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08 gennaio 2015

l'unico amico di Charlie

Il 12 ottobre del 2010, quelli di Spinoza raggiungono il fondo con un post ributtante. Nel nome, cioè, della libertà di essere liberi, gettano fango e letame contro quattro dei nostri ragazzi saltati in aria su una mina del "nemico" (o comunque di quello che il governo da noi eletto democraticamente ha considerato come tale, perlomeno in quel momento).
Io scrivo le mie rimostranze, e mi becco risposte stupide e sciocche che hanno il significato che hanno. Da quel giorno, non li leggo più. Neanche si accorgeranno di aver perso un lettore, figuriamoci: però ho un cervello e una dignità, e non posso certo sprecarli nel sito di quattro deficienti.
Però: non sono entrato nel loro palazzo, non ho sparato all'impazzata contro nessuno di loro, non li ho nemmeno presi a calci nel culo come avrebbero decisamente meritato.
Perché?
Perché siamo occidentali, un paese democratico, uno Stato libero, ricco di contraddizioni e di storie perlomeno originiali, ma pur sempre dignitoso almeno nella sua essenza teorica. 
Certo, per quelli di Spinoza vale l'antica regola del Marchese del Grillo: problema loro (e dell'intelligenza di chi li legge, è ovvio). Per un paese serio e civile, invece, quello di Spinoza è il tipico sacrificio dell'intelligenza: dare spazio anche a loro, per confermarsi e confermare che la democrazia non può buttare via nulla di se stessa, neanche gli sfinteri.
Vero è che la satira si misura proprio dall'essere capace di spararla grossa senza avere bisogno di appellarsi a un diritto; se la tua parola è forte, il tuo diritto è la tua parola.
Veniamo alla strage di ieri: è vero che la memoria e il rispetto che si deve ai quattro morti di cui sopra non è dialetticamente comparabile con l'importanza ontologica della figura religiosa di Mamometto o di Allah (che poi, non dimentichiamo, per alcuni raffigurare questa figura è già considerato blasfemo); è vero anche che un conto è la sensibilità dei singoli verso i singoli, un conto il rispetto - anche e solo strategico - che si deve nei confronti di un simbolo venerato una un miliardo e mezzo di esseri umani.... ma se tu manchi di rispetto nei confronti di un morto o di un dio, sei solo un coglione. Punto.
Non è che io vengo lì e ti sparo a bruciapelo. Tutt'al più non ti compro.
Su questo, immagino, non ci piove.
Qualche derelitto dirà che sto scrivendo "se la sono cercata". Non è vero. Anzi, prima di aprire bocca, verifichi la sua copia di Lotta Continua di qualche lustro fa: scoprirà chi urlò "se l'è andata a cercare", e avrà qualche simpatica sorpresa.
Né tantomeno voglio mettermi lì a scrivere i "sì, ma" che hanno smosso certi intellettuali da strapazzo.
Però c'è qualcosa che va detto: non aggrappiamoci a delle vignette stupide e blasfeme per difendere la nostra libertà di pensiero. 
Già... perché quella satira è stata "solo" libertà di pensiero, ma non di pensare. Già... pensare significa anche capire che se tu disegni Maometto a pecorina con il buco del culo a forma di stella di David, non hai aggiunto o tolto nulla alla causa democratica né dell'Islam né del mio paese: hai dato visibilità solo alla tua volgarità, peraltro abbastanza facilotta. Punto.
Chi dimentica queste cose per scrivere stronzate come questa (è del 2006, ma è stata ribadita poco fa dall'autore stesso), o come questa, o come questa, sta solo dando spazio al proprio ego, non a un dibattito. Anzi: c'è addirittura chi twitta una sciocchezza come questa 
dimostrando una irritante malafede.
Dov'è che voglio arrivare?
Che adesso sarà più facile difendere i "valori" dell'Occidente, come faceva istericamente la superfascista Oriana Fallaci, non distinguendo diritti e doveri. 
Sarà più facile st(r)ingersi intorno al Vaticano che fino a pochi secondi fa vantava una storia di abomini e di stragi analoghi. 
Sarà più facile ricicciare l'antica idea di Europa superiore all'Islam (ricordate la gaffe di Christian Rocca che blaterò sull'inconsistenza di un'opposizione interna all'integralismo, beccandosi reprimenda da tutti... tanto che ci ha bloccati in massa?).
Sarà più facile uscirsene come il sucitato Costa, pretendendo reciprocità culturale, di obblighi culturali al femminismo, di tante altre cose, ma senza dare un'occhiata al contesto.
Credo si debba affrontare il tutto partendo da altre premesse.
Se è un problema di religione, ogni religione è un problema. Del resto, è anche nelle nostre chiese che mi sento imporre che il dio cristiano è anche mio (che sono ateo) o di un ebreo o di un islamico. E anche "loro" fanno così dalle "loro" parti.
Se è un problema di coerenza democratica, l'Italia ha qualche problema in merito: la nostra reciprocità si è dimostrata leggermente debole, mi sembra.
Se è un problema di difesa dell'identità, mi chiedo a quale identità facciamo riferimento: qui ci si ricorda di essere bianchi-cristiani-occidentali solo in queste occasioni.
Se è un problema di terrorismo, va combattuto come tale. Quindi: militarmente prima, culturalmente poi. Né in Afganistan né in Irak ci stiamo riuscendo, mi sembra.
Se è un problema di convivenza culturale, togliamoceli dai coglioni allora, nella stessa misura però in cui dobbiamo toglierci noi dai loro coglioni. Però, poi, addio libero mercato.
Se è un problema di progresso, il progresso sta nell'essere progrediti e non nel progredire. E allora un Mamometto che la prende nel culo da chissà chi, non mi sembra una prova di satira.
Se è un problema di modernità, vedrete che il popolo italico si sveglierà solo quando si sentiranno cantare i primi razzi israeliani e/o statunitensi.
Quello che voglio dire è che l'11/9 non ci ha insegnato un tubo. Dovevamo uscire da certi vortici, costruire un mondo nuovo e diverso, e invece abbiamo fatto di tutto per peggiorare la situazione.
Se devo ragionare come un giornalista snob rinchiuso nella mia torre d'avorio, provo pena e dolore senza fine per Ahmed Merabet, prima ferito e poi "giustiziato" da uno dei killer. Merabet stava proteggendo con la propria divisa un valore di cui immagino non sapesse neanche l'origine: un valore che per puro gusto della provocazione irrideva la sua stessa religione... un valore che si basava sul capovolgimento di un'antica (presunta) regola volteriana: gli altri devono morire per difendere le mie idee, che se poi mi danno fama e gloria e visibilità eterna, meglio. Del poliziotto di quartiere Merabet, però, non ne parleremo mai più.

