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31 ottobre 2025

MICI ROMANI CONTRO ZOMBI

Una donna.
Sola.
A Testaccio, Roma.
Assediata da migliaia di zombi.
È senza speranza.
Finché ritrova Tigre, l’amata gatta che credeva perduta per sempre.
E insieme a lei, una gang morbidona di amici mici.
La battaglia per la salvezza sarà senza esclusione di colpi... o di corpi?
Soprattutto quelli degli zombi: non vanno proprio d’accordo con i gatti

È online il mio nuovo romanzo, MICI ROMANI CONTRO ZOMBI,
in versione cartacea e digitale

PREMESSA

Dopo aver autopubblicato l’ombra dietro al muro (ilmiolibro, 2010) e ghiaccio del mio respiro (Amazon, 2023), dopo aver scritto per Arcana dal Basso verso l’altro (2024, sulla vita del contrabbassista jazz Enzo Pietropaoli), mi sono regalato un’avventura con i nostri due gattoni e la loro mamma, Tigre, la gatta più bella del mondo


LE ORIGINI

Roma, ottobre 2014.
Stiamo passeggiando in Via dell’Arco del Monte (vicino Campo de’ Fiori), un gatto attraversa il lento dolce incedere di una persona anziana. Guardo mia moglie e dico «Mici romani contro zombi»… e lei sorride.
Generalmente, le donne ci scagliano addosso due sole forme di sorriso: la prima significa “sei un coglione”; la seconda, invece, è una flebilissima forma di approvazione.
Ecco, sono convinto che mia moglie mi abbia regalato la seconda…


STRUMENTI

La mia strapassione per il cinema - da Bergman a Argento, ho frequentato e amato tutti i generi - sapeva già come raccontare gli zombi, in ogni possibile dettaglio.
E quindi, pochi giorni dopo, scrissi di getto i primi due/tre capitoli.
Ma non avevo mai avuto un gatto in casa: avrei rischiato di parlarne per luoghi comuni.
Lasciai passare due lustri, scrissi altre cose, e poi ripresi in mano il progetto, perché nel frattempo la nostra vita era radicalmente cambiata: i gatti, li avevamo. In casa.


LO SPECIALE

Fermiamoci qua, perché abbiamo un’occasione unica: l’intervista a due dei diciannove gatti protagonisti, Cornelia e Annibale.

DN - Benvenuti a Digesting Net

GATTI - miaaaaooooooooo… [scusate, non ho acceso il traduttore ndr]… ciao, Capoccione

DN - Cosa si prova ad essere protagonisti di un romanzo?

CORNELIA - La location era scomoda. Ma sono stata felicissima di rivedere le mie sorelline e la bisnonna

ANNIBALE - La parte più difficile è miagolare in romanesco. Ogni tanto non mi capivo neanche io

DN - Ecco, gli zombi: vi hanno fatto paura? Com’è recitare con uno zombi?

CORNELIA - Per motivi di budget, era vietato entrare in contatto con loro. Per fortuna, perché alcuni puzzavano già così

ANNIBALE - Anche se a debita distanza, ho legato molto con Bub, lo zombi responsabile delle coreografie. Veramente simpatico: mi ha biascinarrato molti aneddoti su George Romero

DN - La sequenza dei capitoli è stata scritta in ordine cronologico, tranne il finale che invece è stato scritto subito dopo il primo capitolo

CORNELIA - Capoccione, perché non dici che hai tenuto nascosto il finale fino all’ultimo! Per la tensione, siamo rimasti con le code vaporose per mesi!

ANNIBALE - Se lo viene a sapere la DolceTestaBionda [mia moglie ndr]!

DN - Visto che ci siamo, l’unico umano “sano” presente in quest’avventura, è una donna. Non è DolceTestaBionda, ma un’attrice professionista

CORNELIA - Simpatica e sempre alla mano. Ma quando vedeva che sbirciavo sul cellulare, mi guardava stupita! Come se non avesse mai visto una gattina con lo smartphone

ANNIBALE - Con me è stata molto affettuosa: prima di carezzarmi, chiedeva sempre il permesso a DolceTestaBionda

DN - Come volete concludere questa intervista

CORNELIA - Leggete il romanzo, senza preconcetti, senza paure

ANNIBALE - Mi manca mamma Tigre, la gatta più bella del mondo


LA MUSICA

In testa ad ogni capitolo, suggerisco una specifica colonna sonora, che potete ascoltare mentre lo leggete: tra canzoni, brani moderni o di musica classica, ce n’è per molti gusti. L’elenco:

