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29 luglio 2026

LA VIA DEL MARE di Erika Fatland (Marsilio)

Nel XV secolo, dalle coste atlantiche del Portogallo prese avvio un’epoca di grandi cambiamenti: l’età delle scoperte geografiche trasformò un piccolo regno periferico in una potenza coloniale globale. Da qui Enrico il Navigatore pose le basi di un’egemonia marittima senza precedenti che, nella fase di massimo splendore, ha toccato quattro continenti e tre oceani. Cosa può rivelarci la sua storia su come nascono e si disgregano gli imperi, sul potere e sul mondo interconnesso in cui viviamo? A bordo di navi mercantili, sulla scia di quei pionieri portoghesi che fecero vela verso sud aprendo le rotte commerciali con l’Oriente, Erika Fatland ripercorre vicende e paesi, seguendo le tracce e le cicatrici di un impero perduto. Da minuscole isolette dell’Atlantico al Capo di Buona Speranza, dall’Angola a Timor Est, passando per le foreste pluviali dell’Amazzonia e le metropoli brasiliane, l’autrice si spinge fino in Giappone, il più orientale degli scali portoghesi. Interrogando luoghi e persone, fieri combattenti per la libertà e individui oppressi dall’occupazione straniera, romantici e nostalgici, riporta alla luce la controversa eredità di quel passato, impressa in maniera indelebile nei geni della discendenza, nella lingua, nella memoria

Che meraviglia di libro, di quelli che porti addosso per mesi e che vorresti rileggere tutto d'accapo. Non è solo "letteratura di viaggio" (che poi non è una definizione riduttiva), né un saggio storico, né un diario personale intriso di Storia e storie: è tutto questo ma anche molto di più.

La rara capacità che hanno le donne di saper leggere con profondità ed entusiasmo le pieghe degli eventi e delle cronache, è qui rappresentata al meglio, con uno stile e una grazia invidiabili.

Non troverete solo le gesta e le memorie di un popolo e di un Paese che è stato molto più importante di quanto venga raccontato nei libri scolastici: c'è anche la storia delle culture conquistate, spesso umiliate e a volte annientate, cui dovremmo dedicare più rispetto, da cui dovremmo imparare anche come la nostra cultura non sia (stata) così perfetta e innocente di fronte all'altro.

Suggerisco questo libro a chiunque ami leggere, a chiunque ami anche e solo il semplice gesto della lettura, quando cioè ti abbandoni totalmente e con fiducia allo stile e alla cultura di un'autrice che ho scoperto da poco e di cui ho acquistato tutte le traduzioni in italiano

28 luglio 2026

LA MALINCONIA DEL VIAGGIATORE di Jan Brokken (Iperborea)

Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere.
Come quando al Musée d’Orsay rimane impressionato davanti a un quadro di Caillebotte, un’ode alla folgorante modernità delle stazioni, e ricordandosi del compositore praghese ottocentesco Antonín Dvořák, che sul ritmo dei treni compose le sue melodie, decide di visitarne il villaggio natale.
Così visita la tomba del poeta spagnolo Machado, sui Pirenei francesi, dove una cassetta postale raccoglie le lettere che da tutto il mondo arrivano per celebrare il grande esule, fuggito dal franchismo. E a Mantova, contemplando la Camera degli Sposi di Mantegna, viene interrotto da un lettore che millanta di aver ritrovato la partitura perduta dell’Arianna di Monteverdi

Non è il Brokken migliore: alcuni racconti si perdono per strada, mentre altri sono sicuramente più potenti e convincenti. E nel suo insieme, il libro un po' ne soffre, perché perde di stimoli e linearità.

Però resta un testo dolce, romantico, da bimbo curioso, come solo sa essere l'autore. 

Alla fine, lo leggi immediatamente e avidamente, perché Brokken è come l'amico migliore, che aspetti sempre con trepidazione e affetto; e quando ti viene a trovare con le sue nuove storie, è sempre una festa

28 ottobre 2025

POLO NORD di Erling Kagge (Einaudi)

Il racconto epico di un luogo quasi ultraterreno, dove il sole resta alto nel cielo per sei mesi all'anno e si eclissa nella distesa di ghiaccio per altri sei. Per chiunque, guardando l'orizzonte, si sia chiesto che cosa succede se si continua a camminare verso Nord

Al Polo Nord Erling Kagge ci è arrivato a piedi (!) nel 1990. Spinto dalle ombre di un mucchio di visionari che l'avevano preceduto e ispirato, ha deciso di raccontarsi, di raccontarli e di raccontare l'incanto, il terrore, la mAraviglia, un turbinìo di sentimenti incontrollabili che suscita l'esplorazione del deserto di ghiaccio.

E lo fa con uno stile entusiasta, onesto, paradossalmente asciutto ma empatico, che stringe forte il braccio del lettore, per accompagnarlo dentro un bellissimo arazzo di storie e di gesta e di fallimenti e di vittorie. 

Così come l'autore procede verso la meta, passo dopo passo procedono anche le avventure di chi lo ha preceduto. È come se Kagge si fosse portato dietro un'immensa biblioteca cui attinge appena ha raggiunto un obiettivo (minimo ma prezioso), per ricalcare esattamente - e quindi raccontare - tutti quelli che avevano compiuto lo stesso percorso.