04 luglio 2013

i condor e i defunti

Martedì scorso è morto G., 91 anni ben portati, da 34 compagno di mia madre.
Tralascio la premessa che se fossimo stati un paese civile, forse non avrebbe sofferto come ha sofferto questi ultimi otto mesi. Vi racconto cosa è accaduto dopo.
Il tempo di salutarlo, che subito si è presentato un addetto delle pompe funebri, pronto a mischiare sapientemente cordoglio e burocrazia.
Abbiamo proposto ogni possibile semplificazione del cerimoniale, se non altro perché facilitati dal noto ateismo del defunto, mai praticato come la Hack (per dire), ma sempre ben presente nelle sue scelte, e che abbiamo fatto ben presente al tipo, più e più volte.
Nel far passare le fatidiche 24 ore, abbiamo vegliato la sua salma quel poco che bastava per accogliere parenti e amici rimasti. 
Però non gli avevano chiusto bene la bocca e gli occhi, e dal basso stavano già fuoriuscendo cose su cui è meglio sorvolare. Solo l'affettuoso intervento di mio cognato, ha consentito a mia madre di non subire un'umiliazione visiva così dolorosa.
Appena arrivati a Prima Porta, un tipo sciatto e trasandato ci è venuto incontro per altre faccende burocratiche. Intorno all'ufficio, il caos: altri addetti a vociare e fumare, macchine che correvano nello spazio di un fazzoletto e cose simili.
Arrivati, infine, all'area preposta alla cremazione, due tipi con barba incolta, pantaloncini e maglietta stazzonata ci hanno accolti al limitare di un'area dall'aspetto a dir poco imbarazzante: da un lato, un mucchio caotico di fiori abbandonati provenienti dalle bare già consegnate; dall'altra, un cancello per soli addetti ai lavori che sembrava più l'entrata di un garage condominiale di periferia che un luogo in cui presumibilmente termina il viaggio dei morti e inizia il dolore totale dei vivi.
Ultima chicca: solo in quel momento ci siamo accorti che sulla bara avevano comunque imposto una croce.

update in forma leggermente ridotta, questo intervento è stato pubblicato sulla prima pagina della Cronaca di Roma di Repubblica (addirittura in spalla)

25 settembre 2012

quando Hitchens alluse ad Huffington

Il compianto Christopher Hitchens è spesso citato a sproposito. Una volta tanto voglio divertirmi anche io in questo esercizio, riportando questo passaggio dal suo saggio La posizione della missionaria incentrato sulla terrificante figura di Madre Teresa. 
Alle pagine 30 e 31 incontriamo il passaggio segnalato. 
Buona lettura
Mentre scrivo ho sotto gli occhi anche una fotografia di Madre Teresa in piedi, gli occhi umilmente abbassati, in atteggiamento amichevole accanto a un signore noto come John-Roger. A prima vista, se la si guarda distrattamente, sembra che si trovino in un quartiere povero di Calcutta. Ma uno sguardo più attento rivela chiaramente che le figure di derelitti sullo sfondo sono state aggiunte a mo' di scenografia. La foto è un falso, così come, per inciso, è falso John-Roger. Capo del culto noto talvolta con il nome di "Insight", ma più precisamente come MSIA ("Movement of Spiritual Inner Awareness" [Movimento di Consapevolezza Spirituale Interiore], che si pronuncia "Messia"), è un impostore di calibro iperbolico. Probabilmente meglio conosciuto dal grande pubblico per il suo rapporto lucroso con Arianna Stassinopoulos-Huffington - il cui marito, Michael Huffington, spese quarantadue milioni di dollari del patrimonio ereditario personale nel tentativo fallito di aggiudicarsi un seggio al Senato in California - John-Roger ha ripetutamente sostenuto di essere, e di possedere, una "coscienza spirituale" superiore a quella di Gesù Cristo. È difficile giudicare una simile affermazione. Tuttavia, si potrebbe pensare che sia blasfema per la mentalità semplice di Madre Teresa. Eppure, eccola là, che gli tiene compagnia e gli presta il lustro del proprio nome e della propria immagine. Il MSIA, va precisato, è stato ripetutamente denunciato nero su bianco come un'organizzazione corrotta e fanatica, e - nell'elenco della Cult Awareness Network (Associazione per la difesa contro le sette. [n.d.t.]) - figura come "estremamente pericolosa". Si scopre che la fotografia contraffatta immortala un evento importantissimo: l'accettazione, da parte di Madre Teresa, di un assegno di diecimila dollari, sotto forma di Premio Integrità donato da John-Roger in persona, un uomo che era giunto a comprendere la propria divinità dopo una visionaria operazione ai reni. Senza dubbio gli apologeti di Madre Teresa avranno la difesa a portata di mano. La loro eroina è troppo innocente per scorgere la disonestà negli altri. D'altra parte diecimila dollari sono diecimila dollari e, come diceva spesso Lenin (citando Giovenale), pecunia non olet: il denaro non ha odore. Quindi, quale scelta più naturale per lei che lasciare ancora una volta Calcutta, arrivare fino a Tinseltown e condividere la sua aura con un guru che proclamava di eclissare nientemeno che il Redentore?

28 maggio 2012

questo papa così solo

Come ateo non militante (anche perché la “militanza” sarebbe una contraddizione in termini), provo una profonda pena per questo papa, perlomeno per la figura che sta uscendo dalle interviste e dalle inchieste portate avanti da Repubblica.
Non ho una grande simpatia per questo papa, né tantomeno per il precedente (di cui brutalmente si potrebbe dire che Ratzinger fosse il suo braccio ortodosso, quasi “armato” direi): però vedere che in Vaticano regnano quelle stesse piccinerie umane, quella brama di potere così prepotente, questa lontananza dalla freschezza del Vangelo e della figura di Gesù, mi fa sorridere amaramente. Mi passa la voglia di dire “l’avevo detto io”.
A me piacerebbe “sfidare” la Chiesa Cattolica in ambiti più consoni: della filosofia, della morale, dell’ingerenza continua nelle nostre umane quotidianità.
Non è divertente né rassicurante assistere, invece, a queste contraddizioni terrene e poco edificanti: ci restituisce un’idea di Chiesa in crisi di identità da più tempo di quanto non appaia, di mancanza di forza e di strategia, di disattenzione totale per il ruolo di guida spirituale che inevitabilmente ha o dovrebbe avere.
Non vorrei incorrere nell’errore sciocco e banale che in fondo è questa la vera Chiesa che un ateo si aspetta e che biasima, che brandisce una croce che non le appartiene e che strumentalizza da sin troppo tempo con i risultati che vediamo e subiamo.
Però è uno sbraco così imbarazzante, che alla fine mi viene voglia di pregare per questo uomo così solo e ridicolizzato. Non so come si prega, è ovvio, né tantomeno ne riconosco l’utilità interiore: però, e alla fine, mi sembra l’unica soluzione praticabile.
Davvero ci siamo ridotti a questo?