PISSOLA - Bruno Mars, Just the Way You Are

ECCO PERCHÉ - John Williams, Cantina Theme

NAUMACHIA EMATICA - Dave Brubeck Quartet, Take Five

IL RITORNO - Lionel Richie, Hello

CHI NON MUORE... - Mike Oldfield, Tattoo

CRICK, AGHI E FILO - Mesa, Up Your Game

TOC TOC - Pëtr Il’ic Cajkovskij, Danza degli zufoli, dall’atto secondo dello Schiaccianoci

UN TUBO INFUOCATO - Enrico Simonetti, Gamma

IL MIRACOLO DELLA VITA - Ólafur Arnalds, Spiral

LA QUIETE - Big Big Train, London Plane

LA TEMPESTA - Antonín Dvořák, allegro con fuoco, quarto movimento della Sinfonia numero 9 “Dal Nuovo Mondo”

PER SEMPRE - Emille Mosseri, Jacob and the Stone / Alan Silvestri, Forrest Gump Suite

[BONUS TRACK, finale alternativo] - Bruno Mars, Just the Way You Are

-

PERSONAGGI E INTERPRETI - Chad Lawson, irreplaceable


Nessun animale è stato maltrattato durante la realizzazione di questo romanzo

14 settembre 2024

intorno a FEAR THE WALKING DEAD

Nella mia rassegna stampa settimanale, alla fine della pandemia segnalai uno studio pubblicato su Science Direct secondo cui i super-appassionati di horror, ucronie e distopie, sarebbero stati psicologicamente avvantaggiati nell’affrontare momenti così difficili, abituati come sono a leggere/vedere fiction su apocalissi da virus o da guerre distruttive.

Ebbene, se non siete tra questi, e temete una pandemia da Mpox (erroneamente chiamato “vaiolo delle scimmie”) o da un virus scaturito dall’Artico (come ipotizzato da Nature), ecco una serie che vi preparerà più che bene.

Il 21 aprile 2024, in Italia è stato trasmesso l’ultimo episodio dell’ottava e ultima stagione di Fear the Walking Dead, spin-off (e quasi-prequel) di Walking Dead (la serie televisiva sugli zombi, debitrice alla lontana anche dell’eruzione del vulcano Tambora, come sanno i lettori della rassegna).

Se Walking dimostra quanto possa essere miserabile il comportamento di ognuno di noi di fronte a una catastrofe senza ritorno, Fear insegue le persone “normali” sperando che si trasformino in eroi senza macchia. Walking è fiction, Fear punta al realismo.

A differenza della serie madre, che regge fino a metà della settima stagione (su undici), Fear diventa sempre più friabile già dopo la terza: tra sceneggiature altalenanti e cliffangher improvvisati, non mantiene le premesse delle stagioni iniziali. Soprattutto la prima, merita una visione senza preconcetti e paure: pochissimo splatter (e ben dissimulato); tempi narrativi lunghi, lunghissimi, assimilabili al tempo reale; dialoghi ridotti al minimo; protagonisti credibili; scarti narrativi quasi assenti; musica rara e rada, montaggio fluido e direzione della fotografia senza protagonismi.

Per i primi quattro episodi, non si vede nulla: l’angoscia è allusa, di sottofondo, cresce lentamente dentro una realtà quotidiana che ancora non sa e non ha capito cosa stia accadendo; lo spettatore spera sempre che tutto vada per il meglio, perché partecipa con la parte irrazionale di sé. Non fa presa il lento manifestarsi dei morti che camminano, ma la sorte dei vivi che repentinamente stanno perdendo la quotidianità, soprattutto quella degli automatismi; che poi è la parte più importante della nostra vita, perché ci protegge e dà un senso alle cose.

Al contrario dei film sullo stessa tema, costretti per motivi di spazio a riassumere in neanche dieci minuti la caduta verso l’abisso, Fear ha tutto il tempo per avvolgerci con grazia, tirare poi con calma l’elastico della tensione, e quindi BAM!, presentarci il conto delle nostre emozioni. Nella sua apparente lentezza, episodio dopo episodio sentiremo crescere dentro di noi un’angoscia personale, intima e privata, che val al di là di quattro mostriciattoli affamati della nostra carne. Una prima stagione terapeutica, insomma, che vale la pena di vedere tutta d’un fiato

