui da noi riesca a convincere i critici che si accontentano degli zuccherini prevedibili di Brad Mehldau.

Gli Standard di Fresu e Caine a #UJW21 (recensione da #Orvieto, #jazz)

Più che un viaggio negli standard, è stato un percorrere in lungo e in largo il mondo del Miles Davis premodale. Molti brani proposti, infatti, erano cavalli di battaglia del trombettista nero, che Fresu e Caine hanno riletto con molto mestiere ma poco coraggio.
Dispiace dirlo, ma dai due mi aspettavo molto di più, specie da Caine, che ha maltrattato il piano e il Rhodes come fossero scarne pareti da riempire di chiodi e puntine.
Ad alcuni momenti di rara bellezza (specie nel bis, con Valentine e But Not For Me) si sono intervallati lunghi episodi di "duelli" musicali che hanno coinvolto vittime inconsapevoli da Porgy and Bess (ben due) o cose tipo Cheek To Cheek.
Mirabile il purtroppo breve gioco delle parti su Night In Tunisia (che si mantiene giovane, nonostante l'età), velleitario e quasi ridondante il consueto uso di effetti elettronici da parte del sardo.
Insomma, quando gli Dei suonano non possono perdersi in giochetti da comuni mortali.
Vedremo stasera cosa accadrà.

26 novembre 2013

MONK, la biografia necessaria (minimum fax)

Se il jazz fosse un solido, sarebbe una tavola; non particolarmente complessa, né vistosa. Ci penserebbero i musicisti a darle i toni e i colori appropriati, magari temporanei, sicuramente estemporanei, comunque intrisi di fugaci bellezze anche per l'ascoltatore più esperto.

Miles Davis starebbe fermo al centro. Non si muoverebbe di un millimetro. Per lui la tavola non esiste. I suoi suoni andrebbero solo in alto, arrampicandosi all'infinito.
Quando la gente cammina - o sta ferma - non si guarda mai intorno; Miles Davis, invece, ha sempre avuto la rara genialità di non curarsi dell'ambiente, ma di esplorarne il non visibile, il non immaginabile.
Keith Jarrett penserebbe solo a se stesso: suonerebbe guardando uno specchio che riflette uno specchio che riflette uno specchio che riflette uno specchio che riflette uno specchio... passerebbe ere e ore alla ricerca del suo io, convinto che sia così incommensurabile da non essere quantificabile se non dal suo pianismo.
Chick Corea correrebbe sopra questa tavola, come un eterno bambino, spensierato e un po' saccente, inseguito da Bollani, a loro volta osservati con sorniona pazienza da Mingus e dai due Evans (Gil e Bill), gli eterni maturi di una genìa di monumenti insormontabili...
La lista è lunga, infinita: ogni musicista jazz avrebbe il suo spazio e il suo modo di interpretarlo.
E poi ci sarebbe Monk. 
Dico "sarebbe", perché Monk si metterebbe lì, con incosciente leggerezza, a raccontare gli spigoli. Ogni solido ha uno o più spigoli, anche una sfera se vogliamo. La tavola del jazz ne ha quanti ne volete: ognuno dei quali, però, già sperimentato da Monk. 
Anzi, Monk aveva il coraggio di camminare un po' di qua e un po' di là i confini di questa eterna tavola. Sapeva, cioè, che era impossibile raccontare l'oltre di questa tavola: ma era altrettanto consapevole che poteva mettersi di spalle all'ignoto e osservare attentamente ogni singolo spigolo, minuzie di angoli e controangoli, per poi raccontarli a noi avidi ascoltatori tramite un'unica e perfetta capacità di risolvere ogni possibile enigma.
Monk suonava rispettando l'essenza tribale del pianoforte, così ritmico nella sua natura da essere invece usato forzatamente come strumento melodico, forse orchestrale, ma mai nella sua essenza più ancestrale. Il pianoforte ha sempre cercato Monk, e quando poi l'ha trovato si è seduto soddisfatto da una parte, ormai sazio. 
Esiste un prima e un dopo 'Round Midnight, ma niente che riesca a sfiorarlo. Esiste un prima e un dopo le musiche di Monk, e poi ci sono solo quelle di Monk; questo libro è la sua storia, questo libro è la biografia di quegli angoli.