15 maggio 2012

L'invasione è vicina? Ne parlarono in molti

Irritato com'era dal fatto che ogni volta che diceva essere qualcuno tra il pubblico rispondeva non-essere, un attore scespiriano invitò il saputello del momento a continuare lui sul palco per perpetuare quel delizioso monologo - un monumento della pura dialettica, va detto.
Ecco, quand'ho fatto cenno ad alcuni che questi cosi che invadono la principali città italiane sono il prologo dell'invasione, subito mi hanno risposto i-baccelloni!!!!... dico io: ma non avete capito la serietà del fenomeno?
Innanzitutto, a cosa servono questi cosi (per Madre Natura intendo)? A nulla! Orbene, esiste il nulla in Natura? No!
E poi, avete fatto caso a quanta gente vi guarda strano quando siete per strada? Sono aumentati!
Io non dico che ci sia qualcosa di strano. Semmai c'è qualcosa di strano.
Però, se proprio vogliamo fare i saccentoni, di situazioni simili se ne sono viste nel cinema. Qualcuno si è ricordato del Terrore dalla sesta luna del mio Heinlein. Il libro era più ficcante; il film, meno (anche se servirà a Fleming per rubare qualche caratterizzazione per il suo James Bond). Solo che in questa storia gli alieni hanno attitudini comunque emotive; i-baccelloni!!!! proprio non lo erano. Anzi.
Il soggetto originale era un romanzo del 1955 di Jack Finney, che sostanzialmente finisce con la fuga de i-baccelloni!!!!. Ottima scrittura, trama decisamente ficcante.
Il primo film che smanazza la suddetta trama è L'invasione degli ultracorpi. Classe 1956, ha come regista il "lanciatore" dell'Eastwood più tosto, il grande Don Siegel, regista definito "difficile" solo perché coerente fino al midollo (insomma, non avrebbe mai lavorato per Berlusconi, come fanno SavianFazio, per dire). Finale possibilista, forzatamente aggiunto dalla produzione, che nulla toglie però all'allarme urlato dal povero disgraziato di turno (il cui protagonista ritroveremo tra una riga, in un delizioso quanto sanguinolento cameo).
A questo segue Terrore dallo spazio profondo. Classe 1978, è una sorta di film d'autore, perlomeno nella forma (ottime inquadrature; sceneggiatura in linea). Ci sono pezzi da novanta tipo Donald Sutherland (che ritroveremo nella Sesta luna sopra citata; allora è un vizio), Leonard "Spock" Nimoy, Jeff "La mosca" Goldblum, e quella povera disgraziata della Veronica Cartwright che avrebbe dovuto poi essere la Ripley di Alien, ma la Weaver aveva i genitori che coproducevano Scott, e Scott si piegherà al cambio di protagonistessa. In questo Terrore, si vede esattamente quello che sta accadendo a Roma e Milano: questi cosi che fluttuano nell'aria e invadono una metropoli anonima quanto superamericana. Quando gli umani contagiati ("replicati", va detto... replay, ripley, la Cartwright ci era già vicina) diventano amimici e asentimentici repliche di noi, per riconoscere chi non è infetto lo indicano cominciando ad urlare in maniera che ancora oggi fa fare tanta cacchetta al sottoscritto. Finale amarissimo, com'era giusto che fosse in quegli anni di riflusso (esofageo).
Urla che ritorneranno strascopiazzate nel ridicolo reremake del sopravvalutato Abel Ferrara. Classe 1993, Ultracorpi, l'invasione continua mischia i due episodi precedenti, aggiungendo due cosucce niente male ma sviluppate pessimamente: il tutto si svolge in una base militare... cosa strategicamente logica, come lo sarebbe anche invadere una megametropoli, anziché i paesini di Villaggio dei dannati - libro meraviglioso! - proposti due (forse tre) volte, nel 1960 e nel 1995. E poi i bambini sono stronzettini anzichésì. Finale aperto ma paraculo, che lascia il tempo che trova.
Ultimo, e per fortuna!, è l'orribbbole Invasion. Classe 1997, vede il quasipolacco Daniel "Bond" Craig posseduto e poi redento da Nicole Kidman, perché lei capisce tutto, intuisce tutto, e trova la soluzione all'invasione nebulizzando un sottoprodotto del suo silicone zigomale sulla città ormai infetta. Alla fine, vissero tutti felici e contenti, tranne lo spettatore addormentato.
Ma allora non ve ne siete accorti? Guardate l'escalation delle trame: si passa dalla denuncia al volemosebene. Sì, ci sono parentesi come la doppia Cosa dall'altro mondo (quella del 1951 e quella western di Carpenter), e vocazioni ammonitrici simili. Ma mai nessuna aveva detto chiaramente che è possibile invaderci togliendoci l'anima, il sorriso, lo scazzo, i sentimenti, l'odio, l'amore.
E la cosa sta accadendo. E io il 30 verrò visitato dall'otorino che forse è uno di loro e mi farà fuori perché sto parlando troppo.
Mi direte: proprio tu che sei ateo; tu, che curi il Canale Scienze per mamma Rai?
Appunto.


20 marzo 2011

laicismo è esplorare

Il principio del pensare e quello del pensiero sono due entità totalmente opposte, quasi inconciliabili. Pensare è un gesto, un modo di muoversi, di sperimentare, di ambire a qualcosa di lontano ed inavvicinabile, che in fondo non verrà mai raggiunto, ma che proprio nel gesto del pensare diventa qualcosa di possibile.
Il pensiero, invece, è statico: esprime cioè se stesso, e quello che vuole significare. Il momento stesso che si decide di esprimere il pensare attraverso un pensiero, già gli si è fatto un torto, proprio perché il pensiero è un sedersi, un ragionare su quello che si è raggiunto, non tenendo però conto dell’orizzonte che si ha di fronte, ma della materia su cui ci si siede.
Il pensare è sperimentazione, il pensiero è un collaudo definitivo.
Il pensare è radice dell’essere umano, il pensiero è rassegnazione alla propria fisicità.
Pensare è essenza, pensiero è sostanza.
La grande differenza tra una società libera e una società democratica, è che nella prima si incentiva il pensare, nella seconda si invoca il pensiero, libero ovviamente, perché se non fosse libero, sarebbe un pensare. Paradossale ma sensato: un pensare non ha bisogno di essere definito “libero”, perché già lo è. Se, invece un pensiero sente la necessità di rafforzare il suo status con l’aggettivo “libero”, è perché sa già di non esserlo.
L’enorme differenza tra una civiltà come la nostra e quella veramente libera è che noi abbiamo bisogno di dirci continuamente quello che siamo; quella libera, no.


