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31 gennaio 2022

CHURCHILL, LA BIOGRAFIA di Andrew Roberts (UTET)

In un blog come questo, specie in questi anni in cui i blog stanno morendo, non avrebbe senso alcuno cimentarsi in una critica ridondante di un libro come questo, perché significherebbe solo riassumere il testo appena letto. 
Quello di Roberts, è un capolavoro di altissima qualità, confortato anche dall'inedita consultazione degli archivi pressoché inaccessibili della Corona, come anche di un approccio critico ma non autoreferenziale, puntiglioso ma mai preconcetto, entusiasta ma mai ipocrita, critico ma mai polemico.
Si respira la Storia, la Cultura e una precisione dei tempi narrativi che supera di gran lunga quelli dei romanzieri più navigati e disinvolti. Un testo ricco e profondo, documentato anche attingendo da periodici coevi, testi di contorno, biografie e saggi, sia di contemporanei che di ultimissima pubblicazione.
Ma, soprattutto, è un testo accessibile a chiunque; dove quel "chiunque" allude chiaramente a chi volesse veramente conoscere i fatti separati dalle opinioni (che, guarda caso, sono in un capitolo a parte, l'ultimo).
L'unico appunto che mi sento di fare all'edizione italiana è sulla punteggiatura: mal curata e approssimativa. Non so se sia colpa della traduzione (però precisa) o dell'edizione; ma la punteggiatura è un continuo delitto alla buona lettura. Per ovviare a tanti e insistenti inciampi, mi sono imposto di leggere uno, massimo due capitoli per volta, nonostante l'insieme fosse avvincente; altrimenti mi sarei affaticato inutilmente a ricostruire quanto già nel testo è ampiamente suggerito.
Certo è che, a ridosso degli ultimi eventi politici italiani, c'è anche molto da imparare su Churchill: sapeva sbagliare, gli consentivano di farlo, sapeva ragionare nell'immediato come anche a lungo respiro, poteva contare su un popolo dignitoso, orgoglioso, fiero e sempre accanto a lui nella lotta contro il nazifascismo. Esattamente l'opposto di noi italiani che, allora come in questi mesi di pandemia, dimostrammo e abbiamo dimostrato una totale mancanza di senso etico e della comunità, che veramente gridano vendetta.
Certo è che Churchill ne esce nella sua integrità, capace di distruggere Hitler pressoché da solo, ma anche caparbio nell'insistere in un certo modo di essere inglese, che ai giorni nostri striderebbe anche nelle coscienze di chi lo ha stimato senza limiti.
Un libro, insomma, che merita più di una lettura. 

20 dicembre 2021

CHE HAI FATTO IN TUTTI QUESTI ANNI (Einaudi)

Se esistesse una biblioteca perfetta, di quelle che ospitano solo opere perfette, scritte ed editate in maniera perfetta, questo libro ne farebbe sicuramente parte.
Non è solo la storia della produzione di "C'era una volta in America", non è solo un viaggio dentro l'ultimo raggio di luce della purtroppo breve vita dell'immenso Sergio Leone, non è solo un omaggio al cinema, alla musica, al montaggio, alla fotografia - e anche alla produzione: è un insieme di queste cose e di molto altro, dove tutto è ben cesellato, equilibrato, mai fuori luogo né tantomeno esagerato, in cui ogni singola parte contribuisce all'insieme, mantenendo comunque la sua singola dignità e la sua necessaria visibilità. 
Ma, soprattutto, non è un'operazione nostalgia.
Certo, si respirano comunque amore incondizionato e un languore pieno di grazia, come anche un certo modo romantico di raccontare gli ultimi bagliori del crepuscolo cinematografico italiano, che in quegli anni ancora sapeva illuminare il cosmo della settima arte con una sua inestimabile grammatica e un invidioso coraggio.
C'è anche un'impostazione di fondo, sottile e impercettibile ma ben presente, che credo sia utile anche per chi volesse cimentarsi nel difficile mestiere della critica. Quella attualmente in voga, infatti, o è anacronisticamente militante (cfr FilmTv) o eccessivamente commerciale (cfr Ciak), vincolate o dall'angusto gusto personale o da una malcelata sponsorizzazione.
Qui, invece, il critico si documenta, argomenta, ricostruisce, ritrova i bandoli delle matasse e li racconta per quello che sono, non mitizza né mortifica, non si autocompiace della sua competenza né sgomita per farsi notare.
Insomma, è un libro che ho fatto fatica a riporre nello scaffale.
Da leggere e rileggere, magari rivedendo poi per l'ennesima volta il bellissimo capolavoro di Sergio Leone.

12 dicembre 2021

IL CREPUSCOLO DEL MONDO di Werner Herzog

Considero Werner Herzog l’ultimo dei grandi autori di ogni tempo. Ogni sua opera, filmica o letteraria che sia, porta con sé un senso della spiritualità e dell’assoluto che raramente ho incontrato così costantemente in altri artisti. 
Forse in Rilke, sicuramente in Mozart e Bach. 
Ma l’immanenza di Herzog è paradossalmente migliore di questi, perché sempre più messa alla prova da una modernità che ci sta trasformando tutti nei ritratti di Dorian Gray di noi stessi. 
L’ultimo suo romanzo/cronaca è bello, molto bello, dotato di quella consueta magia che solo possono averti i testi di questo immenso artista: è la storia di Hiroo Onoda, il proverbiale ultimo giapponese che continuò la sua battaglia personale contro gli Stati Uniti, nonostante la guerra fosse finita da tempo.
Herzog non interpreta il protagonista, né tantomeno restituisce un racconto epico o etico: semplicemente, racconta la storia di un soldato leale che svolge il suo compito perché deve essere svolto, senza la ricerca del consenso, senza la bramosia di un premio, senza volersi ergere a eroe di una morale a buon mercato.
Onoda fa quello che farebbe un buon soldato: combattere il nemico e farlo nel miglior modo possibile.
È un romanzo asciutto, che si legge d'un fiato, che si assapora all'ombra di una quercia, in un frizzante pomeriggio autunnale, sorseggiando un superacolico leggero e torbato, scrutando ogni tanto il cielo, nell'attesa che il tramonto esali la sua ultima luce.