Uno dei più bei libri sull'argomento, che soddisfa i palati più disparati: scienza, avventure, narrativa, introspezione, antropologia, geopolitica, sociologia, ecologia, fotografia... un toccante capolavoro

 

08 ottobre 2025

DOVE SI INCONTRANO LE ACQUE di Dérens & Geslin (Keller Editore)

Un reportage attento ed erudito che ci porta dai cantieri navali croati dismessi ai bunker abbandonati dell’Albania, dai villaggi del Montenegro plasmati dalla Repubblica di Venezia ai palazzi dell’Abcasia divorati dalla vegetazione

Un libro denso, densissimo, pieno di storie e di Storie, dove il lettore si perde con voluttà dentro una narrazione fine e potente, che non disdegna l'approccio personale, spesso tutt'altro che giornalistico.

Ho ritrovato lo spirito dei tempi lunghi di Theo Angelopoulos, apparentemente statici, ma invece solenni, dove ogni molecola d'aria è essenziale al respiro del lettore. Non ci sono suoni, ma musiche tradizionali che cambiano ad ogni porto, ad ogni villaggio. Non ci sono rughe stereotipate, ma volti ricchi di esperienza. Non ci sono pasti veloci, ma cibo da condividere. 

Come recita il risvolto di copertina: una città senza cimitero, una lingua con ottantadue consonanti, un porto turistico che non esiste sulle mappe, vecchi sottomarini sovietici in vendita, confini che solo un cieco può attraversare, valli perdute e litorali riconquistati, giovani radicalizzati e vecchi credenti… Ai confini dell’Europa, dai Balcani al Caucaso, si estendono spazi indefiniti, schiacciati negli ingranaggi di un’interminabile “transizione”, ma ideali per incontri improbabili e unici.

Jean-Arnault Dérens e Laurent Geslin dimostrano che si può fare letteratura di viaggio partendo dal basso, dalle piccole cose, da quel tipo di narrazione lontanissima dalle matrioske inutili.

Un libro dolce e inesauribile, confezionato da una casa editrice che onestamente non conoscevo, che sa guarnire i propri gioielli con un'identità originale, una grafica che sa di nostalgia e un'attenzione per i particolari veramente pregevole.

12 dicembre 2024

400 GIORNI INTORNO AL MONDO di Ambrogio Fogar (TEA)

È una scelta voluta il proporvi la mia copertina, anziché quella della casa editrice: è stata mangiucchiata dal nostro gattone. E ha trasformato questo dolcissimo libro in una sorta di diario già vissuto e consumato dal tempo, di quelli che saluti con affetto e nostalgia ogni volta che lo incontri passando distrattamente lo sguardo sulla tua libreria.
Per la mia generazione, Ambrogio Fogar è stato il padre che avremmo voluto avere, il fratello maggiore, l'amico esperto, un po' guascone e molto hemingwayano. Un eterno bimbo con lo sguardo sempre pronto a godere delle cose, anche le più semplici, con quelle sfumature tra la meraviglia e la passionale paura di vivere la meraviglia.
E questo piccolo diario è un qualcosa che ci avvicina alla sua memoria, alla nostra nostalgia, arricchito anche dall'amorevole prefazione delle due figlie.
È un libro che si legge tutto d'un fiato, respirando corto, vivendo sulla pelle e sul cuore momenti unici e irripetibili, dove tutto sembra nuovo, inedito, eterno, che vorresti non finisse mai.
Come scrive lo stesso autore
La storia di queste pagine non è la descrizione di un viaggio, ma di me nel viaggio. È la narrazione di vita quotidiana, piccoli avvenimenti, piccole cose. Non ci sono lezioni per il mondo o rivelazioni per scuotere gli uomini. È piena di cose banali, a volte anche noiose: ma parto affezionato alla mia barca per l'ampio respiro degli spazi aperti, per il gusto del vento impetuoso, la luce del sole, la speranza di tornare, se non migliore, almeno più utile
[...]
Tornerò avendo vissuto in un anno molte vite spirituali, non risparmiando mai le forze: spero solo, e con tutto il cuore, di ritornare vittorioso su me stesso, all'alba del mio nuovo mondo
Non manca un onesto riferimento all'accusa di aver plagiato - per la prima edizione di questo diario - alcune pagine di John Guzzwell, quando traversò indenne il Mar di Tasmania. Fogar non si sottrae alle sue responsabilità, e aggiunge qualcosa di condivisibile, di autentico: tale era stata la forza delle descrizioni di Guzzwell, lette e rilette da Fogar più e più volte, che quando si mise a raccontare lui le sue emozioni, i suoi flashback e quelli di Guzzwell si erano sovrapposti. Non è una giustificazione, anzi: Fogar ammette di essersi contrito più del dovuto; semplicemente, sono atteggiamenti che anche noi comuni mortali viviamo e pratichiamo, quando dobbiamo raccontare le nostre piccole avventure di ogni giorno.
Fogar è stato forse l'ultimo degli avventurieri alla Corto Maltese: bello, intelligente e sempre adolescente, forte ma delicato, ingenuo ma risoluto, coraggioso e incosciente.
Questo piccolo libro non è tutto, ma è tanto: se vi piace uscire dal mondo ed entrare nell'immaginazione, è un porta che vi suggerisco di attraversare.

17 ottobre 2024

IL CUORE SELVAGGIO DELLA NATURA di David Quammen

Ci sono ancora grandi paesaggi e grandi possibilità in tutto il mondo. Il cuore selvaggio della natura è intrinseco all'estensione, alla connessione, alla diversità e ai processi dei grandi ecosistemi. Finché noi esseri umani riconosceremo questa realtà, la rispetteremo e ci sforzeremo di preservare quegli elementi tramite iniziative appassionate e sagge come quelle che ho descritto nel libro, in mezzo a luoghi magnifici che comprendono quelli ritratti in queste pagine ma anche altri, il cuore continuerà a battere
Confesso che ho trovato più avvincente questa chiosa invece del libro nella sua totalità
Nato come collazione dei migliori articoli che Quammen ha scritto nel corso degli anni per il National Geographic, è un testo diviso involontariamente a metà (letteralmente: anche nel numero delle pagine): la prima, è troppo legata al servizio fotografico di riferimento (assente in questo libro), e quindi non ha né nerbo né potenza evocativa; la seconda, si regge da sola e ha dei momenti avvincenti contro altri quasi normali.
Non è sicuramente il miglior Quammen.

