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25 settembre 2012

quando Hitchens alluse ad Huffington

Il compianto Christopher Hitchens è spesso citato a sproposito. Una volta tanto voglio divertirmi anche io in questo esercizio, riportando questo passaggio dal suo saggio La posizione della missionaria incentrato sulla terrificante figura di Madre Teresa. 
Alle pagine 30 e 31 incontriamo il passaggio segnalato. 
Buona lettura
Mentre scrivo ho sotto gli occhi anche una fotografia di Madre Teresa in piedi, gli occhi umilmente abbassati, in atteggiamento amichevole accanto a un signore noto come John-Roger. A prima vista, se la si guarda distrattamente, sembra che si trovino in un quartiere povero di Calcutta. Ma uno sguardo più attento rivela chiaramente che le figure di derelitti sullo sfondo sono state aggiunte a mo' di scenografia. La foto è un falso, così come, per inciso, è falso John-Roger. Capo del culto noto talvolta con il nome di "Insight", ma più precisamente come MSIA ("Movement of Spiritual Inner Awareness" [Movimento di Consapevolezza Spirituale Interiore], che si pronuncia "Messia"), è un impostore di calibro iperbolico. Probabilmente meglio conosciuto dal grande pubblico per il suo rapporto lucroso con Arianna Stassinopoulos-Huffington - il cui marito, Michael Huffington, spese quarantadue milioni di dollari del patrimonio ereditario personale nel tentativo fallito di aggiudicarsi un seggio al Senato in California - John-Roger ha ripetutamente sostenuto di essere, e di possedere, una "coscienza spirituale" superiore a quella di Gesù Cristo. È difficile giudicare una simile affermazione. Tuttavia, si potrebbe pensare che sia blasfema per la mentalità semplice di Madre Teresa. Eppure, eccola là, che gli tiene compagnia e gli presta il lustro del proprio nome e della propria immagine. Il MSIA, va precisato, è stato ripetutamente denunciato nero su bianco come un'organizzazione corrotta e fanatica, e - nell'elenco della Cult Awareness Network (Associazione per la difesa contro le sette. [n.d.t.]) - figura come "estremamente pericolosa". Si scopre che la fotografia contraffatta immortala un evento importantissimo: l'accettazione, da parte di Madre Teresa, di un assegno di diecimila dollari, sotto forma di Premio Integrità donato da John-Roger in persona, un uomo che era giunto a comprendere la propria divinità dopo una visionaria operazione ai reni. Senza dubbio gli apologeti di Madre Teresa avranno la difesa a portata di mano. La loro eroina è troppo innocente per scorgere la disonestà negli altri. D'altra parte diecimila dollari sono diecimila dollari e, come diceva spesso Lenin (citando Giovenale), pecunia non olet: il denaro non ha odore. Quindi, quale scelta più naturale per lei che lasciare ancora una volta Calcutta, arrivare fino a Tinseltown e condividere la sua aura con un guru che proclamava di eclissare nientemeno che il Redentore?

28 maggio 2012

questo papa così solo

Come ateo non militante (anche perché la “militanza” sarebbe una contraddizione in termini), provo una profonda pena per questo papa, perlomeno per la figura che sta uscendo dalle interviste e dalle inchieste portate avanti da Repubblica.
Non ho una grande simpatia per questo papa, né tantomeno per il precedente (di cui brutalmente si potrebbe dire che Ratzinger fosse il suo braccio ortodosso, quasi “armato” direi): però vedere che in Vaticano regnano quelle stesse piccinerie umane, quella brama di potere così prepotente, questa lontananza dalla freschezza del Vangelo e della figura di Gesù, mi fa sorridere amaramente. Mi passa la voglia di dire “l’avevo detto io”.
A me piacerebbe “sfidare” la Chiesa Cattolica in ambiti più consoni: della filosofia, della morale, dell’ingerenza continua nelle nostre umane quotidianità.
Non è divertente né rassicurante assistere, invece, a queste contraddizioni terrene e poco edificanti: ci restituisce un’idea di Chiesa in crisi di identità da più tempo di quanto non appaia, di mancanza di forza e di strategia, di disattenzione totale per il ruolo di guida spirituale che inevitabilmente ha o dovrebbe avere.
Non vorrei incorrere nell’errore sciocco e banale che in fondo è questa la vera Chiesa che un ateo si aspetta e che biasima, che brandisce una croce che non le appartiene e che strumentalizza da sin troppo tempo con i risultati che vediamo e subiamo.
Però è uno sbraco così imbarazzante, che alla fine mi viene voglia di pregare per questo uomo così solo e ridicolizzato. Non so come si prega, è ovvio, né tantomeno ne riconosco l’utilità interiore: però, e alla fine, mi sembra l’unica soluzione praticabile.
Davvero ci siamo ridotti a questo?

29 maggio 2011

l'albero di Malick

Premessa necessaria e sufficiente, almeno per chi viene in questo blog per la prima volta: 1 non credo nella critica interpretativa; 2 non amo il critico all’italiana (perché segue troppe convenienze extrartistiche); 3 sono convinto che un’opera non debba necessariamente "piacere"; 4 l’opera d’arte non va “capita”: può piacere o non piacere, senza sensi di colpa o timori reverenziali di sorta (e attenzione a quelli che “spiegano”: spesso parlano solo di loro stessi).
Detto ciò, se non avete visto l’Albero di Malick, forse è meglio che non andiate oltre questo secondo paragrafo. A me è piaciuto, molto (forse troppo), e quello che voglio raccontarvi sono alcuni spunti tecnici miscelati ad alcune sensazioni. Sensazioni totali, che quindi potrebbero raccontarvi qualcosa del film. Il bello è che non c’è un “come va a finire”, perché in fondo è l’inizio del film il come va a finire; sempre che di finale si debba parlare. Quindi, se volete, prendiamoci questo tè insieme; altrimenti ritornate quando (e se) l’avete visto.

