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16 ottobre 2025

LA BELLA CONFUSIONE di Francesco Piccolo (Einaudi)

Otto e mezzo e Il Gattopardo, due film epocali girati contemporaneamente. Con Claudia Cardinale che corre da un set all'altro, Burt Lancaster che deve dimostrare di non essere un cowboy, Sandra Milo che ama l'amore più del cinema, Marcello Mastroianni troppo felice per interpretare il suo personaggio... Intanto, fuori dal set, si dibatte un Paese in cui la cultura è ancora politica, e l'epopea di un celebre romanzo rifiutato e poi riscoperto s'intreccia alle vicende personali e pubbliche di Federico Fellini e Luchino Visconti, sublimi registi avversari.

Un libro che è anche un resoconto di un tempo che non c'è più, o che forse non c'è mai stato. Dove, però, le persone reali avevano nomi da far tremare i polsi. Oltre ai citati monumenti, incontreremo Nino Rota, Ennio Flaiano, Suso Cecchi D'Amico, Tomasi di Lampedusa, Elena Croce... 

C'è chi odia sentir dire "a quei tempi": certo è che ai tempi attuali, non esiste una sola figura all'altezza dell'unghia dei nomi che si aggirano in questo vorticoso testo.

Piccolo lavora benissimo ai fianchi del lettore, accompagnandolo quando serve, sorprendendolo senza strafare, infilando aneddoti e storie minori con il giusto dosaggio. Alla fine, non conta il tema principale del libro, ma l'insieme dei mille rivoli che contribuiscono al fiume della narrazione.

Un testo che farebbe bene anche a chi non conosce la Storia del Cinema, della Letteratura, dell'Italia del Dopoguerra. Un'Italia dignitosa, intelligente, colta, con tanta voglia di fare cose belle e durature.

Da leggere e rileggere

27 settembre 2013

Francesco Rosi, il regista che (r)esiste

Continua il mio involontario viaggio nelle (auto)biografie cinematografiche. Dopo aver divorato quella di Friedkin, non potevo abbandonare così il campo: avevo bisogno di respirare ancora il tanfo delle sale di quand'ero bambino io, di rivedere film e situazioni "antichi" (come direbbe mia moglie) dove il cinema lo facevano le persone e non le macchine.
Ho preso al volo questo tomo scritto a due mani: Io lo chiamo cinematografo, dove Giuseppe Tornatore domanda, Francesco Rosi risponde; e che risposte!
Un viaggio dentro il mondo del realismo più o meno "neo", in cui ti imbatti con monumenti più o meno noti come Visconti, Antonioni, Amidei, Rossellini, Magnani, Cecchi D'Amico... roba da far tremare i polsi e la nostalgia.
Anche qui, come nel testo di Friedkin, è facile e divertente incontrare vere e proprie lezioni di cinema ben miscelate poi con la Storia d'Italia, la storia degli italiani e l'autobiografia di un uomo comunque tenace, sicuramente curioso e anche molto fortunato (anche se, si sa, la Fortuna va saputa aiutare).
Certo, ogni tanto Tornatore si lascia sfuggire risposte che meriterebbero qualche approfondimento; in più, càpita che il giovane e noiso regista voglia sgomitare di fronte a un uomo che, invece, il cinema l'ha saputo fare, e bene pure.
Però è un testo che scorre via, ricco e fluido al tempo stesso, corposo ma puntuale come pochi. 
Onestamente, preferisco il primissimo Rosi, quello di pura denuncia (mai banale e mai fine a se stessa). Per cui la mia classifica personale è ridotta ai titoli "classici" 
  • Le mani sulla città (1963) 
  • Il caso Mattei (1972) 
  • Salvatore Giuliano (1962) 
  • Uomini contro (1970) 
  • Lucky Luciano (1973) 
  • Cadaveri eccellenti (1976) 
  • Carmen (1984) 
  • Cristo si è fermato a Eboli (1979)