14 aprile 2020

zombie

Mi si aggrappa alle gambe.
Sono in dormiveglia.
"Che fai? Provi ad agguantarmi come lo zombie dell'ascensore?"
"E cosa è lo zombie dell'ascensore?!"
"Nel secondo film di Romero sui morti viventi, bellissimo e prodotto da Dario Argento, uno dei protagonisti sta chiuso in ascensore. Quando si aprono le porte, lui prova a fuggire salendo sopra il soffitto dell'ascensore, ma uno zombie lo agguanta e lo morde..."
"E muore?!"
"Sì, e poi diventa zombie"
"Beh, ma se divento zombie e poi ti mordo la mano, diventi zombie anche tu..."
"Sì..."
"Però poi restiamo comunque insieme... e ci teniamo per mano"
"A parte il fatto che se mi hai morso, della mia mano sarà rimasto ben poco..."
"..."
"... ma poi gli zombie non si riconoscono"
"Ah, non si riconoscono tra loro... se diventiamo zombie, non restiamo insieme?"
"Potremmo pure restare insieme, ma non ci riconosceremo tra noi, né con i tuoi genitori o i tuoi nipoti"
"Ah... allora è meglio non diventare zombie"
"Meglio, sì"

08 gennaio 2019

BIRD BOX e la critica cinematografica

Ho visto Bird Box su Netflix e non saprei cosa dire. O meglio: mi è piaciuto "virgola ma", perché è intriso di riferimenti e citazioni e ammiccamenti di ogni tipo. 
Però è un buon film. 
Però sa di già visto. 
Però ha un'ottima fotografia. 
Però è leggermente lento. 
Però ha un finale ben congegnato. 
Però non finisce né bene né male.
Insomma, qual è il vero problema?
È che un critico cinematografico dovrebbe appendere al chiodo penna e taccuino appena ha toccato la somma di due generazioni: una sorta di quota 100 etica, oltre la quale non dovrebbe sputare sentenze. E da lì, poi, trasformarsi in storico puro.
Penserete che non ci sia differenza tra critico e storico, ma vi sbagliate per almeno due motivi: il critico deve saper ascoltare il contesto in cui si esprimono i film, magari lasciandosi anche trasportare dai languori del tempo in cui vive; lo storico, invece, deve allontanarsi dal contesto che analizza, restituendogli dignità o limiti di fronte alle insidie del tempo.

Tant'è che, se ci pensate bene, quando qualcuno parla di Via col vento o di Berretti verdi (presi a caso), aggiunge sempre il canonico "devi rifarti all'epoca".
Ecco, per vedere Bird Box bisogna rifarsi all'epoca, ignorando volutamente tutta la tradizione di film di fantascienza e di horror che lo hanno preceduto. Per me non è stato possibile perché gli allarmi della mia memoria ronzavano continuamente.
Quindi, se siete giovani, scoverete qualcosa giusto da E venne il giorno e da World War Z. Se, invece, siete curiosi come scimmiette - o vecchietti da me in su, allora andiamo nel dettaglio. 
Da qui in poi, spoiler.
Oltre al WWZ citato, la "preparazione" al drammone riprende La città verrà distrutta all'alba di Romero, mentre la donna incinta da salvare è sovrapponibile al suo remake del 2010.
L'idea che le persone si suicidino appena vedono le creature (che noi non vedremo mai: ottimo macguffin!), è decisamente simile al già citato film di Shyamalan.
Il modo di presentare la casa assediata dalla stessa paura dei suoi assediati - quindi più che da un nemico che si manifesti esplicitamente, ricorda molto la Suspense di Clayton (1961).
I "posseduti" che si insidiano tra i buoni, sono una chiara eredità de Il terrore dalla sesta luna, scritto da Heinlein nel 1951 e tradotto in film nel 1994. Sotto altri aspetti, sono anche parenti vicini delle due "Cose", quella da un altro mondo del 1951 e quella di Carpenter del 1982, entrambe tratte da un racconto del 1938.
Sotto altri aspetti ancora, ricordano L'invasione degli ultracorpi di Jack Finney (romanzo del 1954) in tutte le sue successive traduzioni cinematografiche (la seconda più di tutte).
Delizioso il doppio omaggio al supermercato: tra Zombie di Romero (1978) e The mist di King (1982), ce n'è per tutti i gusti.
I pappagalli salvifici ricordano terribilmente quelli buoni buoni nella gabbietta circondati dagli invece cattivissimi Uccelli di Hitchcock (1963): addirittura stessa specie.
Sull'idea del fiume come strada per la salvezza, sento di ricordare qualcosa, ma non riesco proprio a ritrovarmela nel capoccione.
Sul finale, scusate, ma se non siamo di fronte a Il giorno dei trifidi di Wyndham (1951; il film è del 1963), ditemi voi dove siamo. Insomma, dai ciechi la salvezza! Diamine!
Una sola domandona finale, che il film risolve alla carlona con un paio di rapide scene: ma se le creature si manifestano alla luce, perché non siete scappati di notte?