02 novembre 2020

SEAN CONNERY per i più giovani

Se ogni morte di uomo ci diminuisce, quella di Sean Connery è una cesura netta tra un mondo finto ma autentico e quello autentico ma finto che stiamo vivendo in questo ultimo decennio: il senso della mAraviglia del cinema di allora contro questa ipertecnologia che è fatta proprio per spoilerare tutto, anche i sentimenti genuini del perenne bimbo che è in ognuno di noi. Nulla di male, per carità; ma ci sono momenti e modi di essere che i giovani di oggi hanno perso, e non certo per conflitto generazionale.
Voglio dire che con mio padre, con mio suocero, con Marco Risi (che è la generazione di mezzo), con addirittura mio nonno (a guardarsi indietro), abbiamo condiviso lo stesso modo di andare in sala. Abbiamo differenze generazionali su innumerevoli cose, ma non su questo modo di vivere l'unica vera arte collettiva che l'uomo sia mai riuscito a tirar fuori dal cilindro: il cinema, appunto.
Gli odori, innanzitutto. Quello di cera dozzinale che veniva spalmata a mano in maniera svogliata da tuttofare di sala che spesso erano anche bigliettai, maschere improvvisate (chi strappava i biglietti, per intenderci), elettricisti, proiezionisti... 
La cera di sedie scomode, con lo schienale che sbatteva ogni qualvolta ti alzavi per far passare qualcuno. E, naturalmente, se provavi ad andare in bagno, la porta del cesso era sempre illuminata a foggia di spione: quello va a pisciare, quello va a pisciare...
Già, la maschera. Se mia madre presentava i biglietti omaggio, c'era sempre una mancia per la signorina, che spesso ci accompagnava in sala indicandoci un posto lì in fondo... che inevitabilmente cambiavo per sedermi dalla parte opposta.
La fila. Fare la fila per accaparrarsi il posto migliore: una battaglia epocale, in cui mamme distratte inserivano figli monelli tra le maglie di altre mamme distratte. Il primo che arrivava, prendeva posto per mezza dozzina di matti scalmanati. Se di mezzo c'era un papà enorme, finiva sempre in urla che duravano lo spazio di un momento.
Cappotti arrotolati per far vedere lo schermo al più basso della famiglia, perché davanti a te si sedeva sempre lo stronzone altissimo o la mamma col cappellino-che-non-posso-togliere.
Pop-corn vietati perché fanno male al pancino, poi stasera non ceni e te le do sopra.
Posti in piedi o sugli scalini, il venerdì, il sabato e la domenica. Ho visto più film seduto sugli scalini io, che un personaggio di Vittorio De Sica.
Si poteva entrare anche a proiezione iniziata. Per anni non ho capito l'inizio dei film (tanto l'avrei rivisto subito dopo), perché per buoni dieci minuti i ritardatari facevano più casino di una banda di irlandesi nel giorno di San Patrizio.
Il rumore del proiettore, l'unico consentito. Già, per quanto possa sembrare strano, nessuno smartphone, chat, luce, lucina, commenti inutili, vecchiette reprobe o ragazzini distratti. La sala era il polmone del film: respirava le scene e le commentava all'unisono. Si rideva insieme, si piangeva insieme, ci si agitava se il buono prendeva gli schiaffi o se il cattivo stava covando la trappola mortale.
Potevi vedere i film più volte, con un solo biglietto. 
Ma, soprattutto, per molti anni quel film non l'avresti più rivisto: la televisione non lo trasmetteva pressoché immediatamente come usa adesso. La nostra memoria visiva e l'imparare lesti le battute migliori ci hanno aiutato non poco nella vita sociale di ogni giorno: interi pomeriggi a ripetere certe scene o a commentare certi passaggi. De visu, senza whatsapp, Twitter...
Potevi vedere film "antichi", anche quelli veramente vecchi, che i tuoi genitori avevano visto loro da giovanissimi. E il nostro gusto e la nostra passione erano tali che non ci importava più di tanto questo apparente contrasto cronologico.
Spoiler. Sì, qualcuno spoilerava, ma era cosa rara e spesso con la coda di una grande fuga per i vicoli romani. Certo, in classe qualche scemo ti raccontava come andava a finire, ma dopo un paio di volte che c'eri caduto, evitavi poi di affrontare l'argomento.
Rimorchio. Ecco, questo per me è stato complicato, perché o mi accompagnava mia madre o - quando ero cresciuto - andavo in gruppo, magari con l'intento di provarci con una compagna di classe che regolarmente mi sfanculava, mentre magari in sala c'era quella biondarella che mi facevo il faccione rimorchione.
Costi. Il cinema era veramente per tutti: c'era la prima visione, la seconda visione, le sale d'essai e quelle parrocchiali. Io ho visto tutti gli 007 al cinema, saltando solo quelli con Dalton. Tutti. E per una serie incredibile di botte di fortuna, li ho visti in ordine; ma questo l'ho scoperto anni dopo. Allora non esisteva internet ed era difficilissimo avere informazioni, di qualsiasi tipo. Certo, potevi andare in libreria e sfogliacchiare questo o quel libro, ma non era cosa di tutti e i libri fatti bene erano pochi e costosi.
Ricordo con un immenso groppo in gola quelle giornate intere passate in sale che ormai non esistono più, alcune veramente epiche: Clodio, Labirinto, Augustus, Tuscolano, Reale, Induno... sale in cui ho incrociato sguardi, espressioni, odori, vestiti, persone di ogni dove, svestite della propria identità e totalmente asservite all'Emozione.
Ecco: emozione.
Ancora oggi, quando partono i bumper delle major di altri tempi, io ho un groppo che m'invade il corpo e l'anima, che devo fermare prima che si manifesti in lacrime e ricordi, perché non si può vivere guardandosi indietro.
Sean Connery c'era sempre. 
Il giorno più lungo, Zardoz, Il vento e il leone, L'uomo che volle farsi re, Robin e Marian, Quell'ultimo ponte, Meteor, Highlander, Gli intoccabili, Caccia a Ottobre Rosso, Il primo cavaliere.
Ricordo il bruttissimo Robin Hood con Kevin Costner. La sala si stava annoiando come raramente mi era capitato di vedere. Ad un certo punto - verso la fine - si sente una voce fuori campo: stacco sul volto di un re, l'unico re che poteva salvare una pellicola dal disastro totale. 
Era Sean Connery.
Scoppiò un applauso fragoroso, epico, unico, un omaggio spontaneo e sentito, intergenerazionale, che sovrastò il suo dialogo quasi per intero.
La sera stessa in cui è morto, ho rivisto Dottor No, Licenza di Uccidere insomma. La sua primissima scena è un paradosso teatrale: per non impallare l'inquadratura, si accende la sigaretta dalla parte opposta (da destra verso sinistra, insomma), senza guardare. Provate a farlo voi e minimo bruciate casa vostra e quella del vicino.
Ma per Sean Connery tutto era naturale, fluido, sobrio, senza sudori, puzze o fatiche, costantemente ma naturalmente attento verso se stesso e la trama, rispettoso di quel sottile patto con il pubblico che rende un attore così mitologico.
Indossava subito i suoi personaggi, mantenendo l'esatto equilibrio tra ruolo e interpretazione. Ci aspettava in sala come fosse un amico, e ci regalava la mAraviglia. E poi ci accompagnava nella nostra quotidianità, appiccicato nel cuore, come una brezza di affetto inaspettato.
Più che con una citazione da uno dei suoi Bond (i migliori, chiaramente), vi lascio con questo commiato dal Vento e il leone.
A Theodore Roosevelt: tu sei come il vento e io come il leone. Tu crei la tempesta, la sabbia punge i miei occhi e la terra è arsa. Io ruggisco e ti sfido ma tu non mi senti. Però fra noi c'è una grande differenza. Io, come il leone, devo rimanere nel mio posto. Tu, come il vento, non sai mai quale sia, il tuo posto. Mulay Achmed Mohammed el-Raisuli il Magnifico. Signore del Rif. Sultano dei Berberi.

04 maggio 2020

il libraio

Ero indeciso se raccontare o no questa storia, perché temevo che il protagonista potesse offendersi. Poi ho avuto un'illuminazione, grazie paradossalmente a un difetto di Repubblica. Io non ne posso più delle narrazioni di questo quotidiano, quando cioè spiega a noi lettori cosa proviamo noi lettori durante questa quarantena, con irritanti frasette salottiere tipo: la fragilità della donna, la libertà negata ai bambini, gli uomini riscoprono la famiglia... ma che palle!
Insomma, a me non piacciono queste narrazioni prefabbricate, e la cosa divertente è che ci stavo cascando io per primo. Per cui vi racconto Roberto. E soprattutto di come restai invischiato nel Repubblica's Theory di cui sopra.
Testaccio ha una libreria molto bella. Non ha tutti i libri che cerchi, ma per fortuna ha tutti quei libri che non immaginavi esistessero. E se poi sei un lettore vorace, puoi anche ordinare quello che non trovi.
Il paradosso di questa libreria è che i ragazzi non sembrano né negozianti né lettori voraci: non hanno l'insistenza del negoziante né la boria dell'intellettuale che fa finta di consigliare libri che neanche lui ha letto.
Per cui io so che posso entrare e comprare, oppure entrare e guardare, oppure entrare e farmi una chiacchierata, oppure tutte queste cose insieme o parte di esse. E senza sentirmi vincolato, obbligato, forzato. 
Roberto è chiaramente quello più quadrato, attento, scrupoloso, preciso e sotto molti aspetti la pietra angolare sia della parte amministrativa che di quella organizzativa. Non è che gli altri siano da meno, ma Roberto ha quel qualcosa che si fa vedere subito.
Ogni tanto chiacchieriamo. Spesso scherziamo. Comunque ha sempre quel pregio di farmi sentire importante ma senza lecchismo.
Un giorno comprai un piccolo libro della Guanda in cui Werner Herzog presenta testo e appunti del suo Fitzcarraldo. Mentre stavo pagando, dissi a Roberto che quell'immagine mi emozionava in maniera quasi commovente. Nel 1991, infatti, ero stato in Brasile per un mese, e in quel del Rio delle Amazzoni vidi una barca pressoché identica, accroccata su un colle vicino alla riva.
Insomma, promisi a Roberto che gli avrei fatto vedere la mia foto, così che il mio languore non fosse solo una rappresentazione della mia nostalgia, ma un fatto realmente accaduto. Roberto annuì, sapendo che avrei mantenuto la mia parola. E, infatti, il giorno dopo gli feci vedere la mia foto... e lui la sua: la Disneyland di Parigi!
Io restai bloccato un microsecondo, ma poi prontamente gli chiesi perché e cercai di seguirlo nella sua nostalgia. Insomma, portando i figli a vedere quel parco incredibile si era commosso lui: era come fosse diventato reale tutto quello che Disney gli aveva fatto vivere quando era piccolo.
Ancora oggi mi dò del deficiente: perché ebbi quel sussulto? Perché ritenevo il mio Fitzcarraldo superiore al suo Topolino! Stavo seguendo il Repubblica's Theory, ca@@o! Ero caduto in quella trappola salottiera, ma soprattutto in maniera istintiva!
Due giorni fa, ho incontrato Roberto durante la fila per la Farmacia. La prima cosa che mi ha chiesto è: come sta tua moglie? È riuscita a rientrare prima che chiudessero Milano?
Roberto 2 - Alessandro 0

