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28 ottobre 2025

POLO NORD di Erling Kagge (Einaudi)

Il racconto epico di un luogo quasi ultraterreno, dove il sole resta alto nel cielo per sei mesi all'anno e si eclissa nella distesa di ghiaccio per altri sei. Per chiunque, guardando l'orizzonte, si sia chiesto che cosa succede se si continua a camminare verso Nord

Al Polo Nord Erling Kagge ci è arrivato a piedi (!) nel 1990. Spinto dalle ombre di un mucchio di visionari che l'avevano preceduto e ispirato, ha deciso di raccontarsi, di raccontarli e di raccontare l'incanto, il terrore, la mAraviglia, un turbinìo di sentimenti incontrollabili che suscita l'esplorazione del deserto di ghiaccio.

E lo fa con uno stile entusiasta, onesto, paradossalmente asciutto ma empatico, che stringe forte il braccio del lettore, per accompagnarlo dentro un bellissimo arazzo di storie e di gesta e di fallimenti e di vittorie. 

Così come l'autore procede verso la meta, passo dopo passo procedono anche le avventure di chi lo ha preceduto. È come se Kagge si fosse portato dietro un'immensa biblioteca cui attinge appena ha raggiunto un obiettivo (minimo ma prezioso), per ricalcare esattamente - e quindi raccontare - tutti quelli che avevano compiuto lo stesso percorso.

Uno dei più bei libri sull'argomento, che soddisfa i palati più disparati: scienza, avventure, narrativa, introspezione, antropologia, geopolitica, sociologia, ecologia, fotografia... un toccante capolavoro

 

12 dicembre 2024

400 GIORNI INTORNO AL MONDO di Ambrogio Fogar (TEA)

È una scelta voluta il proporvi la mia copertina, anziché quella della casa editrice: è stata mangiucchiata dal nostro gattone. E ha trasformato questo dolcissimo libro in una sorta di diario già vissuto e consumato dal tempo, di quelli che saluti con affetto e nostalgia ogni volta che lo incontri passando distrattamente lo sguardo sulla tua libreria.
Per la mia generazione, Ambrogio Fogar è stato il padre che avremmo voluto avere, il fratello maggiore, l'amico esperto, un po' guascone e molto hemingwayano. Un eterno bimbo con lo sguardo sempre pronto a godere delle cose, anche le più semplici, con quelle sfumature tra la meraviglia e la passionale paura di vivere la meraviglia.
E questo piccolo diario è un qualcosa che ci avvicina alla sua memoria, alla nostra nostalgia, arricchito anche dall'amorevole prefazione delle due figlie.
È un libro che si legge tutto d'un fiato, respirando corto, vivendo sulla pelle e sul cuore momenti unici e irripetibili, dove tutto sembra nuovo, inedito, eterno, che vorresti non finisse mai.
Come scrive lo stesso autore
La storia di queste pagine non è la descrizione di un viaggio, ma di me nel viaggio. È la narrazione di vita quotidiana, piccoli avvenimenti, piccole cose. Non ci sono lezioni per il mondo o rivelazioni per scuotere gli uomini. È piena di cose banali, a volte anche noiose: ma parto affezionato alla mia barca per l'ampio respiro degli spazi aperti, per il gusto del vento impetuoso, la luce del sole, la speranza di tornare, se non migliore, almeno più utile
[...]
Tornerò avendo vissuto in un anno molte vite spirituali, non risparmiando mai le forze: spero solo, e con tutto il cuore, di ritornare vittorioso su me stesso, all'alba del mio nuovo mondo
Non manca un onesto riferimento all'accusa di aver plagiato - per la prima edizione di questo diario - alcune pagine di John Guzzwell, quando traversò indenne il Mar di Tasmania. Fogar non si sottrae alle sue responsabilità, e aggiunge qualcosa di condivisibile, di autentico: tale era stata la forza delle descrizioni di Guzzwell, lette e rilette da Fogar più e più volte, che quando si mise a raccontare lui le sue emozioni, i suoi flashback e quelli di Guzzwell si erano sovrapposti. Non è una giustificazione, anzi: Fogar ammette di essersi contrito più del dovuto; semplicemente, sono atteggiamenti che anche noi comuni mortali viviamo e pratichiamo, quando dobbiamo raccontare le nostre piccole avventure di ogni giorno.
Fogar è stato forse l'ultimo degli avventurieri alla Corto Maltese: bello, intelligente e sempre adolescente, forte ma delicato, ingenuo ma risoluto, coraggioso e incosciente.
Questo piccolo libro non è tutto, ma è tanto: se vi piace uscire dal mondo ed entrare nell'immaginazione, è un porta che vi suggerisco di attraversare.

17 luglio 2024

STORIA DEL MARE di Alessandro Vanoli (Laterza)

Storia del mare, letteralmente: Vanoli percorre ogni possibile molecola di acqua, da ogni possibile prospettiva, in ogni possibile periodo storico, sfiorando o agguantando uomini, animali, cose, eventi, momenti, significati e filosofie.
Un libro utile per lo studente, come per l'appassionato, come per chiunque ami il viaggio, le sinergie, i gradi di separazione. 
Non solo mi sono divertito molto, ma mi sono sorpreso più volte a sottolineare interi paragrafi, a meravigliarmi per storie e informazioni che non immaginavo fossero così collegate tra loro, a ritrovare amici che avevo dimenticato, bibliografie utili e interessanti.
C'è bisogno di libri così densi e pieni di entusiasmo.

30 marzo 2024

MAURIZIO POLLINI

Tra le composizioni per strumento e orchestra, il “Concerto Imperatore” di Beethoven è quella che amo di più, sia nel suo insieme, sia perché il secondo movimento supera di gran lunga la perfezione, sminuzzando il cuore e l’anima dell’ascoltatore fino all’impossibile.

Poco meno di vent’anni fa, vidi il Maestro Maurizio Pollini eseguirne una prova generale davanti a giovanissimi studenti delle medie e dei licei romani.

Al contrario di quanto si possa immaginare, non volò una mosca dall’inizio alla fine dell’esecuzione, neanche durante le brevissime pause tra i movimenti.

Poi, dopo l’ultimissima nota, i ragazzi saltarono in piedi all’unisono, applaudendo con slancio, ben oltre l’obbligo imposto dai professori: era stata un’esecuzione strabiliante, eccitante, commovente, emozionante.

Quando quell’entusiasmo scemò in un serrar-le-fila-per-tornare-a-casa, una voce innocente esclamò: «A’ Pollini, emmmmenomale che era una prova!»; il Maestro si girò e sorrise timidamente

27 luglio 2023

È USCITO IL MIO NUOVO ROMANZO

 

Il 25 luglio scorso ho autopubblicato il mio nuovo romanzo (il terzo, quello più sentito), ghiaccio del mio respiro, di cui qui di seguito vi riporto la terza di copertina. 

“Mi chiamo Andonis e sto per morire”. Iniziare il primo capitolo con la fine di una trama, non è buona cosa. Ma è complicato riassumere in poche righe le vicende di un giovane cretese che vivrà una storia epica.

Povero, accudito con amore da due zii, opposti per indole e carattere, Andonis assapora un’adolescenza di quelle che tutti vorremmo vivere: costruendo castelli immaginari, insieme all’amico che tutti vorremmo avere; amando una ragazza ideale, che tutti gli amanti ideali vorrebbero incontrare.