16 dicembre 2009

ateismo è libertà

Mi sfugge come sia sfuggito il 10 dicembre scorso il lungo intervento di Vito Mancuso su Repubblica. Scritto a ridosso di un convegno internazionale promosso dal Progetto Culturale della Cei con il patrocinio del Comune di Roma, ripassa la lezione del difficile rapporto che la Chiesa ha con il progresso.
Tra le premesse della lunga prolusione, il compagno di libri di Augias scrive:
La sfida della postmodernità alla fede in Dio non è più l'ateismo materialista. Tale era l'impresa della modernità, caratterizzata dal porre l'assoluto nello stato-partito o nel positivismo scientista, ma questi ideali sono crollati e oggi gli uomini sono sempre più lontani dall'ateismo teoreticamente impegnato. Gli odierni alfieri dell'ateismo vogliono distruggere la religione proprio mentre si connota il presente come "rivincita di Dio", anzi la vogliono distruggere proprio perché ne percepiscono il ritorno, ma i loro stessi libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di Dio.
Non immaginavo si potessero scrivere tante sciocchezze in così poche righe, credetemi.
Andiamo per brevi punti:
  • confondere l'ateismo materialista tipico del sovietismo con le ragioni di chi non crede in dio, è un'operazione furba e maliziosa, che relega le antiche motivazioni degli atei solo dentro al ristretto fulcro della dittatura stalinista
  • confondere la modernità con l'afflato negativo del sovietismo materialista è un'altra scorrettezza dialettica e storica. Ateismo e stalinismo e modernità si saranno pure incontrati, ma ridurre tutti e tre nella stessa stanza, in spazi storici limitati e limitanti, è addirittura ipocrita
  • a latere: modernità e modernismo (brechtianamente parlando) sono due cose diverse. La confusione di Mancuso è sinonimo o di povertà di argomenti o di scorrettezza in nuce, voluta e ricercata (e quindi dialetticamente o giornalisticamente immorale, fate voi)
  • l'"ateismo teoricamente impegnato" NON è l'ateismo vero e proprio che il signor Mancuso butta in caciara alla grande. L'ateismo se è "impegnato" non può essere ateismo, perché l'ateo non si impegna ad imporre niente a nessuno, e vuole/pretende/ha-diritto che anche le religioni facciano lo stesso (cioè che non entrino nelle nostre case a giudicarci di continuo)
  • "Impegnarsi" significherebbe, insomma, il voler stabilire dei parametri di idoneità e priorità morale che l'ateo non può praticare: sconfesserebbe il suo non voler vivere sotto credenze (o non credenze) e di conseguenza il suo non volerle imporre
  • "Gli odierni alfieri dell'ateismo" NON vogliono "distruggere la religione", caro il nostro Mancuso. La religione è cosa nobile e rispettabile: il cattolicesimo, invece, è un'ipocrisia che di religioso ha ben poco, anzi (e di popoli ne ha distrutti, haivoglia)
  • e comunque l'ateo non vuole neanche "distruggere" il cattolicesimo. Riportiamo l'Italia ai tempi sociali di Federico II, e Mancuso vedrà come sia possibile una civile convivenza tra le varie religioni, e anche con atei, sufisti e agnostici. L'ateismo è una scelta privata come privata dovrebbe essere la scelta religiosa. Solo che i religiosi s'impongono al mondo; gli atei non fanno nient'altro che difendere i propri spazi (peraltro in ordine sparso e senza fare i furbetti con l'otto per mille dei cittadini)
  • questa religione cattolica non è certo la "rivincita di dio", anzi: la chiesa è in crisi, il Vaticano è in crisi. Non solo per questioni pedofile (che sarebbe facile tirare in ballo), ma per un'incongruenza visibilissima tra ciò che esiste e ciò che dovrebbe esistere: in mezzo c'è un papa troppo dotto per capire la quotidianità, troppo chiuso per saperla interpretare, troppo arrogante per capire che sarebbe ora di dare spazio alle diversità (non solo quelle omosessuali, s'intende)
  • e se Mancuso vuole vedere invece tra i soli credenti la presunta "rivincita di dio", sbaglia della grossa: politicamente, eticamente e geopoliticamente i paesi con il più alto tasso di credenti dichiarati, sono anche i più retrogadi scientificamente, socialmente e legislativamente... e poco attenti alla moralità (vere e necessarie, s'intende) dei propri governanti
  • gli atei vorrebbero "distruggere la rivincita di dio" proprio perché ne percepiscono il ritorno? E quando mai! L'ateo spera anche nella spiritualità e nella religione, perché l'ateismo è una forma di sperimentazione continua, di viaggiare infinito, di porsi continuamente dubbi, di approfondire ogni singolo atomo delle cose esistenti e di quelle che potranno esistere. Più religiosità c'è nel mondo, e più sarà possibile frequentare i cuori e le menti di chi non conosciamo; più invece i granitici monoteismi continueranno la loro strada verso l'arroganza e la protervia, e con più facilità la povertà spirituale spargerà il proprio sale tra le menti delle persone
  • i "libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di dio"?!? Vorrei scomodare Bombolo, se premettete (tanto è la profondità dell'argomentare di Mancuso): se mi documento me meni, se non mi documento mi meni; allora menami e la facciamo finita. La prima sciocchezza che mi dicono le persone quando scoprono che sono ateo è "prima devi leggere la Bibbia; poi dopo puoi dire di essere ateo". Al che ci si chiede se loro l'abbiano già fatto... In realtà a me sembra che i libri usciti in questi anni non abbiamo mai attaccato la religione ma gli abusi e l'arroganza del Vaticano (c'è un libretto sui rapporti tra Mafia e chiesa, tra Nazismo e chiesa, tra speculazioni finanziarie (e non solo) e chiesa, tra Berlusconi e chiesa). La domanda è: dov'è l'"attacco" alla religione? Dov'è la "rivincita di dio"? Eppoi: quantunque e qualora fossero veri i deliri di Mancuso, se dio è forte, se una religione è forte, se i suoi credenti sono forti, perché scomodarsi a denunciare un attacco che non potrebbe sortire effetto alcuno? 
  • al di là di queste considerazioni, Mancuso crede che parlare di qualcosa significhi attribuirle una "rivincita"? E allora gli ebrei che parlano della Shoah fanno "rivincere" Hitler? Ma che razza di argomentazioni di partenza usa, signor Mancuso?
Il resto del testo lo trovate qui. Vivaddio (è il caso di dirlo) ci sono meno fesserie di queste di partenza. Ma se questa è la profondità delle persone che devono parlare di fede e ateismo, siamo veramente messi male. Certo, c'è il citato equivoco che per farlo bisogna esserne competenti. Due allora sono le considerazioni: Mancuso non conosce l'"altra sponda"; l'"altra sponda" sa perfettamente che la stretta competenza, il teologismo bibliotecario, la polverosità della dottrina, non hanno lo stesso sapore delle strade e delle genti.
A volte le istruzioni pr l'uso della spiritualità sono così strumentalmente complesse e complicate, che viene voglia di ridere in chiesa durante la funzione.
Ancora una volta Repubblica ha dato fiato a chi poteva dire la sua: avessi scritto io certe cose, o voi, Ezio Mauro ci avrebbe sbattuto la porta in faccia.
E se dio esistesse, in questo preciso istante farebbe saltare la corrente per qualche minuto a casa di Vito Mancuso. Così s'impara.

05 agosto 2008

5 agosto 1735

L'Indice dei libri proibiti è stato istituto dal VaticanChiesa nel 1559 ed è rimasto in vigore fino al 1966 (curiosamente è l'anno della mia nascita); in questo elenco ufficiale di pubblicazioni ritenute contrarie alla fede o alla morale cattolica è presente il meglio del pensiero della storia dell'umanità.
Vi chiedete come sia possibile che per 400 e rotti il VaticanChiesa abbia perpetuato questo ostracismo chiuso e bieco... be', ne ha impiegati solo 350 per rivedere il processo che condannò quel povero cristo di Galileo Galilei.
Naturalmente ancora nessuno ha chiesto perlomeno scusa per l'omicidio di Giordano Bruno.
Rincuoriamoci comunque: il 5 agosto 1735 viene ricordata come la Giornata dell'indipendenza dei giornali. In questo giorno, infatti, fu assolto l'editore americano Johan Peter Zenger dall'accusa di pubblicazione di scritti sediziosi e diffamanti nei confronti di un governatore.
Pochi anni dopo, nel 1789, verrà sancita strutturalmente la libertà di parola con la Dichiarazione della libertà dell'uomo.


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18 gennaio 2008

blogghezza

Leggevo sul Domenicale del Sole 24ore dell'altra settimana che Andrew Keen, un imprenditore di Silicon Valley, ha scritto un’invettiva sui blog.
Come può un meccanico d’auto avere la stessa autorevolezza di un genetista sulle malattie ereditarie?

15 novembre 2007

diverso ad ogni costo

I due principi enunciati qui a destra sono di un uomo di colore e di un omosessuale. La piattaforma che ospita questo blog nasce dall'intuizione di un ebreo. Le prime idee sulla programmazione appartengono a una donna dell'800.
Le mie origini vanno divise in quattro: da parte di mio padre, il cognome può essere riferito o ad antiche origini marrano/spagnole/ebraiche oppure a recondite origini slave; da parte di mia madre, metà è siciliana - con sensibili influssi arabi e svevi, l'altra metà può tranquillamente reputarsi romana.
I miei scrittori preferiti sono un inglese bisessuale (Byron), un alcolizzato fanfarone (Hemingway), un portoghese impotente (Pessoa), un mercenario greco (Senofonte), un giapponese ultranazionalista nonché morto suicida (Mishima), un tossicodipendente uxoricida (Burroughs), un buddista anarchico (Salinger), un fascista convinto (Celine) e un comunista intelligente (Camus)... e altri simpatici amici che ora non ricordo.
Ascolto musiche di vario genere: il rock, strumento del demonio per eccellenza; il jazz, anarchico ed individualista; la classica, il canone ormai per pochi eletti; la contemporanea, la logica dei furbi.
I miei registi preferiti sono o ebrei, o gay o conservatori.
Il mio cellulare è finlandese, il mio pc è taiwanese, la mia macchina fotografica è giapponese con lenti tedesche, le mie scarpe spagnole, il mio cappotto newyorchese, parte dei miei orologi svizzera, magliette cinesi...
La mia donna di servizio moldava, l'operaio di fiducia polacco, il commercialista e l'avvocato romanisti, il cognato napoletano, l'unico amico non gay è laziale... e una moglie femminista, anarchica, in carriera, con un cuore e due occhi verdi grandi così.
Insomma: sono un maschio italiano eterosessuale di sinistra - ahimé persino cresimato - di razza bianca, puramente doc. Qualcosa da ridire?