30 aprile 2020

beejoux

Accanto a Cesare, qui nel Nuovo Mercato di Testaccio, c'è un omone nato calvo. 
Sì, non c'è altra spiegazione: a lui i capelli li hanno strappati via appena nato; sta così bene come sta adesso, che quasi si stenta a credere che sia stato giovane.
Come tutti i calvi di antica stirpe, non saprei che anni possa mai avere, anche se, calcolando gusti e riferimenti, credo che stia dalle parti della mia sorella maggiore, nata nel '60.
È sempre, dico sempre!, sorridente; con quel faccione che si illumina appena ti riconosce (o fa finta di riconoscerti: così prevengo il vostro cinismo). Ma anche se fosse un sorriso da negoziante, sa farti sentire subito a tuo agio. 
E nonostante il suo negozio sia un buco con la vivibilità di una custodia per smartphone, non mette mai pressione alcuna ai clienti. Puoi girare per ore, smanazzando ogni cosa, e lui sta per fatti suoi, ritoccando quella borsa o riaggiustando le buste nella portina che dà sul retro (un retro che è più piccolo di questo blog, intendiamoci).
L'insegna del suo negozio mette insieme la traduzione inglese di ape (bee) con la parola "bijoux". Devo dire che sarebbe cosa infelice se venisse da qualsiasi altra persona; ma da lui la accetti.
Quando prende in mano una delle sue nuove borse, sembra ti stia porgendo l'originale della Maschera di Agamennone o il Kohinoor. E quando accarezza la loro pelle sembra stia facendo sesso con la donna più sensuale di tutta Roma.
A me dà sempre l'impressione di essere un avventuriero con un bagaglio di esperienze grosso così, che si è dato alla pelletteria per scelta etica, come se in passato fosse stato un soldato della Legione Straniera o un esploratore che ha dovuto uccidere animali e uomini per tornare sano a casa.
Inutile dire che è un passaggio obbligato quando Silvia ed io passiamo da quelle parti, quasi un rito cui non possiamo rinunciare.
Chissà come sta passando questa quarantena.

29 aprile 2020

l'infermiere

Alcuni di voi lo conoscono, specie chi frequenta questo blog da quando è nato... oddio, quando è nato?
Pensate che il primo html lo ritoccai io: una splendida versione in tre colonne, con l'header dedicato a Corto Maltese. E una quantità interessante di lettori: anni fa, i blog andavano per la maggiore, e questo minimAL si difendeva bene... vabbè, altri tempi.

Insomma, la persona di cui vorrei parlare è stato il mio infermiere per sei mesi, quando la mia gamba destra si ridusse in un pacchetto di cracker su cui si era seduto un elefante, di quelli pesanti.
Io l'infermiere non lo volevo, ma non solo per una questione di cacca mattutina (che quando stai bloccato a letto diventa un problema, ve lo assicuro), ma per dignità personale. Insomma, non mi piace cedere. 
Mai.
Qualcuno crede che ami recitare la parte dell'uomo forte. Non so che dirvi, ma io non recito. È che onestamente non capisco le persone fragili: parliamo due lingue diverse. Per me la fragilità non esiste. E accettare un infermiere significava dimostrarsi fragile.
Questo immenso pezzo di bontà si ritrovò davanti uno scorbuticone (che peraltro non era andato in bagno da dieci giorni) che scalciava e che non ne voleva sapere di avere una persona tra i piedi.
I primi giorni devo proprio averlo trattato male, malissimo. Quasi non gli rivolgevo la parola. E però riuscì a sembrare quello che poi era, perché non faceva mai un plissé, non palesava mai fastidio o irritazione per il mio pessimo comportamento. E poi, a proposito di cacche, chiarì subito che lui le puzze non le sentiva. Non so se fosse vero o no; ma era già un ottimo inizio.
Con lui ho ripreso a camminare. 
Lentamente. 
Inesorabilmente.
Nonostante dolori atroci e una gamba che ancora oggi sembra mezza sgonfia. Degli oltre 30 chiodi e vitarelle e mantice sputacchiato, mi sono rimaste giusto tre viti perché il grande Massobrio ha preferito lasciarle lì.
E Simone stava sempre lì accanto a me, ogni santa mattina. Colazione, cesso, doccia... ah, già, non vi ho detto che non mi piace farmi vedere col pipicchio di fuori. Allora Simone mi sollevava di peso, gesso compresso, mi buttava semivestito dentro la vasca, aspettava che mi lavassi fa solo, aspettava inoltre che mi coprissi il pipicchio per fatti miei, e poi entrava e mi risollevava di peso per rimettermi sulla sedia.
All'inizio la terapia era da fermo. E lì si "vendicò", nel senso più affettuoso del termine, per carità: mi raccontava tutte le sue partite di texas hold'em. Sono certo che se gliele richiedessi oggi, me le saprebbe raccontare intatte come allora, mano dopo mano, carta per carta.
Il nostro rapporto divenne sempre più affettuoso, tanto che a volte mi chiedeva consigli o mi raccontava i fatti suoi. 
Il giorno che da casa, stampelle e tutore bloccato indossati a dovere, andai fino al cimitero dietro il vecchio campetto della Roma, fu un giorno unico e irripetibile: tutto da solo, con lui accanto, contro dolori lancinanti che non vi sto a raccontare. E lui, sorridente e disponibile, pronto a farsi in quattro per me.
Quando riuscii a riprendere in mano la mia vita, Simone si eclissò, com'era giusto che fosse. Giusto un paio di Natale dopo, ci incontrammo alla Stazione Termini; ma poi più niente.
Io non so in quale reparto ospedaliero lavori e che tipo di assistenza faccia. Ma so una cosa: chiunque passerà sotto le sue manone piene di dita, il suo faccione sorridente, il suo naso che puzze non sente, sarà un paziente fortunato.

