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08 giugno 2024

POWER: LA POLIZIA NEGLI STATI UNITI

A ridosso di alcuni episodi recenti, abbiamo espresso giudizi perentori sulla Polizia Americana, senza però chiederci “come mai” si comporti così e perché sui social incontriamo spesso episodi di inusitata violenza degli agenti, gratuita quanto inaspettata.

Affidarci al solito reliquario antiamericano serve a ben poco: sicuramente, ci fa fare bella figura con i nostri simili, ma non chiarisce nulla.

Su una delle piattaforme private, trovate Power: la Polizia negli Stati Uniti (2024), un ottimo documentario, lungo al punto giusto, in cui esperti e storici illustrano le origini e la struttura di uno degli strumenti di controllo statunitense più libero e indipendente che si sia mai conosciuto.

Costruito attraverso documenti e dichiarazioni argomentate e documentate, è un film senza afflato ideologico né un punto di osservazione fazioso; ed è per questo che fa impressione e sconcerto. Oltretutto, manca totalmente di retorica e di autocompiacimento.

Pensare che tra poco, questi 900.000 uomini saranno in mano a Trump, o comunque saranno sovrapponibili alla sua visione cafona e violenta del potere, fa impressione e paura

25 maggio 2024

THE GOOD NURSE

Charles Cullen è un serial killer americano condannato in via definitiva per l’omicidio di almeno 29 persone (sulle 40 da lui dichiarate); cifra che potrebbe arrivare addirittura a 400, almeno secondo alcuni inquirenti.

Infermiere modello, uccideva le sue vittime per via endovenosa, usando farmaci che ad una biopsia standard potevano risultare plausibili, oppure aumentando oltre il consentito l’inoculazione di insulina.

The Good Nurse (2022) racconta la sua cattura, partendo dalla vita dell’infermiera che intuì il suo modus operandi. Un film eccellente, che tiene inchiodati sullo schermo fino alla fine e che riesce a dosare sapientemente tensione e sospensione, amicizia e tradimento, fiction e realtà.

Lui è interpretato da un sontuoso Eddie Redmayne, capace di così tante sfumature e sottintesi, che diventa quasi doloroso per lo spettatore vederlo ammettere di essere il criminale che sappiamo.

Lei è Jessica Chastain, sicuramente meno brava, ma che alla fine funziona proprio perché capace di arginare la sua recitazione.

Ma la vera protagonista è la colonna sonora, nel suo insieme però: musica e suoni, rumori e silenzi, sono un film nel film, un esercizio di stile che sorprende per la gamma di sentimenti che riesce ad esprimere, per come supporta la sceneggiatura e la regia.

A latere, per chi è acritico antiamericano, è un film che denuncia anche i difetti della sanità privata. Infatti, i dirigenti degli ospedali dove Cullen commise i suoi delitti, evitarono accuratamente di denunciarlo, onde evitare ritorsioni mediatiche contro le strutture: lo allontanavano quasi in silenzio e poco più.

Per gli appassionati di gradi di separazione: l’attore che interpreta il detective è il medico che studia il cervello degli zombi nella prima stagione di Walking Dead; l’attrice che interpreta la dirigente ospedaliera, invece, è la mitica Madison sempre più ricorrente nello spin-off Fear the Walking Dead

11 maggio 2024

14 VETTE, in compagnia di Nirmal Purja

Anche se non siete appassionati, conoscete sicuramente Nirmal Purja per questa foto. Premesso ciò, è un alpinista ed ex militare nepalese che ha scalato tutti e 14 gli Ottomila in soli sei mesi e sei giorni: un record tutt’oggi imbattuto, che gli ha fatto ottenere anche cinque Guinness dei primati.
Per farvi un’idea (guardate le date!):

23 aprile 2019 Annapurna I (8091 metri)

12 maggio 2019 Dhaulagiri I (8167)

14 maggio 2019 Kangchenjunga (8586)

22 maggio 2019 Everest (8848)

22 maggio 2019 Lhotse (8516)

24 maggio 2019 Makalu (8485)

03 luglio 2019 Nanga Parbat (8126)

15 luglio 2019 Gasherbrum I (8080)

17 luglio 2019 Gasherbrum II (8035)

24 luglio 2019 K2 (8614)

26 luglio 2019 Broad Peak (8051)

23 settembre 2019 Cho Oyu (8201)

27 settembre 2019 Manaslu (8156)

29 ottobre 2019 Shisha Pangma (8027)

La sua straordinaria impresa non ha mai avuto la giusta eco mondiale, solo perché “non sono un bianco occidentale”. Piccola consolazione mediatica è il film 14 vette (2021), che racconta quei mesi con una scelta stilistica convincente, a metà tra il documentario e il film-quasi-thriller.
Tra interviste, riprese originali mozzafiato e simulazioni, lo spettatore rivive quei giorni quasi come fosse sul campo, godendo di tanta bellezza e di tanto coraggio.
Vi suggerisco di vedere questo piccolo gioiello: fa bene all’anima e insegna molto, sulle persone e sulla Natura

20 aprile 2024

LA SOCIETÀ DELLA NEVE andrebbe proiettato nelle scuole

La società della neve (2023) è un bel film commovente. Nonostante sia leggermente lungo (come sembra imporre un probabile “standard Netflix”), riesce a raccontare il terribile dramma delle Ande in maniera addirittura poetica.