Ebbene, pensate a un dolore enorme, il più devastante che abbiate mai provato. Pensateci per un solo istante, e poi chiedetevi: cosa ho provato?
Sapreste raccontarlo per sole immagini?
E quindi: che giustificazione date a quel dolore così immenso? Di conseguenza: perché dio, o chi per lui, permette la sofferenza? Qui dovrebbe scattare in piedi il filosofo esperto per parlare di teodicea (e del resto, Malick cita esplicitamente il Libro di Giobbe), di Leibniz e di Boyle; allora tutti a casa, a chiedersi perché bisogna scomodare tanta sapienza per giustificare una morte ingiustificabile; oppure: perché bisogna “sapere” tutte queste cose per “entrare” nel film.
Alla seconda parte ho già risposto implicitamente nella premessa: non è necessario conoscere il dietro le quinte di un pensiero che “genera” arte; però, in questo caso, può essere utile e “divertente”. Alla prima parte, rispondo con una domanda: è necessaria la sofferenza per capire quanto vale la vita? O meglio: perché dio, o chi per lui, ci fa soffrire, e di una sofferenza così totale quale sola può sgorgare dalla morte di un figlio?
Per come viene comunemente e “visivamente” proposta, la sofferenza è una landa desolata e oscura, e la musica che la accompagna sarebbe dolente e devastante. E, invece, Malick propone un’operazione opposta: ci mette dolcemente di fronte alla magnificenza del Creato (atea o religiosa, poco importa), e la celebra con sontuose e bellissime inquadrature in cui la recitazione e la cinematografia vengono quasi messe via (per quanto non sia necessario un canone per stabilirne i limiti, no?). Eppure a recitare sono proprio le sensazioni assolute, quelle che mai ci potremmo aspettare nella descrizione di un dolore; sensazioni nostre, e che ci avvolgono lungo tutta la seconda parte della proiezione.
Va detto: ci sono momenti visivi che (banalizzo, eh) magari potrebbero ricordare 2001; ma non è così semplice: se qualcuno fa intravedere un pianeta, non è che va subito accomunato a Kubrick o a Piero Angela; è il contesto del film che conta.
Malick, quindi, esplora il Creato, l’Universo degli albori che non ci sono più, oppure (e anche) quegli albori che ancora oggi si manifestano in tutta la loro modernità (vulcani, acque, lo spazio), e li racconta con una fotografia titanica, una regia che osserva, e una serie impressionante di bellissime “cose” che ci circondano e che in genere ci accompagnano nella nostra esistenza, senza che ce ne accorgiamo.
Ma poi, e alla fine, sono proprio queste “cose” che ci suggeriscono quanto possa essere comunque lenita la morte di un figlio, quanto cioè tutto quello che stiamo passando di doloroso sia invece così nulla di fronte al Tutto. Malick sembra costringere lo spettatore a chiedersi: quali sono gli esatti confini del mio lutto, del mio mondo insomma, dinanzi al Mondo vero e proprio?
Ammettiamolo, quando cediamo a questo tipo di domande (che cinematograficamente sarebbero “furbe” e efficaci), la cultura bianca e occidentale si ferma attonita e soffoca, rassegnandosi. Haivoglia, quindi, a film dolenti e dolorosi che tanto piacciono al borghese medio. E, invece, Malick non indugia nella rassegnazione: non apre cioè il film, raccontandoci in maniera aulica cosa era la vita del bimbo prima che morisse; invece, ci butta subito addosso il sentimento del dolore (e che chiunque altro avrebbe messo nel finale). Ci costringe a fare i conti col sentimento puro e con la sensazione di totale perdizione, e anche con la futilità di tutto questo (che poi, forse, può anche essere letta con la granitica resistenza della mamma che vuole superare il buio grazie anche alla fede).
Finita questa prima parte così sospesa, solo dopo Malick ci racconta la breve vita del fanciullo; genuinamente, per quella che è stata (e che in tutto il film si dipana a sprazzi di raffinati colpi di pennello, fino al grandissimo finale): una vita vissuta, con un padre autoritario (un Brad Pitt ripreso spesso di quinta, o comunque di profilo), con una madre dolce e delicata (e di una sensuale maternità, sempre casta e sempre ai giusti confini del ruolo), e con un fratello maggiore di rara bellezza spirituale (chi lo interpreta, ha il privilegio di ricordare somaticamente il perfetto Caviezel della Sottile linea rossa).
Insomma, Malick ha capovolto la tipica sintassi filmica: prima ha rappresentato il dolore (quindi, non un dolore entro cui ci si possa immedesimare; tanto che lo spettatore non lo proverà all'istante); poi, ha ipotizzato la dimensione esatta di questo dolore di fronte all’assoluto; infine, ha pennellato il breve vivere del nostro protagonista, aggiungendo una conclusione finale che meriterebbe caterve di libri, di scritti, di impressioni, per quanto lasci aperte mille porte interpretative e suggestive, tutte pertinenti, tutte logiche. E il bello è che di fronte a tutto questo, finalmente ti commuovi; tutto quello che hai visto prima si era sedimentato in un cantuccio del tuo animo, e adesso esplode “serenamente”. Un’operazione estetica e stilistica di rara maestria.
Certo è che Malick lavora di fino, di un’apparente lentezza, che invece io vedo più come sospensione; con delle accelerazioni, poi, che veramente fulminano anche il cuore più distratto. Come non restare coinvolti durante i giochi infantili con i genitori? Come non sentirsi esattamente a tavola con i protagonisti, quando il padre alterna rimproveri a dolcezze, o con la madre sulla quale dispone litigi e tenerezza in egual misura? Come non restare affascinati dalla lenta e genuina crescita del primogenito, che prima subisce la durezza del padre, poi si ribella, e poi quando è maturo la sa quantificare e qualificare per quello che era?
Malick sfida ogni possibile rigore di grammatica registica, usando camere a spalla là dove è necessaria un’inquadratura statica, o comunque rigorosa; mettendo (pochi) dialoghi là dove sarebbe necessario il silenzio; disponendo di fior di interpreti, senza quasi farli parlare (la voce del sacrificato Sean Penn è solo fuori campo); accennando spesso a brevissimi frame fuori contesto che però restituiscono esattamente il sentimento di quella specifica sequenza (signori, è roba da Ėjzenštejn!); scomodando un velociraptor del cretaceo che risparmia una delle sue vittime, per significare una forma di pietas basata sull’istinto (se non scappi, non sei una preda; qui qualche critico ci vede la morale americana); descrivendo la morte e la vita come un identico passaggio; presentando un ipotetico paradiso (o ritrovo di anime, di coscienze, fate voi) vicino una spiaggia desolata (ma non desolante), in cui tutto sembra fermo… ma lo spirito di chi ha vissuto tanti anni nel ricordo - nel dolore, nel rancore, nel dubbio - è cambiato, e cambiati saranno i sentimenti con cui i protagonisti si abbracceranno ormai liberi da ogni freno, emotivo, fisico e spirituale.
Se non vi vengono le lacrime in questo momento, vuol dire che il film non vi è piaciuto. Non importa: sicuramente vi commuoverete per altro. Io, invece, da quando l’ho visto non riesco a togliermelo dalla mente, tanto mi ha coinvolto nel mio io più inafferrabile.
Ho fatto cenno alla stratosferica fotografia, senza luci artificiali (ma da Malick te l’aspetti), e anche al come il nostro adori ribaltare certi canoni comuni. Ebbene, Malick applica queste due attitudini anche nella scelta delle musiche non originali, capovolgendo il significato dei brani usati, estirpandoli dalle loro originarie intenzioni compositive. E già: la morte del figlio viene accompagnata dall’incipit del Titano di Mahler, che il grande compositore scrisse pensando alla primavera (e che io ho sempre riferito alla Vienna mitteleuropea, ricca di carrozze e cavalli); Malick l’ha trasformato in un lutto.
C’è poi la Lagrimosa che Zbigniew Preisner intarsiò nel suo Requiem for a friend dedicato al compianto Kieslowski, trasformata da Malick nell’inno gioioso e riverente all’Assoluto, mantenendola ben salda tra le riprese di una Supernova in evoluzione.
E, infine, cosa c’entra la Moldava dalla Má Vlast di Smetana? Dico, in origine parla (letteralmente “parla”) di un fiume; e, invece, Malick l’ha trasformata in un folgorante inno alla giovinezza. Che nostalgia (mai vissuta, poi) vedere quei bimbi felici, rincorrersi tra loro e sbeffeggiare dolcemente i due genitori…

Per concludere, fosse questo film la vera via a un modo di intendere la religione, non avrei alcuna difficoltà ad avvicinarmi ad essa e ai suoi misteri. Fossero questi i veri cristiani, sarebbe stimolante ed avvincente intavolare discussioni e chiacchierate sul nulla e sul tutto.
Malick ha fatto una straordinaria operazione, in cui alla fine ci si sente vuoti e impreparati ad affrontare le luci della sala appena accese. Malick ci ha indicato una strada che ha bisogno di una profonda coscienza; e la coscienza, si sa, è una infallibile amica.

20 marzo 2011

laicismo è esplorare

Il principio del pensare e quello del pensiero sono due entità totalmente opposte, quasi inconciliabili. Pensare è un gesto, un modo di muoversi, di sperimentare, di ambire a qualcosa di lontano ed inavvicinabile, che in fondo non verrà mai raggiunto, ma che proprio nel gesto del pensare diventa qualcosa di possibile.
Il pensiero, invece, è statico: esprime cioè se stesso, e quello che vuole significare. Il momento stesso che si decide di esprimere il pensare attraverso un pensiero, già gli si è fatto un torto, proprio perché il pensiero è un sedersi, un ragionare su quello che si è raggiunto, non tenendo però conto dell’orizzonte che si ha di fronte, ma della materia su cui ci si siede.
Il pensare è sperimentazione, il pensiero è un collaudo definitivo.
Il pensare è radice dell’essere umano, il pensiero è rassegnazione alla propria fisicità.
Pensare è essenza, pensiero è sostanza.
La grande differenza tra una società libera e una società democratica, è che nella prima si incentiva il pensare, nella seconda si invoca il pensiero, libero ovviamente, perché se non fosse libero, sarebbe un pensare. Paradossale ma sensato: un pensare non ha bisogno di essere definito “libero”, perché già lo è. Se, invece un pensiero sente la necessità di rafforzare il suo status con l’aggettivo “libero”, è perché sa già di non esserlo.
L’enorme differenza tra una civiltà come la nostra e quella veramente libera è che noi abbiamo bisogno di dirci continuamente quello che siamo; quella libera, no.