11 ottobre 2023

UN MONDO SENZA CONFINI di William Atkins (Adelphi)

Libro strano, questo di William Atkins: parte benissimo per le prime 100 pagine; poi, come se impantanato, inchioda la narrazione e si ferma, perdendo di slancio, minando l'interesse del lettore.
Eppure, l'argomento - i deserti - è avvincente, ricco di sfumature e di opportunità, non solo narrative nel senso classico del termine. 
Su Internazionale leggo che quella di Atkins è una «fuga verso i deserti [che] non va considerata come scoperta ma come recupero, il suo è un impulso ascetico».
Sarà, ma dalla 101esima pagina in poi, ho smesso di sottolineare, di appassionarmi, sfogliando con una certa fretta le pagine restanti. Certo, qua e là ci sono guizzi e una scrittura avvolgente, ma sono pochi e spesso di mestiere.
Che dire? A me non ha detto un granché; alla critica ufficiale, invece, è piaciuto. Fate un po' voi.

31 agosto 2023

I VIOLINI DI SAINT-JACQUES di Patrick Leigh Fermor (Adelphi)

Adoro la scrittura di Patrick Leigh Fermor: i suoi libri di viaggio sono scritti benissimo e sono pieni di cose saporite, sostanziose, avvincenti, belle e leggendarie.
Però questo è un romanzo, e i romanzi vanno scritti in maniera diversa.
Capisco la scelta di Adelphi di pubblicare la strenna completa dei suoi scritti, ma questo non è all'altezza del suo trittico o di Mani o di Rumelia.
Solo le ultime venti pagine prendono il lettore per il bavero e lo sbattono al muro, rubandogli l'anima e lo sguardo. Ma non so se consigliarvelo spassionatamente.
Per cui: se amate Fermor senza requie, comprate questo libro. Se non lo conoscete, iniziate, invece, con Mani o col trittico.

27 luglio 2023

È USCITO IL MIO NUOVO ROMANZO

 

Il 25 luglio scorso ho autopubblicato il mio nuovo romanzo (il terzo, quello più sentito), ghiaccio del mio respiro, di cui qui di seguito vi riporto la terza di copertina. 

“Mi chiamo Andonis e sto per morire”. Iniziare il primo capitolo con la fine di una trama, non è buona cosa. Ma è complicato riassumere in poche righe le vicende di un giovane cretese che vivrà una storia epica.

Povero, accudito con amore da due zii, opposti per indole e carattere, Andonis assapora un’adolescenza di quelle che tutti vorremmo vivere: costruendo castelli immaginari, insieme all’amico che tutti vorremmo avere; amando una ragazza ideale, che tutti gli amanti ideali vorrebbero incontrare.

Finché, un bel giorno, il destino gli impone di scappare da Creta, ovviamente su una nave (lui, che soffre il mal di mare), ovviamente solcando il mare (lui, che odia l’acqua salata). E già in questa occasione ha modo di assaggiare il gusto delle piccole e grandi scoperte, dove tutto è unico, dove tutto va divorato, dove tutto va raccontato.

A Londra, Andonis conosce la sua vera destinazione: la Terra Nova, la nave di Scott, il Capitano Scott, l’esploratore britannico che di lì a poco salperà verso il Polo Sud, per conquistarlo prima di tutti gli esseri viventi, in compagnia di un pugno di uomini fidati. E Scott vuole con sé anche Andonis, perché quel suo vivere la meraviglia in maniera così semplice e autentica sarà per tutti riferimento e conforto, sprone e passione.

Arriveranno in mezzo ai ghiacci, isolati dal resto del mondo, costretti ad adattarsi costantemente alle rigidità del Deserto Bianco: l’Antartico è (era) ancora padrone di se stesso, e solo pochi folli possono immaginare di attraversarlo. Anche qui, Andonis respira ogni evento con quell’entusiasmo incosciente, tipico di un’età che non dovrebbe mai spegnersi.

Ma, come recita la Storia ufficiale, le cose non andranno per il verso giusto: Scott arriverà secondo alla mèta e morirà sulla strada del ritorno, a soli 17 chilometri dalla postazione di soccorso più vicina. Per Andonis la parola “fine” dura pochi attimi, perché prima di morire vorrà raccontare la sua versione di quella sconfitta così amara, con quel suo modo ingenuo e forse romantico di trasformare una disfatta in una bellissima avventura.

 

Più che un romanzo di formazione, questa è una storia che l’autore avrebbe voluto vivere in prima persona.

Della documentazione indicata nella bibliografia (oltre ai diari dello stesso Scott, i meravigliosi testi di Patrick Leigh Fermor), ha cercato di raccontare le emozioni che ne scaturivano, non i fatterelli nudi e crudi.

Emozioni che iniziano tutte da una lettura giovanile, quando Alessandro Loppi, a soli 12 anni intravide nella biblioteca di casa un libro rilegato che raccontava le gesta degli “Eroi polari”.

