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24 febbraio 2016

purtroppo Spotlight non è quello che noi siamo

Fughiamo ogni dubbio: Il caso Spotlight è un capolavoro. Non tanto per la sua eccellente struttura (sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio, musica), ma per il suo "sapore", per come cioè riesce a trattare un argomento così delicato - la pedofilia - senza mai scadere nel voyerismo, nell'ammiccare, nell'allusione crassa. Spotlight, insomma, è un esercizio di stile dentro quell'altro esercizio di stile più palese: il come si fa giornalismo d'inchiesta.
E già: come si fa giornalismo d'inchiesta?
Ce lo dice lo stesso Michael Keaton quando presenta il suo staff al neo direttore Liev Schreiber: certe inchieste potrebbero durare anche un anno! Capito? Un anno!
E perché mai qui da noi sarebbe impossibile?
Per un mucchio di motivi (lettori faciloni esclusi, ovviamente): 1) il gruppo dev'essere affiatato e collaborativo; 2) bisogna approfondire, e poi fermarsi per ragionare, e poi di nuovo approfondire, e poi di nuovo fermarsi per ragionare; 3) non bisogna mai dare le cose per scontate; 4) bisogna andare oltre le conventicole, le amicizie, le conoscenze; 5) non bisogna temere il pubblico, ma rispettarlo; 6) non bisogna adulare il pubblico, ma accompagnarlo; 7) bisogna riconoscere i propri limiti e sfidarli; 8) bisogna ricordarsi dei propri errori; 9) bisogna rispettare sempre le gerarchie; 10) sconfitte e successi sono colpa o merito di tutti.
Ma soprattutto c'è un elemento che non va mai dimenticato, e che va al di là delle cose pratiche, ed è un elemento etico e non scritto: il patto con il lettore. Se tu sei un professionista serio, io come lettore mi fido di te anche quando non sono assimilabile all'orientamento ideologico della tua testata. 
Il patto col lettore è più di una regola kantiana: è la chiave per comprendere la cultura del giornalismo anglosassone che è alla radice anche di Spotlight.
Ebbene, io non voglio chiedervi se i giornalisti italici siano dei buoni investigatori, perché la risposta già la sappiamo; ed è uno sconfortante "NO"! Del resto, pigri e svogliati come sono, preferiscono l'opinioncina-finta-indipendente-ma-superlecchina o il guadagnare aggregando notizie altrui spacciandole per spiegoni.
Io mi chiedo, e vi chiedo, ma tutti quei buffoni che "spiegano bene" il film o lo prendono come archetipo del proprio ideale di giornalismo - che però sono i primi a non praticare - e lo brandiscono contro i propri colleghi - dove comunque il più pulito ha la gogna... dicevo, questi buffoni, che razza di patto hanno fatto con i propri lettori?