13 gennaio 2011

hereafter, perché io il cappello me lo tengo

L'argomento non è poi così spinoso: o si crede agli asini che volano, o si crede alle cose concrete; la via di mezzo si chiama religione, che allontana il mondo dei morti con sgradevoli ricatti che iniziano appena siamo nati.
Fatto sta che Eastwood è uomo pratico, pragmatico e anche (molto) laicamente spirituale, e ha buttato dentro a questo film (potenzialmente incline alle ridicolitudini) qualcosa di diverso dall'ovvio, riuscendo a far dimenticare certe ingenuità stilistiche e anche una certa fretta nel non incorrere nella frettolosità (quando vedrete il film, capirete cosa intendo).
Insomma, Hereafter è un film straordinario, leggero e potente, dolce e elegante; privo forse di quella maschia potenza che avevo ammirato nell'ottimo Gran Torino, ma pur sempre film da riporre tra le pieghe della nostra memoria migliore, per conservarne a lungo languori e sensazioni.
Un film in cui Eastwood non gioca con il suo essere vicino a una possibile fine (effettivamente lo è... a 80 anni suonati) come blaterano certi critici frettolosi e menagrami; semmai si diverte a dirci quanto possa essere unica una vita vissuta con coraggio e dedizione, con volontà e coerenza, con sorriso e determinazione.
Hereafter è un film sospeso... che va rigorosamente visto in lingua originale (ci sono i sottotitoli, a volte però su campo bianco - complimenti!), per assaporare meglio le intensità recitative, come anche le differenze tra americani, inglesi, francesi e i loro modi di esprimere sentimenti così comuni ma così individuali.
Un film che evita tutte le scempiaggini del caso, da contemplare in compagnia di pochi fortunati, con il solo rumore del proiettore, e la luce dell'uscita d'emergenza che ci ricorda che alla fine torneremo alla realtà. Purtroppo, forse. Ma sicuramente pieni di qualcosa di nuovo.

04 novembre 2010

sugli uomini e sugli dei

Pure sulle semplici traduzioni dei titoli dei film il Vaticano riesce a imporsi, e magari senza neanche aver mosso un dito.
Il titolo originale di questo film dice esattamente l'opposto della furbata ben poco implicita contenuta nella sua traduzione italiana: qui non si parla di "Uomini di dio", ma "Sugli uomini e sugli dei", che è cosa più complessa, più evoluta, più filosofica, e soprattutto... laica, nel senso greco del termine. E l'apologo finale di padre Christian sta lì tutto a dimostrarcelo, porca paletta!
Non credo che sia un grande film, ma un film che può contribuire ad un dibattito sereno e civile, dove però sarebbe impossibile non trovarsi d'accordo perlomeno su un punto: ogni forma di religione, anche la più civile possibile, è un atto di imposizione. Che poi uno la condivida o no, è un'altra cosa; l'importante è che non costringa gli altri a quella condivisione.
Ed è forse questa la chiave dell'ottima sequenza in cui Christian e il "terrorista" si incontrano la prima volta.
Più in generale, chi ha sceneggiato questo film sembra consapevole della minaccia della moltitudine di ovvietà che avrebbe potuto incontrare, tanto che il pathos si apre timidamente - e quasi da solo, senza spintarella - solo dopo la sequenza dell'elicottero. Tant'è che ne consiglio una visione distaccata, altrimenti la lentezza iniziale potrebbe risultare addirittura snervante.
Per il resto, grandi attori, fotografia discreta, una regia un po' distratta, un'ottima scelta dei brani religiosi (ti aspetti che arrivi da un momento all'altro il sassofono di Jan Garbarek), e... poca retorica. Vivaddio, è il caso di dire.


18 maggio 2010

chi l'ha scritto?


La “predicazione politica” della Chiesa, dunque, è in larghissima parte centrata sulla morale della vita, della sessualità e del matrimonio e non su virtù – l’onestà, la dedizione, la sincerità, il rispetto, la dignità, il lavoro, l’impegno – che attengono alla dimensione comune della vita e delle relazioni sociali. Se nelle questioni dell’etica pubblica i valori morali, anzi questi specifici valori morali non negoziabili, sono considerati come le vere e indispensabili virtù civili è inevitabile che la “questione antropologica” diventi non solo il principale, ma di fatto l’unico tema qualificante dell’impegno politico dei cattolici. Il risultato è quello di svalutare altre forme di impegno, per cui appare “più cristiano” il politico che si oppone al divorzio breve o al riconoscimento delle unioni gay di chi vive con coerenza di esempio e di testimonianza la propria fede. Sembra diventato più cristiano opporsi ai Pacs che non rubare, non mentire, non mancare ai doveri di giustizia. Da oltre Tevere suscitano più parole di riprovazione e di scandalo i politici che “attentano alla famiglia indissolubile fondata sul matrimonio” di quelli che degradano la vita pubblica fino ai confini - e spesso oltre i confini - del malaffare. Così la Chiesa, ”agenzia morale” per eccellenza nella società italiana, abdica al suo ruolo da protagonista per la crescita di un’etica civile, rispettata e condivisa, volta al bene comune.
[...]
L’occidente libero e liberale ha certo le sue radici culturali e storiche anche nel cristianesimo e nella sua idea di libertà e dignità umana, ma sarebbe storicamente infondato sostenere che quando la società europea si è mossa in direzioni diverse da quelle suggerite e imposte dal Magistero abbia indebolito la propria identità e la propria capacità di coesione e di inclusione. A 150 anni dall’Unità d’Italia, è perfino inutile ricordare che sulle tesi del Sillabo è stata la Chiesa a dovere ricredersi ed emendarsi. Se poi parliamo dell’Occidente libero di oggi – e non di quello delle guerre di religione, dell’inquisizione, della colonizzazione, e della violenza politica totalitaria – penso che esso viva il tempo migliore per la promozione umana e per la libertà cristiana, molto più di quello in cui il “potere” era cristiano e dunque gli individui non erano davvero liberi di esserlo. Per questa libertà e non per la sua immoralità l’Occidente è nel mirino del fanatismo religioso islamista.

Credo che sia fuorviante affermare che divorzio, aborto legale, coppie gay o fecondazione eterologa siano una degenerazione destinata a far perdere di identità, di unità e di forza la società italiana più che l’illegalità diffusa o la mancanza di un sentimento comune di appartenenza civile alla Repubblica, del cui destino siamo tutti artefici.

Nessuna persona libera e ragionevole chiederà mai alla Chiesa, di rinunciare al suo messaggio, alla predicazione, al proselitismo, ma questo uso dei temi bioetici e della morale sessuale possono al più nutrire il neo-confessionalismo politico, non divenire la comune frontiera della moralità civile del Paese.

Peraltro, appare sempre più evidente che la partita dei “valori non negoziabili” si gioca ormai pressoché interamente sul piano politico-legislativo e non su quello pastorale, come se la Chiesa, prendendo atto della sempre più evidente “disobbedienza cristiana” ai principi della morale sessuale e familiare, considerasse necessario ricorrere alla forza cogente della legge per surrogare la scarsa forza persuasiva della predicazione.


Benedetto Della Vedova, uno del Pdl

17 febbraio 2010

Giordano Bruno e la ricchezza della lingua

Scritto originariamente il 17/03/2008, questo post sembra ancora attuale.
Oggi è l'anniversario dell'omicidio di Giordano Bruno, ucciso dagli sgherri del VaticanChiesa nel 1600 a Campo de' Fiori, qui a Roma.

Giordano Bruno e la ricchezza della lingua
Bruno si scaglia contro la Poetica di Aristotele e contro l'interpretazione della Poetica di Aristotele operata dagli aristotelici del suo tempo. Perché Bruno dice che la letteratura non può essere codificata all'interno di griglie rigide, e di opposizioni che distinguono con chiarezza ciò che è tragedia e ciò che è commedia, lo stile umile dallo stile sublime, tra ciò che è poesia e ciò che non è poesia. Bruno si ribella a queste rigide regole.

Alla stessa maniera Bruno si ribella a una concezione della lingua di tipo monolinguistica. Noi sappiamo che a partire dal 1525, con l'uscita delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, la lingua italiana avrà finalmente un modello letterario unico. Per la prosa Boccaccio, per la lirica Petrarca. Quindi, chi vuole fare letteratura deve ispirarsi rigidamente a questi due modelli.

Quindi, come vedete, da una parte sul piano della teoria della letteratura, dall'altra parte sul piano della teoria della lingua, Bruno si trova a combattere contro un fronte estremamente compatto ed estremamente rigido. Ed ecco che Bruno reagisce a questo fronte proprio come aveva reagito alla cosmologia tolemaica.