Finché, un bel giorno, il destino gli impone di scappare da Creta, ovviamente su una nave (lui, che soffre il mal di mare), ovviamente solcando il mare (lui, che odia l’acqua salata). E già in questa occasione ha modo di assaggiare il gusto delle piccole e grandi scoperte, dove tutto è unico, dove tutto va divorato, dove tutto va raccontato.

A Londra, Andonis conosce la sua vera destinazione: la Terra Nova, la nave di Scott, il Capitano Scott, l’esploratore britannico che di lì a poco salperà verso il Polo Sud, per conquistarlo prima di tutti gli esseri viventi, in compagnia di un pugno di uomini fidati. E Scott vuole con sé anche Andonis, perché quel suo vivere la meraviglia in maniera così semplice e autentica sarà per tutti riferimento e conforto, sprone e passione.

Arriveranno in mezzo ai ghiacci, isolati dal resto del mondo, costretti ad adattarsi costantemente alle rigidità del Deserto Bianco: l’Antartico è (era) ancora padrone di se stesso, e solo pochi folli possono immaginare di attraversarlo. Anche qui, Andonis respira ogni evento con quell’entusiasmo incosciente, tipico di un’età che non dovrebbe mai spegnersi.

Ma, come recita la Storia ufficiale, le cose non andranno per il verso giusto: Scott arriverà secondo alla mèta e morirà sulla strada del ritorno, a soli 17 chilometri dalla postazione di soccorso più vicina. Per Andonis la parola “fine” dura pochi attimi, perché prima di morire vorrà raccontare la sua versione di quella sconfitta così amara, con quel suo modo ingenuo e forse romantico di trasformare una disfatta in una bellissima avventura.

 

Più che un romanzo di formazione, questa è una storia che l’autore avrebbe voluto vivere in prima persona.

Della documentazione indicata nella bibliografia (oltre ai diari dello stesso Scott, i meravigliosi testi di Patrick Leigh Fermor), ha cercato di raccontare le emozioni che ne scaturivano, non i fatterelli nudi e crudi.

Emozioni che iniziano tutte da una lettura giovanile, quando Alessandro Loppi, a soli 12 anni intravide nella biblioteca di casa un libro rilegato che raccontava le gesta degli “Eroi polari”.

 

Se vi ho convinti, cliccate qui e buona lettura


 

21 luglio 2022

salutando Eugenio Scalfari

Quando frequentavo uno dei licei più rigorosi di Roma - frequentato da un certo tipo di borghesia non per forza estremista, di Repubblica compravo spesso due copie: la prima veniva inevitabilmente vandalizzata dagli altri alunni; la seconda la tenevo nascosta per portarla sana e salva a casa.
Quella Repubblica era profondamente diversa da quella attuale. Purtroppo la "mentalità internet" appiattisce le prospettive: il passato viene schiacciato dal presente, e ogni parabola sembra un punto, facendo perdere il senso dell'evoluzione o dell'involuzione di persone, eventi o anche oggetti.
Quella Repubblica era una bandiera, una militanza, un modo di pensare, una visione del futuro, un manifesto della tolleranza, un baluardo dell’antifascismo, un invito al rigore etico e morale che personalmente provo ancora a mantenere dentro di me, nonostante sia ormai cresciuto assediato dal tradimento e dal disincanto, nonostante quel quotidiano non esista più da tempo.
Se penso a un modo di salutare il primissimo Eugenio Scalfari, per come appariva e per come era per noi giovanissimi lettori, mi viene in mente un verso di Rainer Maria Rilke, immenso poeta del Novecento, da lui tanto amato:
«Le parole grandi, dei tempi in cui gli eventi erano ancora visibili, non sono più per noi.
Chi parla di vittorie?
Resistere, oggi, è tutto
»

20 dicembre 2021

CHE HAI FATTO IN TUTTI QUESTI ANNI (Einaudi)

Se esistesse una biblioteca perfetta, di quelle che ospitano solo opere perfette, scritte ed editate in maniera perfetta, questo libro ne farebbe sicuramente parte.
Non è solo la storia della produzione di "C'era una volta in America", non è solo un viaggio dentro l'ultimo raggio di luce della purtroppo breve vita dell'immenso Sergio Leone, non è solo un omaggio al cinema, alla musica, al montaggio, alla fotografia - e anche alla produzione: è un insieme di queste cose e di molto altro, dove tutto è ben cesellato, equilibrato, mai fuori luogo né tantomeno esagerato, in cui ogni singola parte contribuisce all'insieme, mantenendo comunque la sua singola dignità e la sua necessaria visibilità. 
Ma, soprattutto, non è un'operazione nostalgia.
Certo, si respirano comunque amore incondizionato e un languore pieno di grazia, come anche un certo modo romantico di raccontare gli ultimi bagliori del crepuscolo cinematografico italiano, che in quegli anni ancora sapeva illuminare il cosmo della settima arte con una sua inestimabile grammatica e un invidioso coraggio.
C'è anche un'impostazione di fondo, sottile e impercettibile ma ben presente, che credo sia utile anche per chi volesse cimentarsi nel difficile mestiere della critica. Quella attualmente in voga, infatti, o è anacronisticamente militante (cfr FilmTv) o eccessivamente commerciale (cfr Ciak), vincolate o dall'angusto gusto personale o da una malcelata sponsorizzazione.
Qui, invece, il critico si documenta, argomenta, ricostruisce, ritrova i bandoli delle matasse e li racconta per quello che sono, non mitizza né mortifica, non si autocompiace della sua competenza né sgomita per farsi notare.
Insomma, è un libro che ho fatto fatica a riporre nello scaffale.
Da leggere e rileggere, magari rivedendo poi per l'ennesima volta il bellissimo capolavoro di Sergio Leone.

16 aprile 2021

AUTUNNO di Alessandro Vanoli (il Mulino)

Più che un libro, è una passeggiata dentro l'autunno, dentro i misteri di una quasi-stagione che stimola l'anima, che suggestiona il cuore, che sembra accompagnare la vita dentro il deliquio dell'inverno, ma che in realtà è una delle tanti fasi della Natura, forse la più bella.
Scritto durante la pandemia, questo delizioso gioiello di Alessandro Vanoli ha il pregio di non sembrare un libro scritto durante una pandemia. In realtà, è un ricco sfogliare (un verbo ben che azzeccato per l'autunno) di storie, culture, narrazioni e riferimenti dotti o popolari, in cui l'unico filo conduttore è la curiosità di uno scrittore che scrive con grazia ed empatia.
C'è del velluto tra queste pagine, come anche una certa predisposizione per la meraviglia o per la passione per le piccole cose. Si respira anche una capacità di stabilire dei limiti a una prolusione che altrimenti sarebbe apparsa ai più come un elenco di conoscenze.
È tutto in equilibrio, invece, in calda sospensione: si impara molto senza la fatica dello studiare ad ogni costo; si apprende tanto, senza sentirsi in obbligo di memorizzare ogni passaggio.
Ne consiglio caldamente la lettura.