11 novembre 2013

Miles on Miles, ovvero: come NON parlare di Miles Davis

Non mi aspetto mai nulla da nulla. Persone, oggetti, arte, qualsiasi cosa, insomma, non dovranno mai temere aspettative da parte mia. Altrimenti, che sorpresa è?
Però questo Miles on Miles è stato una delusione, una totale e inutile delusione. Tempo perso. Anche 20 euro buttati, se è per questo.
Così recita la presentazione dell'editore: "Il poeta, drammaturgo ed editore Michael K. Dorr, insieme allo scrittore Paul Maher Jr., ha raccolto le 30 interviste fondamentali fatte a Miles Davis, pubblicandole in un libro dall’eloquente titolo Miles on Miles. Incontri con Miles Davis. Lettura imprescindibile per chiunque desideri conoscere il “Miles-pensiero” su musica, vita e filosofia, questo eccezionale volume ci rivela un’icona del jazz complicata e contraddittoria, reticente in alcune occasioni ed eccezionalmente eloquente in altre".
Queste sono le intenzioni, sicuramente encomiabili (specie tenendo conto che abbiamo di fronte un editore "minore"), ma che si fermano solo sulla carta.
Di musica se ne parla poco e mai approfonditamente; di gusti e opinioni, ancor meno. Certo, Davis era un ostrica e un orso, e quindi di difficile approccio: però anche la cornice di buona parte delle interviste è un pretesto per mantenere inutili ridondanze che nulla aggiungono e nulla tolgono al personaggio.
Miles Davis era maschilista? Macchissene!
Miles Davis era scorbutico? Embe'!  
Miles Davis ha avuto problemi di droga... ma che senso ha l'indugiarci sopra.
Insomma, se questi sono i limiti di un approccio, non dovremmo leggere Celine, Mishima, Hemingway, o nemmeno ascoltare Coltrane, Monk o Jarrett.
Il bello è che tutti gli intervistatori insistono sulle stesse corde, lasciando ben poco spazio all'animo di Davis, a quella perla di rara perfezione e bellezza che racchiudeva il suo granitico stomaco musicale.
Ecco, forse l'editore italiano poteva fare un'opera di certosina antologizzazione, buttando via tante inutili cose... però ci volevano coraggio e sapienza; chissà...
Certo, per chi non vuole sorbirsi la sbrodolona autobiografia di Miles Davis scritta insieme a Quincy Troupe, questo libro va più che bene (se non altro perché vengono ripetute più volte alcune storie ormai stranote); altrimenti, birra e pizza in compagnia di un amico saranno una spesa decisamente più utile. 

08 maggio 2013

CHARLIE PARKER - Vita e musica, di Carl Woideck (EDT)

Adoro Charlie Parker, uno dei pochissimi jazzisti sempre moderno, sempre attuale, con la rara capacità di essere ascoltabile qualsiasi mood avvolga
il mio status mentale.

Questo splendido saggio di Carl Woideck (edito dalla rigorosa EDT) è decisamente per addetti ai lavori, ricco com'è di partiture e di esempi molto complessi.
Oltretutto, la biografia vera e propria viene sbrigata nel primo sedicesimo; il resto è un'analisi profonda dei quattro periodi artistici di Charlie Parker, arricchita da contestuali riferimenti storici e da una serie impressionante di spiegazioni dettagliate e articolate.
Però la consiglio anche ai neofiti o a chi - come me - ha pochissima confidenza con la scrittura musicale. 
Woideck, insomma, riesce comunque interessante, confortato com'è dai suoi numerosi rimandi biografici, da un'aneddotica mai fine a se stessa, e dal saper collocare esattamente chi/come/dove gli altri grandi del tempo (Davis, Gillespie, Roach...).
E poi - magari! - ti vien voglia di provare a seguire quei pentagrammi, di riascoltare questo o quel brano con accanto la pagina dedicata.
Bel libro, bel libro davvero.