22 settembre 2015

invitare al sabotaggio è violenza

Onestamente non capisco questa difesa ad oltranza nei confronti di Erri De Luca. 
L'invito al sabotaggio è istigazione a delinquere, non un reato d'opinione. Che poi lo proclami uno che ci sta simpatico, non cambia senso al fatto in sé; anzi, lo peggiora.
Una dichiarazione pubblica raccoglie gli equivoci che semina; e un intellettuale lo sa - o dovrebbe saperlo.
Se Erri De Luca avesse voluto fare il sofisticato - come si atteggia ad ogni respiro, non avrebbe dovuto rilasciare un'intervista così crassa in un contesto così equivocabile, ma esprimerla in un consesso adeguato. Invece, prima l'ha sparata grossa, poi ha fatto finta di ricredersi - come usano spesso alcuni ex di Lotta Continua. A casa mia si chiama "incoscienza"; intollerabile, specie se proviene da un uomo colto.
Insomma, l'appoggio a quei NoTav che sprangano poliziotti e tirano bombe carta, biglie di ferro, fumogeni e chissà cos'altro, è un'evidente avallare la violenza. Che poi a fare certe dichiarazioni sia un intellettuale o un uomo della strada, poco importa. Ma non mascheriamole come fossero un innocentissimo "reato d'opinione". Specie se provengono da uno che già in passato ha giocato con la Storia e la Verità, buttando là frasette incomplete e sibilline sugli Anni di Piombo
Oddio, io non mi meraviglio di questa follia collettiva: non sarebbe la prima volta che a sinistra facciamo i Marchesi del Grillo nei confronti del Diritto e della Libertà. Le regole sono regole, punto. O si rispettano, o si violano. Se le violi, devi avere il senso dell'onore di accettare le conseguenze, senza ammantarti di chissà quale santità, e senza che altri ti erigano statue di esempio morale quando invece hai fatto solo il teppistello con parole al cashmere.
Del resto, basta pretendere un po' di Ordine e di Polizia (certo, non quella di Genova, è ovvio), che i fighetti e i loro sodali scatenano violenze anche e solo verbali contro i "no", anche a quelli più giusti o ovvi.
Ricordate la raccolta di firme di Wu-Ming in difesa di Cesare Battisti?
E quella degli oltre 750 firmatari che uccisero il Commissario Calabresi ben prima che venisse fisicamente ammazzato da Sofri, Pietrostefani e Bompressi? Firmatari che qualche regista cinematografico coraggioso avrebbe definito "conventicole" (perché tali sono, altroché).
Non è cambiato nulla. Anzi, la situazione è addirittura peggiorata: perché i figli di quegli ideologi hanno introdotto sistematicamente un'informazione che racconta le cose a metà, rincorrendo lo stomaco (debole) del pubblico (acritico), dandogli in pasto gli slogan giusti al momento giusto.
A nessuno, però, è venuta in mente un'inutile domanda: di fronte alla protervia di Renzi, a questo suo sistematico e mortificante violentare la Sinistra e i suoi valori, dove stanno Erri De Luca e i suoi supporter? Forse è più facile ringhiare gratuitamente contro un poliziotto che tirare fuori le palle e dire invece NO a questi diessini plastificati travestiti da attori di un improbabile Quarto Stato 2.0.