12 febbraio 2021

CHICK COREA, il sorriso del genio

Non è facile salutare amici così irripetibili. Chick Corea ha segnato la mia vita musicale - e non solo - con una serie infinita di appuntamenti, sempre puntuali, sempre di assoluta qualità.
Il mio primo incontro col suo pianoforte accade quasi per caso: uno dei fidanzati più commoventi di una delle mie sorelle mi registrò su nastro l'intero "Romantic Warrior" (1976), un capolavoro jazz-rock in cui, oltre a Corea, figuravano: Al Di Meola, alle chitarre; Stanley Clarke, ai bassi; Lenny White, batteria e percussioni. 
Un'iradiddio di LP da cui spicca proprio l'omonimo brano in cui ognuno dei musicisti tira fuori l'anima; Corea sfoggia un assolo di pianoforte che ci riporta indietro ai riti tribali.
Mi ero innamorato all'istante, specie tenendo conto che nella mia totale ignoranza di allora credevo di avere a che fare con un musicista progressive. Matto com'ero, iniziai a comprarmi tutta la sua discografia; di lì a pochissimo, compresi che avevo a che fare con un musicista di ben altra portata. 
Il secondo lavoro che comprai è a suo nome: il primissimo "Return to Forever" (1972), molto ECM sound, con un approccio quasi brasiliano che ben si diluisce tra accenni di Debussy, Ravel, Liszt. La mia preferita resta "La Fiesta", ovviamente.
Con lui, oltre al fidato Clarke, abbiamo Flora Purim (voce e percussioni), Airto Moreira (batteria percussioni) e Joe Farrell, flautista e sassofonista, cui nel 1986 Corea dedicherà questa raffica di note ddda paura: "Got a Match?". 
Già, gli anni 80 di Corea sono all'insegna di una fusion mostruosamente tirata, ricca di tecnicismi e di scoperte musicali che lasceranno il segno: Dave Weckl (batteria e percussioni) e John Patitucci (bassista) gli devono molto. 
E quel gruppo, Elektric Band, tirerà fuori dal cilindro almeno un altro capolavoro ben che duraturo: "Eternal Child" (1988), decisamente commovente.
Erano gli anni in cui ascoltavo ogni possibile lavoro senza preconcetto alcuno, e Corea era sempre in agenda: come non ricordare l'intimissimo "Children's Songs" (1971), splendidi "esercizi" per solo pianoforte (completati nel 1983), di cui mi innamorerò perdutamente, specie del numero 6 che poi diventerà  "Song to the Pharoah Kings" (1974).
Oppure la delizia dei vari lavori con Gary Burton (1972 e 1979).
O le cose più commerciali - sempre con i Return to Forever, o quelle cupocerebrali con i Circle (1970), o quelle classicheggianti con Steve Kujala (1985), o quelle allegrissime come "My Spanish Heart" (1976), di cui vi suggerisco l'omonimo breve crescendum per piano e voce, che magari stucca ma che alla fine piace proprio perché pieno di sculture così pacchiane. Ma è un LP che nasconde molte altre cose belle, per carità.
Io adoro "Touchstone" (1982), in cui si cimenta in pezzi bellissimi, anche in compagnia di Paco De Lucia (qui in un'improvvisazione dal vivo).
Adoro anche "The Song of Singing" (1970) che credo di aver ascoltato integralmente solo io (è un free jazz senza punto di riferimento alcuno). Adoro "Again and Again" (1983), "Piano Improvisations 1 e 2" (1971), "An Evening with Herbie Hancock" (1978, il mio primo DVD), "The Meeting" con Gulda (1983).
È che Corea era bravissimo, profondissimo e leggerissimo. 
Non era né tetro né serioso. 
Non scatenava battaglie o rancori. 
La musica era il vestito del suo sorriso, di quelle mani così capaci di scalare gli spartiti, solcare i mari delle pause, disegnare gli astri che puntellano la notte.
Era veramente un artista fondamentale, di quelli che ti mancano subito, senza requie, senza pausa, senza possibilità alcuna di pensare che è stato un brutto sogno e domani tornerà a celebrare musica con quella gioia che sprizza tra quelle mille rughe.
Ho sempre adorato "Spain" (1973) in tutte le sue possibili versioni (come questa di Stevie Wonder o questa di Al Jarreau).
Ma mi piace salutarlo con questa versione pacioccona di "Armando's Rhumba", insieme a Bobby McFerrin (1990): c'è tutto quello che Chick Corea ha provato a indicarci, tutto.


10 dicembre 2020

Rossi, PAOLO ROSSI

Sono quei momenti in cui ti arrampichi nella libreria della tua Memoria e tiri giù di tutto, ingolfando i tuoi ricordi fino a riempirti gli occhi di lacrime piene di languore e di tristezza e di tutte quelle immagini così solari e perdute che non potranno mai raccontare per intero cosa siano stati quegli anni.
ZoffScireaGentileCollovatiBergomiCabriniOrialiTardelliContiRossiGraziani, come un mantra, con tutte le poche variazioni sul tema, Caùsio compreso, con quell'accento buttato a casaccio.
Brontoliamo spesso sulle differenze generazionali, spesso a torto o con quei toni di superba commiserazione per il giovane che ci capita a tiro. Ma bisogna anche ammettere che il divario generazionale tra noi e le generazioni successive è un solco profondo e inesorabile: i modelli sono totalmente diversi; anzi, quasi di mondi che neanche si potrebbero mai toccare. Modelli, Mondi e la misura del tempo.
Ecco, il Tempo.
Byron diceva che quelle del tempo sono "ali arbitrarie", ma a chi ama il calcio frega nulla di questo spocchioso poeta inglese. Quello che è vero è che i tempi in cui noi vivevamo il Tempo erano veramente a misura di persona. 
Mercoledì di Coppe, domenica 90esimo minuto, agosto c'era il mercato e i nuovi arrivi, persino i giornali avevano meno fretta per raccontare cosa accadeva. Le partite non erano un tanto al chilo e le interviste - per quanto sempre uguali - sembravano uscite da un doposcuola artigianale.
I giocatori per primi erano responsabili dei toni che usavano e del modo di giocare, perché sapevano che venivano emulati, imitati, ricalcati, ripetuti. Ma non certo per la pettinatura o per la topona fotografata accanto a macchine stellari (per carità, c'erano anche quelle), ma perché erano come noi. Letteralmente.
Quei giocatori avevano facce che avresti incontrato all'alba dentro la metropolitana, o quelle degli avventori del bar cappuccinoecornetto, o quelli che sfiori dal giornalaio scambiando giusto un saluto educato.
Paolo Rossi non era il riscatto di una generazione: era quella generazione. Lo sappiamo, il riscatto è intriso anche di fiele e rancori, mentre nel caso di Paolo Rossi era "solo" l'uomo qualunque che dimostrava di potercela fare con i propri mezzi, autentici, veri, onesti, puliti.
E solo certi giornalisti potevano ricordare il suo coinvolgimento nello scandalo delle scommesse, quando è stranoto e ormai dimostrato che non aveva fatto proprio nulla; giornalisti che però perdonano a Maradona cose decisamente riprovevoli e altrettanto documentate.
Ma il punto è che quei ragazzi del 1982 ci donarono il senso vero della gioia, quella ancora autentica e spontanea, tutt'altro che prefabbricata o studiata a tavolino, con un Presidente della Repubblica sanguigno e coerente, che tanto onore e lustro diede a una Nazione martoriata da anni bui e violenti.
Paolo Rossi sei tu che leggi, genitore o figlia o figlio in quegli anni, oppure il mio io bambino, che il giorno dopo festeggiava 16 anni. 
Paolo Rossi è quel bambino secchetto e anonimo che conquista la vetta del mondo e che si ostina a restare dolce e umile, lentamente assediato da un'èra in cui gli eroi non emozionano più e lasciano dietro di loro solo byte e sponsor.
Al cinema, i cavalieri sono eroi senza macchia e senza paura, non temono freddo, ferite o sconfitte. Finisce sempre bene e senza remore o timori.
Nella realtà, invece, i cavalieri del 1982 erano in carne ed ossa, con quei nomi stampati a fuoco tra i singulti e la commozione: ZoffScireaGentileCollovatiBergomiCabriniOrialiTardelliContiRossiGraziani