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20 settembre 2007

la nostra data

Quando ricordo a qualcuno che oggi sarebbe l'anniversario della presa di Porta Pia, questi si gira intorno cercando un elettricista... sembra una battuta, ma in fondo non lo è.
Oggi dovremmo celebrare una data universale.
LA data delle donne e degli uomini liberi, non solo laici o atei che siano, ma di tutti quelli che hanno il senso dell'amor proprio, del discernimento, dell'etica, del libero pensiero, del rispetto per tutti, della meritocrazia, delle libere religioni in liberi stati, dell'onestà ad ogni costo, della correttezza, della scienza, della Ragione, del dubbio, dell'Europa libera, del cielo sopra di me e della morale dentro di me, dell'antifascismo come forma mentis, dell'anticomunismo...
20 è un numero tondo, così come tonda è l'attitudine di chi crede in certi princìpi e in certi valori. Settembre è il mese in cui si incontrano la fine dell'estate e l'inizio dell'inverno, i due estremi degli insegnamenti della Natura e della natura.
1870 come gli anni in cui la furbizia cattolica ha imperato nel mondo, distribuendo terrore, simonie, falsità, grettezze di ogni risma, milioni di morti uccisi solo perché erano liberi dentro, capaci di andare oltre testi riscritti in maniera furba e disonesta da chi ha strumentalizzato simboli divini per propri bassi comodi.
Ma oggi come oggi, che cosa resta del 20 settembre 1870?


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07 giugno 2007

la sessualità
e il Vaticano

Non vorrei - nemmeno lontanamente! - fare da furbo cappello a quanto segue, ma girando per la rete ho potuto constatare con divertita meraviglia che sono stato l'unico a far parlare persone dotte sulla questione BBC vs Vaticano, compatibilmente - è ovvio - con gli spazi e la struttura insiti in un blog.
Il bello è che ho incrementato le letture di poche unità... curioso che di fronte a occasioni simili, la gente preferisca andar oltre certi approfondimenti. Bah.
Un'altra cosa che mi ha colpito è che quelli contro la BBC hanno reagito quasi sempre in automatico, e hanno fatto dissertazioni basandosi solo sul sentito dire del sentito dire del sentito dire, proponendo spesso letture arbitrarie e tagliuzzate di questo o quel Codice, malafedando tranquillamente sul fatto che da che mondo e mondo quello che è imposto in un testo (non per forza religioso) sarà l'ultima cosa che verrà messa in pratica.
Premesso ciò, spazio a un botta e risposta tra l'antico amico Luca - che saluto sempre con tantissimo affetto e nostalgia - e il comunque coraggioso Don Stefano Colombo.

Eventuali commenti e continuazioni verranno pubblicati a partire da martedì; domani vorrei parlarvi di altre cose.

Sarà perché sono omosessuale, ma quando uscì la notizia, giudicai (e continuo a farlo) tutta la faccenda molto omofoba.
La Chiesa (ma non solo lei) continua a fare invece l'errata equazione omosessualità=pedofilia (sperava dunque di mettere una toppa alla grave falla degli scandali pedofili in questo modo, accusando cioè la categoria dei gay "infiltratisi" nelle maglie vaticane).
Il problema alla base della Chiesa è secondo me la rimozione forzata (almeno in apparenza) di una componente fondametale di un individuo: la sessualità.
Difficile sublimarla a mio avviso in qualche modo che non risulti col tempo dannoso per sé stessi o per gli altri; reprimere la propria sessualità solitamente porta a nevrosi e/o devianze sessuali patologiche.
Sono convinto che permettere una vita sessuale sana anche agli uomini (e donne) di chiesa migliorerebbe di molto la vita degli stessi e permetterebbero una sana diminuzione delle loro condanne sessuofobiche che da millenni affliggono l'umanità.
Luca


Ci sono così tante cose da dire in merito.
La linea della Chiesa è chiara. La sessualità non è una cosa a sé, ma una parte della donna e dell'uomo data con due ragioni evidenti: la procreazione e l'unione.
Nessun'altra azione umana ha la conseguenza di dare origine ad una nuova persona. Ha un enorme, forse unico, impatto simultaneo nella sfera corporea, emotiva ed intellettuale. Nessuna attività umana come la sessualità è tanto aperta quindi al bene e quindi - per ovvio converso - al male: l'accesso al corpo dell'altro è perennemente potenzialmente violento; non un donarsi ma un possedere (non a caso si usa questo verbo in senso sessuale).
Dunque la sessualità non è una ossessione della Chiesa, ma una dimensione ineludibile della persona: tanto che ci sono delle differenze ineludibili tra uomini e donne in termini fisici, emotivi e intellettuali (non una superiorità/inferiorità ma differenza e complementarietà - che invece
ovviamente non si dà nei rapporti sessuali omosessuali).
Io - prete - non reprimo la mia sessualità, semplicemente la vivo in una maniera differente. La repressione o il disturbo sessuale ci può essere, ma ci può essere (c'è) anche in gente che vive una sessualità scatenata, o ha una vita sessuale normale.
Di storie del genere sono piene le riviste, i libri, i film, l'arte... Proprio per la drammaticità e il fascino che inevitabilmente le storie che narrano di questi problemi producono.
Quindi quanto osserva chi ha scritto queste parole è semplicemente una mancanza di visione generale su cosa sia la sessualità, la sua delicatezza, e quindi la sua dirompenza quando fattori turbativi intervengano.
Esempio chiaro: perché più o meno tutti siamo d'accordo nel proteggere i bambini da una esposizione non graduale e adeguatamente filtrata alla sessualità? Perché condanniamo la pornografia, e l'uso gratuito ed esibito della nudità?
E sulla repressione: come mai chiunque è sposato o fidanzato, desidera che il partner "reprima" i suoi istinti sessuali e non li segua se si sente attratto da altri?
Chi scrive risponda: è repressione o maturità e fedeltà, quindi un valore personale, relazionale e comunitario?
Gesù quando parla della verginità dice espressamente che solo chi vi è chiamato può capire, la definisce quindi come chiamata e vocazione. Ma d'altra parte tutti sono chiamati in differenti forme e modalità a vivere una vita dove la sessualità è sempre guidata, moderata dalla liberta, quindi è un ambito fortemente "morale".
La Chiesa semplicemente educa tutti, a partire dai sacerdoti, a riconoscere questo, anche e soprattutto nella dimensione di dono, felicità, responsabilità. Che comporta vari gradi di sacrificio, secondo la forma della vocazione di ognuno.
Io faccio fatica, ma non mi sento represso; sfidato sempre, certo, ma represso no.
Un saluto.
don Stefano




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05 giugno 2007

Un pastore valdese
e il filmato della BBC

Caro Alessandro,
ti ringrazio molto per il tuo invito ad intervenire, ma purtroppo sono molto preso da troppe cose [...]. Non ho visto Annozero di Michele Santoro, perché quella sera avevo la riunione del nostro consiglio, ma avevo già guardato il documento della BBC su Youtube. Cosa vuoi che si aggiunga?
È agghiacciante!
Posso solo dirti che mentre in Italia per parlare dei casi di pedofilia legati ai sacerdoti si è dovuta fare una faticaccia immane (con TG dieciminuti andato in onda la sera prima di Annozero in funzione apologetico-compensatoria a favore della chiesa cattolica); in America, dove ho lavorato come cappellano ospedaliero, i giornalisti erano liberi di parlarne, i telegiornali non tacevano le notizie, i politici non facevano loro pressioni indebite, e gli alti prelati cattolici erano costretti a rispondere alle coraggiose domande che venivano loro rivolte, senza potersi sottrarre.
Questo la dice lunga su quanto potere ancora, purtroppo, abbia la gerarchia cattolica in Italia e su quanto servili i nostri politici e i giornalisti (con qualche bella eccezione, tipo Santoro) siano verso di essa. Eppure il nostro dovrebbe essere uno stato laico.
Quelli di pedofilia sono e restano reati penale gravissimi,che vanno giudicati dai tribunali laici e non da quelli ecclesiastici.
Perciò l'atteggiamento della chiesa cattolica è stato assolutamente errato e antievangelico. Un reato penale resta tale anche se a commetterlo è un prete ed è dunque gravissimo tutelare i preti (e addirittura trasferirli di parrocchia in parrocchia moltiplicando gli orrori) e impedire alle vittime di parlare e di ricevere giustizia.
Un caro saluto!
Sergio Manna