Sono rimasto perplesso solo per come sia stato strutturato il finale: non vengono raccontati tutti i tentativi dei due “eroi” di raggiungere i soccorsi, prima di quello risolutivo. Così com’è, mi è sembrata un’impostazione sbilanciata rispetto al resto della sceneggiatura.

Voglio dire che i tempi narrativi del film seguono un ritmo lento (ma giusto) che tiene lo spettatore dentro una tensione emotiva consistente: questa sorta di scatto finale troppo repentino toglie un po’ di spessore.

Non vi spoilero l’origine della voce fuori campo, ma vi posso dire che funziona con dolce esattezza, mantenendo compatti i quadri narrativi e coinvolgendo lo spettatore senza ricorrere al pietismo.

Pochissima musica, ma al momento giusto (durante i soccorsi, poi, strappa più di qualche lacrima); fotografia eccellente; montaggio elegante; regia molto compassata.

L’epilogo, poi, è struggente: quando la cinepresa indugia sui resti ormai abbandonati della fusoliera, il cannibalismo e quei terribili 73 giorni arrivano addosso tutti insieme, mozzando il fiato senza pietà.

Se il nostro fosse un Paese adulto e maturo, sarebbe molto interessante proiettarlo nelle scuole, lasciando poi libero sfogo alle considerazioni dei giovanissimi

06 aprile 2024

C'È ANCORA DOMANI?

C’è ancora domani è un film naif. In un contesto “normale” avrebbe ottenuto un successo standard e una moderata attenzione da parte dei media: in questo momento complicato per l’Italia, invece, è diventato il simbolo di una riscossa autoriale e sociale che, spiace dirlo, è esagerato.

Il punto debole più evidente è la sceneggiatura: una sequenza di quadri narrativi collegati senza criterio, con rari momenti surreali, altri didascalici, altri montati in maniera illogica.

Quelli surreali potevano funzionare e diventare una chiave narrativa, ma perdono di forza sia per la modestia attoriale sia per un’evidente disomogeneità con la sintassi filmica nel suo insieme. Peccato, perché la “danza della violenza” è un’idea meravigliosa.

I momenti didascalici (sicuramente necessari) cercano di aggrapparsi al neorealismo italiano migliore, ma sono fiacchi perché mal recitati (la costante di questo film: attori poco convinti).

L’idea di alternare i formati della pellicola, poi, avrebbe un suo senso se collegabile a dei leit-motiv; ma se alcuni momenti in 4/3 puntano all’oblio dei bei ricordi che furono, quello con lo schiaffone li contraddice. Schiaffone che peraltro apre il film, e che posto così non significa nulla.

Tra i momenti non-surreali, quello che proprio fa esclamare “embè!” è l’esplosione del bar (andateci nella vita reale, perché fanno gelati strepitosi!): improbabile, insensata, proposta con una sintassi ordinaria anziché surreale. Considerato la trama, andava sceneggiata in ben altra maniera. Così com’è, invece, sembra un rimedio frettoloso.

La fotografia in b/n, poi, segue almeno tre linguaggi: a volte è evocativa, a volte è narrativa, a volte è onirica; ma senza ratio. Anche qui, colpa della sceneggiatura.

Sceneggiatura che si dimostra debole anche nel montaggio, visto che ogni transizione viene rappresentata meccanicamente, senza sorprendere, senza accompagnare, senza incrociare i quadri (se non con dei totali ingenui).

L’unica idea vincente è il parallelo finale: tutti pensiamo a una fuga programmata con Marchioni, mentre invece Cortellesi vuole andare “solo” a votare.

La musica, invece, è convincente: Marchitelli propone autori e canzoni modernissimi, apparentemente stridenti con il contesto storico; ma, proprio per questo, funzionano benissimo.

Insopportabile, invece, l’epiogo, quando la canzone di Silvestri entra nella trama, sminuendo la necessaria e sacrosanta retorica del momento: è uno stratagemma alla Moretti che non ho mai amato.

A mio avviso, a questo film è mancato un produttore, uno che sapesse dire i giusti “no”, valorizzando con forza, invece, le parti nobili di un prodotto che alla fine appare confuso e poco al di sopra della sufficienza. Purtroppo, in Italia quella del produttore capace è un figura che manca da molto tempo, così come mancano autori e registi veramente bravi e coraggiosi.

Per essere un’opera prima, brava la Cortellesi, perlomeno per il tentativo. Ma non parliamo di miracolo né di capolavoro, per favore. Oltretutto, l’accusa di aver semplificato un tema forte e radicato quale la violenza maschile (non solo fisica) diventa più consistente proprio perché il linguaggio filmico nel suo complesso non funziona: è ingenuo, didascalico e friabile.

A latere, con quasi 5 milioni e mezzo di biglietti staccati, viene da chiedersi: ma dov’è ‘sta gente? Chi vota? Voglio dire che con questa desertificazione dell’etica, della morale, meraviglia una fame civica così apparentemente diffusa.