02 novembre 2020

SEAN CONNERY per i più giovani

Se ogni morte di uomo ci diminuisce, quella di Sean Connery è una cesura netta tra un mondo finto ma autentico e quello autentico ma finto che stiamo vivendo in questo ultimo decennio: il senso della mAraviglia del cinema di allora contro questa ipertecnologia che è fatta proprio per spoilerare tutto, anche i sentimenti genuini del perenne bimbo che è in ognuno di noi. Nulla di male, per carità; ma ci sono momenti e modi di essere che i giovani di oggi hanno perso, e non certo per conflitto generazionale.
Voglio dire che con mio padre, con mio suocero, con Marco Risi (che è la generazione di mezzo), con addirittura mio nonno (a guardarsi indietro), abbiamo condiviso lo stesso modo di andare in sala. Abbiamo differenze generazionali su innumerevoli cose, ma non su questo modo di vivere l'unica vera arte collettiva che l'uomo sia mai riuscito a tirar fuori dal cilindro: il cinema, appunto.
Gli odori, innanzitutto. Quello di cera dozzinale che veniva spalmata a mano in maniera svogliata da tuttofare di sala che spesso erano anche bigliettai, maschere improvvisate (chi strappava i biglietti, per intenderci), elettricisti, proiezionisti... 
La cera di sedie scomode, con lo schienale che sbatteva ogni qualvolta ti alzavi per far passare qualcuno. E, naturalmente, se provavi ad andare in bagno, la porta del cesso era sempre illuminata a foggia di spione: quello va a pisciare, quello va a pisciare...
Già, la maschera. Se mia madre presentava i biglietti omaggio, c'era sempre una mancia per la signorina, che spesso ci accompagnava in sala indicandoci un posto lì in fondo... che inevitabilmente cambiavo per sedermi dalla parte opposta.
La fila. Fare la fila per accaparrarsi il posto migliore: una battaglia epocale, in cui mamme distratte inserivano figli monelli tra le maglie di altre mamme distratte. Il primo che arrivava, prendeva posto per mezza dozzina di matti scalmanati. Se di mezzo c'era un papà enorme, finiva sempre in urla che duravano lo spazio di un momento.
Cappotti arrotolati per far vedere lo schermo al più basso della famiglia, perché davanti a te si sedeva sempre lo stronzone altissimo o la mamma col cappellino-che-non-posso-togliere.
Pop-corn vietati perché fanno male al pancino, poi stasera non ceni e te le do sopra.
Posti in piedi o sugli scalini, il venerdì, il sabato e la domenica. Ho visto più film seduto sugli scalini io, che un personaggio di Vittorio De Sica.
Si poteva entrare anche a proiezione iniziata. Per anni non ho capito l'inizio dei film (tanto l'avrei rivisto subito dopo), perché per buoni dieci minuti i ritardatari facevano più casino di una banda di irlandesi nel giorno di San Patrizio.
Il rumore del proiettore, l'unico consentito. Già, per quanto possa sembrare strano, nessuno smartphone, chat, luce, lucina, commenti inutili, vecchiette reprobe o ragazzini distratti. La sala era il polmone del film: respirava le scene e le commentava all'unisono. Si rideva insieme, si piangeva insieme, ci si agitava se il buono prendeva gli schiaffi o se il cattivo stava covando la trappola mortale.
Potevi vedere i film più volte, con un solo biglietto. 
Ma, soprattutto, per molti anni quel film non l'avresti più rivisto: la televisione non lo trasmetteva pressoché immediatamente come usa adesso. La nostra memoria visiva e l'imparare lesti le battute migliori ci hanno aiutato non poco nella vita sociale di ogni giorno: interi pomeriggi a ripetere certe scene o a commentare certi passaggi. De visu, senza whatsapp, Twitter...
Potevi vedere film "antichi", anche quelli veramente vecchi, che i tuoi genitori avevano visto loro da giovanissimi. E il nostro gusto e la nostra passione erano tali che non ci importava più di tanto questo apparente contrasto cronologico.
Spoiler. Sì, qualcuno spoilerava, ma era cosa rara e spesso con la coda di una grande fuga per i vicoli romani. Certo, in classe qualche scemo ti raccontava come andava a finire, ma dopo un paio di volte che c'eri caduto, evitavi poi di affrontare l'argomento.
Rimorchio. Ecco, questo per me è stato complicato, perché o mi accompagnava mia madre o - quando ero cresciuto - andavo in gruppo, magari con l'intento di provarci con una compagna di classe che regolarmente mi sfanculava, mentre magari in sala c'era quella biondarella che mi facevo il faccione rimorchione.
Costi. Il cinema era veramente per tutti: c'era la prima visione, la seconda visione, le sale d'essai e quelle parrocchiali. Io ho visto tutti gli 007 al cinema, saltando solo quelli con Dalton. Tutti. E per una serie incredibile di botte di fortuna, li ho visti in ordine; ma questo l'ho scoperto anni dopo. Allora non esisteva internet ed era difficilissimo avere informazioni, di qualsiasi tipo. Certo, potevi andare in libreria e sfogliacchiare questo o quel libro, ma non era cosa di tutti e i libri fatti bene erano pochi e costosi.
Ricordo con un immenso groppo in gola quelle giornate intere passate in sale che ormai non esistono più, alcune veramente epiche: Clodio, Labirinto, Augustus, Tuscolano, Reale, Induno... sale in cui ho incrociato sguardi, espressioni, odori, vestiti, persone di ogni dove, svestite della propria identità e totalmente asservite all'Emozione.
Ecco: emozione.
Ancora oggi, quando partono i bumper delle major di altri tempi, io ho un groppo che m'invade il corpo e l'anima, che devo fermare prima che si manifesti in lacrime e ricordi, perché non si può vivere guardandosi indietro.
Sean Connery c'era sempre. 
Il giorno più lungo, Zardoz, Il vento e il leone, L'uomo che volle farsi re, Robin e Marian, Quell'ultimo ponte, Meteor, Highlander, Gli intoccabili, Caccia a Ottobre Rosso, Il primo cavaliere.
Ricordo il bruttissimo Robin Hood con Kevin Costner. La sala si stava annoiando come raramente mi era capitato di vedere. Ad un certo punto - verso la fine - si sente una voce fuori campo: stacco sul volto di un re, l'unico re che poteva salvare una pellicola dal disastro totale. 
Era Sean Connery.
Scoppiò un applauso fragoroso, epico, unico, un omaggio spontaneo e sentito, intergenerazionale, che sovrastò il suo dialogo quasi per intero.
La sera stessa in cui è morto, ho rivisto Dottor No, Licenza di Uccidere insomma. La sua primissima scena è un paradosso teatrale: per non impallare l'inquadratura, si accende la sigaretta dalla parte opposta (da destra verso sinistra, insomma), senza guardare. Provate a farlo voi e minimo bruciate casa vostra e quella del vicino.
Ma per Sean Connery tutto era naturale, fluido, sobrio, senza sudori, puzze o fatiche, costantemente ma naturalmente attento verso se stesso e la trama, rispettoso di quel sottile patto con il pubblico che rende un attore così mitologico.
Indossava subito i suoi personaggi, mantenendo l'esatto equilibrio tra ruolo e interpretazione. Ci aspettava in sala come fosse un amico, e ci regalava la mAraviglia. E poi ci accompagnava nella nostra quotidianità, appiccicato nel cuore, come una brezza di affetto inaspettato.
Più che con una citazione da uno dei suoi Bond (i migliori, chiaramente), vi lascio con questo commiato dal Vento e il leone.
A Theodore Roosevelt: tu sei come il vento e io come il leone. Tu crei la tempesta, la sabbia punge i miei occhi e la terra è arsa. Io ruggisco e ti sfido ma tu non mi senti. Però fra noi c'è una grande differenza. Io, come il leone, devo rimanere nel mio posto. Tu, come il vento, non sai mai quale sia, il tuo posto. Mulay Achmed Mohammed el-Raisuli il Magnifico. Signore del Rif. Sultano dei Berberi.