03 maggio 2012

la bellezza di aver fatto parte del #JazzDay

Devo ringraziare SuperEnzo Pietropaoli se il 30 aprile scorso con mia moglie sono stato tra i 600 spettatori privilegiati che hanno assistito al concerto ufficiale italiano per il primo International Jazz Day organizzato e voluto dall'UNESCO.
Il suo mettermi da parte due preziosissimi biglietti (galleria; fila 5, posti 21 e 23) è stata una perla nella perla. Raramente dimentico questi gesti, che per molti sono piccole cose, ma che per me significano molto.
Io credo nel jazz da quand'ho iniziato ad ascoltare la musica, perché è un genere musicale che suggerisce infinite strade e infiniti linguaggi, tutti affascinanti e dignitosi, e che permette a donne e uomini diversi e di diverse culture di incontrarsi e magari anche di inventare linguaggi nuovi, senza dover rendere conto a chicchessia, senza doversi sforzare di capire il linguaggio dell'altro, perché in quel momento è l'incontro che crea linguaggi, ed esplorazioni, e tante piccole e grandi cose che posso essere descritte con un silenzio, con uno sguardo o con lunghe chiacchierate in compagnia di una buona birra.
Ascoltare Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Jeff Ballard omaggiare e salutare e vivere insieme a noi il jazz, è stata un'esperienza veramente intensa. 
Tra i brani eseguiti segnalo Close to you, Barcarolle (Tom Waits sarebbe stato d'accordo), I got rhythm (nella versione più sincopata), Bye bye blackbird (eseguita con rara superbia), Intermezzo dalla "Cavalleria rusticana" (un po' piaciona, ma solo noi italiani sappiamo suonarla in qualsiasi modo), Nero a metà (già, proprio Pino Daniele), e un delicato omaggio a Lucio Dalla con il suo 4-3-1943
Naturalmente non sono mancati anche i soliti ammiccamenti ai Bitols, su cui - lo sapete - esprimerei sempre e solo riserve (su loro, non su come li hanno suonati i nostri).
Ho una grandissima stima per SuperEnzo perché è un bassista di rara puntualità, accorto e mai molesto, audace ma mai sbruffone, sempre pronto a farsi da parte e sempre attento ai cambi dell'improvvisazione altrui. Quando gli ho detto che lo considero tra i primi dieci bassisti nella storia del jazz, mi ha consigliato di rivolgermi ad uno psichiatra: fatto sta che proprio questa sua prova così celebrativa, consiglierebbe a qualsiasi psichiatra di darmi ragione o cambiare mestiere.
Danilo Rea si è esibito alla grande, limitando certi suoi abbellimenti troppo di mestiere. Certo, il paragone con altri grandi viene spontaneo. L'unico appunto che gli ho sempre fatto è di non fermarsi un attimo per esplorare nuove incognite. Per dirne una: pochi mesi fa, Keith Jarrett ha detto che solo da poco tempo ha iniziato a usare la sua mano sinistra (sic!): per quanto possa sembrare una provocazione, diventa invece una lezione per tutti. Danilo ha rispettato il patto con gli ascoltatori durante questo concerto: però voglio vederlo alla prossima.
Last but not least, tanto di cappello a Ballard: dal suo carnet ho constatato che ha avuto pochissimo tempo per provare con i nostri. Eppure sembrava conoscerli da sempre: disicplinato, puntuale, ironico, attento, preciso, nitido. Mai una sbavatura (persino nel solluccheroso interim di Mascagni).
Insomma, un'esperienza incredibile, che le istituzioni (tutte!) e la Rai hanno ignorato, se non nello speciale web fatto dal sottoscritto (accuratamente attribuito ad altri), e lo speciale di Rai3 trasmesso in seconda serata e sin troppo bollanicentrico. Ma è la solita vecchia storia, no?
Evviva il jazz, però: sempre e comunque.  