Post scriptum La premier non ha partecipato alla proiezione in Senato: eppure, i diritti di cui parla il film sono anche i suoi e dei componenti il suo partito, e sono frutto del sangue versato dalle donne e dagli uomini di PCI, DC, PRI, PLI, PSI… antifascisti, ricordiamolo

28 marzo 2024

SPACEMAN, che noia

  • Prendete Solaris (1972; quello di Tarkovsky, insomma), spostate le nubi purpuree del pianetone alieno in quel della nostra galassia (esistenzialiste come quelle di Shiel, 1901), buttateci dentro un enorme ragno elaborato da un CGI rimandato a settembre, e avrete Spaceman (2024), un film così noioso ma così noioso, che a Giobbe esploderebbe la proverbiale pazienza.
    Vi chiederete perché lo stia recensendo.
    Innanzitutto, per invitarvi ad evitarlo, ma soprattutto perché trovo incredibile che la protagonista femminile sia Carey Mulligan! Un’attrice così brava, così intensa, così multiforme, che si è sprecata dietro una produzione sonniferica come questa!
    Lo ha fatto per soldi? Dài…

16 marzo 2024

FAIR PLAY, un film che arriva "dopo"

Fair Play (2023) è un film strano: presi singolarmente gli elementi che lo compongono non funzionano; ma la loro somma, invece, segna la mente dello spettatore a distanza di tempo.

Interpretato da due attori sottotono (lei, l’avete vista su Bridgerton; lui, su Solo), con una fotografia didascalica, una regia sommessa e una musica che dimentichi dopo un minuto, ha una trama prevedibile e senza ritmo: “un disastro”, penserete.

Eppure, la storia di una donna in carriera che riesce a sfondare, con un fidanzato che invece non sa accettare quei successi, colpisce proprio perché è tutto così banale e finto e mal raccontato, che il guizzo finale (veramente alla fine: dura cinque secondi, neanche) sembra “solo” un rimedio narrativo per salvare il film.

Poi, però, dopo accade qualcosa dentro la mente dello spettatore, qualcosa che lavora inesorabilmente e con dissimulata caparbietà, che riempie gli spazi delle giornate, che pone dei dubbi e falsa tutte le risposte, che rende esattamente l’angoscia della donna, la sua difficoltà di realizzarsi, la pochezza del maschio “ferito” (da cosa? vallo a capire).

Insomma, io vi consiglio di vederlo perché sono convinto che lavorerà nella vostra anima così come ha scavato nella mia

06 marzo 2024

NYAD

In questi giorni, Jodie Foster è in cima all’attenzione dei media perché coinvolta nel quarto True Detective. Tra i tanti film che ha impreziosito con la sua eccellente recitazione, segnalo uno tra gli ultimi, Nyad (dov’è candidata all’Oscar come non protagonista, peraltro), perché si presta a qualche ragionamento.

Leggendo la scheda sul Wikipedia inglese, infatti, in coda vengono indicate molte e consistenti polemiche che sminuiscono la portata dell’impresa raccontata: una donna ormai 64enne riesce a nuotare, in solitaria e senza gabbia di protezione, da Cuba fino alla Florida; 177 chilometri faticosi e rischiosissimi.

Il film è così potente e credibile, che alla fine poco importa se le cose non siano andate proprio come vengono raccontate, poco interessa sapere che l’impresa non sia stata catalogata perché non conforme al regolamento vigente del Guinnes dei Primati. Il film racconta una storia, punto.

E lo sottolineo perché i temi narrati sono universali, la tenacia e la credibilità delle due protagoniste va ben oltre le personalità rappresentate, perché le imprese impossibili riescono solo quando sei circondato da chi sa criticarti e appoggiarti al tempo stesso.

Nyad non celebra una donna, ma la potenza insita della femminilità. Nonostante non voglia essere femminista, è molto più femminista di certi film dichiarati, perché delinea le sfumature delle incertezze che le donne vivono sulla propria pelle ogni giorno, anche quelle combattute contro sé stesse.

E il finale, così vivo e palpitante, strappa più di una lacrima di commozione, perché sono convinto che ogni spettatrice vi intraveda le proprie battaglie quotidiane - e quella rara capacità di rialzarsi immediatamente, costi quello che costi

05 marzo 2024

WE ARE THE WORLD - LA NOTTE CHE HA CAMBIATO IL POP

«Se scoppia una bomba adesso, John Denver torna primo in classifica»

«Lasciate il vostro ego fuori dalla porta»

Con queste due boutade, possiamo riassumere quella notte in cui USA for Africa registrò “We Are the World”. Una e una sola notte per mettere insieme 46 stelle di prima grandezza del panorama musicale americano degli anni ‘80, e far cantare loro un piccolo gioiello pop che ancora oggi potrebbe tranquillamente scalare le classifiche di mezzo mondo.

Nato come “risposta” a Band Aid («i bianchi che hanno fatto qualcosa per i nostri fratelli, ma prima di noi»), il brano fu composto da Lionel Richie e Michael Jackson… con una quasi aggiunta di Stevie Wonder, che intervenne in ritardo, a demo in corso di registrazione, perché non aveva risposto in tempo alle numerose telefonate di Quincy Jones, l’architetto dell’intera operazione.

C’è un film online che racconta bene l’intera vicenda, dove si respira un modo di fare canzoni, di organizzare eventi, che oggi potrebbe anche far sorridere, ma che di fatto restituisce nitidamente l’inventiva e le capacità “analogiche” di promoter, registi, organizzatori, compositori, musicisti, cantanti.