30 ottobre 2020

FRATELLO E SORELLA di Diane Keaton

Un libro delicato, morbido, dolcissimo e pieno di sobria empatia, dove ogni parola è misurata ma sentita, dove ogni dolore e ogni nostalgia vengono narrati con rispetto e passione. 
Diane Keaton racconta il suo rapporto con il fratello Randy, così bello e misterioso da giovanissimo, così vulnerabile e oscuro da grande: una storia di famiglia e di persone comuni, dove ogni pagina si aggrappa nel cuore del lettore, senza autocompiacimento, senza cercare la lacrima facile.
E la Keaton come scrittrice si conferma eccellente, esattamente come lo è quando recita. E in tutta onestà mi piacerebbe molto che altri scrittori dalla penna stracolma di nostalgia un tanto al chilo riuscissero a ricalcare questa sua capacità.
Non sono riuscito a staccarmi dal libro neanche per un istante: mi ha accompagnato lungo l'arco di un'intera giornata con una grazia che raramente in questi ultimi anni mi aveva così colpito.
Ne consiglio vivamente la lettura, anche a chi non ama il cinema.


20 ottobre 2020

How Wonderful You Were, my dear Gordon Haskell

Nella ormai indefinibile lunghissima storia dei King Crimson, In the Wake of Poseidon non gode di buona fama, nonostante alcuni momenti sublimi e la discontinua presenza dell'ormai ex Greg Lake. Alcuni critici frettolosi lo considerano una sorta di gemello povero del seminale In the Court of Crimson King, mentre io sono convinto che in esso si possano ascoltare momenti di sperimentazione e di modernissime intuizioni che destano poca attenzione solo a causa di alcune sonorità troppo datate. 
Ad ogni modo, è un LP, CD, MP3 (fate un po' voi) che almeno una volta nella vita andrebbe ascoltato per intero, e magari consecutivamente. Anche e solo per un motivo: l'impatto con Cadence and Cascade, una perla di sublime bellezza che ancora oggi disarma per quella sua vellutata e rarefatta pastosità di note sottili e commoventi.
E la voce che vi accarezza l'anima è quella di Gordon Haskell, anche bassista del combo, nonché voce definitiva nel successivo Lizard (questo ancor più sperimentale, con una stridente coda vocale di Jon Anderson, la voce degli Yes).
Gordon Haskell discuteva spesso con il leader Robert Fripp, suo ex compagno di classe. D'aldronde chi è che non l'ha fatto? Il primo troppo vicino al folk e al jazz; il secondo, invece, incline alla quadratura dell'impossibile.
In linea generale, va detto che Fripp ha sempre preferito pescare (o inventare) le migliori voci tra i migliori bassisti, quasi fosse un requisito obbligato: Lake, Haskell, Burrell, Wetton, tutti bassismi distinguibili, presenti, alcuni rivoluzionari; Belew è stata un'eccezione, ma fino ad un certo punto, visto che ha un approccio armonico tipico del bassista in nuce.
In Lizard, Haskell dà prova di grande spessore, di acuta attenzione per le sfumature, anche di una certa volontà interpretativa, specie in Lady of the Dancing Water, come anche in Indoor Games. Però il tessuto musicale è così tetraedico, spigoloso, cerebrale, che ci si perde per strada tra le eccessive sperimentazioni; io le adoro, ma mi rendo conto che mettano a dura prova l'ascoltatore meno allenato.
Fatto sta che, appena finita l'intera registrazione, Haskell sbatte la porta in faccia a Fripp, perdendo il treno della fama e della gloria, riuscendo solo una volta - dopo faticosi tentativi troppo personali - a ritagliarsi una brevissima parte nella Storia della Musica nel 2002, con l'eccellente ballad How Wonderful You Are.
La prima volta che l'ascoltai, mi commossi e mi sentii anche in colpa: solo dopo capii chi era stato quel crooner ormai maturo, con le rughe piene di storie e la malinconia che scendeva dagli occhi. 
Una voce cui abbiamo dato poco merito e che avrebbe potuto donarci più note senza tempo se solo avesse avuto la voglia di restare nel mondo dei normali.
Ma quando si è così dolci e insicuri, la vita non dà scampo, lasciandoti nel mondo della leggenda solo quando sei morto.
So long, Gordon, e grazie.

07 ottobre 2020

Jump!

La leggerezza, Eddie van Halen era leggero, leggerissimo.
I suoi assolo erano sempre all'insegna del divertimento, del sorriso. Per lui suonare era letteralmente "to play": giocare, insomma.
Non sapeva leggere le note, ma non ce n'era bisogno: in realtà, erano le note ad avere soggezione della sua arte.
La sua chitarra - letteralmente, visto che l'aveva costruita lui - era il contrario della perfezione, ma non ce n'era bisogno: in realtà, qualsiasi liutaio spenderebbe una fortuna per costruire uno strumento così agile.
Le sue composizioni uscivano ed entravano continuamente dai canoni della sperimentazione per poi adagiarsi nell'ovvietà. Era commerciale al punto giusto, ma senza puntare all'ammiccamento.
E, ammettiamolo, quelli che in pubblico sminuivano la sua musica, in privato se la gustavano come matti.
Giocava con se stesso e con il pubblico, camminandoci insieme ad ogni concerto e perculandolo quel che bastava per rendere la sua irriverenza un esempio di amicizia spensierata.
Certo, aveva problemi con l'alcool, fumava come un turco e in studio era perfezionista ma anche irregolare. La sua canzone più famosa (Jump!) è anche quella meno rappresentativa, anche se - non dimentichiamolo - prima di comporla era passato per lo studio di Michael Jackson a sparare quell'assolo di Beat It, che ancora oggi nessuno riesce ad eseguire con le stesse discordanze.
Il suo tapping era innovativo, proprio perché poco tecnico, sempre alla ricerca della risata, del gioco, del "vediamo quanto sono cazzone". Per carità, assassini come John Petrucci lo praticano meglio, con il triplo della velocità... ma vuoi mettere Eddie!?
Gli anni '80 vengono sempre rappresentati come futili e senza profondità, da chi li ha vissuti, da chi li ha superati, da chi non li viveva ancora. Eppure, senza Eddie van Halen sarebbero stati anche stupidi, perché Eddie era anche intelligente; per essere leggeri bisogna essere molto intelligenti.
Da oggi, sorrideremo di meno, molto di meno.