 

Se vi ho convinti, cliccate qui e buona lettura


 

03 gennaio 2022

L'ANIMA DELLE CITTÀ di Jan Brokken (Iperborea)

Un altro viaggio nei viaggi, tra città e quartieri e penombre, dove la Storia e le storie si incrociano e si raccontano, senza soluzione di continuità.
Ancora una volta, Brokken si dimostra scrittore dolce e attento, pieno di grazia e di passione, capace di coinvolgere anche il lettore più distratto, con una scrittura precisa, nitida, senza sbavature o protagonismi, ma ricca di languori ed entusiasmo.
Dalla Amsterdam di Mahler alla Parigi di Satie, dalla Bologna di Morandi alla Cagliari di mamma Calvino, dalla San Pietroburgo di Šostakovič alla Vilnius di Čiurlionis, è un continuo viaggio proustiano dentro l'anima dell'Europa più autentica, dove ogni memoria ha i colori del bianco e seppia sbiadito, così evocativo quanto eterno.
Se nelle splendide opere precedenti sussisteva un filo conduttore che manteneva ben salda la struttura dell'insieme, qui siamo di fronte a una dichiarata collazione di racconti commissionati in vari momenti; e quindi l'amalgama regge perché Brokken sa come dirigere l'orchestra dei lettori e come accompagnarli dentro le note più sospese.
Ci sono dei momenti in cui l'autore partecipa con evidente slancio, come altri in cui è "solo" un semplice ma attento testimone; nell'insieme, non raggiunge le vette di Anime Baltiche, ma è una leggerissima spanna sotto.
Iniziare il 2022 con una lettura così, apre la mente e addolcisce il cuore. Mi meraviglia solo che uno scrittore così potente ed evocativo occupi le solite nicchie piuttosto che una bella poltrona al centro dei più frequentati salotti letterari.

17 settembre 2021

RUMELIA di Patrick Leigh Fermor (Adelphi)

Parlare di un libro Adelphi,dopo la morte della sua anima, non è facile. E parlare ancora una volta di uno dei miei autori preferiti, Patrick Leigh Fermor, può risultare addirittura stucchevole, me ne rendo conto.
Però questo Rumelia è magico, forse più di Mani, sicuramente più del quasi trittico che ha reso il compianto Paddy un'icona di questi libri di viaggi (che poi è quasi riduttivo catalogarli così).
La Rumelia è quella parte della Grecia del Nord che va dal Bosforo all’Adriatico e dalla Macedonia al golfo di Corinto. Conserva nel suo cuore uno spirito duttile ma antico, in cui convergono tradizioni ataviche e tradizioni assimilate. Forse dovrei scrivere "conservava", visto che lo stesso Fermor è consapevole di quanto sia flebile la luce che lo accompagna dentro questo territorio così saporito e denso di cose da assorbire.
Il suo viaggiare per caso ci porta tra pastori, nomadi e monasteri, o all'inseguimento di un paio di scarpe appartenute a Byron, o dentro le ormai turisticizzate meteore, o fino alla magia di Creta.
Quella di Fermor non è solo una letteratura di viaggio, ma un compendio di digressioni, di considerazioni, di racconti di racconti di racconti, di volti levigati e di donne colorate, di boschi senza confini e di terra aspra e sassosa. 
Ci si perde e ci si ritrova, seduti in penombra ad assaporare spezie e yogurt e carne e alcol e voci e suoni, dentro il mistero di una cultura senza tempo, divorando il libro fino alla fine, sperando che non finisca mai.

02 settembre 2020

PER ANTICHE STRADE di Mathijs Deen

Le strade europee esistono da migliaia di anni e sono state consumate dai piedi e dalle ruote di tutti coloro che le hanno usate per emigrare, per commerciare, per attaccare eserciti nemici o semplicemente per fare ritorno a casa.
Così recita la presentazione di questo buon libro edito dall'elegante Iperborea. Libro che ha dei momenti molto godibili e altri purtroppo troppo morbidi.
Finché, cioè, l'autore usa il suo amore per la meraviglia e la sua competenza storica per avvicinarci al mistero di queste strade così antiche, la lettura scorre, diverte e arricchisce. Quando, invece, forza la mano alla ricerca di un punto di riferimento che legittimi la scelta di un episodio, la distrazione vince sulla curiosità, e le pagine scorrono via pigramente.
Mi dispiace scrivere un giudizio così netto, anche perché i capitoli belli sono veramente belli, di quelli che rileggerò tra qualche settimana per lasciarmeli bene impressi nella memoria. 
In più, la casa editrice è tra le mie preferite, per grafica, tessuto culturale e scelte editoriali. E quindi vi consiglio comunque di acquistarlo: 18 euro non mi sembrano un dramma economico.
I capitoli che porto nel cuore: Il calderone di Obelix, Il brigante, Il coscritto Coenraad Nell.
Se poi vi siete fatti un'altra opinione, parliamone.