Già la scena in cui viene spedito a ognuno dei partecipanti un demo su musicassetta - solo due giorni prima la registrazione (!) - fa pensare che a quell’età della pietra c’erano modi e modalità che funzionavano solo grazie alla tensione e attenzione delle persone in carne e ossa, e non delle “macchine”.

E che dire di chi studiò le sequenze degli assolo, scegliendo chi e come dovrà partecipare, e chi verrà escluso? Oggi sarebbe impensabile.

L’intero film è denso di aneddoti tecnici, musicali, umani, anche di pettegolezzi, di ripicche nascoste, di personalismi, di vizi e di incapacità. Valga per tutti Bob Dylan che chiede aiuto proprio a Wonder su come improvvisare il suo passaggio solista.

Certo, ad essere cinici si possono avanzare tante riserve su iniziative come queste. Ma il modello che noi viviamo è questo, prendere o lasciare: se non ci sta bene, siamo addirittura liberi di contestarlo, anche se poi facciamo di tutto per restarci dentro, quatti quatti e ben lontani dall’autocritica autentica

07 febbraio 2024

MAESTRO

Quella di Leonard Bernstein è stata una personalità così multiforme e multicolore, che è complicato riassumerla in poche righe.

Innanzitutto, fu tra i pochi suoi contemporanei a credere nella contaminazione tra generi, tanto che le sue stesse composizioni spaziano in maniera dolce e credibile dal Mozart più austero al jazz be-bop, passando per Beethoven o per la dodecafonia.

È stato tra i primi a restituire la giusta visibilità alla musica di Gustav Mahler, dando risalto alla sua insospettabile leggerezza, ma anche enfatizzandone i riferimenti alla cultura ebraica, sparsi nelle sue nove sinfonie. Personalmente, preferisco le direzioni del compianto Sinopoli, asburgiche e spirituali al tempo stesso; ma il Mahler di Bernstein è veramente oltre.

Bernstein sapeva divulgare con grazia, competenza e misura, coinvolgendo anche le menti poco avvertite e i giovanissimi. Inoltre, ha stravolto la composizione dei musical, con partiture di rara modernità e freschezza, aggiornando l’intero genere e donandogli nuova linfa vitale.

Le sue direzioni erano muscolari, esagerate, esagitate, piene di sudore e fatica, ma anche di sorrisi e rinascite; sicuramente, uniche e indimenticabili.

Non ha mai sofferto la sua bisessualità né tantomeno obbligato i suoi cari a comprenderla.

Ebbene, tutto questo (e molto altro che ho dimenticato) s’intravede appena in Maestro, un film fatto di molti (troppi) accenni. Molti critici hanno insistito nel dire che il perno della trama sia l’omosessualità di Bernstein - e la sua sofferenza nel viverla. In realtà, tutta questa sofferenza nel film non si vede. Oltretutto, era cosa nota a tutti! Perché inventarsi un drammone così inesistente?

Il vero problema è che il film non funziona del tutto, risultando piacevole ma lungo e rarefatto. Non ha un vero e proprio riferimento, non centra l’importanza di una figura così fondamentale per la cultura occidentale. Certo, la direzione della fotografia è impeccabile, Bradley Cooper è esatto, Carey Mulligan è magnifica; ma non bastano

06 febbraio 2024

IL MONDO DIETRO TE

La trama de Il mondo dietro di te è ansiosa e ansiogena, anche se non ha guizzi o cali. Poi, dopo un’ora e poco più, sembra arenarsi in attesa del non-finale.

Una coppia con due figli passerà un weekend fuori New York, affittando una villetta d’élite poco lontano dalla Grande Mela. Proprio mentre salta la connessione internet, apparentemente per banali motivi tecnici, si presentano alla porta il presunto proprietario dello stabile e la figlia adolescente. Mentre la realtà intorno alla villetta comincia a perdere pezzi, il rapporto tra le due famiglie subisce continui strappi e connessioni, arrivando a un finale in levare che volutamente non risolve il dramma tecnologico (e militare) che si sta prospettando all’orizzonte.

A differenza di altri film sul tema, la regia e la direzione della fotografia puntano moltissimo sulla forma, tanto che in alcuni momenti è così bello il come viene raccontata la trama, da farci perdere di vista il cosa. Non è una colpa, per carità; però il film dura troppo e tanta bellezza formale sembra più un riempitivo che una cifra stilistica.

La scena da salvare è quella con le Tesla (non aggiungo altro), mentre qualche taglio qua e là avrebbe limitato al minimo il sospetto di approccio semplicistico a temi invece allarmanti che ci riguardano tutti e molto da vicino.

Se sulle scene con i cervi stenderei un velo pietoso, sulla scelta del regista di usare Friends come MacGuffin, Wired ha scritto questo (leggetelo dopo la visione)

12 gennaio 2024

RUSTIN, una breve recensione

Prendi un attore di media bravura, lo metti in una serie mediocre e avrai una recitazione mediocre. Prendi lo stesso attore, lo metti in un buon film e avrai una buona recitazione. Per quanto possa sembrare una frase qualunquista, funziona nel caso di Colman Domingo.

I più lo conoscono perché interpreta l’opportuinista Strand nello spin-off di Walking Dead intitolato Fear the Walking Dead, una serie televisiva partita molto bene e finita malissimo.

Lo potete apprezzare nel film Rustin (2023), di George C. Wolfe, in cui interpreta Bayard Rustin, il vero artefice della famosa Marcia di Washington (1963), quella di “I Have a Dream” per intenderci.