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01 giugno 2007

breve carteggio con
Don Stefano Colombo

Come promesso, eccovi il breve carteggio intercorso tra il sottoscritto e Don Stefano Colombo - a molti noto per aver sottoposto una ferma e civile critica a Beppe Severgnini - sul fenomeno che ha accompagnato l'inchiesta della BBC (ieri NON ho visto Santoro).
Una doverosa premessa che lascio precisare al diretto interessato, coraggioso perché si espone in questa mia casa apparentemente livorosa e irruenta: il senso di un carteggio è che rimanga espressione "di getto" e non di rielaborazione, anche se - ripeto - mi rendo conto di aver generalizzato molto. Ma se qualcuno dovesse eccepire vedrò di spiegarmi meglio.

Inutile dire che il diretto interessato mi ha autorizzato a farvi leggere quanto segue, e lo ringrazio per questa sua generosa disponibilità.

Se farete commenti, dovrò prima farglieli leggere affinché possa rispondervi come meglio crede.



Gentile Colombo,

ho letto la sua lettera a Severgnini.

Naturalmente non ne condivido un granché, anzi (eppoi il suo distinguere tra pedofilia e adescamento è farisaico, se lo lasci dire).

Mi piacerebbe sapere cosa fa il Vaticano, di pratico, di concreto, contro questo tristissimo fenomeno.

Visto che lei si dimostra documentato, o appare come tale, perché non mi aiuta a capire cosa veramente state facendo contro questo schifo?

Cordialmente,

Alessandro L.


Guardi la distinzione mica la faccio io, ma coloro che studiano il problema: è piuttosto evidente la differenza che esiste tra l'atteggiamento predatorio verso bambini indifesi e quello verso adolescenti che hanno una maturità personale, ed anche sessuale, molto diversa. Tanto è vero che certi comportamenti erano codificati in Grecia e Roma, mentre non lo era l'abuso di bambini.

La mia esperienza in America è di una situazione grave. Che ha scosso la Chiesa dalla parte della gente, che si è sentita tradita - giustamente - dai vescovi che hanno sottovalutato il fenomeno.

La reazione fu persino in taluni casi di mandare i preti colpevoli in cura psichiatrica. Alcuni furono - dopo le cure - rispediti in parrocchia e fecero altri danni. Da qui la protesta - SACROSANTA - della gente.

La Chiesa ha un suo diritto interno che precede di secoli quello degli stati, e rinunciarvi non è ipotizzabile. Ma tale diritto si è rivelato assai problematico, in casi come questi.

Quello che la Chiesa ha fatto concretamente è, nell'ordine:

- una dura politica di rimozione immediata di qualsiasi sacerdote di cui si sospetti qualche irregolarità

- una maggior severità nello screening psicologico dei candidati al sacerdozio

- una maggior apertura della Chiesa in quanto tale alle autorità competenti, per le indagini. Questo, devo dire, ha implicato qualche prezzo molto pesante: l'isteria - forse inevitabile - che tali eventi hanno provocato, ha visto vari preti accusati in base a dicerie, la cui vita è stata rovinata, e che poi si sono dimostrati innocenti.

In Italia c'è stato persino un sacerdote che si è suicidato, per poi essere assolto in giudizio.

Questa nota, come anche il caso di Rignano, dove non ci sono sacerdoti coinvolti, dimostra come sia molto pericoloso e profondamente ingiusto trattare con puro sdegno questi casi, che sono tutti e sempre (che siano coinvolti sacerdoti o meno) profondamente delicati.

Se vuole, questo aggiunge un altro motivo di critica alla maniera brutale con cui i media di solito trattano questi casi.

Un saluto.

Don Stefano Colombo


Be', non condivido l'approccio così schematico - anche perché credo che il tragitto verso una certa maturità psicosessuale (mi passi il termine) si sia veramente allungato.

Di conseguenza se la definizione giuridica di pedofili resta negli ambiti da lei impostati, quella sociale andrebbe rivalutata.

Di converso, trovo la sua eloquenza e le sue attitudini veramente stimolanti.

Mi piacerebbe ospitare questo breve carteggio sul mio blog, sempre che non le crei problemi, visto che sono ateo e - benché etero - totalmente solidale e agguerrito per tutto ciò che riguarda i diritti dei gay.

Un saluto,

Alessandro L.


Caro Alessandro,

se ritiene che le poche cose sconnesse che ho scritto siano un contributo, faccia pure. Anche se tutte le volte che mi rileggo avrei sempre voglia di correggermi in vari punti.

L'approccio schematico è dovuto al mio riassunto non alle proposte in sé. Oggi tutti coloro che entrano in seminario sono sottoposti ad esami psicologici.

A questo si aggiunga che le persone che decidono di entrare in seminario sono spesso molto più adulte di quanto succedeva in passato.

Molti vi accedono dopo la laurea.

Io sono entrato in seminario a 29 anni.

Su questo argomento colgo l'occasione per farle notare che quando il Vaticano pubblicò il documento in cui si annunciavano delle misure ad hoc per seminaristi che avessero preferenze omosessuali, si gridò all'omofobia.

Ma ben pochi osservarono che il documento non diceva: "chi è omosessuale non può fare il prete", bensì che c'è una difficoltà maggiore, per una persona omosessuale che si ritrova a vivere in una comunità la cui legge, liberamente scelta, è il celibato, ma dove non sono presenti normalmente donne. Questo è oggettivamente un aiuto per la persona eterosessuale, che inizia una vita simile (rende il passaggio graduale) mentre non lo è per una persona omosessuale, che anzi si ritrova in un ambiente dove la componente maschile è fortemente sottolineata, in modo imparagonabile alla convivenza normale.

Chi, essendo omosessuale, non avesse una maturità personale (e quindi anche sessuale) adeguata, si ritroverebbe inevitabilmente molto provocato.

Questa non è discriminazione, è puro buon senso, eppure i media hanno presentato quel documento in quel modo assurdo. Ancora una volta ci sarebbe da domandarsi il perché...

Un saluto.

Don Stefano Colombo




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13 dicembre 2006

Il caso Welby e la coscienza cristiana

Eccovi l'intervento integrale del bellissimo intervento del pastore Sergio Manna. È ricco di informazioni e di elementi che francamente non conoscevo, e che arricchiscono la qualità del dibattito e le ragioni di chi difende l'eutanasia. Buona lettura


"NO" è davvero l’unica risposta cristiana possibile
alla domanda di eutanasia?