27 novembre 2016

cercando la Cuba che è in noi

Cuba, otto anni fa, forse nove.
Avevamo appena terminato di pedalare per oltre 300 chilometri, lungo tutto il nord dell'isola, incontrando un mondo che neanche il migliore Hemingway avrebbe mai saputo raccontare... oddio, forse le mani piene di dita de Il vecchio e il mare conservano gelosamente sotto la pelle arrugginita quell'idea di Cuba che mi porto addosso da sempre ma che non so interpretare.
Un'idea romantica, forse inesistente, sicuramente non isterica e opportunista alla Yoani Sánchez, o - viceversa - retorica e zeccosa di quelli che inneggiavano a Cuba Libre senza ricordare che quella castrista è stata una feroce e sanguinosa dittatura.
Però: girare dentro quel mondo, partendo dal basso - quello "vero" - incontrando volti e realtà che neanche il turista meno plastificato riuscirebbe a incontrare... quei volti pieni di grazia e di fierezza, ma anche colmi di un'oscurità che si respirava anche nell'aria, dentro quegli occhi pieni di domande, come fossimo dentro uno zoo... noi gli animali, però.
Il gruppo aveva deciso di prendersi una mezza giornata di riposo ai bordi di una piscina senz'acqua, di un albergo ex glorioso, ma in quell'oggi con gli ascensori guasti e le stanze consunte da cui uscivano insetti apocalittici. Una giornata di riposo, ma non per me.
Decisi di seguire il Malecón fino a dove sarei potuto arrivare, quella lunghissima arteria stradale con meno buche di Roma, che accarezza l'Oceano, da dove leggenda vuole che nei giorni limpidi si possa vedere distante Miami ma vicinissima la libertà americana. Basta un barcone, una chiatta, e puoi rincorrere il benessere senza tanti sforzi.
Armato di una reflex digitale e di un pacchetto di sigarettini cubani alla crema, cominciai a mischiarmi dentro la quotidianità della gente. Vestito da turista lo ero, per carità. Ma dovevo avere una faccia così affamata di tutto, che quasi passavo inosservato: ero troppo oltre ogni standard turistico.
E, come ti sbagli, incontrai il parente di un parente di un parente di Bologna che mi chiese soldi e ospitalità in Italia; notoriamente, a Bologna è pieno di parenti cubani... poi mi fermò una prostituta più giovane di mia nipote: due occhi verdi che avrebbero imprigionato persino Ulisse... alla fine arrivai nella piazza antistante l'ambasciata USA, dove strozzavano il vento del persempre delle triangolari bandiere cubane dedicate ai caduti della primissima ora. Anziché di nero, come recita Google, erano listate con i colori cubani, perché quello era l'anno del cinquantenario. Ogni pilone porta con sé nomi evocativi: da Marx ad Engels, passando per gli eroi più o meno locali.
E poi mi si avvicina un vecchio, i cui denti erano ormai dispersi, sparpagliati durante qualche rissa di lustri fa. Biascicò qualcosa che il mio finto spagnolo non poteva certo comprendere. Gli offrii un sigaretto, anzi due. Mi sorrise e si chinò leggermente: da ora in poi saremmo stati fratelli... e mi fece fotografare di tutto: amici pescatori, case catapecchiose, strade oscure, realtà misteriose, occhi, volti e racconti... avevo Cuba ai miei piedi. Tornai in albergo dopo un'ora, con la memoria colma di storie. Ciao ciao, Hemingway!
La sera stessa, Raul Castro fece il suo discorso commemorativo. Restai ammaliato davanti al televisore, pensando alla mia Cuba inesistente, alla Rivoluzione eterna, Eterna Rivoluzione Insanguinata.
E forse proprio in quel momento, rimembrando da lontano il volto di quel vecchio - con il sottofondo delle parole di Raul, compresi cosa fosse la mia Cuba e quale invece poteva essere la realtà. Ma non riuscivo a scriverla, a raccontarla, a darle un senso.
Otto anni dopo, magari nove, cioè ieri, ho trovato forse una risposta. 
Appena saputo della morte di Fidel, ho posto una domanda 2.0 dentro una chat d'ufficio (in cui sicuramente si parla di cose più sensate): che differenza c'è tra come vivono i cubani e come viviamo noi? Solo nelle "cose" possedute o anche nella libertà? Per carità, noi siamo "liberi"... però: da cosa? E come?
Lo so, sono domande stupide, apparentemente da irritantissima zecca che non ha il minimo rapporto con la realtà. Una collega ha risposto così
Le "cose" che abbiamo sono spesso la scusa migliore per arrendersi alla libertà surrogata. Lavoriamo per conquistarci alibi che presupporrebbero un coraggio superiore. La libertà ha un prezzo altissimo da pagare. Quella vera non è uno stile di vita, è una conquista. E parlo principalmente a nome mio che ho scelto liberamente come gestire il tempo e il lavoro e dietro a questa scelta nascondo paure più grandi. A volte semplicemente si sceglie di non essere completamente liberi perché certe regole, certi spazi confortano paure più grandi. Non so se è questo che intendevi, però ecco, per me è così.
Hasta la victoria. Siempre...