19 marzo 2014

Zona Uno di Colson Whitehead, quando la critica è acritica

Una pandemia ha devastato la Terra, lasciando gli esseri umani divisi in due categorie: i vivi e i morti viventi. Guidati da un governo provvisorio stabilitosi a Buffalo, gli americani cercano di restaurare la civiltà. Il loro primo obiettivo è spazzare via da Manhattan le ultime sacche di resistenza, rappresentate da soggetti infetti che non si sono trasformati in zombie ma si trovano in uno stato semicatatonico. Mark Spitz fa parte di una delle squadre di civili che lavorano nella zona sud dell'isola. È un personaggio tortuoso, fosco, confuso. Il suo mondo, il mondo in cui si muove, è un inferno di ludica violenza dove le tracce della follia umana e i danni di un capitalismo aggressivo coesistono con il disperato desiderio di ritrovare la propria umanità.
Posta così, la trama sembra gustosa e irresistibile; invece, Zona Uno di Colson Whitehead è un libro noioso e pedante, addirittura offensivo. E scrivo "offensivo" per un mucchio di motivi.
Il primo, perché Whitehead è uno scrittore con i controfiocchi che ha però anteposto il proprio ego a un genere che esige schemi e stilemi ben precisi: sciorinare un'inutile buona scrittura, con un periodare sibillino e una quantità industriale di inutili flash back, è solo un esercizio di stile, e nulla più.
Il secondo motivo, perché la critica ufficiale italica si è sperticata in una serie incredibile di celebrazioni, usando però una dissimulata spocchia e arroganza del tipo: "il genere horror mi fa schifo, però Whitehead è un fico che si è abbassato a questo non-genere, ergo ne parlo bene ma solo per merito suo; anzi, ringraziatelo perché ha nobilitato questo non-genere".
Terzo, perché il genere horror-zombie non è minore o maggiore rispetto ad altri. Altrimenti Mary Wollstonecraft Shelley o Lev Tolstòj perché ci si sono cimentati con tanta cura e dedizione? E, nel cinema, qual è la differenza tra un thriller di Hitchcock o uno di Argento?
Voglio dire che avviciniarsi a un genere con la presunzione di conoscerlo prima ancora di averlo praticato, è un vizio vecchio come il mondo che andrebbe scoraggiato anziché dimenticato.
Oltretutto, e qui sta il punto, se si recensisce un libro con malafede (leggi: marchette), allontani il pubblico, diventi non credibile, uccidi la tua professione e quindi quella di altri tuoi colleghi, dimostri noti e stranoti pregiudizi nei confronti della lettura in generale.
Non può essere, insomma, che io (con una media di 40 libri letti l'anno) abbia faticato più di un mese per finire un libro di cui alla fine si salvano solo le ultime due pagine (su 320!).
Doveva essere un'allegra passeggiata; è stata, invece, un'autentica e inutile tortura.

30 giugno 2013

World War Z, l'anabasi di Brad Pitt

Attenzione, queste mie considerazioni da appassionato/studioso potrebbero contenere inconsapevoli SPOILER.