È dallo scorso mese di settembre, dopo la lettera indirizzata da Pergiorgio Welby al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che in Italia è tornato il dibattito sul tema dell’eutanasia. Guardando i programmi televisivi, o leggendo i quotidiani che hanno trattato la questione, sembrerebbe che esista un’unica risposta cristiana a chi chiede di poter interrompere la propria esistenza a causa di una malattia che non abbia prospettive di miglioramento e che comporti sofferenze intollerabili; questa risposta sarebbe quella del magistero cattolico: un no fermo e deciso.
Ma è proprio vero che non esista, in una prospettiva cristiana, un’altra risposta possibile? In questo articolo vorrei condividere alcune opinioni che sento fortemente e che mi vengono non soltanto dall’approfondimento dei documenti elaborati dal “Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza[1], ma anche e soprattutto dalla mia pratica pastorale di cappellano clinico.
Innanzi tutto vorrei fare una premessa. Non tutte le richieste di eutanasia sono davvero tali. Molte persone chiedono di essere aiutate a morire semplicemente perché nel nostro Paese il dolore fisico non viene adeguatamente trattato. In uno studio del 2002 l’Italia era al 101esimo posto nel mondo per somministrazione di morfina ai malati gravi, subito dopo l’Eritrea.
Non credo che le cose siano molto cambiate negli ultimi anni. Sebbene la morfina sia il farmaco più efficace nella terapia del dolore, siamo ancora scandalosamente indietro nel suo utilizzo. Si preferisce, quando va bene, l’utilizzo della codeina, che ne è un derivato ma non ne ha la stessa efficacia e costa addirittura di più.
Quanti malati che muoiono bestemmiando e chiedono di farla finita per le sofferenze atroci che devono sopportare, potrebbero invece andarsene in pace se il loro dolore venisse correttamente trattato?
Sono convinto che un adeguato uso dei farmaci analgesici, primo fra tutti la morfina, ridurrebbe di molto le richieste di eutanasia.
E tuttavia rimangono quei casi in cui neppure i più potenti oppiacei risolvono il problema; casi in cui ai dolori fisici si aggiungono le sofferenze esistenziali, spirituali, psicologiche, che non vengono meno neppure con la preghiera, con un adeguato accompagnamento pastorale o psicologico, con l’amorevole sostegno di amici e parenti.
Non si tratta di ragionare a partire da principi astratti. Bisogna confrontarsi con i casi concreti, con le sofferenze vere di persone reali.
Come porci allora di fronte a Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare in fase molto avanzata, che chiede di essere aiutato a morire serenamente anziché dover convivere con la prospettiva angosciosa di un’atroce morte per soffocamento?
Può esservi, in una prospettiva cristiana, una risposta diversa da quella del magistero cattolico?
La risposta cattolica Welby la conosce bene, e infatti la riporta nella sua lettera al Presidente della Repubblica, aggiungendovi però i motivi per i quali non la ritiene soddisfacente: <<Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che “di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale”. Ma che cosa c’è di “naturale” in una sala di rianimazione? Che cosa c’è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c’è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l’aria nei polmoni? Che cosa c’è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l’ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa “giocare” con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica’ – io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico
>>[2].
Ritengo che le critiche di Welby alla posizione ufficiale cattolica siano pertinenti e che quel suo richiamo alla pietas sia condivisibile non soltanto dal laico (nel senso del non credente), ma anche dal cristiano, a qualunque confessione appartenga.
Le moderne tecnologie ci permettono oggi di prolungare, fino all’inversosimile, delle esistenze che per vie “naturali” si sarebbero già concluse da lungo tempo[3]. E allora, si tratta veramente di prolungamento della vita o non ci troviamo, piuttosto, di fronte al prolungamento dell’agonia?
Il giorno in cui anche in Italia (come già avviene in tanti Paesi civili) sarà possibile compilare il Testamento Biologico[4], con il quale ciascuna persona potrà decidere per se stessa quali trattamenti medici accettare e quali rifiutare, potendo finalmente respingere in piena coscienza quelle pratiche il cui scopo sia il mero prolungamento dei propri giorni, potremo forse avere una riduzione ulteriore dei casi in cui le persone chiedono l’eutanasia. Ci auguriamo che quel giorno venga presto e dovremmo fare tutto quanto è in nostro potere affinché un tale giorno arrivi davvero!
Nel frattempo, però, quale risposta dare alla richiesta di Piergiorgio Welby?
Esiste una risposta cristiana altra, rispetto al no assoluto e immodificabile dichiarato dal magistero cattolico?
Da cristiano evangelico credo che ci siano almeno due parole di Gesù che possono guidare la nostra riflessione in vista di una risposta: “ama il prossimo tuo come te stesso[5] e “come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro[6].
Sappiamo che alla domanda “chi è il mio prossimo?” Gesù rispose con la parabola del samaritano[7], come a ricordare che il mio prossimo è anche colui che non la pensa come me, che non ha il mio stesso sistema di credenze e valori. E allora, non è detto che la visione etica o bioetica di una chiesa vada accettata da tutti o imposta a tutti, indipendentemente dal loro credo o in assenza di un credo. Amore per il prossimo significa, dunque, anche prenderne sul serio le domande, anche quelle scomode, e non valutarle o, peggio ancora, ignorarle a partire da principi generali fissi e immutabili.
Fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, nel caso di Piergiorgio Welby, significa metterci davvero nei suoi panni per qualche giorno e solo allora cercare di dare una risposta che non sia spietata, cioè priva di quella pietas da lui invocata. Paradossalmente, nella situazione di Welby, la pietas, o, se preferiamo, la carità cristiana, potrebbe trovarsi non già in un rifiuto perentorio, assoluto, alla sua richiesta di por fine alle proprie sofferenze, bensì proprio nell’accoglienza di quella sua volontà.
E allora, se io fossi nei panni di Welby, vorrei che quella mia richiesta, cui da solo non posso rispondere, venisse accolta e rispettata; se mi trovassi nelle sue condizioni, vorrei che domani venisse fatto a me ciò che egli richiede oggi per se stesso.

Termino con le parole conclusive del documento del Gruppo di lavoro sui problemi etici posti dalla scienza che rispecchiano in pieno il mio pensiero e il mio sentire:

Da quale parte sta il Dio della vita e della promessa? Dalla parte del non-senso del dolore acuto di un malato inguaribile o dalla parte del suo umano desiderio di morire? Per quanto paradossale possa essere, in una tale situazione accogliere la domanda di morte significa accogliere la domanda della vita, accogliere il diritto di morire coscientemente la propria morte. Il medico che accoglie questa domanda del malato inguaribile l’accoglie all’interno di un lungo processo di cura e di relazioni. Il medico che si rende disponibile al suicidio assistito o all’eutanasia non commette un crimine, non viola alcuna legge divina, compie un gesto umano, di profondo rispetto, a difesa di quella vita che ha un nome e una storia di relazioni.”[8]

Sergio Manna
Pastore valdese

Pomaretto, 5 dicembre 2006

[1] Costituito dalla Tavola Valdese nel 1992, ha elaborato i seguenti documenti, posti all’attenzione delle chiese e poi pubblicati dalla casa editrice Claudiana: Bioetica, Aborto, Eutanasia (1998), Procreazione medicalmente assistita (1999). Utile anche la lettura di Giovanna Pons, Progresso scientifico e bioetica, 1999, Claudiana.
[2] Lettera di Piergorgio Welby al Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano, settembre 2006
[3] Cfr. anche il caso di Eluana Englaro, in stato vegetativo permanente in seguito ad incidente stradale avvenuto il 18 gennaio del 1992 e tenuta artificialmente in vita ancora oggi, nonostante il parere contrario dei genitori. La British Medical Association e la American Academy of Neurology sostengono che, in casi come questi, sia lecito sospendere la nutrizione e l’idratazione artificiale perché prolungare la sopravvivenza oltre i dodici mesi sarebbe accanimento terapeutico. Eluana è in quello stato da quasi quindici anni.
[4]Fin dai primi anni ’90 veniva distribuito ai pazienti dell’Ospedale Evangelico Villa Betania di Napoli un’eccellente esempio di testamento biologico elaborato dall’allora cappellano, il pastore evangelico battista Massimo Aprile. Ne esistono oggi altri ottimi esempi su internet.
[5] Marco12:31
[6] Luca 6:31
[7] Luca10:25-37
[8] “Eutanasia e suicidio assistito”, in Bioetica, Aborto, Eutanasia, Claudiana, Torino, 1998, p.90

19 gennaio 2006

perché Dio permette la sofferenza?

