Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere.
Come quando al Musée d’Orsay rimane impressionato davanti a un quadro di Caillebotte, un’ode alla folgorante modernità delle stazioni, e ricordandosi del compositore praghese ottocentesco Antonín Dvořák, che sul ritmo dei treni compose le sue melodie, decide di visitarne il villaggio natale.
Così visita la tomba del poeta spagnolo Machado, sui Pirenei francesi, dove una cassetta postale raccoglie le lettere che da tutto il mondo arrivano per celebrare il grande esule, fuggito dal franchismo. E a Mantova, contemplando la Camera degli Sposi di Mantegna, viene interrotto da un lettore che millanta di aver ritrovato la partitura perduta dell’Arianna di Monteverdi
Non è il Brokken migliore: alcuni racconti si perdono per strada, mentre altri sono sicuramente più potenti e convincenti. E nel suo insieme, il libro un po' ne soffre, perché perde di stimoli e linearità.
Però resta un testo dolce, romantico, da bimbo curioso, come solo sa essere l'autore.
Alla fine, lo leggi immediatamente e avidamente, perché Brokken è come l'amico migliore, che aspetti sempre con trepidazione e affetto; e quando ti viene a trovare con le sue nuove storie, è sempre una festa