13 settembre 2014

Songs of Innocence, il mio (finto) incontro con Bono

Ciao
Uh, ciao Bono… che mi dici?
Beh, ti vorrei fare questo regalo, solo per te… è il nostro nuovo disco: Songs of Innocence
Hiiiiiiiiiiiiiiiiii! Grazie!!!
Oddio, a dire il vero l’abbiamo regalato a tutti gli iscritti a iTunes
Dovrei essere geloso? Prima mi dici che è solo per me, e che poi l’hai regalato a migliaia di altri tizi… però mi fa piacere che sia gratis, dàì. Grazie lo stesso
A dire il vero, a noi la Apple c’ha dato un pacco di soldi. Anzi, tutta la nostra discografia ne ha risentito positivamente, risalendo le classifiche di iTunes
Ma quanto siete furbetti, eh?
Mettila così: tu hai 45’ di musica inedita, gratuitamente nel tuo iPod
Guarda che il mio iPod è fuori catalogo
Ma quanto la fai lunga… senti, vuoi seguire insieme a me le canzoni?
Va bene, iniziamo
La prima si intitola The Miracle (Of Joey Ramone)
Quello dei Ramones?
Sì… che ti sembra?
Cosa?
La canzone!
Ah, perché è partita?
Vabbe’, passiamo alla seconda: Every Breaking Wave
Every Breath You Take?
No, quella è di Sting!
Eppure… ha quest’intro tipo With Or Without You, poi la strofa sembra Sting che incontra Sheeran che incontra quelle canzoncine tipo Grey’s Anatomy
Ma quanto sei stronz*, te l’ha mai detto nessuno?
In molti… senti, ma questa chitarretta che chiude il primo ritornello? Steve Howe degli Yes ne ha parlato con The Edge?
Vabbe’, passiamo alla terza canzone: California (There Is No End to Love)
Oddio, le campane di Black Sabbath che precedono Barbara Anne, col pianofortino che fa dei glissando pseudocinesi! Belle citazioni… il resto sembra Jackson Browne di Lawyers In Love che canta come Bono. Dico, ma sei sicuro che questi siano gli U2? Quelli di Achtung Baby, Joshua Tree. Li conosci?
Oh, Alessa’, sono Bono. Che mi dici di Song for Someone?
Bella la chitarra nell’intro, con quei suoni lontani alla Brian Eno. Però nel ritornello The Edge copia gli stacchi dei Simple Minds! Diglielo! Perdonami, poi, ma la strofa sembra scritta da Carla Bruni; sai quel pezzo che ci scassò la minchia tre Sanremo fa?
Alessa’, andiamo oltre. Ti piace Iris (Hold Me Close)?
Eeeehh, Gilmour incontra Fripp? Intro molto bello, bravi… oddio, l’infinite guitar è identica a quella di Unforgettable Fire! Ragazzi, ma che avete combinato?
Che mi dici di Volcano?
Ci dev’essere un errore: nella copia che mi avete regalato c’è un pezzo dei Cure con lo stesso titolo
Ma che dici? È la nostra!
Andiamo oltre
Ti piace Raised By Wolves?
Mi piace il breve incipit… oddio, salta!
Come sarebbe a dire “salta”?
I Was Made For Lovin’ You, Baby… ricordi?
Qui stai forzando la critica
Può essere… gli stacchi in quinte di The Edge sembrano Fripp
Sei fissato!
Passiamo alla prossima canzone, che è meglio
Cedarwood Road? Ti piace?
Porca vacca, è Woodstock di Joni Mitchell (poi riletto anche da CS&N). Ma state scherzando?!
BASTA! Ti dico un titolo, e tu mi dici solo se ti piace
Va bene, passiamo alla successiva
Sleep Like a Baby Tonight, che mi dici?
Uguale a Depeche Mode e Yazoo… AAAAH, ma il ritornello sembra Phil Collins! Another Day In Paradise!!!
Santa polenta [voce flebilissima]… ti piace This Is Where You Can Reach Me Now?
Intro di chitarra tipo One, ma ci sta. Però ‘sti ritornelli che ammiccano a un potenziale pubblico live… ricorda quelle cose orribili che sparavate in Pop. Comunque è una canzoncina che piacerà a Tarantino: la metterà in qualcuno dei suoi film
Questione di gusti… e poi mica possiamo sempre andare avanti a noi stessi
Oddio, secondo me siete fermi dai tempi di Zooropa; il resto dei vostri lavori è stato decisamente noioso
Li hai tutti?
Certo, anche se poi non mi sono piaciuti
E perché li hai acquistati comunque?
Perché dovreste essere dei simboli
“Dovreste”? E, invece, cosa siamo in realtà?
Fammi sentire l’ultima, dài
Si intitola The Troubles
Ma è simile a California (There Is No End to Love)! C’è qualcosa alla David Sylvian, ma sa di già sentito, addirittura partendo proprio da questo cd
Alessa’, ma non te n’è piaciuta neanche una!
Decisamente: neanche una
Credi che l’abbiamo fatto per soldi?
Eh?... ne avete così tanti…
E allora perché ci siamo fatti un mazzo così per una cosa così orribile
Perché non sapete invecchiare: è normale, eh!
Dici?
Anche io non sopporto di invecchiare
Ah!
Altrimenti perché mi sarei inventato questa intervista fasulla