01 ottobre 2020

Mafalda, Quino, l'innovazione che non sapevamo

La morte di Joaquín Salvador Lavado Tejón, Quino insomma, ci dice molte più cose di quanto ne suggerisca il dolore che proviamo per la perdita di un amico. Perché questo è stato Quino per molte generazioni: un amico. Forse più di Schulz e Mordillo: il primo (adorato da Quino stesso, va ricordato) era intriso di uno psicologismo a volte struggente, spesso doloroso; il secondo era più paradossale che attento alle pulsioni del mondo. Eccellenti entrambi, per carità, ma nessuno dei due portava con sé alcuni valori aggiunti tipici di Quino. 
Quino, infatti, è stato il primo a dare una voce femminile alla satira, ma anche al fumetto in generale. È vero che Mafalda nasce quasi per caso, a ridosso di una pubblicità commissionata per una lavatrice, ma è anche vero che Quino la trasforma pressoché immediatamente in uno strumento ironico e irriverente, ma anche di polemica e di denuncia politica e sociale, dissimulate e raffinatissime, mai ridondante o stucchevole.
Un femminista ante litteram? Forse. Ma quello che è incontrovertibile è la prospettiva intrinsecamente femminile di Mafalda: Mafalda non è un uomo che parla dal corpo di una bambina! Mafalda è femminile sotto ogni possibile aspetto; e la sua forza critica e ironica sono femminili al cento per cento.
Poi: Mafalda è comprensibile a chiunque. Bambini o grandi, ricchi o poveri, stupidi o colti, comunque capivano Mafalda. Quino riusciva a lavorare su più livelli senza giochicchiare col mestiere.
Poi: Mafalda conosceva i problemi della famiglia, quelli quotidiani e quelli eccezionali. E li conosceva sia dalla prospettiva dei figli che da quella dei genitori, con linguaggi acconci in entrambi i casi.
Poi: Mafalda intuiva le contraddizioni della società borghese, non solo quella argentina: ne coglieva gli aspetti coevi ma anche quelli di sempre. 
Poi: Mafalda faceva anche politica, colpendo sia la realtà argentina (prima ancora che diventasse evidente la dittatura che covava da tempo) sia la realtà sociale contemporanea. Ed era una satira che aveva senso e forza indipendentemente dal contesto. 
Poi: Mafalda sapeva essere anche surreale, senza forzare la mano o senza correre dietro a sofisticatezze che poi magari andavano troppo spiegate.
Lo stile di Quino non era autoreferenziale. I nostri umoristi o quelli francesi avrebbero molto da imparare.
Quino non era neanche volgare. 
Quino non era saccente. 
Quino non era dogmatico. 
Quino non aveva bisogno di spiegarsi tramite baloon esplicativi, ma soprattutto non aveva bisogno di essere spiegato. La sua grammatica stilistica era seconda solo a quello di Trojano, vero e proprio maestro dell'universalità delle sole immagini.
Quino aveva un tratto elegante e liquido, lineare e pulito, con una capacità di caratterizzare cose e persone con minimi cenni grafici, immediatamente riconoscibili da chiunque.
Quino ha avuto il coraggio di smettere di disegnare Mafalda quando si accorse di non avere più niente da dire! 
Quino se n'è andato troppo presto... e a noi restano solo i diari di scuola che sbirciavamo di nascosto, ridendo come pazzi, rischiando poi di essere mandati dal preside. Ma ne valeva la pena.

01 giugno 2020

FORTE RESPIRO RAPIDO di Marco Risi

Uno dei riti più difficili che dobbiamo forzatamente celebrare appena terminato di leggere un libro, è collocarlo nella biblioteca. Quel nostro fugace rapporto, infatti, può finire solo che con un tradimento.
Tradimento nei confronti del libro appena letto - perché solo in quel momento capisce di non essere stato l'unico; tradimento nei confronti di quelli già letti - perché perdono ancor più la loro unicità. Subito dopo quel gesto così necessario e disperato, fateci caso: i libri ci guardano male, tutti. E noi ci sentiamo un po' in colpa.
Solo dopo qualche giorno - e una bella chiacchierata tra loro, decidono di accoglierci di nuovo con il sorriso appena rientriamo a casa; ma che fatica...
Che poi, se ci pensate bene, sorpresa e meraviglia e malumori e divertimento e languori, sono reciproci: tra noi e quel libro, tra quel libro e una parte della nostra anima, quella più nascosta, che neanche sapevamo di avere. 
Più andiamo avanti nella lettura e più vogliamo leggere e più ci dispiace che le pagine stiano lentamente terminando. 

E non è che il libro ci aiuti, anzi: le sue prensili e invisibili mani ci agguantano le orecchie, ci strappano via gli occhi, ci annullano la mente... le sue pagine vogliono suicidarsi solo dentro il nostro ricordo, il nostro rammentare, il nostro rimembrare: cuore, mente, corpo, tre parti di un lettore vorace.
Ho vissuto un'esperienza simile con "Forte respiro rapido" di Marco Risi: mi è entrato subito nel cuore, tanto che ad un certo punto sono andato avanti con estrema lentezza, quasi con difficoltà, perché non volevo finisse subito, perché in alcune pagine mi sono ritrovato invischiato anche dentro me stesso, con identiche sensazioni, uguali reazioni, sentimenti simili. 
Tra Marco Risi e il sottoscritto passano 15 anni, che possono essere tanti, se non fosse per il fatto che siamo generazioni pre-internet, "novecentesche" verrebbe da dire, con scarti generazionali più dilatati. Nel mio caso, poi, sono nato "vecchio" di mio, con l'aggiunta di avere già alcune strade spianate grazie a tre sorelle di due/quattro/sei anni più grandi di me.
La Roma di Marco Risi e la "mia" Roma - accidenti! - quanto sono simili: i fritti di Ruschena, certi tragitti romani quasi obbligati, alcuni negozi che hanno resistito per decenni, il rito del caffè o dell'aperitivo o il frequentare quelle (allora dure) scuole private in cui era facile prendere brutti voti, in cui era quasi ovvio incappare in personalità acerbe ma già uniche, forti, non dimenticabili.
E poi l'amore per il Cinema. 
Tutto.
Per anni, la mia voracità per i film è stata addirittura morbosa, ma presuntuosamente non immaginavo fosse così assimilabile a quella di altri; e che emozione leggere il nome di certe sale, ormai dimenticate, o certi titoli così evocativi.
Andare al cinema era un rito collettivo, dove si partecipava ai film subendoli, vivendoli, restando a bocca aperta o saltando sulla sedia o sgorgando timide lacrime di commozione, guardando il vicino sconosciuto per scambiarsi un sorriso o un cenno d'intesa. Chiamatemi "passatista", ma a nessuno veniva in mente di chattare o di fare salotti improvvisati. 
Con Marco Risi condivido anche un'altra attitudine decisamente out: seguire quello che accade intorno ai protagonisti di un film. Una parte del mio cervello è attenta alla trama; l'altra si concentra sui dettagli, sul contorno, su cosa fa quella comparsa là in fondo, cosa si dicono lì dietro quel tavolo sulla destra, sul taglio delle inquadrature, sulle auto che si muovono o come si comportano certe comparse.
E poi, per venire al vero tema del libro: quanto è sincero, autentico e pulito il modo con cui Marco Risi si confronta con il padre Dino Risi; nome pesante, pesantissimo. 
Attenzione, non mette i panni sporchi in piazza; semmai ci restituisce il sapore di certe quotidianità che oggi come oggi nessuno potrebbe vivere allo stesso modo.
Questi genitori, poi, la Guerra l'hanno vissuta sul serio, e hanno inventato un modo di essere Cinema Italiano che dovremmo proiettare nelle scuole, mica cosette come "Grande Bellezza" o "Mediterraneo": un cinema fatto di idee, di pensiero, di sceneggiature e di improvvisazioni, di sentimenti autentici, anche di grasse e grosse risate, nonostante un presidio politico sicuramente pesante e pedante, che condizionava la cultura come mai potremmo neanche immaginare adesso.
Un libro pieno di tanto cuore e di tanti ricordi, che vi consiglio vivamente di leggere. 