20 dicembre 2014

una mia Cuba

Non ho mai sognato i leoni africani, forse perché nutro così tanto rispetto per la figura di Hemingway, o forse perché quando andai in Kenya li sfiorai più volte senza vederli dal vivo (leggenda vuole che abbiano dormito esattamente sotto il lodge sospeso dove mia moglie ed io passammo la notte a ridosso del disneyano Lion's Rock).
Non sono mai stato così comunista da immaginarmi quel tipo di comunismo tanto ambito da Che Guevara e tanto temuto da Fidel Castro.
Ma, soprattutto, quando viaggio non porto con me nessuna aspettativa, ma un filtro di enfasi predigerita che mi porta a vedere tutto dagli occhi di un ebete sognatore piuttosto che di un patetico chtawiniano borghese.
Eppure, io di Cuba ho dei ricordi densi, tondi, lunghi come lunga fu la lunga vacanza che ci passai a cavallo di una festività natalizia come questa, con una temperatura marzolina che ancora non ha tarato il proprio orologio emotivo.
Di Cuba ricordo il milione di pipistrelli che ci passò sopra la testa ma che non vedemmo quasi per nulla, considerato che erano piccoli piccoli piccoli così.
Di Cuba ricordo la piscina sperduta nel nulla, con l'acqua alta un metro e che io credevo più profonda tanto da sbattere le ginocchia del giusto, senza rischiare la paralisi ma portando con me il terrore che sarebbe potuto accadere il peggio.
Di Cuba ricordo gli insetti che ci rimbalzavano sul materasso di notte: io avrei pure dormito se non fosse per il fatto che la mia piccola principessa teme anche l'idea stessa di un insetto, figuriamoci uno vero che ti cammina addosso.
Di Cuba ricordo un immenso ragno fermo in mezzo alla strada, che la mia piccola signora vide per prima reputandolo morto, ma che appena fu fotografato dal sottoscritto, decise di muoversi da quell'atelier improvvisato fatto di asfalto dozzinale.
Di Cuba ricordo i bambini dei villaggi sperduti. Ai primissimi che incontrai, regalai uno dei numerosi pacchetti di tic-tac preventivamente acquistati proprio per questa evenienza. Al villaggio successivo, gli altri bimbi già sapevano tutto e me ne chiesero in abbondanza. In un paese con pochissimi telefoni e una manciata di cellulari, mi chiedo ancora come abbiano fatto a passarsi parola.
Di Cuba ricordo il mare, trasparente e operaio: pieno di mangrovie e di celeste, lontano lontano una barca che sembrava quella di Spencer Tracy di ritorno dalla pesca.
Di Cuba ricordo la vecchietta fiera ed orgogliosa del saper computare perfettamente la tessere mensile.
Di Cuba ricordo le tracce del Che, come fossero state lasciate pochi minuti prima... de tu querida presiencia, Comandante che non abbiamo mai incontrato.
Di Cuba ricordo un paesino sperduto, assediato da un fiume e con un ponte lungo così, in lontananza alcune scimmie sugli alberi e davanti a me un lungo palazzo tipo Corviale in cui non abitava nessuno... ottimo come location per un film distopico.
Di Cuba ricordo un lago usato per la gita fuori porta, un lago circondato da un bosco e con una cascata alta poco più di un metro. Intorno, esuli cubani e gente comune, tutti insieme a ridere e a bere, immersi nei propri dignitosissimi vestiti senza tante velleità.
Di Cuba ricordo un bellissimo bimbo di L'Avana. Lo fotografai e poi gli allungai qualche spiccio. La mamma si offese. Giustamente: il mio fu un gesto di rara cafoneria.
Di Cuba ricordo un vecchio che mi accompagnò lungo tutto il Malecon: l'avevo conquistato con sigaro che gli avevo offerto senza alcun fine elemosinante. Per lui era oro, e io un amico per la pelle. Ho fatto più foto belle in quell'occasione che in tutto il resto della mia vita.
Di Cuba ricordo le bandiere davanti l'ambasciata americana. Era il cinquantenario della Rivoluzione: invece di essere solitamente nere - a significare uno dei tanti lutti di martiri senza tempo, erano le bandiere di Cuba, le bandiere di un'idea.
Di Cuba ricordo profumi, colori, odori, strade e alberi, uccelli e mare, salite e persone. Tante persone.
Di Cuba ricordo tante cose. Ma sono mie, solo mie. Non saprei dire se siano accadute oppure no. Però mi piace pensarlo.