28 aprile 2020

Coronavirus, calzinaroli

Una dozzina di anni fa, qui a Testaccio mi si avvicina un venditore di calzini e mi chiede qualche soldo. Mentre frugo tra i miei spicci, mi sta appiccicato in maniera petulante; roba che se fossi stato leggermente nervoso gli avrei assestato una capocciata sullo sfenoide. 
Appiccica che ti appiccica, mi scanso sensibilmente e gli dico: se tu vuoi che le persone ti diano dei soldi, devi chiederli una sola volta - e poi stare distante; se ti avvicini, crederanno che li vuoi derubare. Questo è un Rione piccolo: ci vuole poco per farti evitare da tutti.
Lui mi guardò sorridente, si spostò di un metro abbondante e mi porse la mano. Si beccò tutto il contenuto del mio zoccolo portaspicci. 
Qualche giorno dopo, transitando dalla sede Rai di via Teulada a quella di viale Mazzini, mi sento apostrofare con un "Generale!". Considerato che ero pressoché solo lungo tutto il marciapiede, mi giro di scatto e me lo ritrovo davanti. A un metro abbondante di distanza, sorrisone stampato sul faccione e mano tesa. E però non poteva sapere che quando passo da una sede all'altra, porto con me solo il tesserino e lo smartphone; gli spicci rovinano le giacche, si sa.
Gli spiegai il mio rituale, sorrise e si girò dall'altra parte.
La mattina seguente, TAC!, me lo ritrovo di nuovo a Testaccio, mano tesa e sorrisone stampato. "Stavolta non mi freghi", avrà pensato; e, infatti, gli ho dovuto dare qualche spiccio.
Quando poi, verso l'ora di pranzo, me lo sono ritrovato sotto l'ufficio, non mi ha chiesto nulla: aveva immediatamente imparato che qui i soldi li becca, lì invece si attacca.
Si chiama Stephan; non so neanche se sia il suo vero nome. È senegalese, ma potrebbe anche essere ivoriano o del Congo. Ha una faccia da schiaffi come pochi, tanto che ha cominciato a insegnare agli altri suoi compagni di elemosina come ci si avvicina alle persone: "fai come mi ha detto il Generale e ti danno soldi". Io da grande volevo insegnare: in qualche modo, ho raggiunto il mio sogno.
E sono anni, ormai, che me lo ritrovo ovunque vada, come un'ombra gentile. Addirittura, quando sono a lavoro e mi incrocia insieme ad altre persone, mi saluta col bro fist, come fossimo due fratelli che hanno appena segnato il canestro della vita. Per lui sono sempre "Generale!", con quella leggera chiusura in salita sull'ultima E, per sottolineare un po' alla romana che mi sta riconoscendo per un ruolo di prestigio.
Lo so, lo so, chiamerà tutti così, ma a me piace pensare che siamo fratelli di uno spazio tutto nostro, un triangolo dell'immaginazione che va da Testaccio a Teulada, e da Teulada a Mazzini.
Silvia ed io li chiamiamo "calzinaroli": del resto hanno sempre dei calzini con loro, sempre gli stessi; mai che ne avessero venduto un paio. Però fanno parte dell'ecosistema di Testaccio: non passa weekend che non li incontriamo tutti e cinque, tanto che ormai in casa teniamo una sorta di fondo per loro, che poi doniamo in egual misura il sabato mattina.
Oltre a Stephan, c'è quello davanti a Linari ("Ciao, fratello!"), quello petulante ("Ciao signore"), quello vicino al garage ("Amiciii!") e lo spilungone di fronte al negozio dove trovate tutto. Oddio, quest'ultimo ha avuto problemi psicologici seri, serissimi; non riesco neanche ad immaginare quali soprusi abbia subito (o stia subendo).
So perfettamente che in molti sono contrari alle elemosina: da destra, per razzismo contro di "loro"; da sinistra, per razzismo contro quelli come me o mia moglie.
Onestamente, non mi interessa chiarirmi con nessuna delle due fazioni. Quello che mi preoccupa, semmai, è sapere come diamine vivano adesso, come riescano a mangiare, a spedire i soldi a casa; eventualmente, come facciano a curarsi, se vogliamo dirla tutta.

27 aprile 2020

Coronavirus, Satollo

Lei era snob, ma dolcemente snob. A suo modo graziosa, con quell'aria del "che ci faccio qui", tarata però su una forza interiore e una capacità di saper gestire ogni imprevisto.
Lui era esattamente il suo opposto. Dotato di quella pazienza eterna, tipica degli uomini leggermente tondi, riusciva a calibrare sapientemente la sua parte di adulto con quella di bambino che inevitabilmente noi maschi italiani abbiamo decisamente pronunciata.
Si mangiava bene da loro, veramente bene, così bene che anche il nome del loro locale recitava benissimo la sensazione che provavi una volta uscito: Satollo.
Ma non in maniera dinseyana. Era una sazietà alla Agnelli, che lasciava sempre qualcosa sul piatto perché così fanno i signori. Ecco, nel caso loro, erano le porzioni che si fermavano un attimo prima di diventare troppe o troppo poche, prima di scadere nel fighettismo di una certa cucina che ti fa pagare mille un carciofo pagato uno.
Era diventato un quasi ritrovo per chi ama mangiare ma anche stare in compagnia e godersi l'ambiente e quella leggera parvenza di musica che usciva da non so dove.
Se azzeccavi le serate giuste, sembrava di stare in un ritrovo di amici, di amici veri, anche se non ci si conosceva fino a due secondi prima. 
Forse perché era a Testaccio, ma lontano dalle mode e dal localame che ha incrinato la dolce antichità dell'area intorno al Monte dei Cocci. Forse perché Chiara e Davide erano torinesi ma non troppo, romani ma non troppo, concilianti ma non troppo, sapienti ma non troppo.
Tutto in equilibrio, così in equilibrio, che per noi era IL nostro locale; roba che a volte ci seccava trovare altre persone. I due erano solo nostri e nostri dovevano restare.
Un bel giorno, però, decisero di andarsene via, quasi di nascosto, quasi con violenza. In effetti, il loro modello di business era fallimentare in partenza - tanta bontà a prezzi trattenuti, dopo un po' costa; il successo, insomma, tardava a venire. Inesorabile, poi, morire in quella zona di Testaccio così buia e isolata, soprattutto perché non si può vivere di solo passaparola... un po' come avere una trasmissione su Rai3 il venerdì sera; così chi è della Rai capisce meglio.
Adesso stanno in non so quale isola spagnola, isolani e isolati a contare il fior dei gentili anni venuti del loro piccolo figlio ormai grandicello.
Da una parte mi sono sentito quasi offeso, se non comunque meravigliato di una tale scelta così new age. Ragazzi così metropolitani e moderni che scappano dalla città per rifugiarsi dentro un ciottolo di pietra sperduto nell'Oceano dei Ricordi.
Che peccato. Che dolore. Che perdita.
Chissà come stanno passando questa quarantena.

23 aprile 2020

Coronavirus, storia di una commessa

C'è un negozio qui a Testaccio che vende tutto. Letteralmente. A parte alimenti e beveraggio, trovate di tutto, di qualità e a costi contenuti. E anche con un certo ordine. Stavo per aggiungere "e grazia", ma avrei esagerato.
Fatto sta che se vuoi evitare le file (intendo quelle pre Covid-19) o se vai di fretta, è il negozio che fa per te. 
Alla cassa puoi trovare la mi-credo-una-topa, l'emigrato che deve aver avuto certe mazzate sulle spalle che lèvati, la cassiera doc, la superalternativa. 
Alla fine si riesce ad avere un rapporto con tutti, anche perché si vede lontano un miglio che Silvia ed io siamo una coppia collaudata, che si ama e si rispetta e rispetta. Non tendiamo né a strafare né a rompere né a prenderci troppe confidenze: si sceglie, si prende, si paga. E poi sono comunque grandi lavoratori, che si smazzano duramente senza fiatare o lamentarsi più di tanto.
Silvia ed io, però, avevamo un occhio per la superalternativa. Tonda, tondissima, capelli corti spesso colorati, piercing e tatuaggi in giusta misura, un'educazione romanesca decisamente autosevera, tanto che nonostante le nostre insistenze condite da spontaneo affetto, aveva una certa difficoltà a darci del "tu".
Parentesi: io per farmi la barba avrei bisogno di un machete affilato per ogni singolo pelo, per cui consumo una quantità considerevole di lamette. E, come sapete - anche se non vi fate la barba, le lamette costano parecchio.
Una settimana sì e una no, acquisto un pacchetto di lamette in questo negozio... ma una volta le lasciai lì sulla cassa. Per una serie di motivi non passammo per quindici giorni. 
Una volta tornati, la superalternativa ci accolse con le lamette in mano: "avevate dimenticato queste". Io sono rimasto a bocca aperta per mesi, Silvia un po' di meno: e chi se l'aspettava?!
Fatto sta che da quel giorno siamo riusciti ad entrare dentro l'umanità di questa ragazza così speciale, dal sorriso sempre pronto - ma anche professionale, rapida, e pronta a chiudersi civilmente di fronte al primo rompicoglioni.
Qualche mese fa, Silvia ed io ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: "ehi, ma è un po' che non incrociamo quella ragazza? Non può essere che non siamo mai riusciti a incrociare i suoi turni!".
E allora sono andato a chiedere lumi all'extracomunitario: "l'hanno licenziata!". E perché mai? Era così perbene e civile! "Non so che dirle, ma dev'esserci stato qualcosa... io la vedo domani: se vuole ve la saluto". E certo che ce la saluti.
Chissà dove sta adesso questa superalternativa, chissà come sta passando la quarantena.