E Bruno si scaglia contro grammatici e pedanti, proprio perché la letteratura non può essere racchiusa all'interno di una griglia rigida; la letteratura non può essere racchiusa all'interno di queste regole che i pedanti e i grammatici vogliono imporre. E quindi Bruno rigetta, rifiuta, tutti gli schemi prefissati, tutti i cosiddetti modelli intoccabili ed eterni.

Allora per Bruno la letteratura e la lingua devono invece esprimere l'infinita varietà che caratterizza la Natura; per Bruno, la letteratura e la lingua deve esprimere la forza vitale che è racchiusa in tutte le cose che la Natura anima.

Per cui, se i linguaggi umani sono molteplici, perché la letteratura non deve dare conto di questa molteplicità? Perché la letteratura non deve dare conto di questa ricchezza? E allora, nella visione di Bruno, se i grammatici e pedanti negano il plurilinguismo, negano la varietà, negano lo sperimentalismo, negano il confronto dei linguaggi, negano dall'altra parte le interferenze tra i vari livelli di stile, Bruno al contrario si batte per una letteratura che sia proprio frutto del plurilinguismo, della varietà, dello sperimentalismo, della interferenza tra i vari generi, tra i vari livelli letterari di una letteratura che sia il frutto del confronto della molteplicità dei linguaggi.

Quindi, Bruno considera questa molteplicità come un patrimonio positivo che va salvaguardato, perché tutto ciò che esiste ha diritto di avere cittadinanza nel mondo della letteratura. Per Bruno, quindi, la molteplicità delle lingue, la molteplicità delle concezioni letterarie, la molteplicità della visione della poesia, non è un ostacolo da eliminare, ma è una ricchezza da salvaguardare; è un grande patrimonio positivo da conservare. Ed è per questo che Bruno si scaglia contro i petrarchisti del tempo.

Cosa fanno i petrarchisti? Non fanno altro che ripetere la letteratura ispirata dal Canzoniere di Petrarca. Ripetono le stesse formule, gli stessi vocaboli, lo stesso lessico; non creano mai una parola nuova, rimangono chiusi all'interno di quest'universo definitio "rigido". E Bruno dice che la letteratura che producono questi poeti, la letteratura petrarchista non è altro che una letteratura asfittica, una letteratura incapace di esprimere la forza vitale della vita e della letteratura.



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16 dicembre 2009

ateismo è libertà

Mi sfugge come sia sfuggito il 10 dicembre scorso il lungo intervento di Vito Mancuso su Repubblica. Scritto a ridosso di un convegno internazionale promosso dal Progetto Culturale della Cei con il patrocinio del Comune di Roma, ripassa la lezione del difficile rapporto che la Chiesa ha con il progresso.
Tra le premesse della lunga prolusione, il compagno di libri di Augias scrive:
La sfida della postmodernità alla fede in Dio non è più l'ateismo materialista. Tale era l'impresa della modernità, caratterizzata dal porre l'assoluto nello stato-partito o nel positivismo scientista, ma questi ideali sono crollati e oggi gli uomini sono sempre più lontani dall'ateismo teoreticamente impegnato. Gli odierni alfieri dell'ateismo vogliono distruggere la religione proprio mentre si connota il presente come "rivincita di Dio", anzi la vogliono distruggere proprio perché ne percepiscono il ritorno, ma i loro stessi libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di Dio.
Non immaginavo si potessero scrivere tante sciocchezze in così poche righe, credetemi.
Andiamo per brevi punti:
  • confondere l'ateismo materialista tipico del sovietismo con le ragioni di chi non crede in dio, è un'operazione furba e maliziosa, che relega le antiche motivazioni degli atei solo dentro al ristretto fulcro della dittatura stalinista
  • confondere la modernità con l'afflato negativo del sovietismo materialista è un'altra scorrettezza dialettica e storica. Ateismo e stalinismo e modernità si saranno pure incontrati, ma ridurre tutti e tre nella stessa stanza, in spazi storici limitati e limitanti, è addirittura ipocrita
  • a latere: modernità e modernismo (brechtianamente parlando) sono due cose diverse. La confusione di Mancuso è sinonimo o di povertà di argomenti o di scorrettezza in nuce, voluta e ricercata (e quindi dialetticamente o giornalisticamente immorale, fate voi)
  • l'"ateismo teoricamente impegnato" NON è l'ateismo vero e proprio che il signor Mancuso butta in caciara alla grande. L'ateismo se è "impegnato" non può essere ateismo, perché l'ateo non si impegna ad imporre niente a nessuno, e vuole/pretende/ha-diritto che anche le religioni facciano lo stesso (cioè che non entrino nelle nostre case a giudicarci di continuo)
  • "Impegnarsi" significherebbe, insomma, il voler stabilire dei parametri di idoneità e priorità morale che l'ateo non può praticare: sconfesserebbe il suo non voler vivere sotto credenze (o non credenze) e di conseguenza il suo non volerle imporre
  • "Gli odierni alfieri dell'ateismo" NON vogliono "distruggere la religione", caro il nostro Mancuso. La religione è cosa nobile e rispettabile: il cattolicesimo, invece, è un'ipocrisia che di religioso ha ben poco, anzi (e di popoli ne ha distrutti, haivoglia)
  • e comunque l'ateo non vuole neanche "distruggere" il cattolicesimo. Riportiamo l'Italia ai tempi sociali di Federico II, e Mancuso vedrà come sia possibile una civile convivenza tra le varie religioni, e anche con atei, sufisti e agnostici. L'ateismo è una scelta privata come privata dovrebbe essere la scelta religiosa. Solo che i religiosi s'impongono al mondo; gli atei non fanno nient'altro che difendere i propri spazi (peraltro in ordine sparso e senza fare i furbetti con l'otto per mille dei cittadini)
  • questa religione cattolica non è certo la "rivincita di dio", anzi: la chiesa è in crisi, il Vaticano è in crisi. Non solo per questioni pedofile (che sarebbe facile tirare in ballo), ma per un'incongruenza visibilissima tra ciò che esiste e ciò che dovrebbe esistere: in mezzo c'è un papa troppo dotto per capire la quotidianità, troppo chiuso per saperla interpretare, troppo arrogante per capire che sarebbe ora di dare spazio alle diversità (non solo quelle omosessuali, s'intende)
  • e se Mancuso vuole vedere invece tra i soli credenti la presunta "rivincita di dio", sbaglia della grossa: politicamente, eticamente e geopoliticamente i paesi con il più alto tasso di credenti dichiarati, sono anche i più retrogadi scientificamente, socialmente e legislativamente... e poco attenti alla moralità (vere e necessarie, s'intende) dei propri governanti
  • gli atei vorrebbero "distruggere la rivincita di dio" proprio perché ne percepiscono il ritorno? E quando mai! L'ateo spera anche nella spiritualità e nella religione, perché l'ateismo è una forma di sperimentazione continua, di viaggiare infinito, di porsi continuamente dubbi, di approfondire ogni singolo atomo delle cose esistenti e di quelle che potranno esistere. Più religiosità c'è nel mondo, e più sarà possibile frequentare i cuori e le menti di chi non conosciamo; più invece i granitici monoteismi continueranno la loro strada verso l'arroganza e la protervia, e con più facilità la povertà spirituale spargerà il proprio sale tra le menti delle persone
  • i "libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di dio"?!? Vorrei scomodare Bombolo, se premettete (tanto è la profondità dell'argomentare di Mancuso): se mi documento me meni, se non mi documento mi meni; allora menami e la facciamo finita. La prima sciocchezza che mi dicono le persone quando scoprono che sono ateo è "prima devi leggere la Bibbia; poi dopo puoi dire di essere ateo". Al che ci si chiede se loro l'abbiano già fatto... In realtà a me sembra che i libri usciti in questi anni non abbiamo mai attaccato la religione ma gli abusi e l'arroganza del Vaticano (c'è un libretto sui rapporti tra Mafia e chiesa, tra Nazismo e chiesa, tra speculazioni finanziarie (e non solo) e chiesa, tra Berlusconi e chiesa). La domanda è: dov'è l'"attacco" alla religione? Dov'è la "rivincita di dio"? Eppoi: quantunque e qualora fossero veri i deliri di Mancuso, se dio è forte, se una religione è forte, se i suoi credenti sono forti, perché scomodarsi a denunciare un attacco che non potrebbe sortire effetto alcuno? 
  • al di là di queste considerazioni, Mancuso crede che parlare di qualcosa significhi attribuirle una "rivincita"? E allora gli ebrei che parlano della Shoah fanno "rivincere" Hitler? Ma che razza di argomentazioni di partenza usa, signor Mancuso?
Il resto del testo lo trovate qui. Vivaddio (è il caso di dirlo) ci sono meno fesserie di queste di partenza. Ma se questa è la profondità delle persone che devono parlare di fede e ateismo, siamo veramente messi male. Certo, c'è il citato equivoco che per farlo bisogna esserne competenti. Due allora sono le considerazioni: Mancuso non conosce l'"altra sponda"; l'"altra sponda" sa perfettamente che la stretta competenza, il teologismo bibliotecario, la polverosità della dottrina, non hanno lo stesso sapore delle strade e delle genti.
A volte le istruzioni pr l'uso della spiritualità sono così strumentalmente complesse e complicate, che viene voglia di ridere in chiesa durante la funzione.
Ancora una volta Repubblica ha dato fiato a chi poteva dire la sua: avessi scritto io certe cose, o voi, Ezio Mauro ci avrebbe sbattuto la porta in faccia.
E se dio esistesse, in questo preciso istante farebbe saltare la corrente per qualche minuto a casa di Vito Mancuso. Così s'impara.