16 aprile 2020

luis sepulveda

Nel 1995 la sarcoidosi si presentò nel mio organismo senza fiatare: dal 5 maggio in poi, fu un susseguirsi di problemi di salute sempre più gravi e dolorosi.
Soprattutto perché passai almeno cinque mesi circondato da un'inconsistenza medica dovuta al semplice fatto che nessuno aveva capito cosa avessi, né come mai i risultati delle analisi fornissero informazioni contraddittorie, a volte sconvolgenti.
Lì scoprii la mia capacità di resistere alle difficoltà. 
Leggevo.
Leggevo parecchio. Almeno un libro al giorno.
E fu in quei giorni che lo scoprii. 
Quella sua scrittura così asciutta ma evocativa, dove il lettore è al centro della narrazione e le storie lo circondano con affetto e empatia.
Era una lettura agile ma anche avvolgente, dove sentivi accanto a te l'odore delle sigarette fumate dallo scrittore, quell'alito che dalle 6 del pomeriggio sa anche di birra e amicizia, che ci sono tante cose da dirti e devi fermarti a ogni pagina per girarti intorno e cercare il volto di chi sta scrivendo.
Era un omone enorme. 
O almeno così mi sembrò quando lo incontrai una volta uscito da uno dei miei ciclici ricoveri. Era un incontro letterario, dove in genere si fanno domande ripetute e ripetitive. 
Appena finito l'incontro, gli andai incontro. Mi accolse con uno sguardo storto ma anche curioso. Quando la traduttrice gli chiarì perché gli dovevo tanto, sorrise: con la sua mano piena di dita afferrò una penna e mi autografò Il mondo alla fine del mondo.
Ne lessi un altro paio, ma poi l'ho perso di vista. Forse perché quando un amico ti è stato inconsapevolmente così accanto quando stavi proprio male, dopo quasi ti vergogni di quello che sei stato con lui, dei tuoi cedimenti, del tuo esserti affidato totalmente a lui.
Ovvio che lui tutto questo non poteva saperlo, ma il patto che lettore e scrittore stringono è un patto che non puoi spiegare in alcun modo.
Continuavo a comprare i suoi libri anche se sapevo che non li avrei più letti: era un modo come un altro per dirgli "grazie".
Oggi è morto, Luis Sepulveda è morto. 
E mi dispiace tantissimo.

23 dicembre 2019

cosa resta di STAR WARS (spoiler a raffica)

Prima di vedere questo Nono Episodio il 20 dicembre scorso, ho fatto un esperimento: ho provato, cioè, a non sapere nulla della trama, evitando accuratamente di leggere tweet, post su Instagram, navigare nel web, parlarne in giro. 
Quasi due giorni di difficilissima gimkana tra trappole di ogni tipo.
Insomma, ho provato a riproporre quanto prima di internet fosse facile da ottenere: non subire spoiler.
Certo, la mia memoria mi restituisce almeno tre ricordi contrari. Il primo, ad opera di Lietta Tornabuoni, che in occasione dell'uscita de Il sesto senso (1999), esordì scrivendo "Bruce Willis è morto". Meno male che lessi quell'Espresso solo dopo aver visto il film.
Purtroppo, e però, non mi andò bene con altri due film, entrambi proposti dalla Rai bernabeiana. 
Del primo non ricordo il nome, ma quelli di Repubblica scrissero che l'assassino era doppiato da Alberto Sordi; del secondo, Them (1954), sempre i furboni di Repubblica scrissero che i misteriosi assassini seriali erano delle formiche giganti, cosa che si intuisce solo a metà film.
Torniamo a noi. 
L'esperimento mi è riuscito, ma con grossa fatica: io lavoro dentro internet e ho quasi dovuto imboscarmi. 
Ora, finché non scopriamo che Rey è la nipote di Palpatine, il film scorre che è un piacere. Per carità, siamo sempre di fronte ai due/tre topos narrativi di Lucas, proposti in maniera randomica e distribuiti ad altri protagonisti. Però funziona e diverte e lascia incollati allo schermo.
Dopo la rivelazione, invece, diventa frustrante la consapevolezza di trovarsi di fronte a un giocattolo d'un tratto rotto; tanto che non si accettano più le mille e una cuciture che Abrams dissemina a raffica. È come se la banalità di questa soluzione abbia scoperchiato tutto il resto.
E del resto, nella seconda parte, i tempi narrativi e i cambi di scena si riducono in spazi sempre più stretti; e non per restituire suspance o pathos, ma per cercare di terminare un vestito definitivo che consenta di omaggiare degnamente tutti gli eroi del passato.
Attenzione, l'idea è giusta e sacrosanta, ma viene restituita in forme faticose ed esagerate. Troppi fantasmi, troppe scariche elettriche, troppe sospensioni, troppe citazioni. E poi Palpatine sembra uno zombie in ferie da Games of Thrones, di cui si intravede addirittura un pressoché identico trono.
Mi immagino il giorno in cui Abrams ha letto a tutti la prima stesura della sceneggiatura. 
"Coso, qui manca Han Solo"; "Uh, vero, lo appiccico qui".
"Coso, qua manca Leia"; "Tranqui, la mettiamo qua".
E via immaginando.
Nella sua approssimazione, il Primo (poi Quarto) Star Wars aveva nella sua ingenuità il suo punto di forza. Era una favola che aggiornava gli archetipi delle favole, dei miti, che presentava costanti e continui nonsense dentro i quali, però, era un piacere cullarsi.
Qui siamo di fronte a un'industria della narrazione, dove ogni contraddizione va enfatizzata affinché diventi reale, verosimile e completa.
Il primo Palpatine era una forza oscura e opprimente, forse e anche perché si vedeva poco. Dart Fener incuteva timore, nonostante un costume (diciamolo) ridicolo. Luke stava sulle palle a tutti ma proprio perché Luke eravamo tutti noi. Obi Uan era il giusto Virgilio della Commedia. I due robot deliziosi e ironici.
Qui, invece, vince la prassi e l'esattezza: da quando in qua le favole devono essere esatte!?
In tutto questo, la malignità mi lascia pensare che la Disney voglia definitivamente sotterrare la Saga Lucasiana, partendo invece dal VII Episodio (che poi è identico al IV).
Certo, alla fine è un film divertente, ricco di splendide immagini, di un suono deliziosamente assordante, di una musica evocativa e sempre commovente. 
Ma non è Star Wars del 1977, né può completarlo in alcun modo.

Ah, scusate: attraverso quale collegamento, Rey è la nipote di Palpatine? Figlia della sorella, Palpatina? Oppure del figlio diretto, Palpatinino? Oppure del fratello, Palpatone?