22 aprile 2020

Coronavirus, Franco il gangesterr

Sono ventuno anni che vivo a Testaccio e non l'ho mai visto invecchiare. 
Mai.
Non l'ho mai visto stanco.
Nemmeno litigare con qualcuno o discutere animosamente.
Mai.
Ecco, a essere onesti ogni tanto litiga con le consonanti, tanto che nel nostro strampalato lessico famigliare, Silvia ed io lo abbiamo soprannominato "Ganghster", dove la seconda G è morbida come in "gioco": gangesterr, più o meno.
È che una volta lui ed io parlavamo del più e del meno, e lui definì alcuni loschi figuri della Testaccio anni '70 come dei gangesterr; e quando mi caschi su certe cose, per quanto io ti voglia bene, mi dispiace ma ti condanno col soprannome (del resto, domani parlerò della Cicciona, perché in lei vive il personaggio di BC).

In realtà si chiama Franco, ed è stato fedele solo alla sola donna che abbia mai avuto - e che morì giovanissima, ma dopo avergli donato tre figli: due maschietti e una femminuccia. 
La femminuccia si chiama... Francesca (originale, eh?): piena di piercing e tatuaggi, agile, sveglia, vitale e sempre pronta a vedere tutto in proiezione. Mai una caduta... perché forse è caratterialmente abituata a rialzarsi subito.
I due maschi, onestamente non ricordo come si chiamino; e non perché essendo io un maschio ricordo solo i nomi di donne (maliziosi che siete!), ma perché ogni volta che gliel'ho chiesto hanno confabulato un "Sbrichoplosnoap" che sfido chiunque a decrittare.
Franco fa il fioraio da una vita.
Non credo abbia mai preso un solo giorno di ferie. 
Lavora indefessamente dalla mattina alla sera, lasciando poi che durante la notte se la sbrighino due bengalesi: a Roma puoi occupare il suolo pubblico in circostanze azzeccacarbugliesche, e pagando molto; i fiorai ne sono esenti, a patto che svolgano contestualmente la loro attività. 
Franco ha tre ciuffi di riporto: non si spostano neanche con un tornado F5 della Scala Fujita. 
Freddo a caldo che faccia, indossa sempre e solo una camicia: manica sinistra arrotolata fino al gomito, la destra poco dopo il polso. Scarpe simil clarks allacciate alla disperata. Pantaloni senza orlo che se fai tre passi inciampi e ti spacchi tutti i denti.
Ha due occhi celesti che vorrebbero parlarti per ore, e un bellissimo sorriso ancora giovane, a metà tra il primo Mastroianni e il Ferzetti dell'Avventura.
Il suo stato d'animo è sempre in bilico tra la figlia furiosa e viva e i due ragazzi che sommessamente rimpiangono storie d'amore finite da un pezzo Insomma, lui non sa di avere una battaglia interiore tra il vivere la vita o soccombere alla depressione. Ma dopo un po' chi gli sta accanto se ne accorge.
Quello che vedo io è un uomo buono, dolce, gran lavoratore, innamorato della figlia e dei nipoti - e sempre alla ricerca dello spirito della moglie, che sicuramente in questi giorni gli starà più vicino per coccolarlo a dovere.

21 aprile 2020

Coronavirus, l'Innominata

Pioveva. Ma pioveva di brutto.
Del resto Roma è tra le città più piovose d'Europa, addirittura prima di Londra. La nostra è una pioggia cafona, grossolana, pesante e dirompente; quella di Londra, invece, è come i loro volti cavallini, vaporosa e fighetta.
Insomma, pioveva che avresti dovuto tarare il tergicristallo ben oltre il limite massimo previsto. 
Chi è di Testaccio sa perfettamente che è mille volte meglio percorrere via Vespucci invece del Lungotevere; anche ad agosto, quando ci sono pochissime auto, risparmi almeno cinque minuti di tempo, se non addirittura dieci, quando cioè il traffico è pesante.
Certo, corri il rischio di trovarti una botticella davanti o la solita mammetta accompagna-figli-che-va-lenta-e-se-ne-frega-del-mondo; ma sono rischi calcolati.
Fatto sta che il semaforo di via Vespucci è ben che pericoloso: pedoni che attraversano col rosso e che vedi all'ultimo momento, amministratori delegati del verduraio che posso passare col rosso da via Marmorata, poliziotti e autisti Atac che possono tagliarti la strada perché dal lungotevere decidono di tagliare verso Ponte Sublicio.
Pioveva. Pioveva di brutto.
E quando piove, al centro dell'incrocio si forma un immenso pozzangherone, che se ci peschi dentro ritrovi il rasoio e i preservativi di Romolo.
Il semaforo è rosso. 
Ripasso con la mente tutti i rischi, dicendomi che con questa pioggia figurati se qualcuno si azzarda a fare manovre improvvise. Tant'è che i pedoni stavano fermi sotto i cornicioni, da via Marmorata era una gara a chi si fermava prima del pozzangherone, dal lungotevere addirittura evitavano di guadare quel pozzangherone. 
Mi mancava la sola parte che non vi ho elencato: quelli che vengono da Ponte Sublic... mortacci sua! Un deficiente con una Ritimo anteguerra passa a palla col rosso pieno e mi sfiora così da vicino che partono i suoni dell'allarme di prossimità, quello che ti aiuta per i parcheggi (o per uccidere pedoni stupidi, a scelta). Insomma, avevo rischiato brutto. Così brutto che il tipo dietro a me mi fece un cenno tipo "hai avuto culo, eh?".
Ma perché avevo rischiato così tanto?
Perché poco prima avevo incontrato l'Innominata! 
Ora: io sono totalmente opposto al "non è vero ma ci credo", perché trovo addirittura intollerabile una cedevolezza simile; mi urta il sistema nervoso. La sfiga non esiste, la sfortuna nemmeno, la superstizione è la debolezza degli ultimi.
Però: ogni volta che incontro l'Innominata, mi accade sempre qualcosa di brutto. Sempre. 
Oltretutto, quel giorno mi aveva salutato con un bel: "io non capisco chi non crede in dio: prima o poi gli capiterà qualcosa e allora crederà in dio".
In effetti si alimenta di queste piccolezze: la vedi sempre lì col suo vocione a parlar male di tutti, di tutto, a lamentarsi, a cercare approvazione anche e solo con lo sguardo.
Onestamente mi fa una tenerezza infinita, anche se stento ad immaginare che una volta, qualche cretaceo fa, sia stata una giovane, magari piena di aspettative e speranze.
È il ritratto di Dorian Gray di se stessa: lisa di rancori e giudizi, nasconde sicuramente da qualche parte anche una certa dolcezza... che poi il volto le si illumina giusto quando parla del figlio (che - diciamolo - non è proprio uno stinco di santo).
Però, e alla fine, fa parte dell'ecosistema di Testaccio. 
Anzi, sotto molti aspetti preferisco questo suo modo semplice, esplicito e diretto di odiare il Pianeta, piuttosto che quelli che entrano da Linari con il Foglio o Internazionale sotto braccio, e hanno parcheggiato in doppia fila davanti al posto riservato ai disabili.
Testaccio è anche l'Innominata... sperando sempre di non incontrarla, s'intende.
Chissà come starà passando questa quarantena.