05 agosto 2008

5 agosto 1735

L'Indice dei libri proibiti è stato istituto dal VaticanChiesa nel 1559 ed è rimasto in vigore fino al 1966 (curiosamente è l'anno della mia nascita); in questo elenco ufficiale di pubblicazioni ritenute contrarie alla fede o alla morale cattolica è presente il meglio del pensiero della storia dell'umanità.
Vi chiedete come sia possibile che per 400 e rotti il VaticanChiesa abbia perpetuato questo ostracismo chiuso e bieco... be', ne ha impiegati solo 350 per rivedere il processo che condannò quel povero cristo di Galileo Galilei.
Naturalmente ancora nessuno ha chiesto perlomeno scusa per l'omicidio di Giordano Bruno.
Rincuoriamoci comunque: il 5 agosto 1735 viene ricordata come la Giornata dell'indipendenza dei giornali. In questo giorno, infatti, fu assolto l'editore americano Johan Peter Zenger dall'accusa di pubblicazione di scritti sediziosi e diffamanti nei confronti di un governatore.
Pochi anni dopo, nel 1789, verrà sancita strutturalmente la libertà di parola con la Dichiarazione della libertà dell'uomo.


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18 gennaio 2008

blogghezza

Leggevo sul Domenicale del Sole 24ore dell'altra settimana che Andrew Keen, un imprenditore di Silicon Valley, ha scritto un’invettiva sui blog.
Come può un meccanico d’auto avere la stessa autorevolezza di un genetista sulle malattie ereditarie?

15 novembre 2007

diverso ad ogni costo

I due principi enunciati qui a destra sono di un uomo di colore e di un omosessuale. La piattaforma che ospita questo blog nasce dall'intuizione di un ebreo. Le prime idee sulla programmazione appartengono a una donna dell'800.
Le mie origini vanno divise in quattro: da parte di mio padre, il cognome può essere riferito o ad antiche origini marrano/spagnole/ebraiche oppure a recondite origini slave; da parte di mia madre, metà è siciliana - con sensibili influssi arabi e svevi, l'altra metà può tranquillamente reputarsi romana.
I miei scrittori preferiti sono un inglese bisessuale (Byron), un alcolizzato fanfarone (Hemingway), un portoghese impotente (Pessoa), un mercenario greco (Senofonte), un giapponese ultranazionalista nonché morto suicida (Mishima), un tossicodipendente uxoricida (Burroughs), un buddista anarchico (Salinger), un fascista convinto (Celine) e un comunista intelligente (Camus)... e altri simpatici amici che ora non ricordo.
Ascolto musiche di vario genere: il rock, strumento del demonio per eccellenza; il jazz, anarchico ed individualista; la classica, il canone ormai per pochi eletti; la contemporanea, la logica dei furbi.
I miei registi preferiti sono o ebrei, o gay o conservatori.
Il mio cellulare è finlandese, il mio pc è taiwanese, la mia macchina fotografica è giapponese con lenti tedesche, le mie scarpe spagnole, il mio cappotto newyorchese, parte dei miei orologi svizzera, magliette cinesi...
La mia donna di servizio moldava, l'operaio di fiducia polacco, il commercialista e l'avvocato romanisti, il cognato napoletano, l'unico amico non gay è laziale... e una moglie femminista, anarchica, in carriera, con un cuore e due occhi verdi grandi così.
Insomma: sono un maschio italiano eterosessuale di sinistra - ahimé persino cresimato - di razza bianca, puramente doc. Qualcosa da ridire?



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20 settembre 2007

la nostra data

Quando ricordo a qualcuno che oggi sarebbe l'anniversario della presa di Porta Pia, questi si gira intorno cercando un elettricista... sembra una battuta, ma in fondo non lo è.
Oggi dovremmo celebrare una data universale.
LA data delle donne e degli uomini liberi, non solo laici o atei che siano, ma di tutti quelli che hanno il senso dell'amor proprio, del discernimento, dell'etica, del libero pensiero, del rispetto per tutti, della meritocrazia, delle libere religioni in liberi stati, dell'onestà ad ogni costo, della correttezza, della scienza, della Ragione, del dubbio, dell'Europa libera, del cielo sopra di me e della morale dentro di me, dell'antifascismo come forma mentis, dell'anticomunismo...
20 è un numero tondo, così come tonda è l'attitudine di chi crede in certi princìpi e in certi valori. Settembre è il mese in cui si incontrano la fine dell'estate e l'inizio dell'inverno, i due estremi degli insegnamenti della Natura e della natura.
1870 come gli anni in cui la furbizia cattolica ha imperato nel mondo, distribuendo terrore, simonie, falsità, grettezze di ogni risma, milioni di morti uccisi solo perché erano liberi dentro, capaci di andare oltre testi riscritti in maniera furba e disonesta da chi ha strumentalizzato simboli divini per propri bassi comodi.
Ma oggi come oggi, che cosa resta del 20 settembre 1870?


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07 giugno 2007

la sessualità
e il Vaticano

Non vorrei - nemmeno lontanamente! - fare da furbo cappello a quanto segue, ma girando per la rete ho potuto constatare con divertita meraviglia che sono stato l'unico a far parlare persone dotte sulla questione BBC vs Vaticano, compatibilmente - è ovvio - con gli spazi e la struttura insiti in un blog.
Il bello è che ho incrementato le letture di poche unità... curioso che di fronte a occasioni simili, la gente preferisca andar oltre certi approfondimenti. Bah.
Un'altra cosa che mi ha colpito è che quelli contro la BBC hanno reagito quasi sempre in automatico, e hanno fatto dissertazioni basandosi solo sul sentito dire del sentito dire del sentito dire, proponendo spesso letture arbitrarie e tagliuzzate di questo o quel Codice, malafedando tranquillamente sul fatto che da che mondo e mondo quello che è imposto in un testo (non per forza religioso) sarà l'ultima cosa che verrà messa in pratica.
Premesso ciò, spazio a un botta e risposta tra l'antico amico Luca - che saluto sempre con tantissimo affetto e nostalgia - e il comunque coraggioso Don Stefano Colombo.

Eventuali commenti e continuazioni verranno pubblicati a partire da martedì; domani vorrei parlarvi di altre cose.