23 gennaio 2012

Chano Dominguez ad #UmbriaJazzWinter: Daniel Navarro incontra Trane

Una volta sua maestà Miles Davis disse che il flamenco è il blues dell'Europa: visione che ho sempre condiviso, ma che mai mi sarei aspettato di constatare tramite le intenzioni di altri musicisti come mi è capitato questo postNatale 2011/2012 ad Orvieto.
Va detto che la mia preziosa signora ed io non avevamo capito che dopo le debordanti e offensive mitragliate di Camilo contro il povero Rea, ci sarebbe stato questo spettacolare concerto di Chano Dominguez e del suo ensemble. Per cui, ce ne stavamo andando via allegramente: è stato il mantenersi ben seduti degli altri spettatori che ci ha fatto capire che avremmo goduto ancora di buona musica.
A Chano Dominguez non daresti due lire: ha un fisico minuto e appallottolato; sentirgli dire che avrebbe addirittura proposto una letteratura integrale di Kind of blue in chiave flamenco, mi ha quasi spaventato, se non comunque emozionato. Volevo proprio vedere come sarebbe andata a finire: la visione di sua maestà si stava forse materializzando concretamente?
Buio in sala. Dopo Chano (pianoforte e direzione musicale, sempre puntuali), entrano Manuel Masaedo (percussioni di nitida precisione), Mario Rossi (contrabbasso, penalizzato da una pessima amplificazione), e due figuri che si siedono in disparte. 
Il primo Blas Cordoba, sembra uscito da un Tex Willer di altri tempi: un po' arabo, molto spagnolo, tira fuori lamenti tzigani che graffiano le coscienze e ti buttano con violenza dentro ere passate, con la fierezza di un popolo violentato mille volte, ma mai domo, e sicuramente orgoglioso.
L'altro è Daniel Navarro, bello come il sole - di quelli di cui le donne si innamorano perdutamente e mai contraccambiate, barba incolta ma studiata, fisico asciutto e maschioso, capelli-bagnati-chissà-perché.
I due tengono il ritmo, applaudendo in quel modo apparentemente aritmico ma sempre in dispari tipico della musica spagnola. Inseguono le note e ne sono inseguiti, accarezzano gli altri strumenti e poi si lasciano possedere.
Kind of blue c'è, la percepisci, ma allo stesso tempo non la vuoi ritrovare come la conosci a memoria: se loro vogliono leggerla in chiave personale e intima, non puoi e non devi pretendere che lo facciano come dici tu. Tu sei lo spettatore, partecipe quanto ti pare, ma pur sempre spettatore.
Il concerto va che è un piacere: ritrovi vecchi amici sonori e ne conosci di nuovi. Senti che c'è rispetto per quel fondamentale disco, ma anche voglia di rileggerlo, di raccontarlo, di esplorare i mille suggerimenti che indica più o meno volontariamente.
E poi, d'incanto, quando tutto sembra fermarsi, e hai capito che stanno flamenchizzando So what, e vedi da lontano quella faccia stronza e geniale di Miles Davis che se la gode dall'aldilà; quando ti aspetti che entri Coltrane con i suoi due inimitabili chorus da manuale, che ogni volta che li senti ti si intorcinano le budella e ti scoppia il cuore... Daniel Navarro si alza.
Macheccazzofaiscemo? Ti alzi? 
Dico: qualcuno dovrà pur fare il chorus di Trane!
E lo fa lui, Daniel Navarro, con un ballo flamenco che strappa applausi a scena aperta, che ti porta in quei luoghi osservati da Trane e da Davis, e in mille altri posti che mai avresti immaginato potessero esistere.
Daniel Navarro smonta l'architettura di Coltrane e dipinge con le proprie movenze quelle esatte note che conosciamo a memoria. Sembra un mare in tempesta che fa di tutto per trattenersi e scagliarsi poi contro gli scogli del nostro ascolto.
Una meraviglia.
Una meraviglia.
Una meraviglia.
Sì, il resto del concerto è stato altrettanto strabiliante: Navarro si è ripetuto un paio di volte, giocando con le luci e i capelli bagnati ad arte, muovendosi come un toro e un angelo... una cosa mai vista.
Ma un So what così, chi me lo ridà più?

29 marzo 2011

about a silent way

Dopo qualche mese di decantazione riprendo in mano questo About a Silent Way e mi dò dello scemo: è un revival, ma molto raffinato; c'è una tromba, ma è quella mirabile e pastosa-ma-secca-e-aggressiva-ma-umile di Fabrizio Bosso (ne parlai già qui); c'è un occhialuto che fa dell'elettronica, ma al servizio dell'insieme.
Insomma, e ancora una volta, Musica Jazz mi aveva dato un suggerimento ottimo, e io l'avevo snobbato. La mia tigna è stata più forte dei miei pregiudizi... per fortuna.