Ad un primo acchitto viene da dire che non è propriamente un "film di/sugli zombi", per quanto non esista un codice univoco a riguardo. 
Certo, critici frettolosi hanno deciso che anche i due 28 giorni/settimane dopo sarebbero "film di/sugli zombi" (mentre invece sono su disgraziati affetti da rabbia)... 
Però, più in generale, se dovesse sussistere un codice convenuto, vale sempre la regola aurea di Romero (mutuata, si sa, da Io sono leggenda di Matheson): gli zombi non corrono, possono essere uccisi solo con un colpo ben assestato sulla capoccia; i vivi vengono sempre assediati, i sopravvissuti si comportano male tra di loro. 
La lentezza degli zombi, poi, ha una forte valenza angosciante che il cinema romeriano sapeva sfruttare nella sua evidente contraddizione: solo un uomo spaventato e vile - ma che possa correre - può soccombere a un mostro che va a uno all'ora.
Ad un secondo acchitto viene da dire che la sceneggiatura usa solo come pretesto l'omonimo testo di Brooks figlio. Il libro, infatti, è seriamente ricco di ironia, e ironicamente ricco di riferimenti seri. Il film, invece, aggira i due paradossi e usa le storie sparse nel libro per cucirle con l'esaltazione della razionalità eroica del personaggio interpretato (con mestiere) da Brad Pitt.
Una cosa va ammessa: durante la godibile visione non si intravede il difficile periodo di prepoduzione. Il film, cioè, scorre via senza sussulti e con una certa coerenza stilistico-narrativa che forse trova qualche inceppatura in alcune scelte finali (un lieto fine che apre al sequel, ma che soprattutto ricorda troppi precedenti). Ma strutturalmente le increspature di produzione sono pressoché invisibili.
Trovando un punto a tutte queste premesse, va detto che è forse il primo "film di/sugli zombi" dove non si arriva inevitabilmente al topos di un assedio stabile e definito attraverso cui la sceneggiatura sia costretta a delineare le personalità dei singoli assediati. Una fortuna per chi ha supportato la produzione perché sarebbe stato necessario una sceneggiatura molto densa (Snyder c'era riuscito, nonostante i suoi zombi corressero un po' troppo); e generalmente i blockbuster come questo non consentono l'uso di intrecci raffinati. 
Oltretutto, qui c'è un attore notissimo su cui convergono oneri e onori narrativi che invece negli zombie movie a basso costo venivano spalmati sapientemente tra attori poco noti (quindi, contava la trama). Aggiungiamoci che alcuni momenti devono concedersi a qualche spettacolarismo di troppo che arriva quindi a sacrificare l'unico potenziale pathos rimasto a disposizione: Pitt non ha una sede sicura e stabile; una perpetua anabasi che però resta forma senza contenuto: peccato.
L'unico momento umano accennato è il riferimento alla famiglia che il nostro eroe è stato costretto a lasciare in balìa dei capricci di un generale, anche lui poco sfruttato (nel libro, infatti, i militari sono ben più stronzi ed esaltati).
Per tutto il film, quindi, per salvarsi dagli zombi corridori, Brad Pitt corre più di loro, scegliendo contesti opposti (dagli Usa alla Scozia, passando per la Corea e Israele!) pur di non soccombere e anche per risolvere il contagio.
Alla fine, insomma, l'ansia arriva per il troppo correre. Di tutti!
Tant'è che sono pochissime le scene veramente horror (nel senso più gustoso/tradizionale del termine), e tutte prevedibili, tranne due: la prima, quella iniziale, ovvia me veramente ben fatta. La seconda: la capitolazione di Gerusalemme, perfetta e con un malcelato disprezzo per la fracassona popolanità dei palestinesi; sarà proprio il loro inutile e fanatico rumoreggiare che attirerà gli zombi ad un pasto devastante... stranamente, nessuno dei nostri critici di sinistra (quindi, prevalentemente antisemiti) se n'è accorto.
Musica poco incisiva (peccato, perché nei trailer sembrava più interessante); montaggio di qualità; effetti al computer, tosti e ben fatti (e poco invadenti, al contrario di quanto si legge in giro); regia di mestiere con qualche guizzo autoriale che non guasta.
Come appassionato e cultore del genere, non riesco ad essere molto obiettivo, lo ammetto. A me il film è piaciuto e mi ha divertito. Oltretutto l'ho visto in una sala cinematografica semiabbandonata e decisamente poco pulita, dove albeggiano odori di altri tempi e quell'aria di sala parrocchiale che tanto frequentavo quand'ero ragazzo.
Sicuramente non è un "film di/sugli zombi", non fa neanche tanta paura, non regala momenti di umanismo profondo né tantomento conflitti interpersonali di qualsiasi livello... però mia moglie si è trasformata in uno zombi... e la cosa mi ha fatto molto piacere.

08 luglio 2012

domenica cinema - Dead Set

Possibile che un blogger come me ospiti il Grande Fratello britannico?
Be', non vi dico nulla: se avete, però, la pazienza di arrivare fino alla fine, capirete il perché di questa mia strana scelta.
Buona visione.