Sarà perché sono omosessuale, ma quando uscì la notizia, giudicai (e continuo a farlo) tutta la faccenda molto omofoba.
La Chiesa (ma non solo lei) continua a fare invece l'errata equazione omosessualità=pedofilia (sperava dunque di mettere una toppa alla grave falla degli scandali pedofili in questo modo, accusando cioè la categoria dei gay "infiltratisi" nelle maglie vaticane).
Il problema alla base della Chiesa è secondo me la rimozione forzata (almeno in apparenza) di una componente fondametale di un individuo: la sessualità.
Difficile sublimarla a mio avviso in qualche modo che non risulti col tempo dannoso per sé stessi o per gli altri; reprimere la propria sessualità solitamente porta a nevrosi e/o devianze sessuali patologiche.
Sono convinto che permettere una vita sessuale sana anche agli uomini (e donne) di chiesa migliorerebbe di molto la vita degli stessi e permetterebbero una sana diminuzione delle loro condanne sessuofobiche che da millenni affliggono l'umanità.
Luca


Ci sono così tante cose da dire in merito.
La linea della Chiesa è chiara. La sessualità non è una cosa a sé, ma una parte della donna e dell'uomo data con due ragioni evidenti: la procreazione e l'unione.
Nessun'altra azione umana ha la conseguenza di dare origine ad una nuova persona. Ha un enorme, forse unico, impatto simultaneo nella sfera corporea, emotiva ed intellettuale. Nessuna attività umana come la sessualità è tanto aperta quindi al bene e quindi - per ovvio converso - al male: l'accesso al corpo dell'altro è perennemente potenzialmente violento; non un donarsi ma un possedere (non a caso si usa questo verbo in senso sessuale).
Dunque la sessualità non è una ossessione della Chiesa, ma una dimensione ineludibile della persona: tanto che ci sono delle differenze ineludibili tra uomini e donne in termini fisici, emotivi e intellettuali (non una superiorità/inferiorità ma differenza e complementarietà - che invece
ovviamente non si dà nei rapporti sessuali omosessuali).
Io - prete - non reprimo la mia sessualità, semplicemente la vivo in una maniera differente. La repressione o il disturbo sessuale ci può essere, ma ci può essere (c'è) anche in gente che vive una sessualità scatenata, o ha una vita sessuale normale.
Di storie del genere sono piene le riviste, i libri, i film, l'arte... Proprio per la drammaticità e il fascino che inevitabilmente le storie che narrano di questi problemi producono.
Quindi quanto osserva chi ha scritto queste parole è semplicemente una mancanza di visione generale su cosa sia la sessualità, la sua delicatezza, e quindi la sua dirompenza quando fattori turbativi intervengano.
Esempio chiaro: perché più o meno tutti siamo d'accordo nel proteggere i bambini da una esposizione non graduale e adeguatamente filtrata alla sessualità? Perché condanniamo la pornografia, e l'uso gratuito ed esibito della nudità?
E sulla repressione: come mai chiunque è sposato o fidanzato, desidera che il partner "reprima" i suoi istinti sessuali e non li segua se si sente attratto da altri?
Chi scrive risponda: è repressione o maturità e fedeltà, quindi un valore personale, relazionale e comunitario?
Gesù quando parla della verginità dice espressamente che solo chi vi è chiamato può capire, la definisce quindi come chiamata e vocazione. Ma d'altra parte tutti sono chiamati in differenti forme e modalità a vivere una vita dove la sessualità è sempre guidata, moderata dalla liberta, quindi è un ambito fortemente "morale".
La Chiesa semplicemente educa tutti, a partire dai sacerdoti, a riconoscere questo, anche e soprattutto nella dimensione di dono, felicità, responsabilità. Che comporta vari gradi di sacrificio, secondo la forma della vocazione di ognuno.
Io faccio fatica, ma non mi sento represso; sfidato sempre, certo, ma represso no.
Un saluto.
don Stefano




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05 giugno 2007

Un pastore valdese
e il filmato della BBC

Caro Alessandro,
ti ringrazio molto per il tuo invito ad intervenire, ma purtroppo sono molto preso da troppe cose [...]. Non ho visto Annozero di Michele Santoro, perché quella sera avevo la riunione del nostro consiglio, ma avevo già guardato il documento della BBC su Youtube. Cosa vuoi che si aggiunga?
È agghiacciante!
Posso solo dirti che mentre in Italia per parlare dei casi di pedofilia legati ai sacerdoti si è dovuta fare una faticaccia immane (con TG dieciminuti andato in onda la sera prima di Annozero in funzione apologetico-compensatoria a favore della chiesa cattolica); in America, dove ho lavorato come cappellano ospedaliero, i giornalisti erano liberi di parlarne, i telegiornali non tacevano le notizie, i politici non facevano loro pressioni indebite, e gli alti prelati cattolici erano costretti a rispondere alle coraggiose domande che venivano loro rivolte, senza potersi sottrarre.
Questo la dice lunga su quanto potere ancora, purtroppo, abbia la gerarchia cattolica in Italia e su quanto servili i nostri politici e i giornalisti (con qualche bella eccezione, tipo Santoro) siano verso di essa. Eppure il nostro dovrebbe essere uno stato laico.
Quelli di pedofilia sono e restano reati penale gravissimi,che vanno giudicati dai tribunali laici e non da quelli ecclesiastici.
Perciò l'atteggiamento della chiesa cattolica è stato assolutamente errato e antievangelico. Un reato penale resta tale anche se a commetterlo è un prete ed è dunque gravissimo tutelare i preti (e addirittura trasferirli di parrocchia in parrocchia moltiplicando gli orrori) e impedire alle vittime di parlare e di ricevere giustizia.
Un caro saluto!
Sergio Manna


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01 giugno 2007

breve carteggio con
Don Stefano Colombo

Come promesso, eccovi il breve carteggio intercorso tra il sottoscritto e Don Stefano Colombo - a molti noto per aver sottoposto una ferma e civile critica a Beppe Severgnini - sul fenomeno che ha accompagnato l'inchiesta della BBC (ieri NON ho visto Santoro).
Una doverosa premessa che lascio precisare al diretto interessato, coraggioso perché si espone in questa mia casa apparentemente livorosa e irruenta: il senso di un carteggio è che rimanga espressione "di getto" e non di rielaborazione, anche se - ripeto - mi rendo conto di aver generalizzato molto. Ma se qualcuno dovesse eccepire vedrò di spiegarmi meglio.

Inutile dire che il diretto interessato mi ha autorizzato a farvi leggere quanto segue, e lo ringrazio per questa sua generosa disponibilità.

Se farete commenti, dovrò prima farglieli leggere affinché possa rispondervi come meglio crede.



Gentile Colombo,

ho letto la sua lettera a Severgnini.

Naturalmente non ne condivido un granché, anzi (eppoi il suo distinguere tra pedofilia e adescamento è farisaico, se lo lasci dire).

Mi piacerebbe sapere cosa fa il Vaticano, di pratico, di concreto, contro questo tristissimo fenomeno.

Visto che lei si dimostra documentato, o appare come tale, perché non mi aiuta a capire cosa veramente state facendo contro questo schifo?

Cordialmente,

Alessandro L.


Guardi la distinzione mica la faccio io, ma coloro che studiano il problema: è piuttosto evidente la differenza che esiste tra l'atteggiamento predatorio verso bambini indifesi e quello verso adolescenti che hanno una maturità personale, ed anche sessuale, molto diversa. Tanto è vero che certi comportamenti erano codificati in Grecia e Roma, mentre non lo era l'abuso di bambini.

La mia esperienza in America è di una situazione grave. Che ha scosso la Chiesa dalla parte della gente, che si è sentita tradita - giustamente - dai vescovi che hanno sottovalutato il fenomeno.

La reazione fu persino in taluni casi di mandare i preti colpevoli in cura psichiatrica. Alcuni furono - dopo le cure - rispediti in parrocchia e fecero altri danni. Da qui la protesta - SACROSANTA - della gente.

La Chiesa ha un suo diritto interno che precede di secoli quello degli stati, e rinunciarvi non è ipotizzabile. Ma tale diritto si è rivelato assai problematico, in casi come questi.

Quello che la Chiesa ha fatto concretamente è, nell'ordine:

- una dura politica di rimozione immediata di qualsiasi sacerdote di cui si sospetti qualche irregolarità

- una maggior severità nello screening psicologico dei candidati al sacerdozio

- una maggior apertura della Chiesa in quanto tale alle autorità competenti, per le indagini. Questo, devo dire, ha implicato qualche prezzo molto pesante: l'isteria - forse inevitabile - che tali eventi hanno provocato, ha visto vari preti accusati in base a dicerie, la cui vita è stata rovinata, e che poi si sono dimostrati innocenti.

In Italia c'è stato persino un sacerdote che si è suicidato, per poi essere assolto in giudizio.

Questa nota, come anche il caso di Rignano, dove non ci sono sacerdoti coinvolti, dimostra come sia molto pericoloso e profondamente ingiusto trattare con puro sdegno questi casi, che sono tutti e sempre (che siano coinvolti sacerdoti o meno) profondamente delicati.

Se vuole, questo aggiunge un altro motivo di critica alla maniera brutale con cui i media di solito trattano questi casi.

Un saluto.