Come ho già sottolineato nel precedente post, non sono un credente, ma resto sempre affascinato dalla straordinaria competenza e conoscenza che caratterizza certi religiosi non per forza "famosi".

Da mesi, ormai, nella pagina dei commenti di Repubblica, Corrado Augias sta portando avanti un lungo e fascinoso confronto sulla fede, che sta coinvolgendo semplici lettrici e lettori, come anche persone competenti e illuminate, di ogni estrazione sociale e - soprattutto - credenti o laiche.

Mercoledì scorso, è apparsa una bellissima lettera di Sergio Manna, un pastore valdese che ha aggiunto il proprio contributo che qui pubblico integralmente, non costretto cioè dalle giuste e legittime leggi editoriali che spesso sintetizzano i contributi dei lettori per oggettive ragioni di spazio.

Ringrazio il pastore che mi ha autorizzato alla pubblicazione e che mi ha espressamente richiesto di lasciare la sua firma oltreché il suo account.

minimAle

Caro Augias,

sono un pastore valdese e le scrivo a proposito della lettera di un lettore e della sua conseguente risposta. Lei ha ragione nel dire che sulle domande poste dal lettore, e dunque sulla questione della teodicea, "nessuno ha finora saputo trovare una risposta soddisfacente". Premetto perciò che la mia non intende essere quella risposta soddisfacente, che in questo mondo non c’è. Ma entrambi i vostri contributi si concludono con il richiamo all'angoscia e dunque vorrei intervenire per questo.

Mi permetto di suggerire al lettore la lettura di un libro che affronta le tematiche da lui enunciate e denunciate. L’autore non è un teologo o un filosofo che si metta a ragionare in astratto sul problema della teodicea con l’unico intento di giustificare e riabilitare Dio. È un rabbino, Harold S. Kushner, che fa sulla sua pelle l’esperienza del giusto che soffre ingiustamente: il figlio gli muore a 14 anni per una malattia terribile che si chiama progeria e che porta il corpo di chi ne è affetto ad invecchiare e giungere alla morte precocissimamente. Alla morte del figlio il rabbino si rende conto che nessuna delle risposte tradizionali della fede gli è di conforto, incluse le risposte che lui aveva a suo tempo dato da rabbino sia dal pulpito che nei colloqui privati con credenti che si sentivano colpiti ingiustamente da lutti, malattie o catastrofi e chiedevano "perché Dio l’ha permesso?".

Il libro, in traduzione italiana, si intitola appunto "Ma cosa ho fatto per meritare questo?" (il cui titolo originale è invece "When bad things happen to good people"). Prendendo spunto dalla sua esperienza e rileggendo il libro biblico di Giobbe (per eccellenza nella Bibbia ebraica il giusto che soffre ingiustamente), Kushner riflette sulla questione della bontà, della giustizia e della onnipotenza di Dio (un po’ come Hans Jonas, da lei giustamente citato), arrivando a dire che nel caso di Giobbe, come in tutti i casi che richiamano la questione della teodicea (e dunque anche le questioni richiamate dal lettore e da lei stesso) diventa evidente che Dio non può essere tutte e tre le cose: buono, giusto e onnipotente.

Se è onnipotente, bastano le questioni richiamate dal lettore per affermare che non è né buono né giusto. Se invece è buono e giusto dovremo allora rinunciare all’idea che sia onnipotente. E a questa rinuncia arriva Kushner. Non so se posso far mie fino in fondo le sue conclusioni sulla non onnipotenza di Dio; mi piace però che il suo libro non si concluda con un lamento angoscioso e angosciato.

Alla domanda dov’è Dio nella nostra sofferenza e nelle ingiuste tragedie che colpiscono il nostro prossimo e il mondo, Kushner risponde che Dio è colui che ci da la forza di affrontarle e superarle, colui che ha dato la forza agli ebrei sopravvissuti agli orrori dei lager nazisti di ricostruirsi una vita e andare avanti, che ha dato a lui e a tante persone la forza di riprendersi da esperienze di lutto e dolore dalle quali non avrebbero mai pensato di poter uscire; Dio è colui che ispira tante persone a dedicarsi alla cura di coloro che sono colpiti dalle tragedie che la vita comporta, e il miracolo che talvolta Dio compie e di riportare la speranza in situazioni di cupa disperazione.

Da pastore valdese sono stato per anni cappellano ospedaliero e ho fatto esperienza di tutto questo. Ho compreso che la domanda "perché Dio mi fa questo?", molto spesso, più che una domanda sulla teodicea è una richiesta d’aiuto e che la mia risposta non deve consistere nel tentativo di giustificare Dio, come fanno gli amici di Giobbe, ma nello stare accanto a chi soffre, accettandone e talvolta perfino condividendone le bestemmie. Mi è già capitato di vedere come persone gravemente e ingiustamente colpite da mali terribili che maledicevano Dio, come vedendo in lui l’origine dei propri mali, siano poi giunte a riconoscerlo non più e non tanto nella loro malattia, o nella mancanza di guarigione, quanto piuttosto nella presenza costante di coloro che le hanno accompagnate, aiutate e sostenute, con amore, pazienza, rispetto, senza alcuna forma di giudizio o pregiudizio.

Non ho visto tante guarigioni miracolose, ho visto però quest’altro genere di miracoli: persone la cui unica preghiera poteva essere "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?" (Salmo 22,1) che hanno concluso la propria esistenza dicendo "Anima mia, benedici il Signore" (Salmo 103,1). So bene che purtroppo in molti casi la vita si conclude comunque con quel grido terribile: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?", sono anche le ultime parole di Gesù sulla croce, ma da credente mi consola il fatto che la risposta di Dio a quella preghiera, per Gesù come per noi, esiste e si chiama resurrezione.

Sergio Manna (pastore valdese) ser.manna@tin.it

alla ricerca del laicismo

Ripropongo un mio pensiero pubblicato nel settembre del 2005 nella rubrica dei commenti di Repubblica.
Gentile Augias,
mi sembra che le autorevoli osservazioni di Giuliano Amato sul laicismo comportino inevitabilmente almeno due appunti. Il primo è di ordine dialettico, anche se poi dissimulatamente più profondo: quando il Professore scrive che il cristianesimo riconosce l’Altro con il solo presupposto che “in ogni uomo c’è il segno di Dio”, ammette implicitamente un limite tutt’altro che secondario: l’esistenza di Dio viene data come assoluta, l’importante è crederci. Chi non crede non ha spazi per alcun riconoscimento.
In un altro passaggio, Giuliano Amato commette un’ingenuità che non è sua: “anche tra i non credenti affiorano assoluti che vanno resi compatibili con le ragioni di chi non li condivide”. In questi egli include solo certi estremismi scientifici, dimenticando che gli unici veri presupposti degli atei riguardano la posizione dell’individuo nella società.
Insomma: quello che lui definisce laicismo francese, ha nella sua stessa natura la difesa dei diritti di chiunque; la religione è - a mio avviso e invece - una scelta, privata e personale, che non può essere mai imposta oppure comparata con il doveroso laicismo dello stato in cui si vive.
L’errore di fondo di chi ha difeso le presunte “radici cristiane” è stato quello - appunto - di ritenerle assolute: per me esistono una radice cristiana, una islamica, una ebrea, una illuminista, una laica, una socialista… e via sfogliando le pagine dell’albero della Storia.
La differenza fondamentale tra i laici e i credenti è che i primi rispettano (e difendono) i secondi, mentre i secondi tollerano i primi. E sul principio della tolleranza mi sembra che finora ci siano stati sin troppi giochi di parole.
Alessandro L.