15 luglio 2011

uno zombie si aggira per l'europa:
The Walking Dead

Ne avevo sentito parlare in più circostanze, e ne stavo aspettando l'uscita in cofanetto. E finalmente è accaduto: ho visto consecutivamente tutti i sei episodi della prima stagione di The Walking Dead. Un capolavoro, un autentico capolavoro.
Tratto da parte del fumetto omonimo di Robert Kirkman, è una serie curata e prodotta da Frank Darabont (già nel buon Le ali della libertà, nel mediocre Il miglio verde, nel mirabolante e doloroso The mist; tutti da soggetti di Stephen King).
Ottima sceneggiatura, ottimo cast, storie e colpi di scena in perfetto equilibrio, filo conduttore che regge bene all'urto dei cambi di rotta, splatter mai fine a se stesso e deliziosamente elegante (tanto che anche vostra moglie potrebbe dargli un'occhiata piùccheinsistente), finale sospeso ma plausibile, momenti di dolore e di speranza ben equilibrati e credibili, l'impossibilità del tutto mai esasperata, regole della bibbia rispettate rigorosamente senza tanto autocompiacimento, nessuna autoreferenzialità.
Certo, fortunatamente mancano i preti, e non lo dico per amore di polemica... nell'horror i preti servono a due cose: o a buttare in caciara un'organizzazione di sopravvivenza fortunosa ma perfetta, o a dare un irritante segno escatologico all'intera vicenda (se ci pensate bene, ci ha rinunciato anche il contortissmo Lost; mentre nell'insisterci troppo sopra, nella quarta e ultima stagione di Battlestar hanno combinato un bel casino, rovinando tutto).
In più è denso di affettuose citazioni, mai enfatizzate e mai inserite a forza. C'è l'elicottero e il cavallo divorato (tra le tante cose che alludono al "padre" Romero), c'è la tensionesissima passeggiata tra gli zombi (ricordando quella di Simon Pegg), c'è il protagonista che si sveglia dal coma e non capisce cosa è accaduto (cfr 28 giorni dopo di Danny Boyle, che comunque NON è un film di zombie), il suo compare che si chiama come un mitico personaggio western, ci sono gli zombie che corrono (simili a quelli di Zack Snyder), c'è anche una sottile ironia che pervade certi militarismi mai isterici, e molte altre cose, tipici dei film di genere.
Insomma, una delizia.
La Fox assicura l'uscita della seconda stagione per il prossimo Halloween. Speriamo bene. Non vorrei accadesse come per Californication: prima stagione, notevole; le restanti, 'na schifezza.

20 maggio 2011

un libro sprecato sui miei carissimi zombie

Per favore, resistete fino alla fine; si tratta di poche righe:
Proviamo a ribaltare la questione metodologica e presentarla dal punto di vista del regista: se questi esseri si fossero presentati come attori parlanti, avremmo assistito a una pretesa di definizione e di oggettivazione, più che a una rivendicazione di soggettivazione del subalterno. In altre parole, se il subalterno potesse parlare raccontare la propria storia, si costituirebbe come soggetto. Ma se il regista avesse approfondito questo passaggio, probabilmente avrebbe abbandonato il terreno che gli era permesso di scuotere il nostro inconscio e contaminare l'immaginario.
Confesso: quando leggo queste cose, metto mano alla fondina.
In realtà è un brano, un brandello (è il caso di dirlo), estirpato dal saggio scritto a tre mani e mezzo, dal titolo "L'alba degli zombie - Voci dall'Apocalisse: il cinema di George Romero".
Ora, per come sono appassionato io, un saggio su questo genere è già scritto nella mente e nella memoria di chiunque lo ami. Anzi: paradossalmente, non verrebbe in mente a nessuno di scriverlo, proprio perché tali e tante sarebbero le citazioni, i riferimenti, gli incroci più o meno congrui, che si faticherebbe non poco a tenersi sotto le 500 pagine. In più, è un argomento con così tante implicazioni di vario livello, che comunque sarebbe meglio mantenersi con un italiano (e una sintassi, cazzo!) di medio livello.
Insomma, era facile scrivere qualcosa di degno; impossibile fare una pecionata. Eppure questi tre giovanotti e mezzo ci sono riusciti, sia perché hanno spesso scritto cose inesatte (la lista sarebbe lunga, e ve la risparmio), sia perché si sono incaponiti in quel modo di fare criticismo supponente che tanto andrebbe estirpato dalle università italiche: parlano di loro, non dell'argomento; interpretano le intenzioni del regista senza averle verificate; qualora il regista abbia già sconfessato i loro appunti, li perpetuano senza tanto pudore; trascurano alcuni film nodali, e ne infilano altri fuori contesto; si ostinano a ritenere il genere qualcosa di interessante solo se inserito in un contesto polemico-politico; scomodano con smisurata saccenza riferimenti inutili e malcelatamente forzati (c'è addirittura Hobbes... ma senza Calvin... oh, è una battuta).
Vi chiederete: allora perché ne parli? 
Perché mi hanno fatto soffrire, pagina per pagina, riga per riga, appunto per appunto. Considerato che di libri sugli zombi ce ne sono veramente pochi, e rari (il precedente a questo, curato da Ortoleva, vale meno di niente), tanto vale che evitiate spreco di soldi e tempo... a meno che non l'abbiate già acquistato: allora saltate tutto, e andate direttamente alla brevissima e banalotta intervista a Romero; è l'unica cosa che si salva.