Don Stefano Colombo


Be', non condivido l'approccio così schematico - anche perché credo che il tragitto verso una certa maturità psicosessuale (mi passi il termine) si sia veramente allungato.

Di conseguenza se la definizione giuridica di pedofili resta negli ambiti da lei impostati, quella sociale andrebbe rivalutata.

Di converso, trovo la sua eloquenza e le sue attitudini veramente stimolanti.

Mi piacerebbe ospitare questo breve carteggio sul mio blog, sempre che non le crei problemi, visto che sono ateo e - benché etero - totalmente solidale e agguerrito per tutto ciò che riguarda i diritti dei gay.

Un saluto,

Alessandro L.


Caro Alessandro,

se ritiene che le poche cose sconnesse che ho scritto siano un contributo, faccia pure. Anche se tutte le volte che mi rileggo avrei sempre voglia di correggermi in vari punti.

L'approccio schematico è dovuto al mio riassunto non alle proposte in sé. Oggi tutti coloro che entrano in seminario sono sottoposti ad esami psicologici.

A questo si aggiunga che le persone che decidono di entrare in seminario sono spesso molto più adulte di quanto succedeva in passato.

Molti vi accedono dopo la laurea.

Io sono entrato in seminario a 29 anni.

Su questo argomento colgo l'occasione per farle notare che quando il Vaticano pubblicò il documento in cui si annunciavano delle misure ad hoc per seminaristi che avessero preferenze omosessuali, si gridò all'omofobia.

Ma ben pochi osservarono che il documento non diceva: "chi è omosessuale non può fare il prete", bensì che c'è una difficoltà maggiore, per una persona omosessuale che si ritrova a vivere in una comunità la cui legge, liberamente scelta, è il celibato, ma dove non sono presenti normalmente donne. Questo è oggettivamente un aiuto per la persona eterosessuale, che inizia una vita simile (rende il passaggio graduale) mentre non lo è per una persona omosessuale, che anzi si ritrova in un ambiente dove la componente maschile è fortemente sottolineata, in modo imparagonabile alla convivenza normale.

Chi, essendo omosessuale, non avesse una maturità personale (e quindi anche sessuale) adeguata, si ritroverebbe inevitabilmente molto provocato.

Questa non è discriminazione, è puro buon senso, eppure i media hanno presentato quel documento in quel modo assurdo. Ancora una volta ci sarebbe da domandarsi il perché...

Un saluto.

Don Stefano Colombo




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13 dicembre 2006

Il caso Welby e la coscienza cristiana

Eccovi l'intervento integrale del bellissimo intervento del pastore Sergio Manna. È ricco di informazioni e di elementi che francamente non conoscevo, e che arricchiscono la qualità del dibattito e le ragioni di chi difende l'eutanasia. Buona lettura


"NO" è davvero l’unica risposta cristiana possibile
alla domanda di eutanasia?

È dallo scorso mese di settembre, dopo la lettera indirizzata da Pergiorgio Welby al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che in Italia è tornato il dibattito sul tema dell’eutanasia. Guardando i programmi televisivi, o leggendo i quotidiani che hanno trattato la questione, sembrerebbe che esista un’unica risposta cristiana a chi chiede di poter interrompere la propria esistenza a causa di una malattia che non abbia prospettive di miglioramento e che comporti sofferenze intollerabili; questa risposta sarebbe quella del magistero cattolico: un no fermo e deciso.
Ma è proprio vero che non esista, in una prospettiva cristiana, un’altra risposta possibile? In questo articolo vorrei condividere alcune opinioni che sento fortemente e che mi vengono non soltanto dall’approfondimento dei documenti elaborati dal “Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza[1], ma anche e soprattutto dalla mia pratica pastorale di cappellano clinico.
Innanzi tutto vorrei fare una premessa. Non tutte le richieste di eutanasia sono davvero tali. Molte persone chiedono di essere aiutate a morire semplicemente perché nel nostro Paese il dolore fisico non viene adeguatamente trattato. In uno studio del 2002 l’Italia era al 101esimo posto nel mondo per somministrazione di morfina ai malati gravi, subito dopo l’Eritrea.
Non credo che le cose siano molto cambiate negli ultimi anni. Sebbene la morfina sia il farmaco più efficace nella terapia del dolore, siamo ancora scandalosamente indietro nel suo utilizzo. Si preferisce, quando va bene, l’utilizzo della codeina, che ne è un derivato ma non ne ha la stessa efficacia e costa addirittura di più.
Quanti malati che muoiono bestemmiando e chiedono di farla finita per le sofferenze atroci che devono sopportare, potrebbero invece andarsene in pace se il loro dolore venisse correttamente trattato?
Sono convinto che un adeguato uso dei farmaci analgesici, primo fra tutti la morfina, ridurrebbe di molto le richieste di eutanasia.
E tuttavia rimangono quei casi in cui neppure i più potenti oppiacei risolvono il problema; casi in cui ai dolori fisici si aggiungono le sofferenze esistenziali, spirituali, psicologiche, che non vengono meno neppure con la preghiera, con un adeguato accompagnamento pastorale o psicologico, con l’amorevole sostegno di amici e parenti.
Non si tratta di ragionare a partire da principi astratti. Bisogna confrontarsi con i casi concreti, con le sofferenze vere di persone reali.
Come porci allora di fronte a Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare in fase molto avanzata, che chiede di essere aiutato a morire serenamente anziché dover convivere con la prospettiva angosciosa di un’atroce morte per soffocamento?
Può esservi, in una prospettiva cristiana, una risposta diversa da quella del magistero cattolico?
La risposta cattolica Welby la conosce bene, e infatti la riporta nella sua lettera al Presidente della Repubblica, aggiungendovi però i motivi per i quali non la ritiene soddisfacente: <<Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico
>>[2].
Ritengo che le critiche di Welby alla posizione ufficiale cattolica siano pertinenti e che quel suo richiamo alla pietas sia condivisibile non soltanto dal laico (nel senso del non credente), ma anche dal cristiano, a qualunque confessione appartenga.
Le moderne tecnologie ci permettono oggi di prolungare, fino all’inversosimile, delle esistenze che per vie “naturali” si sarebbero già concluse da lungo tempo[3]. E allora, si tratta veramente di prolungamento della vita o non ci troviamo, piuttosto, di fronte al prolungamento dell’agonia?
Il giorno in cui anche in Italia (come già avviene in tanti Paesi civili) sarà possibile compilare il Testamento Biologico[4], con il quale ciascuna persona potrà decidere per se stessa quali trattamenti medici accettare e quali rifiutare, potendo finalmente respingere in piena coscienza quelle pratiche il cui scopo sia il mero prolungamento dei propri giorni, potremo forse avere una riduzione ulteriore dei casi in cui le persone chiedono l’eutanasia. Ci auguriamo che quel giorno venga presto e dovremmo fare tutto quanto è in nostro potere affinché un tale giorno arrivi davvero!
Nel frattempo, però, quale risposta dare alla richiesta di Piergiorgio Welby?
Esiste una risposta cristiana altra, rispetto al no assoluto e immodificabile dichiarato dal magistero cattolico?
Da cristiano evangelico credo che ci siano almeno due parole di Gesù che possono guidare la nostra riflessione in vista di una risposta: “ama il prossimo tuo come te stesso[5] e “come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro[6].
Sappiamo che alla domanda “chi è il mio prossimo?” Gesù rispose con la parabola del samaritano[7], come a ricordare che il mio prossimo è anche colui che non la pensa come me, che non ha il mio stesso sistema di credenze e valori. E allora, non è detto che la visione etica o bioetica di una chiesa vada accettata da tutti o imposta a tutti, indipendentemente dal loro credo o in assenza di un credo. Amore per il prossimo significa, dunque, anche prenderne sul serio le domande, anche quelle scomode, e non valutarle o, peggio ancora, ignorarle a partire da principi generali fissi e immutabili.
Fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, nel caso di Piergiorgio Welby, significa metterci davvero nei suoi panni per qualche giorno e solo allora cercare di dare una risposta che non sia spietata, cioè priva di quella pietas da lui invocata. Paradossalmente, nella situazione di Welby, la pietas, o, se preferiamo, la carità cristiana, potrebbe trovarsi non già in un rifiuto perentorio, assoluto, alla sua richiesta di por fine alle proprie sofferenze, bensì proprio nell’accoglienza di quella sua volontà.
E allora, se io fossi nei panni di Welby, vorrei che quella mia richiesta, cui da solo non posso rispondere, venisse accolta e rispettata; se mi trovassi nelle sue condizioni, vorrei che domani venisse fatto a me ciò che egli richiede oggi per se stesso.