Da qui in giù, un commento in stile "team prostata" (come direbbe Matteo Bordone).
A guardarsi indietro, fa una certa impressione ricordare “come eravamo” nel 1977. 
Era un periodo oscuro per l’Italia, dove i metaforici “sacchi di sabbia” dell’incantevole canzone di Lucio Dalla erano invece palpabili: eravamo in piena austerity, c’era ancora il Muro, il terrorismo e gli scontri di piazza erano all’ordine del giorno; culmineranno un anno dopo con il sanguinoso sequestro - e quindi l’omicidio - di Aldo Moro. 
E poi: finisce l’eterno “a casa dopo Carosello”, visto che proprio nel 1977 la Rai si converte agli spot; e con Calimero, quell’anno spariscono anche numerose feste comandate che scandivano dolcemente la nostra infanzia; ma non finisce qui, visto che i “grandi” decidono anche di anticipare a settembre l’inizio della scuola. 
E quindi: prorompe lo scandalo Lockeed; l’inizio e gli esiti del Processo di Catanzaro radicalizzano nebbie e contraddizioni di un’intera generazione, dove buoni e cattivi si confondono come fossero davanti l’asino della Fattoria degli animali di Orwell; c’era Jimmy Carter, passato dalle noccioline alla Presidenza USA; nasce la tivù a colori (con le maglie dell’Olanda che sciano sugli schermi), anche se faticherà non poco a diventare prassi italica.
Come non dimenticare, infine: Enzo Tortora che esordisce con Portobello; Kappler, cinico computatore delle fascio-naziste Fosse Ardeatine, che scappa dall’Ospedale Celio… dentro una valigia; muoiono Elvis Presley e Maria Callas; non si contano omicidi e ferimenti da parte dei terroristi neri o delle Brigate Rosse. 
Ognuno di noi, di quel periodo - e della prima proiezione italiana di Guerre Stellari (20 ottobre 1977) - ha il suo curriculum emotivo. 
Però ne sono passati di anni, di generazioni: da almeno due lustri, il Mondo come lo conoscevamo noi è totalmente evaporato, sostituito ormai da raffiche di hashtag.
Senza scomodare il “cannibalismo” intrafamigliare intuito ottimamente dall’inarrivabile Pasolini, io credo che il vero motore di una società sia sempre stato un sano e costruttivo conflitto generazionale: bisogna prendere il posto dei genitori, sia con le proprie ali forti, sia facendo anche tesoro dei loro moniti. 
Purtroppo, però, nel “mondo 2.0/3.0/4.0/5G” questo indispensabile conflitto non sussiste più: i genitori (e il tessuto sociale) non sanno per nulla usare e praticare gli strumenti così radicali e innovativi che avvolgono invece i loro figli - e quindi non sanno guidarli o essere da esempio; un po’ come gli Jedi di Guerre Stellari e quell’etica che sapevano dignitosamente rappresentare prima della Guerra dei Cloni. 
Da due lustri, ormai, i genitori e i nonni sono stati sostituiti radicalmente da un qualcosa. 
E questo qualcosa è ancora impalpabile e definitivo e irrefrenabile e inafferrabile e senza confini. 
Come andrà a finire?

03 luglio 2017

scambiare una ragazza con Paolo Villaggio

Prima di diventare il radiocronista che conoscete tutti, Giulio è stato mio compagno di liceo. Nonostante fosse ricco, Giulio era generoso, ma non di quella generosità spocchiosa e furba: era generoso dal cuore, di quella generosità che non viene dal portafogli ma dall'anima. Pur di stare insieme, era capace di venirmi a prendere da casa sua (Cassia, ben oltre Tomba di Nerone) fino a casa mia (Colosseo), andata e ritorno. Per chi non è di Roma: un'impresa, specie se col vespino, specie se per le strade romane (anche allora lo schifo di oggi).
Piccolo, troppo piccolo per giocare a calcio, commentava in diretta le interrogazioni in cattedra come fossero Tutto il calcio minuto per minuto. E, infatti, anni dopo ne sarebbe diventato una delle colonne portanti.
Con lui, con Michele e Alberto, passavamo pomeriggi interi a casa sua, ascoltando le partite alla radio (che lui compulsava pressoché immediatamente), e soprattutto guardando VHS.
Già, ricco com'era, Giulio fu tra i primissimi ad avere in casa un videoregistratore. Inutile dire che c'era la fila per stare con lui e guardarsi film altrimenti introvabili.
La tecnologia non era immediata come quella odierna, ed era decisamente spontaneo e ovvio imparare a memoria un film anche se visto una sola volta. In più, nonostante allora fosse possibile, ben pochi genitori erano disposti a farci vedere i film al cinema più di una volta consecutiva. Insomma, YouTube neanche stava nella mente del genere umano. Certo è che l'arrivo del videoregistratore aprì le porte a un mondo che per i giovani di oggi è quasi ovvio, ma per noi era un'assoluta novità.
Fatto sta che i VHS che divoravamo con Giulio erano proibiti, proibitissimi. I nostri genitori, tutti i genitori di tutti noi, non volevano che guardassimo certe scene. Era tutto proibito, dolcemente proibito.
Quindi, ci si riuniva dentro una stanza, bassissimo volume, libri aperti per dare l'idea che stessimo studiando, e uno di noi davanti all'apparecchio, pronto per spegnerlo alla bisogna.
Infatti, la mamma di Giulio, con la scusa di portarci la merenda, bussava spessissimo, temendo chissà quali visioni... ma non erano porno i nostri VHS: erano i film di Fantozzi.
Per anni non l'abbiamo mai detto a nessuno, figuriamoci: anziché farci i pipponi davanti a Moana o la Lothar, noi ci sparavamo tonnellate di Fantozzi, Fracchia, la Mazzamauro, Filini, lo schfilatino, la scritta sul cielo, la cagata pazzesca...
Poi, è ovvio, un bel giorno - chi prima, chi poi - abbiamo scoperto l'eros... e le avventure di Fantozzi sono diventate un ricordo.
Qualche lustro dopo, lavorando per Piero Angela, mi ritrovai Paolo Villaggio davanti la redazione di Quark mentre passeggiava per fatti suoi, con quei tuniconi enormi che indossava con classe. Non sapevo cosa dirgli, non aveva senso dirgli qualcosa. Lo seguii con lo sguardo, con affetto e devozione, commuovendomi un bel po', convinto che anche lui conoscesse quel nostro segreto così casto.
So long, Paolo Villaggio... avevi ragione tu: "La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca"; ma anche il resto non è da meno.

18 maggio 2017

Times are gone for honest men, dear Chris Cornell

Maggio 1995, sono chiuso in un ospedale: ne avrò per cinque mesi pressoché consecutivi. Siamo gli unici quattro malati di tutto il padiglione con problemi veri e seri di salute. Tra noi c'è un'intesa spontanea, quasi cameratesca.
Uno di questi è un giovanissimo bassista hard rock: ascolta la musica dal suo walkman ad altissimo volute, addirittura con le cuffie senza spugne, "perché voglio sentire tutto".

Mentre parla e straparla, da quel walkman parte
Stuttering, cold and damp
Steal the warm wind tired friend
Times are gone for honest men
And sometimes far too long for snakes
In my shoes, a walking sleep
And my youth I pray to keep
Heaven sent hell away
No one sings like you anymore
Black hole sun
Won't you come
And wash away the rain
Black hole sun
Won't you come
Won't you come
È il mio primo incontro con Chris Cornell.
Uomo di rara bellezza e di incredibile vocalità, era tra i pochi rappresentanti del cosiddetto grunge ad essere uscito bene dal "copia-e-scopiazza Neil Young": proponeva, cioè, una musica che sapeva rispettare quella del passato e nel contempo indicare nuovi orizzonti sonori.
Coraggioso, arguto, sensibile, forse cinico, col suo Euphoria Morning mi aprì l'anima, ci entrò dentro e ci sguazzò per mesi, senza mai farmi male, ma lasciandomi un languore e una nostaglia-del-non-so-cosa che ancora oggi sento vibrare in qualche antro nascosto della mia coscienza.
Chris Cornell sapeva essere violento, seducente, sensibile, assoluto, intimo e popolare. E insieme a Live And Let Die dei Wings, il suo opening di Casino Royale resta tra i più devastanti che abbia mai aperto le gesta di 007.

Se l'altro anno abbiamo perso un padre, anzi IL padre, David Bowie; quest'anno è venuto a mancare un fratello.
So long Chris Cornell