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30 dicembre 2013

Aaron Diehl racconta il Modern #Jazz Quartet a #UJW21 (recensione da #Orvieto)

John Lewis fu un genio: riuscì a trovare il jazz dentro l'anima di Bach e Debussy, ma soprattutto seppe inserirli nel mondo dell'improvvisazione pura, accontentando - e sfidando - le menti puriste di allora (e di sempre).
Il Modern Jazz Quartet è stato molto più che un combo elegante e sofisticato, e provare a omaggiarlo è un'impresa quasi impossibile.
Ma il bellissimo pianismo di Aaron Diehl c'è riuscito, accompagnato da un ottimo Warren Wolf al vibrafono (sempre musone, però), da un preciso David Wong al basso, e da un affidabile Pete Van Nostrand alla batteria.
Un concerto memorabile che ha visto l'esecuzione di quasi tutte le "città" di Lewis, una Round Midnight da brividi, una Bag's Groove ironica e smaliziata e un Concierto de Aranjuez che avrebbe fatto un baffo a quello più noto di Davis ed Evans.
Insomma, una perla di rara bellezza, impreziosita dalle installazioni video discrete ed evocative di Massimo Achilli.
Diehl è un pianista eccellente, che mi auguro possa raggiungere le vette che merita: speriamo solo che qui da noi riesca a convincere i critici che si accontentano degli zuccherini prevedibili di Brad Mehldau.

01 febbraio 2013

quando Keith Jarrett sposta le montagne

Incredibile questo Sleeper:
Registrato dal vivo nel 1979 a Tokyo, e proposto in doppio cd solo qualche mese fa, racconta un Jarrett in perfetta forma, circondato da eccellenti musicisti di rara perfezione: Jan Garbarek (ance, flauto e percussioni), Palle Danielsson (contrabbasso) e Jon Christensen (batteria e percussioni).
La cosa più emozionante sta in un semplice dettaglio: suoni, scelte musicali, arrangiamenti, sensazioni, sono di rara attualità. Attenzione: non ho scritto "senza tempo"; ho scritto "attuali".
È come se il magnate della ECM abbia deciso di riproporre adesso questa operazione perché aveva capito già da allora che solo adesso ha senso pubblicarla, adesso è il momento giusto, adesso c'è qualcosa che manca nel panorama jazzistico internazionale.
Per carità, la mia è una banale speculazione da appassionato: sono certo che il tutto corrisponda a semplice calcolo e strategia commerciali. Però, accidenti, con tutto quello che sta intorno al jazz, con questo suo essere fermo e autoreferenziale, o solluccherosamente ancorato al verbo del sopravvalutato Mehldau, sembra che Eicher abbia detto: "ragazzi, voltiamoci indietro: c'è la soluzione a tutto". 
I brani: Personal Mountains, Innocence, So Tender; Oasis, Chant Of The Soil, Prism, New Dance.
Un consiglio spassionato: il primo è molto lungo, ma va ascoltato senza interruzioni o distrazioni di sorta: sembra di stare in auto a 1.000 all'ora; quando tutto è ormai follia pura, Jarrett inchioda, ti sbatte in faccia l'airbag, e comincia una lenta - lentissima - sequenza di accordi dolcissimi, crepuscolari, ma secchi e nitidi, evocativi ma precisi... Il resto, è nulla in confronto a questo brano. Figuriamoci...

07 aprile 2010

highway rider

Motivato da numerose critiche positive mi sono avventurato dentro Highway Rider, nuova fatica jazz classicheggiante di Brad Mehldau. Bella, molto bella davvero. Ricca di spunti, idee, riflessioni, lunghe vie che ti portano altrove... ma in maniera troppo rassicurante.
Avevo già sperimentato questa sua attitudine in The Art of the Trio, Vol. 3: Songs, consigliatami da un folle quanto ottimo commesso del Ricordi di via Orlando, qui a Roma: Mehldau ha un pianismo perfetto che rasenta lo stucchevole, con un voicing molto accurato, quasi studiato, troppo preparato.
Però a volte sembra un pianismo ricalcato, come se si credesse di sentire Bill Evans, senza però quella disperazione che attanagliava il grande pianista davisiano (e magari si potrebbe dire che in certi momenti era Davis ad avere un trombismo evansiano).
Ecco, se dovessi usare una similitudine: con Mehldau viaggi comodo in carrozza, apprezzi il paesaggio, leggi un buon libro, hai una confortevole conversazione, ti riposi dieci minuti, degusti un buon vino bianco barriccato... Keith Jarrett, invece, il paesaggio te lo dipinge, te lo scartavetra contro: ti costringe a fermare il treno col freno d'emergenza, ti obbliga a seguirlo, ti fa vedere strani e nuovi alberi in un bosco che stava sempre sotto il tuo grugno ma di cui ignoravi l'esistenza. Jarrett inventa, codifica, ti perseguita, ti riempie di cose e ti schiaffeggia perché ti sei distratto un microsecondo... Mehldau ti accompagna, dolcemente, con tecnica notevole, con idee rischiosette ma non troppo, con strumentisti eccezionali (il quasi drum'n'bass duo ritmico Matt Chamberlain e Larry Grenadier, il sassofonista Joshua Redman figlio di tanto padre, un produttore sperimentatore come Jon Eternal Sunshine Of The Spotless Mind Brion). Ma niente più.
Da comprare, ma col contagocce.