Nero, renitente alla leva, nonviolento, pacifista, omosessuale, comunista, quacchero, Rustin ha segnato la Storia degli USA e dei movimenti LGBT+. Guardando questo film ci si rende conto delle estreme difficoltà vissute dai predecessori di Obama e di Milk: un’opera rotonda, potente, forse troppo concentrata sul personaggio, ma di sicuro impatto emotivo e visivo. Di quelle, insomma, che andrebbero proiettate nelle scuole con un bel “segue il dibattito” aperto anche ai genitori

08 dicembre 2023

THE CROWN, la sesta

Ho visto la prima tranche della sesta e ultima stagione di The Crown.
Al di là dei gusti personali, di Lady Diana viene fuori una figura complessa e compressa da meccanismi maschili e maschilisti, in cui anche il pettegolismo nazional popolare ha giocato un ruolo nodale sulla sua morte prematura.
In passato, non avevo approfondito il fenomeno che si cela(va) dietro tale figura. Avevo però trovavo la sua nota intervista televisiva una scelta provinciale e priva di stile (sembra ottenuta con l’inganno): prima di accettare quelle nozze, Lady Diana poteva non sapere che avrebbe vissuto in quel mondo e in quel modo?
È vero anche che quel mondo era in crisi, forse grazie anche alla modernità che si stava radicalizzando proprio in quegli anni: lo racconta molto bene Stephen Frears nel suo The Queen (2006).
E quindi, Lady Diana - inconsapevolmente, immagino - ne è stata il Rubicone, il diaframma tra un prima e un dopo.
Sicuramente, la facies della Regina viene resa come una macchietta (non la sua voce, incredibilmente identica all’originale); mentre, invece, il rapporto tra Dodi e Lady Diana sembra più edipico che di coppia.
Buone le scelte musicali, soprattutto l’uso misurato di Bach (e di Gabriel Yared durante la scena della cena).
Eccellenti le location, meno gli esterni. Dipende anche dalla direzione della fotografia: così sublime in tutte le stagioni precedenti, in questa si perde per strada dalla seconda puntata in poi. Le luci, finora così studiate e raffinatissime, sembrano quelle di un ring light dozzinale; le inquadrature rasentano il didascalico.
La scrittura funziona quel tanto da rendere evidente il veleno del maschio prepotente e arrogante, di una società perversa che sbava per un pettegolezzo e poi ipocritamente si dispera se questo pettegolezzo uccide… tutto questo viene fuori con credibilità, in maniera ansiogena, generando rabbia e frustrazione.
In sintesi, la serie va comunque vista anche e solo per “sentire” il panorama miserabile che noi maschi usiamo generare da sempre, anche in contesti così fascinosamente artefatti

26 gennaio 2022

I SEGRETI DI WIND RIVER

Una nativa americana appena diciottenne viene trovata morta assiderata tra le nevi del Wyoming: è stata picchiata e stuprata, e per fuggire ai suoi aguzzini ha percorso pressoché svestiva quasi 10 km al gelo, dimostrando una tenacia e una forza incredibili.
Delle indagini si occuperanno un esperto della Forestale e un'agente FBI di tutt'altro distretto. Dovranno fare i conti con una realtà desolante ma anche con le proprie coscienze.

Fa un certo effetto vedere questo film a ridosso dell'ennesimo stupro di gruppo di cui si parla in questi giorni. 
Ed è un film che tiene ben salda la rotta della tensione, nonostante la visione casalinga che, al contrario di quella in sala, è confortevole e ricca di distrazioni che possono alleviare il pesante disagio che qui cresce sempre più, fino al climax finale.
È un film con una lenta progressione sempre più dolorosa, con la sceneggiatura che inizia con tempi narrativi lenti, come a voler tirare un elastico che poi esplode tutto insieme, arrivando a dinamiche violente ma non gratuite, presentate con una certa eleganza stilistica, discreta quanto efficace.
La regia, insomma, si dimostra capace di lasciare le briglie della storia libere di muoversi agilmente con tempi sempre azzeccati e nessun passaggio inutile o di raccordo. Tant'è che è stata giustamente premiata con Un Certain Regard a Cannes 2017.
La fotografia è notevole, specie tenendo conto della meravigliosa location: riprendere circondati dal bianco della neve è una nota insidia che in questo caso non si fa sentire. E la scelta delle inquadrature e della composizione delle scene è sempre azzeccata e narrativamente efficace.
Il montaggio è di mestiere, perché tale deve essere. Solo nel momento del nodale flash back ha un misurato tocco autoriale. È il momento più asfissiante dell'intera storia, dove la violenza cresce a dismisura, lasciando lo spettatore inerme e disarmato: già sa cosa accadrà, ma non può immaginare fino a dove potrà arrivare la malvagità delle bestie che useranno violenza contro la vittima. Violenza che quasi non si vede, se non dalla prospettiva disperata del fidanzato che letteralmente si sacrifica sperando in un'impossibile salvezza della propria amata.
Straziante quel microscopico momento in cui la ragazza apre la porta per scappare, lasciandolo in balia dei suoi aguzzini. Una brevissima sequenza che fa male al cuore, ormai abbondantemente provato.
Musica di Nick Cave ben incastonata, con qualche leggero tocco tribale qua e là, che per fortuna ci risparmia i soliti flautini di pan pseudo nativi, buttando dentro qualche sussurro fuori campo in stile Alce Nero che alla fine non risulta così stucchevole.
Gli interpreti funzionano. Non sono questo fulmine di gamme espressive, ma forse è meglio, perché questo è il tipico film in cui è la storia a dover funzionare, a emergere. Gli attori sono solo a disposizione della trama, e nulla più.
Sulla sorte di uno degli stupratori potremmo aprire un dibattito per ore. 
Chi mi legge da tempo, sa che ho difficoltà ad accettare questo modo di essere garantisti tipicamente italiano, dove alla fine ci si schiera in base a opportunismi personali e non perché si crede in etiche assolute. È un mio limite, per carità. Sono certo che il garantismo vero non sia così peloso e furbo.
Ma per quanto riguarda uno stupro, ho serie difficoltà ad accettare un dibattito garantista sulla giusta giustizia: lo stupro è la punta massima di un abominio culturale strisciante e millenario che si manifesta in mille disgustosi modi. E non può certo essere emendato con qualche manciata di anni di carcere. Lo stupratore non ha diritto alla redenzione, non ha diritto a una seconda chance
Sembrerò fascista, che vi devo dire? Ma proprio non riesco a essere garantista su tutto ciò che attiene alla violenza contro il genere femminile, fisica, verbale o psicologica che sia.
In questo film, la soluzione al garantismo peloso viene trovata in un modo che chi ama i dibattiti troverebbe "diseducativo", specie tenendo conto che un certo cinema americano ha sempre risposto con un contrappasso a chi si fa giustizia da solo. 
In più, ammettiamolo, sono tempi in cui non ci si rende conto di quanto e come e dove sia arrivata la violenza anche di noi "buoni": quindi, forse, il gesto giustizialista del protagonista non sarebbe così "opportuno". 
Però siamo di fronte a uno stupro.
Insomma, è un conflitto morale che non voglio dibattere oltre.