08 novembre 2014

#Interstellar, ode alla #scienza accompagnati dall'umanità

C'è qualcosa che mi ha lasciato sospeso in Interstellar, e non ho ancora capito nitidamente cosa sia; e magari non lo capirò mai, per carità. 
Il rischio è che questa sospensione abbia a che vedere con la qualità del film: però io sento profondamente che mi è piaciuto, anche se (per indole e per necessità) non me la sento di dire che deve piacere o che è bello.
Sicuramente è la dimostrazione che si può fare fantascienza anche senza spocchiose sovrastrutture tipicamente e polverosamente europee. Anzi, la forza della storia sta nel suo essere comunque lineare e potenzialmente ricca di tante letture e opportunità.
Certo, ci sono alcuni momenti in cui la sceneggiatura scricchiola (e di brutto pure, come nel cameo di Matt Damon), altri in cui si indugia troppo in dialoghi semplici ma proposti in maniera seriosa (qui, però, mi appello al canonico - pessimo - doppiaggio): però la storia ha un qualcosa che mi ha deliziosamente turbato.
Frettoloso chi crede a un riferimento a 2001. Per vari motivi: primo, quella di Kubrick è un'esperienza irripetibile (tutti i film lo sono); secondo, Kubrick rincorreva un'opportunità altra, qui si torna dentro se stessi; terzo, Kubrick era ebreo e europeo, quindi due volte pregno di sovrastrutture... insomma, i due fratelli Nolan hanno lavorato trascurando Kubrick, o comunque salutandolo con riferimenti addirittura ironici: il robot, guarda caso, sembra un monolito; non si ascoltano i suoni nello spazio (è così, mi spiace per gli amici trekkiani e lucasiani); la pertinenza delle leggi della Fisica che governano una trama che ad un certo punto vira verso una incredibile possibilità; il giocare con certi nomi (il più evidente è quello di Amelia, chiaramente ispirato alla Earhart).
Io ne consiglio una visione senza aspettative; una visione "paziente", se vogliamo. Consiglio anche di non porvi domande e di lasciarvi cullare dalla mirabolante musica di Hans Zimmer (quasi sempre proposta con un "semplice" organo), dalla fotografia e dai continui colpi di scena che ti tengono inchiodato sulla sedia dall'inizio alla fine. Consiglio di seguire bene certi "spiegoni" scientifici presentati amabilmente da momenti di ottima sceneggiatura.
Se poi non vi piace, sono sicuro che salverete tutte le scene tra Cooper e la figlia (lacrimotti garantiti), quelle spaziali più movimentate, quelle sul pianeta d'acqua...
Da qui in giù, rischiate lo SPOILER, ve lo dico subito.
Una delle determinanti protagoniste di questo film è la scienza. Attenzione, non una scienza "dal volto umano" o una scienza fredda e cinica. La scienza, punto.
Eppure, il momento nodale del film coinvolge una libreria, non certo un petulante iPad. Eppure, la chiave di volta della soluzione finale è un orologio a lancette, rotto peraltro, che comunica con un linguaggio ormai desueto (quello morse, mica un whatsapp).
Però, nel contempo Cooper contesta l'ottusità complottistica della professoressa della figlia, difendendo sia la spedizione sulla Luna del 1969 che la scienza dei tempi migliori, che avrebbe scongiurato la morte della moglie.
Anzi, il nostro eroe le dimostra come la loro visione antropocentrica abbia cancellato l'idea stessa del viaggio, del rischio, del migliorare se stessi e l'umanità, dell'anelare verso "strani, nuovi mondi, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima".
Ed è una scienza che comunque riesce a sopraffare persino l'amore (che in questo tipo di film quasi sempre vince alla grande): Cooper impone la scelta del pianeta ben diverso da quello proposto da Amelia, dove invece abitava il suo fidanzato, presumibilmente ancora vivo.
Addirittura, l'amore "perde" una seconda volta perché Cooper non riesce a sconfiggere la scienza che gli impedisce di rimettere a posto il passato. E sarebbe stato sciocco il contrario.
Poi, fateci caso, è l'uomo ad aver causato la "piaga" che sta annientando l'umanità; e la scienza non riesce a sconfiggerla in maniera diretta.
Ed è sempre la scienza che costringe i nostri eroi a perdersi nel tempo, e che quantità di tempo!, e a inventare sempre nuove soluzioni pur di uscire da quell'esplorazione ormai data per persa.
Insomma, i due Nolan hanno un grandissimo rispetto per la scienza, e le restituiscono la giusta dignità, il giusto equilibrio.
Certo è che in due momenti è come se il fattore umano sembra prendere il sopravvento. In realtà, però, quando Cooper si butta dentro il buco nero ne conferma scientificamente la sua totale pericolosità, perché ormai gli è risultato impossibile raggiungere ogni forma di soluzione razionale. Appunto, è con la forza della disperazione che affronta la legge finale, quella che ci dice che oltre il buco nero non c'è più nulla.
Altrettanto in realtà, Murph indugia a restare nel suo nido d'infanzia convinta che troverà una soluzione per far tornare il padre, ma sarà la scienza (dell'impossibile) a fornirle la chiave del tutto.
Sono speculazioni, lo so, che si basano solo su quanto si vede nel film, e non su quello che credo di aver visto.
Forse ci ritornerò, forse no: però, se vi va, andate a vederlo, e poi mi scrivete.

17 agosto 2013

Loira, ultima tappa

Ultima pedalata, breve ma decisa, verso la fine di questo tour e l'inizio dei ricordi.
Le immagini si ammucchiano dentro la Memoria con la stessa serena rapidità con cui le hai intraviste durante il pedalare, e già non ricordi più se quel cameriere ti aveva servito a Orléans o a Amboise, se quel Castello stava dietro quel lago o accanto quell'albero antico.
Arrivando inesorabilmente dentro Saumur, mi è venuta già voglia di sventrare la macchina fotografica e carpirle le intime sensazioni provate mentre scattavo ogni singola foto.
Come diceva Brian Eno, "le fotografie sono vacanze predigerite", e io non vedo l'ora di ricordare quei due capoccioni di Alberto e Silvia che per tutto il viaggio hanno sempre indicato percorsi diversi, sbagliandoli vicendevolmente con rara scienza certosina; oppure Sara, che ha la somma pazienza di sopportare l'esuberanza genuina del suo piccolo grande uomo; oppure Alberto, sempre generoso ed entusiasta, che senza Sara sarebbe perduto ben più di quanto non sembri.
Oppure Silvia, la mia unica ragione di vita che ha trovato in questo modo di viaggiare una delle formule migliori per stanare la mia inquietudine e morderla sul collo come merita.

15 agosto 2013

Loira, 5 tappa: Tours>Chinon

Ci sono giorni nelle vacanze in cui magari fai poco il turista culturale e invece molto quello mentale: oggi è stato così.
Vuoi perché - a parte un tour dentro Tours (erano 47 anni che volevo scriverlo) - abbiamo vissuto momenti tutti importanti, tutti divertenti e tutti senza bisogno di una guida tra le scatole.
Prima, un lungo giro intorno a Tours perché non trovavamo la strada; poi, un viaggio radente al limitare di un campo rom; poi, un pic-nic circondati da volti civili e amici; poi, una birra in compagnia di un cagnetto al balcone; poi, una variante verso il Castello della Bella Addormentata, ma che non era quello, ma il successivo; poi, una splendida vista del fiume Cher con tanti pesci gatto e un tandem di neozelandesi che stratrainavano due figlietti paraculi che facevano finta di pedalare; poi, di nuovo alla ricerca della strada giusta, girando in tondo come pecorelle smarrite; poi, la vista romantica del Castello della Bella Addormentata; poi, una salita sdrumamenischi; infine, la vista della Fortezza di Chinon, che si sviluppa fino all'orizzonte.
Certo, siamo partiti tardi perché Alberto  voleva andare a messa; e noi ad aspettarlo fuori, prendendo il caffè in compagnia di Gandalf e di Nina Simone
... ma, come si sa, questa è la terra dell'antico adagio "pedalare con amici val bene una messa"... o forse era un po' diverso. Chissà...