18 ottobre 2010

survival of the dead,
l'occasione mancata

Come disse una volta il mio padre spirituale Werner Herzog (cito a memoria), i film dell'orrore sono il cinema migliore, perché portano con loro spontanee potenzialità espressive, avvolti come sono nel mondo dell'immaginazione e dell'onirico.
Uno dei più grandi sperimentatori del genere è sempre stato George A. Romero, che, mantenendo costante il parametro dell'invasione dei morti viventi (come accade con la musica di Philip Glass), ha costruito storie che a volte leggevano il presente, ma spesso presagivano l'amaro futuro. Se l'Italia fosse un paese meno bigotto e chiuso, i suoi film sarebbero proiettati nelle scuole e nelle università specializzate.
Certo è che mentre il suo recente Diary Of The Dead mi aveva folgorato, questo Survival Of The Dead si è perso qualcosa per strada, e in maniera anche sciatta, quasi distratta. Come se Romero abbia scientemente voluto inciampare su uno script  che invece in nuce era veramente interessante.
Gli elementi per costruire qualcosa di epico ci sono tutti: il conflitto generazionale tra padre e figlia, il confronto intergenerazionale tra due sorelle gemelle, lo scontro tra due grandi famiglie patriarcali, la vittoria - amarissima - della mentalità militare a discapito di quella "civile", il colpo di scena finale (che quasi passa inosservato).
Partito benissimo, il film - quasi uno spin off del precedente - si perde subito per strada puntando alla rinfusa sulla reiterazione delle classiche costanti del regista.
In più, se in generale, una volta accettato il principio di partenza, le sceneggiature di Romero si autoponevano delle regole da rispettare (per quanto assurde, sempre regole erano), qui ci sta una serie di errori inutili che disorienta anche lo spettatore più distratto.
Che dire? Da tempo si vocifera di una sorta di capitolo finale in cui alcuni astronauti dentro uno shuttle sono gli ultimi "normali" rimasti, mentre sulla Terra hanno ormai vinto gli zombi. Un'idea che potrebbe risultare vincente se accompagnata da un testo forte e innovativo. Speriamo bene...

16 luglio 2010

diary of the dead, un film doloroso

Amando George A. Romero fino alla morte (è il caso di dirlo), non potevo farmi sfuggire il suo (pen)ultimo capolavoro, Diary of the dead.
Uscito di nascosto poco tempo fa, e adesso in dvd, è una sorta di cronaca in presa diretta dell'invasione degli zombi. Dopo la Notte dei morti viventi, Zombi, il Giorno dei morti viventi e la Terra dei morti viventi, Romero sfida se stesso e capovolge la prospettiva.
Tutti i film precedenti, infatti, si basavano sull'assedio: noi "sani" dentro una casa (nel primo), un supermarket (nel secondo), una base militare (nel terzo), un intero quartiere presidiato (nel quarto); "loro", gli zombi, fuori. Ovunque e comunque. Non dormono, non si riposano, non hanno necessità fisiologiche, non si spaventano, non soffrono; impossibile anche e solo pensare a una qualsivoglia forma di guerra convenzionale (anche la meno convenzionale tra le meno convenzionali) per sconfiggerli.
Questo Diary cambia però prospettiva: non c'è un assedio, un'Iliade insomma; ma un Odissea, un viaggio fisico e allegorico dentro l'animo umano, dove l'angustia psicologica e fisica dell'esistenza degli zombi condiziona ogni comportamento, ogni parola, anche ogni momento psicologico. Questa volta, e di più delle altre, senza troppo splatter, senza troppi ammiccamenti.
Certo, Romero si autocita a passo di carica, insiste su alcuni suoi topos narrativi... ma l'angoscia muscolare degli altri suoi film viene qui sostituita da un terrore al femminile, più suadente, lento, avvolgente, dove spesso il nemico c'è ma non lo vedi, dove il rischio è cosa costante e da accettare, e dove il mondo non è più patria di nessuno, neanche dei peripatetici zombi.
È forse la prima volta in vita mia (come fan zombesco s'intende) che dopo aver spento il televisiore, ho subito acceso le due/tre luci del tragitto che mi avrebbe portato a letto. Perché all'inizio sembra il "solito" Romero; ma appena entra il roll dei titoli di coda, arrivano molte sensazioni, e nessuna collegabile agli zombi...