20 aprile 2020

Coronavirus, un vecchio e la figlia

Lo incrociavo spesso quando ancora si affittavano i dvd a cento metri da casa mia. Ormai in pensione, si divertiva a girare tra le copertine dei dvd, giusto per farsi quattro chiacchiere con i ragazzi. Ma non credo andasse nella stanza rossa, là dove regnavano Rocco e i suoi fratelli... non quelli di Visconti, l'avrete capito.
Con me scambiava poche chiacchiere, ma mi chiedeva sempre come stavo, come andava la causa con la Rai, come stava mia moglie. Sembrava sempre molto attento, quasi appassionato della vita degli altri. E quando lo incontravo per strada - almeno una volta al giorno, sembrava una festa tra amici.
Un bel giorno, mentre attraversava la piazza di Testaccio appena rimessa a nuovo, fu colpito sulla nuca da una pallonata. Proferì poche parole di dolore. Il genitore del bimbo neanche gli chiese scusa; tenendo conto, poi, che non solo lì è vietato giocare a palla, ma che a Testaccio ci sono almeno due enormi aree attrezzate per i bimbi che vogliono giocare a calcio... vabbè, lasciamo perdere.
Insomma, la pallonata gli staccò la retina, e di brutto. Per mesi andava in giro con la benda sull'occhio. Poi è guarito... 
Ma c'è qualcosa che non vi ho detto. Forse apposta, forse perché andrebbe raccontata insieme: con un occhio dovreste leggere una storia, e con l'altro il suo opposto.
La figlia di questo piccolo uomo con capelli impomatati e le rughe dolci, è un'alcolista. 
Un contrasto così stridente e doloroso che onestamente non saprei come metterli insieme. 
Ovvio: un uomo in pubblico è una cosa e in privato è un'altra. Ma non è questo il punto, anche perché rischiamo di prendere posizione senza sapere nulla.
Posso giusto immaginare cosa diamine gli passi per la testa, anche se poi io ho delle sovrastrutture che lui potrebbe anche non avere.
E posso anche immaginare mille storie dietro la vita di lei, invece. Le narrazioni non mancano, insomma.
Certo è che non sono mancate le volte in cui abbiamo dovuto chiamare la polizia: quando sfregiava le auto in sosta, o quando boccheggiava sotto la pioggia tipo insetto sulla schiena che non riesce ad alzarsi.
L'altro giorno l'ho vista biascicare qualcosa a una pattuglia, che chiaramente aveva ben altro cui dedicarsi; tanto che uno dei due poliziotti l'ha trattata proprio male, come un'ubriacona da buttare nella spazzatura. Che pena. Che pena infinita.
Due giorni dopo era in fila con noi, ma il pizzicagnolo le ha detto che non le avrebbe venduto la birra. Lei lo ha sfanculato e poi si è girata quasi cadendo; aveva i jeans sporchi di piscio.
Ogni giorno barcolla intorno ai nostri palazzi come se niente fosse. Mentre questo strano virus miete vittime e posti di lavoro, lei galleggia, sopravvive, vaga senza meta tra le nostre ombre.

17 aprile 2020

Coronavirus, il Roscio

Stava sempre davanti all'edicola di Mauro, fisso come un lampione, lì sulla sinistra. 
Appena arrivavo verso le 7:40, mezz'inchino e mille domande sulla Rai. 
Onestamente non ho mai saputo che nome avesse, né tantomeno cosa diamine facesse per mantenersi. 
Mi ricordava certi ragazzetti dei film irlandesi, con capelli spettinati che hanno litigato col barbiere, un sorriso sempre aperto alle cose più semplici della vita, di quelli che nei gruppi stanno simpatici a tutti.
Conosceva tutti a Testaccio, ma proprio tutti. E non faceva nulla per nascondere i suoi oltre 60 anni: con un viso così rubizzo poteva sembrare mio fratello o mio nonno.
Lo vedevi spesso fumare e parlottare al bar più frequentato del Rione, seduto fuori con quelli che almeno una volta nella vita si erano fatti i tre scalini di Regina Coeli, spesso per motivi per cui oggi neanche ti fanno la multa. 
Gente con ex muscoli sulle braccia, che di ceffoni ne avevano tirati e presi. Omoni con le mani piene di dita che adesso soccombevano alla presbiopia o alla calvizie, nascondendo gli occhiali da lettura dietro quelli da sole o tingendosi i tre capelli rimasti con lucido da scarpe comprato dai cinesi.
Gente de' popolo che guardava mia moglie e il sottoscritto con una curiosa miscela di bonaria tolleranza: noi, borghesucci viziati, perbene, profumati, laureati... figuriamoci noi della Rai, osservati a distanza come bestie rare - da amare e odiare al tempo stesso.
Un giorno, il Roscio non riesce più a scaricare uno dei suoi giochetti preferiti dallo smartphone. Mi chiede aiuto. Ma poi chiede anche aiuto a mia moglie per un problema sulla carta di credito. 
Era anche un po' in imbarazzo perché tra le foto conservate c'erano anche quelle della figlia: temeva che avremmo pensato fossero di origine dubbia... figuriamoci, un pezzo di pane così che perde tempo dietro donnine svestite.
Insomma, in dieci minuti riusciamo a svolgere i nostri favori con perizia e affidabilità. Lui ci guarda come se avessimo inventato la penicillina, ci offre due ciambelle grosse come uno stadio e un caffè bollente. Ci ringrazia in maniera plateale, davanti ai suoi amici, che immediatamente cambiano sguardo: da oscuri rappresentanti di una classe fastidiosa diventiamo gli eroi della giornata, della settimana, del mese e dell'anno.
Da quel giorno, ogni volta che lo incontravo, il Roscio si sbracciava sorridente con tanto affetto e amicizia. E io mi sentivo veramente fuori da questa autenticità, che invece farebbe tanto bene alla mia presunzione.
Sono almeno cinque anni che il Roscio vive fuori Roma. 
Chissà come sta vivendo questa quarantena.

31 marzo 2020

Coronavirus, Perseo

Ieri stavamo tornando dal garage... quando non mi piace la situazione che respiro, mi metto due passi dietro mia moglie, così ad Amadeus prende un coccolone; ma, soprattutto, potrei ingenuamente gestire eventuali malintenzionati, aggressioni armate, auto che cadono dai cieli, zombie affamati... si sa, sono cose che potrebbero capitare.
Fatto sta che da lontano scorgiamo una figura snella, alta almeno un metro e ottanta, il cappuccio della felpa gli copre metà volto; l'altra metà è coperta da una mascherina, nera come quella che usano i writer.
Porto istintivamente il bastone sulla mano destra e mia moglie rallenta il passo. La figura ha capito - o credo che abbia capito, abbassa il cappuccio e alza il braccio in segno di affettuoso saluto: è Perseo.
Con una scucchia senza confini, un sorriso dolcissimo tipicamente etrusco, è romano fino alla coscienza, generoso e genuino, lo incontro ogni sera... incontravo ogni sera, tornando dal garage, dal lavoro insomma, dentro la sua fiat blu-anni-70 parcheggiata a ca@@o, e il suo perenne nastro musicale gracchiante Renato Zero. Già, tra i pochi musicisti italici che abbia mai amato, i cui arrangiamenti degli anni '70 andrebbero studiati nelle scuole musicali.
Perseo si avvicina, non sa i nostri nomi, ma sono 20 anni che ci saluta sempre con trasporto e amicizia, quasi fossimo parte della sua vita. Scherzo a casaccio sul fatto che ero pronto a combatterlo visto che da lontano sembrava chissà cosa. Ci ride sopra. Ci congediamo.
Perseo suona la chitarra con anima e eleganza. Suona Hendrix o Prince o i Beatles o Vasco Rossi, con eguale trasporto e personalità.
È un musicista di strada, un ambulante.
O meglio, lo era prima che arrivasse Covid-19.

28 marzo 2020

Coronavirus, stiamo zitti

E siamo arrivati a 10.000 morti.
Provate a contarli uno per uno.
Lentamente.
È una cifra impressionante.
Per carità, ogni anno in Italia muoiono quasi 600.000 persone; in tutto il mondo oltre 55 milioni. 
Ma questo bollettino ha un sapore diverso, inutile negarlo.
Eppure, di fronte alla mia finestra, un ragazzetto sta sparando a palla "basta un poco di zucchero e la pillola va giù" e altre amenità simili.
Mi sforzo di capire come possa sussistere un simile abisso di insensibilità, ma proprio non trovo una risposta. 