14 agosto 2013

Loira, 4 tappa: Amboise>Tours

Tappa comicoerotica, iniziata a casa di Leonardo Da Vinci, nel Castello di Clos-Lucé.
Ora, perché i francesi mettano l'aglio ovunque, è un mistero; perché mettano i trattini nei nomi delle loro città, è quasi irritante; ma perché si approprino di geni nostri, fa doppiamente incazzare. Fatto sta che il tutto è molto bello, e merita una visita.
Il Castello di Amboise l'abbiamo saltato perché ci sta venendo la castellite acuta; ma ci dicono che in fondo è bello soprattutto fuori.
Dopodiché, abbiamo percorso la lunga e variegata strada fino al Castello di Chenonceau.
Ad un bel punto, durante una tosta salitona, Alberto ha provato a gareggiare con un tipo belgioso che però si è rivelato più tosto. Ma subito dopo ha forato... se sia stata una vendetta del nostro gigantone, non lo so; certo è che prima l'abbiamo snobbato; poi l'abbiamo soccorso, contribuendo in maniera determinante alla totale foratura della sua già provata bicicletta... il mistero s'infittisce se pensiamo che la sua bici aveva un passeggino vuoto. Che fine abbia fatto il bimbo, resterà un mistero.
Il Castello di Chenonceau è molto bello e suggestivo (si appoggia sul fiume Cher, parente della cantante), ma i visitatori sono tra i più stupidi del pianeta: s'imbambolano di fronte al nulla, bloccando pervicacemente il passaggio a chi ha fame di cose belle.
Fatto sta che il fiume è navigabile, e ho intravisto maschi villosi remare stremantemente lungo le rive del fiume per ricavare, immagino, la trombata serale di rito. Bah...
Dopodiché ricca pedalata lungo una sterrata spaccaculo che non finiva più. Il tempo di elencare smadonnamenti da dispersi disperati, che, all'altezza di un paese anonimo dal nome invogliante (la Città delle Dame), un'improbabile esseroncina si staglia al nostro orizzonte per darci un'indicazione sensata dopo tanto inutile e sculevole pedalare.
Sembrava la figlia del pupazzo di JigSaw, con un alito ai limiti delle leggi di chimica, e tre denti che portavano segni evidenti di mozzicamenti autoinferti.
In più, ha fatto la gaia voluttuosa con Alberto, e a me ha invece toccato il pancino. Brrrrrr...
Insomma, e alla fine, ci ha portati al limitare di Tours.
Sicuramente, questa notte io ed Alberto non dormiremo: lui innamorato, io terrorizzato.

13 agosto 2013

Loira, 3 tappa: Blois>Amboise

La tappa della fatica e delle meraviglie. Il Castello di Blois è molto bello e ricco di cose belle da vedere. La vista della città dalle rive della spumeggiante Loira, poi, è veramente mozzafiato.
Il tragitto si disperde tra boschi e campi sempre silenziosi e ridenti: non c'è, insomma, quel tenebro fascino che si respirava in Austria.
Sfiorato il maniero di Le Plessis, ci siamo schiantati in un pic-nic con baguette, formaggio di capra e prosciutto pieno di grasso. Accanto a noi, in fondo al parchetto, la sferica moglie di un troglodita si spiaccicava sull'erba in attesa che il marito la colpisse prima con la clava per poi possederla gutturando incomprensibili fonemi preistorici.
Dopodiché abbiamo pedalato quel poco che basta per parcheggiare a ridosso del Castello di Chaumont-sur-Loire. Molto bello fuori, inutilmente pretenzioso dentro. Sicuramente le scuderie sono la ciliegina sulla torta, insieme a tutta la parte botanica.
Salite poco impervie mi hanno costretto a scendere un paio di volte. Qui il saggio e buon Alberto mi ha spiegato una parte dell'uso delle marce che io non conoscevo, perché la mia è da città, e certo non regala trucchi e leggi di fisica.
Incredibile la faccenda: più riduci il rapporto di quella davanti e più è facile affrontare le salite aumentando quella di dietro.
Siamo ad Amboise, un altro gioiello francese. Dico io: se noi tenessimo alle nostre cose come loro fanno con le loro, vivremmo solo di turismo.
Dimenticavo: come noto, la mia Silvia canta molto bene, ma ancora non ci ha regalato la grazia della sua voce.

12 agosto 2013

Loira, 2 tappa: St-Dyé-sur-Loire>Blois

Tappa eccellente sotto ogni punto di vista: tragitto ricco di suggestioni; cibo di qualità; due visite straordinarie.
La prima, il Castello di Chambord. Maestoso, vasto, appetitoso, ricco di cose da vedere e rivedere. Pare una Reggia di Caserta, ma assai più succosa e ben tenuta.
Dopo un tragitto pieno di campi, foreste e cittadine minuscole, abbiamo sfiorato l'entrata del Castello di Villesavin (noto per i suoi fantasmi) per poi mangiare ottimo cibo locale da una rotondetta francesina in quel della vicina brasserie.
E quindi ricca pedalata fino al Castello di Cheverny, i cui proprietari hanno tirato su un'impresa niente male. Insomma, è come se rendeste visitabile casa vostra, cesso compreso. Ma che casa e che cesso.
Immensa e faticosa pedalata fino all'entrata del Castello di Bauregarde. Troppo stanchi, però, abbiamo preferito mangiare delle gustose gallette seccagola che creano arsura al solo immaginarle.
Come faccia Alberto a essere così sereno e sorridente, resta un mistero. Fatto sta che ha la rara capacità di trasmettere giocosa serenità.
Arrivare a Blois è un incanto: l'entrata è decisamente suggestiva e meriterebbe una visita più accurata.
Pazienza, però: le gite in bicicletta hanno questo scotto da pagare; accarezzi le cose belle per poi riviverne subito di nuove.