Termino con le parole conclusive del documento del Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza che rispecchiano in pieno il mio pensiero e il mio sentire:

Da quale parte sta il Dio della vita e della promessa? Dalla parte del non-senso del dolore acuto di un malato inguaribile o dalla parte del suo umano desiderio di morire? Per quanto paradossale possa essere, in una tale situazione accogliere la domanda di morte significa accogliere la domanda della vita, accogliere il diritto di morire coscientemente la propria morte. Il medico che accoglie questa domanda del malato inguaribile l’accoglie all’interno di un lungo processo di cura e di relazioni. Il medico che si rende disponibile al suicidio assistito o all’eutanasia non commette un crimine, non viola alcuna legge divina, compie un gesto umano, di profondo rispetto, a difesa di quella vita che ha un nome e una storia di relazioni.”[8]

Sergio Manna
Pastore valdese

Pomaretto, 5 dicembre 2006

[1] Costituito dalla Tavola Valdese nel 1992, ha elaborato i seguenti documenti, posti all’attenzione delle chiese e poi pubblicati dalla casa editrice Claudiana: Bioetica, Aborto, Eutanasia (1998), Procreazione medicalmente assistita (1999). Utile anche la lettura di Giovanna Pons, Progresso scientifico e bioetica, 1999, Claudiana.
[2] Lettera di Piergorgio Welby al Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, settembre 2006
[3] Cfr. anche il caso di Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente in seguito ad incidente stradale avvenuto il 18 gennaio del 1992 e tenuta artificialmente in vita ancora oggi, nonostante il parere contrario dei genitori. La British Medical Association e la American Academy of Neurology sostengono che, in casi come questi, sia lecito sospendere la nutrizione e l’idratazione artificiale perché prolungare la sopravvivenza oltre i dodici mesi sarebbe accanimento terapeutico. Eluana è in quello stato da quasi quindici anni.
[4]Fin dai primi anni ’90 veniva distribuito ai pazienti dell’Ospedale Evangelico Villa Betania di Napoli un’eccellente esempio di testamento biologico elaborato dall’allora cappellano, il pastore evangelico battista Massimo Aprile. Ne esistono oggi altri ottimi esempi su internet.
[5] Marco12:31
[6] Luca 6:31
[7] Luca10:25-37
[8] “Eutanasia e suicidio assistito”, in Bioetica, Aborto, Eutanasia, Claudiana, Torino, 1998, p.90

19 gennaio 2006

perché Dio permette la sofferenza?

Come ho già sottolineato nel precedente post, non sono un credente, ma resto sempre affascinato dalla straordinaria competenza e conoscenza che caratterizza certi religiosi non per forza "famosi".

Da mesi, ormai, nella pagina dei commenti di Repubblica, Corrado Augias sta portando avanti un lungo e fascinoso confronto sulla fede, che sta coinvolgendo semplici lettrici e lettori, come anche persone competenti e illuminate, di ogni estrazione sociale e - soprattutto - credenti o laiche.

Mercoledì scorso, è apparsa una bellissima lettera di Sergio Manna, un pastore valdese che ha aggiunto il proprio contributo che qui pubblico integralmente, non costretto cioè dalle giuste e legittime leggi editoriali che spesso sintetizzano i contributi dei lettori per oggettive ragioni di spazio.

Ringrazio il pastore che mi ha autorizzato alla pubblicazione e che mi ha espressamente richiesto di lasciare la sua firma oltreché il suo account.

minimAle

Caro Augias,

sono un pastore valdese e le scrivo a proposito della lettera di un lettore e della sua conseguente risposta. Lei ha ragione nel dire che sulle domande poste dal lettore, e dunque sulla questione della teodicea, "nessuno ha finora saputo trovare una risposta soddisfacente". Premetto perciò che la mia non intende essere quella risposta soddisfacente, che in questo mondo non c’è. Ma entrambi i vostri contributi si concludono con il richiamo all'angoscia e dunque vorrei intervenire per questo.

Mi permetto di suggerire al lettore la lettura di un libro che affronta le tematiche da lui enunciate e denunciate. L’autore non è un teologo o un filosofo che si metta a ragionare in astratto sul problema della teodicea con l’unico intento di giustificare e riabilitare Dio. È un rabbino, Harold S. Kushner, che fa sulla sua pelle l’esperienza del giusto che soffre ingiustamente: il figlio gli muore a 14 anni per una malattia terribile che si chiama progeria e che porta il corpo di chi ne è affetto ad invecchiare e giungere alla morte precocissimamente. Alla morte del figlio il rabbino si rende conto che nessuna delle risposte tradizionali della fede gli è di conforto, incluse le risposte che lui aveva a suo tempo dato da rabbino sia dal pulpito che nei colloqui privati con credenti che si sentivano colpiti ingiustamente da lutti, malattie o catastrofi e chiedevano "perché Dio l’ha permesso?".

Il libro, in traduzione italiana, si intitola appunto "Ma cosa ho fatto per meritare questo?" (il cui titolo originale è invece "When bad things happen to good people"). Prendendo spunto dalla sua esperienza e rileggendo il libro biblico di Giobbe (per eccellenza nella Bibbia ebraica il giusto che soffre ingiustamente), Kushner riflette sulla questione della bontà, della giustizia e della onnipotenza di Dio (un po’ come Hans Jonas, da lei giustamente citato), arrivando a dire che nel caso di Giobbe, come in tutti i casi che richiamano la questione della teodicea (e dunque anche le questioni richiamate dal lettore e da lei stesso) diventa evidente che Dio non può essere tutte e tre le cose: buono, giusto e onnipotente.

Se è onnipotente, bastano le questioni richiamate dal lettore per affermare che non è né buono né giusto. Se invece è buono e giusto dovremo allora rinunciare all’idea che sia onnipotente. E a questa rinuncia arriva Kushner. Non so se posso far mie fino in fondo le sue conclusioni sulla non onnipotenza di Dio; mi piace però che il suo libro non si concluda con un lamento angoscioso e angosciato.

Alla domanda dov’è Dio nella nostra sofferenza e nelle ingiuste tragedie che colpiscono il nostro prossimo e il mondo, Kushner risponde che Dio è colui che ci da la forza di affrontarle e superarle, colui che ha dato la forza agli ebrei sopravvissuti agli orrori dei lager nazisti di ricostruirsi una vita e andare avanti, che ha dato a lui e a tante persone la forza di riprendersi da esperienze di lutto e dolore dalle quali non avrebbero mai pensato di poter uscire; Dio è colui che ispira tante persone a dedicarsi alla cura di coloro che sono colpiti dalle tragedie che la vita comporta, e il miracolo che talvolta Dio compie e di riportare la speranza in situazioni di cupa disperazione.

Da pastore valdese sono stato per anni cappellano ospedaliero e ho fatto esperienza di tutto questo. Ho compreso che la domanda "perché Dio mi fa questo?", molto spesso, più che una domanda sulla teodicea è una richiesta d’aiuto e che la mia risposta non deve consistere nel tentativo di giustificare Dio, come fanno gli amici di Giobbe, ma nello stare accanto a chi soffre, accettandone e talvolta perfino condividendone le bestemmie. Mi è già capitato di vedere come persone gravemente e ingiustamente colpite da mali terribili che maledicevano Dio, come vedendo in lui l’origine dei propri mali, siano poi giunte a riconoscerlo non più e non tanto nella loro malattia, o nella mancanza di guarigione, quanto piuttosto nella presenza costante di coloro che le hanno accompagnate, aiutate e sostenute, con amore, pazienza, rispetto, senza alcuna forma di giudizio o pregiudizio.

Non ho visto tante guarigioni miracolose, ho visto però quest’altro genere di miracoli: persone la cui unica preghiera poteva essere "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?" (Salmo 22,1) che hanno concluso la propria esistenza dicendo "Anima mia, benedici il Signore" (Salmo 103,1). So bene che purtroppo in molti casi la vita si conclude comunque con quel grido terribile: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?", sono anche le ultime parole di Gesù sulla croce, ma da credente mi consola il fatto che la risposta di Dio a quella preghiera, per Gesù come per noi, esiste e si chiama resurrezione.

Sergio Manna (pastore valdese) ser.manna@tin.it