Il gruppo:
* martux_m elettronica
* Fabrizio Bosso tromba, flicorno, elettronica
* Francesco Bearzatti sax tenore, clarinetto, elettronica
* Eivind Aarset chitarra, elettronica
* Aldo Vigorito basso

i brani:
1. About A Silent Way
(martux_m, Fabrizio Bosso, Francesco Bearzatti, Eivind Aarset, Aldo Vigorito, Dario Colozza)
2. Hush/Quiet
(martux_m, Fabrizio Bosso, Francesco Bearzatti, Eivind Aarset, Aldo Vigorito, Dario Colozza)
3. Around This Time
(martux_m, Eivind Aarset, Aldo Vigorito, Dario Colozza)
4. About A Silent Way II
(martux_m, Eivind Aarset, Aldo Vigorito, Dario Colozza)

Dei quattro, io sento e risento perpetuamente Around this time, perché è una corposa improvvisazione in cui tutti dimostrano d'aver capito cosa esattamente voleva indicare Miles Davis. Ogni musicista dice la sua senza sforare nell'eccesso, l'improvvisazione raggiunge livelli di coinvolgimento quasi carnali, la tecnica e la grazia si accompagnano verso un insieme di suoni e intuizioni che ha dell'incredibile.
Forse sono stato anche condizionato dallo scorso concerto di Bollani che spappolava Zappa, cui ho assistito per affettuosa regalìa della mia signora; e allora la mia indole un po' impigrita si è ridata una scossa (ragazzi, roba che Bollani ha spostato l'Auditorium di qualche metro).
Però sono convinto che questo tipo di follie sonore, tutt'altro che di nicchia (ma forzatamente inserite in essa, perché in Italia usa così), sia necessario per uscire dalla follia musicale grigionissima che stiamo subendo da troppi anni a questa parte.
Costa poco, resta per sempre (anche senza i remix aggiuntivi, che aggiungono pochissimo).

07 aprile 2010

highway rider

Motivato da numerose critiche positive mi sono avventurato dentro Highway Rider, nuova fatica jazz classicheggiante di Brad Mehldau. Bella, molto bella davvero. Ricca di spunti, idee, riflessioni, lunghe vie che ti portano altrove... ma in maniera troppo rassicurante.
Avevo già sperimentato questa sua attitudine in The Art of the Trio, Vol. 3: Songs, consigliatami da un folle quanto ottimo commesso del Ricordi di via Orlando, qui a Roma: Mehldau ha un pianismo perfetto che rasenta lo stucchevole, con un voicing molto accurato, quasi studiato, troppo preparato.
Però a volte sembra un pianismo ricalcato, come se si credesse di sentire Bill Evans, senza però quella disperazione che attanagliava il grande pianista davisiano (e magari si potrebbe dire che in certi momenti era Davis ad avere un trombismo evansiano).
Ecco, se dovessi usare una similitudine: con Mehldau viaggi comodo in carrozza, apprezzi il paesaggio, leggi un buon libro, hai una confortevole conversazione, ti riposi dieci minuti, degusti un buon vino bianco barriccato... Keith Jarrett, invece, il paesaggio te lo dipinge, te lo scartavetra contro: ti costringe a fermare il treno col freno d'emergenza, ti obbliga a seguirlo, ti fa vedere strani e nuovi alberi in un bosco che stava sempre sotto il tuo grugno ma di cui ignoravi l'esistenza. Jarrett inventa, codifica, ti perseguita, ti riempie di cose e ti schiaffeggia perché ti sei distratto un microsecondo... Mehldau ti accompagna, dolcemente, con tecnica notevole, con idee rischiosette ma non troppo, con strumentisti eccezionali (il quasi drum'n'bass duo ritmico Matt Chamberlain e Larry Grenadier, il sassofonista Joshua Redman figlio di tanto padre, un produttore sperimentatore come Jon Eternal Sunshine Of The Spotless Mind Brion). Ma niente più.
Da comprare, ma col contagocce.