10 gennaio 2010

la morte di Dan O'Bannon

Uno dei reati commessi costantemente dai giornalisti è il mistificare la realtà o - peggio ancora - inventarne una che non esiste. Il che, a volte, porta anche alla morte piscofisica di certi personaggi straordinari. Uno di questi è Dan O'Bannon, che alla fine è morto anche fisicamente il 17 dicembre scorso.
Dan chi?, direte voi.
Ebbene, mai nessuno gli ha tributato legittimi e ampli meriti cinematografici: accadeva solo durante gli incontri tra noi appassionati, o nelle chiacchierate all'ombra dei salotti bene pieni di incravattati sapientoni.
Se chiedete in giro chi diede l'impulso ironico al bellissimo Dark Star, vi risponderanno solo John Carpenter.
Se approfondite la storia della genesi di Alien, verranno fuori solo i nomi dei soliti noti.
In realtà, in Dark Star il nostro amico prematuramente scomparso recita, comonta e coscrive, imprimendo un azzeccato slancio umoristico che Carpenter avrebbe voluto più dissimulato. Per dirne una, la più banale: suo sarà il "penso, quindi esplodo" pronunciato cinicamente dalla bomba atomica difettosa.
Il conflitto tra l'alieno indistruttibile e un'eroina semiandrogina era nell'aria da tempo (l'idea di Alien nasce agli inizi dei '70), ma fu O'Bannon per primo a strutturarla come la conosciamo noi, andando ben oltre il seminale It! The Terror from Beyond Space (1958) cui palesemente faceva riferimento.
Come non dimenticare poi il suo contributo alla supervisione delle miniature e degli effetti speciali del primo (poi quarto) Guerre Stellari, o la scrittura dell'episodio sul bombardiere fantasma in Heavy Metal, o i suoi plot e idee in Total Recall e in Screamers... pietre miliari di un cinema fatto ancora di idee e di artifici comunque umani, fisici, sudati, senza pc o forzature virtuali.
O'Bannon girò anche un film, Il Ritorno Dei Morti Viventi (1985), una modesta presa in giro del classico di George Romero. Per molto tempo è stato dimenticato, o comunque relegato nella gora degli eterni misconosciuti, di quelli uccisi dal "sì, ma..." che troppe volte rende ignoti i giusti e stranoti gli imbecilli.
Per me resta un caro amico di mille visioni al buio in scomode sale parrocchiali, quando hai il terrore di alzare lo sguardo verso lo schermo, ma non vedi l'ora di spaventarti come si deve.
So long, Dan, so long.

10 settembre 2009

zombi?
buon appetito

Che la critica militante sia spesso composta di cialtroni lo dimostra ancor più questo borioso aver scoperto solo ora George Romero, oltretutto definito erroneamente il "padre degli zombi", dimostrando ancora una volta quanto pochi scribacchini abbiano veramente visto i suoi film.
Un film è quello che rappresenta, e la potenza narrativa di Romero se ne frega dei morti;
a lui interessano i vivi, porca miseria, i vivi!

Forse con questa sua nuova fatica, qualcuno di questi tardoni lo capirà, tanto è evidente l'attitudine di Romero (la trama è specchiatamente esplicita).
A latere segnalo quanto sia così triste constatare che se non fosse stato per i festival/testi di Luigi Cozzi qualche lustro fa (notoriamente di destra) e per la selezione di Marco Muller oggi (messo lì proprio dal centrodestra) noi italiani non avremmo mai goduto della lunga parabola cinematografica sugli zombi e sugli horror.
I critici militanti hanno sempre storto il naso su certi generi, tranne poi ritrovarteli tra le scatole in qualche cineclub, in incognito e con gli occhiali scuri, pronti poi a dire qualsiasi cosa pur di sembrare originali.
Confido nel buon gusto degli zombi: quando ci invaderanno, li mangeranno per primi.

11 agosto 2009

aggiungi un morto a tavola

Il martedì è notoriamente giorno di zombi. Al ragù, saltati in padella, in fricassea, come volete: è il sottogenere cinematografico più contestato ma paradossalmente anche quello che suscita maggiora attenzione "trasversale". Gli argomenti, i temi, le letture si sprecano. E il risultato finale è che volenti o nolenti comunque ne parlate.
George Romero è padre degli zombi (quelli seri, ovviamente, dove tetteculi non hanno senso alcuno), mentre Richard Matheson, si sa, è lo spirito di un modo di vedere la fine dell'uomo in una maniera totalmente opposta sia alla visione religiosa che a quella laica.
Se Matheson ha condizionato il genere con una sola opera (Io sono leggenda), Romero ne ha usato la sintassi per rileggere la nostra società nei vari momenti epocali che l'hanno contraddistinta (con La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno dei morti viventi e La terra dei morti viventi).
Questo Diary of the dead lo potete trovare a puntate su YouTube. È il quinto episodio di una storia che mai avrà fine.