05 gennaio 2022

DON'T LOOK UP, ma neanche di sfuggita

Una stagista con la frangetta-ammazzabellezza scopre per puro caso che un enormissimo asteroide polverizzerà la Terra tra sei mesi e qualche giorno.
Il suo capo, goffo e sudaticcio come pochi, prova quindi a segnalare l’allarme a una plasticosa presidentessa statunitense, più trumpiana di Trump. La tipa, però, prima non capisce la portata del dramma, poi prova a scagliare ennemissili distruttivi contro il supersasso, poi ci ripensa seguendo consigli vanesi e speculativi di un suo scemissimo grande elettore che sembra un incrocio tra Bezos, Jobs e un calzolaio di Velletri.
Intanto, i due scienziati dimostrano un balordo approccio con media e social, generando equivoci e casini abbastanza scialbi.
Alla fine, il tipo ricco e scemo fallisce nella sua missione e la Terra si becca il previsto ceffone pietroso. Muoiono tutti, tranne quelli scappati nella scialuppona del “velletrano”, che, dopo ennemigliaia di anni, atterrano su un pianeta rigoglioso ma poi non tanto accogliente.

Confesso di averlo prima abbandonato dopo mezz’ora, e poi di averlo visto integralmente a velocità doppia: comunque, una noia infinita. Sceneggiatura stropicciata e piena di buchi come crateri. Tempi narrativi incoerenti. Dialoghi presi dal cestino del Mel Brooks peggiore. Montaggio da prima elementare, con alcune imperdonabili “capocciate” che neanche un b-movie di Corman avrebbe consentito. Regia inesistente. Direzione della fotografia di prassi. Attori da nomi fumanti ma fumosi e senza perno: la Lawrence si annoia tantissimo, Di Caprio propone gli scarti degli scarti dei suoi scarti, la Streep non vede l’ora di andare a casa e la Blanchette sembra sempre più una copia sbiadita dello pneumatico di una jeep.
Ma il vero problema di questa operazione senza senso è il successo di pubblico che ho percepito in giro. I gusti sono gusti, per carità: sono io il primo a dirlo e a difendere questo diritto con il mio stesso sangue. Ma questo film è brutto pesante!
Potrà pure essere “di denuncia” quanto vi pare, ma è il come che andrebbe valutato: non è che se fai polemica contro la crisi ambientale, sei automaticamente un fico! Altrimenti, giriamo venti minuti di puzzette della mia gatta costretta a mangiare cibo di dubbia provenienza, e facciamo prima.
Certo, se poi questa sarà la sintassi con cui vogliamo coprire i prossimi anni di contenuti polemici contro il sistema, contro i media, contro l’inquinamento, alla fine l’asteroide arriverà sul serio e neanche ce ne accorgeremo, visto che saremo troppo concentrati a dirci “bravi” per aver girato ca@ate come questa.
E poi, perdere tempo e danaro ed entusiasmo dietro questo tipo di lavori così sbracosi, fa male alla “causa” e alla sua credibilità.
E non mi parlate di linguaggio “da capire” e di nonsense brillante e geniale, perché questa modalità aveva forza e credibilità tra gli anni 60 e 70: adesso suona stonata e ridicola, oltreché esaurita e senza più una visione originale che sia una.
Aridatemi 2022:i sopravvissuti, che almeno aveva i piedi per terra e una visione distopica credibile e ben raccontata.