19 febbraio 2010

Miles Davis
The Complete Columbia Albums Collection Box Set

Un caro amico mi ha raccontato che una volta invitò a cena un tipo e due pollastre: il progetto era chiaro, e tutti erano consenzienti. Fatto sta che per darsi ancor più un'aria, mise come sottofondo Kind of blue. Al che una delle squinzie chiese cosa fosse quella "tromba così noiosa". In casi del genere credo che la Costituzione preveda una cacciavitata sui denti...
Fatto sta che forse quella scema affermazione celava qualcosa di pregnante... sicuramente non intenzionale. E già, perché alla fine cosa conosciamo noi di Miles Davis? Voglio dire, a parte Kind of blue e Tutu (ta! ta! ta! tarattatatà...)? Insomma, in generale è ovvio che si conoscano le opere più famose di qualsiasi genio. Ma in questo caso è obbligatorio acquistare questo cofanetto di cui si è parlato solo quand'è uscito.
A me è stato regalato a natale, e ogni tanto ne prendo un cd in rigoroso ordine cronologico, e lo ascolto attentamente. E ogni volta vengo disarmato. La cosa che più sconvolge è che Miles Davis aveva sempre qualcosa da dire. Sempre. E ogni passo che faceva era totalmente nuovo, ricco di suggerimenti, di proposte così eccezionali da annichilire l'ultimo suono del precedente lavoro, di idee che verranno percepite magari tra mille anni.
Voglio dire che il fascino di un'operazione simile non è solo commerciale e collezionistica, o perché riccha di materiale inedito, ma anche storica. Si ha cioè la rara opportunità di ripercorrere pressoché integralmente la vita musicale di un genio dalla perfezione assoluta, e di intuire nel giro di poche settimane anziché di decenni (finalmente) la straordinaria forza e l'inimitabile significato della sua potenza.
Se un giorno dovessero chiedermi quali cd vorrei portarmi su un'isola deserta, citerei solo questo box: c'è tutto, dal big bang alla fine del mondo.

13 novembre 2009

l'orchestra elettrica di Miles Davis



19 agosto 1969. Mentre si ripulivano i prati di Woodstock, Miles Davis portò in studio un’«orchestra» senza precedenti: tredici solisti con chitarre e tastiere elettriche, quattro percussionisti, un clarinetto basso, un sax soprano. Con qualche appunto sulla carta e dopo solo una serata di prove, in tre mattine si registrò un disco la cui portata storica fu subito chiara.
D'ora in poi, quando si parlerà di saggi, nel senso veramente vero del termine, bisogna aggiungere "come il Bitches Brew di Enrico Merlin e Veniero Rizzardi".
Il primo è noto per aver catalogato l'opera omnia del grande artista "abbronzato", il secondo per aver studiato Luigi Nono in profondità.
È un corposo e complesso saggio "sistemico", attraverso cui cioè riesci ad esplorare tutto: il contesto, i fenomeni sociali, gli aspetti estetici, artistici e tecnici.
Raramente due italiani hanno messo in piedi un'opera simile: ve ne consiglio caldamente l'acquisto.

23 luglio 2009

Glenn Miller,
l'eleganza e la virtù

I nemici bombardano, e di brutto. Ma l'orchestra suona lo stesso, perché la musica è assoluta, mentre la guerra è lo spazio di un momento malvagio.
Mi riferisco a una delle scene più belle della storia del cinema. Quando cioè Jimmy Stewart/Glenn Miller continua a suonare In The Mood, nonostante il mondo stia tracollando dentro una guerra infinita e dolorosa.
Ma Glenn Miller non era solo questo.
Ha modernizzato il concetto di arrangiamento restituendo dignità a ogni singolo strumento, alleggerendo le composizione, facendo tacere chi doveva tacere e suonare chi doveva suonare, comprendendo che un musicista è servo devoto dell'arte ma anche degli ideali che fortificano l'uomo.
Miller, insomma, resta un faro di un modo di essere/comporre che pochi altri grandi musicisti hanno saputo ribadire. Sicuramente Gil Evans, forse Quincy Jones, qualche volta Miles Davis.
Ebbene, prima leggetevi questo articolo apparso ieri su Repubblica, e poi dopo gustatevi questa sequenza dal commovente film che narra la sua storia.
So long again, Glenn Miller, so long.