Che poi, sicuramente è tra quelli che si disperano di fronte ai bambini che muoiono nel fango di Serra Pelada, o a quelli africani che schiantano sotto il peso della fame, o alle piccole bambine brasiliane costrette a prostituirsi nelle Favelas di Rio.
Magari è persino vegetariano o lavora nel sociale o comunque fa gesti altruistici "facili" come donare soldi... insomma, lo standard previsto dal contratto di chi si ammanta di essere di sinistra meglio di chiunque altro.
Ma poi, esattamente quando la Protezione Civile recita il rosario dei morti del giorno, si affaccia con la sua barbetta incolta d'ordinanza e spara canzonette allegrotte, per sfidare la noia della quarantena.
La domanda è: che differenza c'è tra quelle morti figlie del modello occidentale (anche suo, poche chiacchiere) e le morti di quelli soffocati dal Covid-19 nei nostri ospedali?
Perché le morti lontane sono per lui così dolorose, e quelle italiane, invece, lo trasformano in una bestia senza cuore?
Può essere che quelle siano morti astratte, lontane, che prevedono un impegno di forma e non di sostanza, mentre queste che coinvolgono i vicini di casa prevedono lo sforzo dell'empatia, della partecipazione, del sacrificare veramente se stessi?
Non lo so, magari sbaglio, forse perché sono un borghesuccio viziato e col tempo pieno di interessi da coltivare. 
Ma io trovo indecente che un incommensurabile egoista e presuntuoso spari musica a palla mentre la Protezione Civile elenca il suo quotidiano rosario di morti.
Siamo arrivati a 10.000 morti. 
Meritano rispetto. 
Meritano silenzio.

15 marzo 2020

Coronavirus, da un disastro, la Bellezza

Secondo voi, si può passare da un vulcano e arrivare a Kirk Douglas? 
E, soprattutto: perché?!
Aprile 1815, Indonesia. Il vulcano Tambora esplode, letteralmente, raggiungendo il livello 7 dell’indice di esplosività vulcanica; Pompei fu del 2, così vi fate un’idea. La sua attività dura fino all’agosto dello stesso anno, generando tsunami più o meno rilevanti - nonché una quantità incommensurabile di materiale vulcanico che raggiunge l’atmosfera e lentamente avvolge l’intero globo. Le vittime sono 12.000, ma non possiamo certo calcolare quelle successive al disastro ambientale che ne consegue, come inondazioni e siccità. L’anno successivo, infatti, è il celebre “anno senza estate”. 
In pochi mesi, progressivamente anche il cielo di tutta Europa diventa così terso da ispirare al pittore William Turner quei suoi magnifici tramonti.
Ma non è il solo artista a restare affascinato da quella situazione.
Infatti, nel 1816, nella Villa Diodati in Svizzera , si ritrovano tre letterati e un loro attendente: influenzati da quel clima così evocativo e appassionati da dozzinali racconti gotici tedeschi, vogliono scriverne di nuovi, scambiandosi idee ma anche sfidandosi a chi scriverà l’opera migliore.
Ne parla - molto a modo suo! - Ken Russell nel poco riuscito film Gothic (1986), di cui si salva giusto la colonna sonora di Thomas Dolby, già produttore dei Prefab Sprout e pioniere di un’elettronica senza frontiere e pregiudizi.
Il più noto tra questi è George Byron, immenso poeta, padre di Ada (già, proprio quella cui è dedicato l’omonimo algoritmo). Byron scrive Darkness, uno dei poemi più belli della Storia, non solo inglese. 
Se non siete influenzabili da temi così imponenti, vale la pena leggerlo; altrimenti, aspettate la fine di questa crisi. L’edizione italiana con la migliore traduzione è quella Einaudi, purtroppo fuori catalogo.
Il suo attendente, Jon Polidori, scrive un brevissimo libello dal titolo Il vampiro. Secondo l’elegante saggio dell’antropologo culturale Vito Teti, sarebbe stato lo stesso Byron ad avergli buttato giù una bozza dozzinale. Comunque sia, l’inquietante figura è chiaramente ispirata al sommo poeta… in maniera chiaramente sprezzante, visto che Polidori non amava certo il suo padrone.
Poi abbiamo Percy Shelley: scrive Il Prometeo liberato, forse l’unica datata tra le idee di quel simposio; per quanto bella, ha uno stile sin troppo ottocentesco. Shelley è seppellito nel Cimitero Acattolico di Testaccio, accanto a Keats (quello dell’Urna greca, per intenderci), Gramsci (cui Pasolini ha dedicato un bellissimo poema) e… Camilleri.
La vera sorpresa ce la regala sua moglie, Mary Wollstonecraft. Femminista ante litteram, bella, intelligente e colta, scrive Frankenstein. A seguire quel matto di Russell, la trama sarebbe condizionata da un presunto aborto spontaneo; fatto sta che quel capolavoro dovrebbe girare anche per i nostri licei, se solo in Italia crescessimo un pochino e la smettessimo di circoscrivere tutto in generi sprezzanti.
Fin qui, tutto bene, ma manca Kirk Douglas, peraltro morto recentemente a soli 100 anni.
Lo sappiamo, è stato protagonista di eccellenti pellicole, non ultima lo Spartacus di Kubrick, le cui difficoltà produttive vengono raccontate con rara ironia proprio da Douglas in questo simpatico testo.
Ma c’è un’opera meno nota che lo vede tra i protagonisti: Lettera a tre mogli (1949) di Joseph L. Mankiewicz (sofisticato regista di capolavori come Eva contro Eva, Cleopatra, Un americano tranquillo, per dire). Diciamo placidamente che la trama è stata alquanto abusata, non ultimo dalla serie Desperate Housewives (anche se qui la lettera è in realtà una voce fuori campo di una quarta amica ormai morta).
La trama è semplice, liquida e lineare: una donna invia una lettera, appunto, a tre mogli, scrivendo che ha avuto una relazione con uno dei mariti. La sua voce fuori campo è una sfida alle regole cinematografiche, visto che notoriamente è sinonimo di debolezza strutturale (Viale del tramonto è l’eccezione che conferma la regola): eppure è una formula vincente e accattivante, tanto da vincere l’Oscar per la regia e la sceneggiatura non originale.
Kirk Douglas interpreta un professore squattrinato, fiero della sua passione per la cultura, ma chiaramente messo da parte perché “intellettuale”. Ad un certo punto, verso la fine del film, quando scorge una delle protagoniste scendere lentamente le scale, così elegante e sensuale, declama: “She walks in beauty, like the night / of cloudless climes and starry skies…”, Ella cammina radiosa come la notte, di climi tersi e di cieli stellati… è una poesia di Byron, proprio lui. 
Ce l’abbiamo fatta: dal Tambora siamo arrivati a Kirk Douglas!
Dimenticavo. Per i malati di Star Trek: tale poesia viene declamata anche da Spock nel terzo episodio della terza stagione della cosiddetta Serie Originale.
Insomma, da un disastro come quello del vulcano Tambora, l’Umanità ha saputo reagire con la Bellezza. Basta volerlo.