03 dicembre 2021

STRAPPARE LUNGO I BORDI che deve piacere per forza

Serie d'animazione a tecnica mista, in sei puntate da 14/20 minuti l'una, basata sui personaggi di Zerocalcare (al secolo Michele Rech).
Il protagonista viaggia dentro se stesso e le sue contraddizioni, con una trama godibile e spumeggiante, raramente noiosetta, per concludersi nell'imbuto di un lutto prematuro e doloroso
.

Ecco, fossi un critico di altri tempi, l'avrei riassunta così, perché è così che andrebbe raccontata. Sicuramente, la forma che ho scelto è desueta e antipatica, ma non lo è la sostanza.
Oltretutto, si è troppamente celebrata questa opera prima - con termini esagerati se non addirittura inappropriati, delegando all'autore meriti pedagogici, sociali e generazionali, che - ammettiamolo - lui ha fatto ben poco per schivarli. E un po' mi ha meravigliato, perché lo facevo almeno coerente, forse anche un po' maturo.
Certo è che troppa diffusa approvazione, spesso fotocopiata e sovrapponibile, ha sovraccaricato sia la reale qualità artistica che l'effettiva visione del prodotto. Insomma, siamo di fronte al solito ricatto sociale per cui una cosa ti deve piacere e basta.
Io sono partito svantaggiato, non solo perché non sopporto questo approccio stereotipato, ma perché non ho mai amato lo stile ostile di Zerocalcare. Per quanto non creda che esista un modo di fare fumetti, il suo è uno stile rancoroso, aggressivo e dai tratti scuri e oscuri, tanto che non sono mai riuscito a terminare i suoi albi, abbandonando dopo poco tempo l'acquisto delle sue nuove uscite.
Ammetto, però, che in questo caso "animato" l'ho trovato ammorbidito, forse perché supportato da un'eccellente grammatica cinematografica, forse perché le musiche e il montaggio hanno attenuato la altrimenti stucchevole pesantezza stilistica di Zerocalcare.
Se provassimo a seguire la trama con un po' di distacco, senza la pistola buonista che ti suggerisce come pensarla, l'elenco delle contraddizioni generazionali rappresentate è decisamente ingenuo e prevedibile: sfiducia, insicurezza, immaturità, ipocondria, misantropia, timidezza, presunzione, supponenza, attendismo.
Per carità, sono ben calibrate e credibili; oltretutto, funzionano anche come "vestito" dei vari personaggi. Ma tutta 'sta sfiga dopo un po' annoia. Alla fine diventa divertente vedere come verrà rappresentata piuttosto che apprezzare l'indubbio coraggio di ammetterla.
Veniamo al romanesco. Come romano - ma anche come amante del buon parlare, tutte quelle consonanti così pesanti e ammiccate sembrano una caricatura, e di quella antiromana. Voglio dire che Mastandrea (bravissimo!) parla romanesco, ma ha una fluidità stilistica e romantica che restituisce la bellezza di un dialetto oggettivamente fatto comunque di salumi e protervia. La romanità è anche salumi e protervia, ma Rech la forza, quasi fosse una sfida.
Onestamente, mi sfugge perché Zerocalcare sia sempre più amato - e quindi mi sfugge anche perché un'opera del genere stia trovando così tanta approvazione.
Spero solo che da parte della mia generazione, e di quelle intorno alla mia, sia solo una prova di temporanea nostalgia e niente più.
Le giovani generazioni, invece, non le conosco, e quindi non so come potrei capire i loro gusti. Certo è che da 55enne mi viene da augurarmi che escano in fretta da questi panni di autocompiaciuta viltà. 