L' ultima verità su Glenn Miller morì per salvare Eisenhower
ROMA - Si chiamava Operazione Eclisse e doveva portare alla fine della seconda guerra mondiale già nel dicembre del 1944. Perno della missione segreta era Glenn Miller, il leader della jazzband più famosa del tempo, temutissimo dalle alte sfere naziste per gli appelli alla deposizione delle armi che lanciava via radio agli sfiancati soldati della Wehrmacht. Al maggiore Miller l' attore David Niven, all' epoca ufficiale dei servizi segreti inglesi, aveva affidatoi termini dell' armistizio che gli Alleati offrivano agli ufficiali nazisti disponibili a finire una guerra che ormai appariva perduta. Miller partì dall' Inghilterra per raggiungere Parigi dove fu intercettato dal gruppo di fedelissimi del Führer capitanati da Otto Skorzeny, che già aveva partecipato alla liberazione di Mussolini a Campo Imperatore l' anno precedente. Il povero Miller fu torturato per giorni: Skorzeny lo voleva costringere a introdurli alla presenza del generale Eisenhower per ucciderlo e tentare di cambiare i destini del conflitto. Miller non cedette, morì e il suo corpo scomparve. Questa sarebbe la verità sulla morte di Glenn Miller secondo Hunton Downs, ex ufficiale dell' esercito americano, che ha passato 40 anni cercando di svelare il mistero della scomparsa del jazzista, ufficialmente sparito in mare mentre volava verso la Francia. Era il 15 dicembre 1944 e l' artista aveva solo 40 anni. Nessuno sapeva nulla della missione e del ruolo di Miller, né i compagni della sua orchestra né lo stesso Einsenhower. Così quel gesto di eroismo è caduto nell' oblio, secondo Downs. La storia, chissà se vera ma appassionante e ben congegnata, è contenuta nel libro The Glenn Miller Conspiracy appena uscito negli Usa.

19 giugno 2009

il libro che non t'aspetti

La famiglia Marsalis ha tanti componenti quanti sono gli strumenti basilari di un'orchestra jazz (basso escluso, ma poco importa): Branford (sassofoni), Jason (batterie), Delfeayo (trombone), papà Ellis (piano) e Wynton, trombettista di cui parlerò brevemente in questa sua curiosa veste di saggista.
Come il jazz può cambiarti la vita è uscito qualche mese fa. Ma finché non era uscita la recensione entusiasta di Musica Jazz non mi ero azzardato ad acquistarlo, tanti sono i saggi scritti da jazzisti notevoli che poi però si rivelano essere pessimi scrittori.
Qui, invece, siamo di fronte a un testo che oserei definire addirittura essenziale dal punto di vista musicale, sociale, e della cultura più in generale. Non solo per la ricercatezza dei termini usati (vivaddio passati indenni da una traduzione curata male), ma per la pertinenza delle critiche e delle analisi, sia sui grandi musicisti di sempre che su alcuni elementi fondamentali del jazz. È veramente una gioia dello spirito intrattenersi con questo umile ma consapevole artista, veramente una gioia.
Non manca un capitolo dedicato ai grandi maestri verso i quali Wynton sente di avere più di qualche debito: Louis Armstrong («Il suo suono ha il potere di guarire»); Duke Ellington («Un tocco della sua mano sul pianoforte e la luna entrava in una stanza»); Billie Holiday («Se metti del sale in una bevanda dolce la rendi più dolce, ma se aggiungi zucchero all’amaro diventa ancora più amaro: così era Billie»); John Coltrane («Qualcosa nel suo suono ci penetra con la compassione della bellezza più pura e sublime»).
Grande riconoscenza anche per Ornette Coleman, per John Lewis e per Thelonious Monk, ma nessun cenno verso il gigante Charles Mingus.
Qualche spigolo verso Miles Davis, cui Wynton riconosce grande genialità, ma anche l'essere un carnefice «dell’adulazione e del mercantilismo». Insomma, il Davis del grande ritorno non dice nulla, anzi è addirittura deleterio e poco esemplare Il meglio, quando è corrotto, diventa il peggio»).
E - diciamolo - ci vuole coraggio a saper cogliere un aspetto così visibile di Davis ma che in pocchi hanno avuto l'onestà intellettuale di dire apertamente.