14 marzo 2020

Coronavirus, diario senza paura - giorno quattro

Usiamo troppo spesso le parole forti, come se non riuscissimo più a governare un vocabolario credibile. E quindi gli diamo di retorica, convinti che solo così la gara delle parole in libertà ci vedrebbe vincitori.
Nonostante questo, credo che dopo questa esperienza, la parola "eroi" dovrà essere riscritta.
Lo sappiamo, in prima linea ci sono portantini, infermieri, medici e ricercatori. Il nostro silente e coraggioso "esercito", che ci fa sentire protetti e sicuri di vincere.
Ma poi ci sono gli eroi che lo diventano perché continuano a praticare il loro mestiere senza indugio o paura. Quelli de ilFoglio l'hanno definita la vera classe dirigente, e sotto molti aspetti è vero e sacrosanto, perché se noi siamo qui in panciolle a fare smartworking - o a non fare nulla, ci sono degli "eroi" che pedalano silenti e quotidianamente affinché le basi della nostra Resistenza resistano.
I ragazzi che lavorano nelle farmacie sono degli eroi. Utili e pazienti, conoscono a memoria ogni singola esigenza di ogni singola persona, ricordandone a memoria anche i singoli frammenti di vita privata, per poter restituire all'istante una parvenza di casa estesa.
I monnezzari, che si prendono la nostra merda quotidiana per portarla via dalle nostre case così linde e pinte, sono degli eroi. Noi, che siamo il paese che cura meglio il proprio salotto, ma che ha la dote dell'incuria atavica per ogni possibile bene pubblico.
Paolo è un eroe. Fa il "pizzicagnolo" - che poi cosa si pizzica non si sa, al servizio di clienti così variegati, che potrebbe tranquillamente ottenere la laurea in sociologia. L'esperto in tutto, l'incazzato fradicio, il vecchio brontolone, il politicante inutile, la milf che si dà le arie, i figli pazzi di una famiglia di pazzi, il sarto, il camionista, il monnezzaro, l'intellettuale... entrano nel suo negozio e lo sommergono di parole e dei propri umori, senza filtri e senza ritegno; positivi o negativi che siano. E lui è sempre sorridente e disponibile, ascolta e risponde e cerca sempre di restare nella sua autenticità di persona perbene, decisamente perbene. Prevengo il vostro cinismo: fa sempre lo scontrino, anche se compri una stronzatina da un centesimo di euro.
Mauro, il giornalaio, è un eroe. Viene da Ostia ogni santo giorno. Respira smog e polvere e rancori e incazzature e rumori. La strada per lui non è di passaggio: lui fa parte della strada, ma è un essere umano, diamine. Il flusso di persone è più rapido e fulmineo rispetto a quello stanziale di Paolo. Ha poco tempo a disposizione per assorbire umori e malumori, per cui subisce schiaffi o sorrisi veramente difficili da metabolizzare come solo sa fare lui. Eppure è sempre di rara cortesia e affabilità.
Le cassiere del supermercato sono delle eroine. Hanno un'idea tutta loro di mia moglie e di me, perché "sse vede che siete 'struiti ed educati e che nun ve date mai 'e arie". Sparano battute che non farebbero ridere neanche uno zombie depresso, ma alla fine una risata ci scappa sempre. E poi non credo sia facile passare dal provolone che fa battutacce maschiliste alla vecchia acida e rancida che ha litigato col mondo, passando per il capo che le costringe a turni estenuanti e finendo per una voglia di stare a casa strozzata sul nascere.
Penso a tutti quei camionisti che ci portano cibo, bevande e oggetti utili per la nostra Resistenza. Anche loro sono degli eroi. 
E che dire dei ragazzi che alle 3:00 del mattino corrono per tutta Italia con i giornali freschi da consegnare ai giornalai? 
Già, i giornali: l'unica vera forma di Resistenza, perché quelli online sono sempre disponibili, ma per avere quelli cartacei dobbiamo uscire, anche e solo pochi minuti... possiamo uscire di casa.

12 marzo 2020

Coronavirus, un ramoscello di rosmarino

Sabato scorso, mia moglie ed io ci siamo messi diligentemente in fila davanti al supermercato, con una sportina di cotone a testa: dovevamo fare poca spesa - e poi non avevamo certo l'aria di quelli che avrebbero preso d'assalto il supermercato, tanto che siamo passati quasi inosservati mentre ci incastonavamo tra le altre persone in attesa.
Dal nulla, si avvicina una signora, di quelle che provano a essere curate, cui manca però il senso dell'estetica: non è che due pallotte di trucco sulle guance e un rimmel dozzinale inciso a forza attorno agli occhi ti trasformino in milf megagnocca; ma lei ci credeva con tutti i sentimenti. E poi era vestita come se avesse litigato con la parte più elegante del suo armadio di balza cinese.
Ha guardato la ragazza che monitorava i transiti, poi la fila (ormai lunghetta), poi la ragazza e poi la fila: "devo prendere solo un ramoscello di rosmarino", ha detto, come fosse la necessità del Pianeta, come si sentiva Luke Skywalker prima di mettere il missile risolutivo nel culo della Morte Nera.
Sembrava che quel ramoscello di rosmarino fosse la soluzione di tutti i suoi problemi. Mi immaginavo lei che torna a casa, il marito vecchio e maschilista che aspetta il pranzo, come un despota marchiato a fuoco dal livore per una vita fallita; lei costernata che gli chiede scusa se ha dimenticato il rosmarino, lui che neanche la guarda, borbottando cose tipo "sei sempre la solita".
Era disperata questa signora, e si voltava continuamente intorno alla ricerca di una soluzione, magari scolpita nella facciata di qualche palazzo, oppure disegnata da qualche sbilenco writer de' noantri.
La fila era sempre più corposa, e molto disciplinata, a parte una vecchia sulle stampelle che tossicchiava sommessamente senza coprirsi la bocca... ecco, però va detto che questa signora faceva la fila ordinatamente, nonostante il buonsenso civico avrebbe dovuto farla passare per prima.
Ma se non facevamo distrattamente passare lei, figuriamoci la quasi-milf alla ricerca del rosmarino perduto.
Insomma, alla fine si è alzata una sola voce, di quelle che trovi giusto a Rete4 durante le trasmissioni nazionalsovraniste: "anche noi abbiamo poca roba da comprare e però siamo in fila ordinatamente".
La quasi milf del rosmarino perduto ci ha guardati spaesata, forse perché abbiamo usato il suo metro di giudizio, quello che usava lei nei tempi normali.
Ma questi tempi, tanto normali non sono. Un po' mi sono sentito in colpa, un po' ho pensato che è proprio in queste situazioni che non dobbiamo sbracarci.
Sicuramente in qualche casa di Testaccio c'è un arrosto cotto senza rosmarino.

04 maggio 2017

sweet funny Valentino Parlato

Ventiquattro anni fa, la mia primissima esperienza Rai: Prima Pagina, Radio3. Sveglia presto, una diretta di un'ora abbondante, giornalisti diversi ogni settimana, un banco di prova emotivo e professionale probante.
Ma io mi divertivo un mondo. Spesso facevo il regista, ogni giorno rubavo con gli occhi le professionalità che mi circondavano: tecnici, registi, speaker, funzionari, ma soprattutto loro, i giornalisti ospiti; una turnazione di uno a settimana... abbastanza per poterci parlare, addirittura raccogliere confidenze, segreti, intuizioni.
Certo, diciamolo chiaramente: il giornalista medio italiano non è proprio simpatico e disponibile; ma ero abbastanza giovane da passare sopra certe cafonaggini sesquipedali, per concentrarmi invece sulla professione. E poi di gente bella ogni tanto ne passava: Valentino Parlato fu uno di questi.

Fumatore accanito, uomo dotto e disponibile, elargiva sapienza e cortesia con impagabile umiltà. Ascoltava tutti e con tutti apriva la sua casa mentale. Nel giro di pochissimi minuti ti faceva sentire a casa, sempre pronto a seguire le tue parole
con la testa leggermente inclinata da una parte, sempre in compagnia delle sue sigarette, sicuro che il suo comunismo dal volto umano fosse veramente l'unica via per ottenere diritti e benessere per tutti.
Valentino Parlato sapeva stare alla radio, sapeva gestire i momenti difficili e sapeva come obbedire alle nostre richieste dalla regia. Ogni ascoltatore era prezioso e unico: a lui dedicava tutto se stesso, prendendo appunti mentali e instaurando un dialogo che seppur fugace era la prova che ogni confronto è possibile, se solo ci fosse umanità da ambedue le parti.
Dei tre miei anni a Prima Pagina l'ho incontrato ogni volta, e ogni volta sembrava ricordarsi di me, dandomi un'importanza assoluta, come la dava a chiunque, facendolo sentire unico e irripetibile. C'era una sorta di cristianità di fondo nei suoi modi, quella che noi atei vorremmo fosse la vera cristianità, che mai ho incontrato invece nei cattolici veri o presunti.
Poi l'ho perso di vista. Giusto una volta l'ho salutato al volo mentre percorrevo il "suo" Rione Monti.
Un bel giorno, 17 anni fa ho avuto la possibilità di lavorare brevemente con Matteo, suo figlio. Certo, ci frequentammo poco - a causa di una sua frattura che lo tenne lontano dai comuni uffici. Una volta gli dissi che gli volevo bene a Matteo, d'istinto; perché essere figlio di quel padre lo raccomandava automaticamente. Il verbo era inappropriato, ovviamente; e infatti Matteo mi guardò strano.
Però era così, ed è così: comunista mangiabambini o no che fosse, Valentino Parlato era un uomo giusto, buono, attento e civile.

C'è un aggettivo che generalmente le donne usano per gli uomini (raramente accade il contrario): "dolce". Ecco, Valentino Parlato era un uomo dolce, dolcissimo. E mi dispiace che sia morto. Tanto.