21 ottobre 2021

molto SQUID e poco GAME

Due squadre si affrontano in un gioco violento e senza esclusione di colpi. Chi vince, guadagna un mucchio di soldi; chi perde, muore, o comunque subisce danni fisici irreparabili.
Il pubblico è composto da ricchi annoiati, che non sanno come sperperare i propri soldi; e, quindi, scommettono su questo o quel giocatore, tanto per passare la giornata.
Nella scena finale, il protagonista si ribella, ma non si sa che fine farà. Titoli di coda e tutti a casa.
Non è di "Squid Game" che sto parlando, ma di "Rollerball", il primo; quello con James Caan.
Per carità, il vero riferimento di SG sarebbe il manga "Kamisama no Iu Toori", che racconta qualcosa di analogo, ma all'interno di una classe scolastica. E, dunque, a grandi linee, questo tema sembra ricorrente in forme diverse, a seconda della cultura che li esprime. 
Ma non è questo il nodo della questione. È che non capisco un certo approccio indulgente e pietistico intorno ai personaggi di SG.
Premetto che, al contrario di quanto scritto da qualcuno, non tutti i partecipanti a SG sono poveracci; in realtà, la costante sono i debiti: tutti i partecipanti a SG sono pieni di debiti. Come li abbiano contratti, non è chiarito, se non in quattro/cinque circostanze (tutt'altro che nitidamente da poveri, peraltro).
Per cui, di primo acchito, senza pensarci tanto, viene in mente di dire: «la promiscuità violenta di SG ve la siete cercata». Ma sarebbe un'affermazione frettolosa e infantile. 
In realtà, il punto è un altro.
Inizio con una premessa: per quanto sia assodato che la diffusione del debito privato sia un problema ormai endemico della società sudcoreana, non voglio mettermi lì a decidere arbitrariamente chi in SG abbia il "diritto" ad avere debiti e chi invece li avrebbe contratti per mero vizio.
In realtà, è la serie stessa che in almeno due momenti ci dice che la poraccitudine c'entra poco.
Primo momento - Nel primissimo episodio, un reclutatore azzimato fa leva sul vizio dello scommettere ad oltranza per adescare i partecipanti. Quindi, se proprio non se la vanno a cercare, poco ci manca. Caro indebitato, viene da dire, rinuncia a scommettere con il reclutatore e tornatene a casetta tua.
Secondo momento - Nel secondo episodio, complice anche la scelta dirimente del vecchietto, tutti i partecipanti (ma proprio tutti) potrebbero mollare tutto e non tornare più; senza soldi in tasca, ma vivi. E, invece, tornano a SG. Tutti. Sapendo quindi che o vincono o muoiono. Accettano volontariamente il rischio, insomma; come, del resto, sempre il vecchietto fa notare nell'ultima puntata.
A corollario di questo, dopo che hai deciso di tornare, sai che se partecipi al gioco accetti l'omicidio come unico modo per eliminare il tuo avversario; anzi, questo omicidio lo commette un altro al posto tuo, liberandoti la coscienza. Di fronte a questo, tanta indulgenza da parte degli spettatori televisivi mi sembra veramente inappropriata.
Direte che la povertà porta anche a questi estremi. Accidenti! Fino a far uccidere centinaia di persone al posto tuo (e, di fatto, per conto tuo)?
In tutto questo, anche la critica nostrana ha confermato i suoi soliti parametri, quando, cioè, si dimostra duttile e conciliante se i protagonisti di una storia rientrano in una visione populista; mentre si dimostra cinica e moralisticheggiante se, invece, i protagonisti sono netti e decisi. Ai primi, un errore è concesso; ai secondi, no.
E dato che in SG siamo di fronte a poveri-poverini, il critico sposta la sua attenzione verso la crudeltà del capitalismo, invece di concentrarsi verso chi questo capitalismo lo alimenta indebitandosi anche oltre le sue necessità (ricordiamolo: il protagonista sperpera tutti i soldi che raccatta in scommesse perdenti in partenza). 
Sul piano tecnico, se riteniamo SG una serie allegorica che fa leva su aspetti culturali così lontani da noi - a volte incomprensibili, tanto vale apprezzarne almeno la struttura: buona, ma spesso lenta e sopra i toni. Musica, scenografia e fotografia eccellenti, questo sì.
Una cosa è certa: l'allegoria di SG è trasversale - e quindi foriera di misinterpretazioni. Va vietata ai minori, o comunque dai 14 anni in giù: non può essere vista senza un minimo di mediazione di un adulto.

02 settembre 2021

SWEET GIRL e BECKETT, due modi opposti di nobilitare la violenza

In Sweet Girl, una mamma/moglie muore di cancro perché le cure che potrebbero salvarla vengono bloccate da una serie di corruzioni trasversali. Segue supervendetta del marito accompagnato dalla figlia adolescente.

In Beckett, un colpo di sonno fa finire fuori strada il protagonista, che però nello schianto perde la moglie. Durante l'immediato delirio intravede la vittima di un sequestro. Nel resto della trama dovrà fuggire dai criminali in cerca di riscatto.

Già in altri post avevo fatto cenno a un impalpabile "modello Netflix", ma non in chiave antiamericana (un sentimento che non mi appartiene); semmai in chiave tecnica. Voglio dire che i film della N rossa hanno struttura pressoché identica: lunghezza insostenibile, sceneggiatura intrisa di numerose variabili per mantenere una certa quota di tensione, tensione che non deve mai superare il limite critico della percezione di un ventenne social-izzato, post produzione mai rischiosa e priva di qualche guizzo autorale, caratterizzazione dei personaggi pressoché assente, dialoghi asciutti, recitazione accademica.
Non è un male, per carità; del resto, puntare sempre all'autorato e alla forzata originalità può essere stucchevole se non addirittura ridicolo. Però questo modello esiste e sta viziando sin troppe produzioni.
Ma quello che a me preme sottolineare è un elemento impalpabile e indefinibile: una certa propensione a un'etica di comodo, con una morale veramente a buon mercato.
Nel primo film (attenzione allo SPOILER!), l'assassina vendicatrice la fa franca! Stiamo parlando di una giovanissima che uccide serialmente tutti i protagonisti; con inusitata violenza, pergiunta! Per quanto viziata dallo stress post traumatico, è una violenza oltre i limiti del gratuito!
Nel secondo film, per punirsi del suo aver causato la morte della moglie, il protagonista scarica sugli altri il proprio senso di colpa. La sua violenza è esagerata e spropositata, abusata per emendare i propri peccati.
Non voglio cimentarmi nel dibattito del "cambio dei tempi", perché non mi interessa e non ne sono capace. Quello che mi preme sottolineare è che questo modello etico non dovrebbe diventare prassi.
A parte alcune eccezioni (cfr Il Giustiziere della Notte), "ai miei tempi" le sceneggiature "punivano" certe sbavature o comunque le circoscrivevano dentro rigidi espedienti narrativi. Il "modello Netflix" le sta radicalmente sradicando.