10 luglio 2013

oltre il discorso di Marchionne

Non essendo un competente in materia, ho letto il discorso di Marchionne con spirito curioso e documentativo (in questo link trovate il pdf integrale, in calce al commento del giornalista).
Purtroppo al pubblico è arrivato un segmento decontestualizzato invece di un riassunto delle nutrite e corpose 18 pagine (lette con attenzione e poca retorica nell'arco di quasi 30 minuti). Il che è una colpa tipicamente giornalistica, considerato che ai mass media documenti così importanti vengono consegnati prima (o a ridosso) di un evento, garantendo quindi il tempo di approfondire al meglio ogni singolo punto.
È vero che Marchionne non è il massimo dell'affabilità; è altrettanto vero che è un uomo di potere, e che questo potere lo sa esercitare con forza e originalità. 
Ma è anche vero che i successi elencati sono impressionanti, e un buon giornalista avrebbe dovuto/potuto verificarli con dovizia di particolari, restituendoli al pubblico per quello che sono veramente, dando quindi al pubblico uno sfondo documentativo di fatti e notizie concrete.
Invece, noi comuni mortali abbiamo ricevuto solo commenti e indignazioni - prendendo quindi subito le parti a favore o contro - ma senza sapere in realtà qual era il nodo della questione, e quali erano i punti veri o falsi della prolusione di Marchionne. 
Ho isolato questo passaggio a beneficio di chi vuole andare oltre le polemiche:
L’ingegnere Materazzo ricordava, poco fa, che a inaugurare questo stabilimento, nel 1981, c’era l’Avvocato Agnelli con l’allora presidente Pertini.
In quell’occasione, l’Avvocato parlò dell’impegno della Fiat nel Mezzogiorno, ma parlò anche di economia, di democrazia e di libertà.
Disse che “l’economia di mercato è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il rafforzamento della democrazia.
Ma perché il libero mercato viva, è necessario che ci si concentri sulla produzione di ricchezza prima che sulla sua distribuzione.
Se la priorità della produzione non viene rispettata, un paese non va inevitabilmente allo sfascio: però, col tempo, degrada.
La convivenza tra i cittadini finisce per degenerare, perché il loro benessere dipende sempre più dalla distribuzione politica delle risorse e sempre meno dalla qualità e dagli sforzi necessari per produrle
”.
Oggi quelle parole suonano quasi profetiche e non potrebbero essere più vere.
Per anni l’Italia ha vissuto al di sopra delle sue possibilità, concentrata a distribuire ricchezze che diventavano sempre più scarse.
E gli italiani si sono ritrovati con le tasche vuote.
L’unico modo che abbiamo oggi per risalire la china, per invertire un ciclo economico avvitato su se stesso, è tornare a produrre.
Dobbiamo concentrarci sulle iniziative industriali, favorirne se possibile di nuove, perché è l’unica strada per tornare a generare quella ricchezza che dà ossigeno al Paese.
Quando l’Avvocato, sempre 32 anni fa, disse che la libertà ha anche una dimensione economica, intendeva esattamente questo.
Se le forze politiche e sociali non fanno tutto il possibile per rispettare il primato della produzione, la libertà conquistata dai nostri padri e dai nostri nonni si asciuga. Si trasforma in rissa tra fazioni e gruppi sociali per spartire le briciole.
Se la leggiamo senza pregiudizi, a me sembra un'interpretazione moderna e realistica del Primo Articolo della Costituzione Italiana. Certo, è dalla prospettiva di un capitalista, ma i punti nodali della sua disamina sono forti, strutturati e di difficile confutazione.
A qualcuno verrà in mente la Fiom e la recente sentenza a suo favore. Leggiamo cosa dice Marchionne:
Ma in tutto questo stiamo incontrando molte più difficoltà di quanto non avremmo immaginato, che mettono a serio rischio ogni passo successivo.
Anche la pronuncia della Corte Costituzionale, arrivata la scorsa settimana, aggiunge elementi di incertezza.
Non conosciamo ancora le motivazioni della sentenza e le leggeremo con attenzione.
Mi limito, però, ad osservare che con questa decisione la Consulta ha ribaltato l’indirizzo che aveva espresso in numerose altre occasioni, sullo stesso tema, durante gli ultimi 17 anni nei quali è in vigore la presente forma dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori.
La Fiat non fa e non ha fatto altro che applicare la legge, in modo rigoroso.
La Fiom è stata esclusa dalla possibilità di nominare rappresentanti sindacali in base a quella legge.
Una legge che dice chiaramente che i rappresentanti sindacali possono essere nominati solo dalle organizzazioni firmatarie del contratto e da quelle organizzazioni che ne accettano le condizioni.
Peraltro, si tratta di un principio giuridico che viene riconosciuto in tutti i Paesi civili del mondo: puoi beneficiare di un contratto se ti assumi le responsabilità presenti in quel contratto.
Per ironia della sorte, la modifica dell’articolo 19 introdotta nel 1996 è stata voluta proprio dalla Fiom, che ha appoggiato un referendum popolare promosso da Rifondazione Comunista e dai Cobas.
Pare che oggi non se lo ricordi più nessuno.
Tra tutti quelli che hanno commentato la sentenza della Consulta, non ho mai sentito dire che la Fiat ha applicato, con coerenza, una legge che adesso alla Fiom non piace più.
Anzi, hanno messo noi sotto accusa, dicendo che abbiamo violato la Costituzione, mentre abbiamo solo rispettato una norma in vigore da 17 anni e voluta da chi ora la contesta.
Ora, io che non sono giornalista, mi aspetterei che un giornalista mi dica veramente come stanno le cose, e se sono vere le "accuse" di Marchionne: non ho trovato un mass media che abbia confutato o confermato il passaggio sopra citato.
E veniamo alla frase che ha generato polemiche a non finire (alcune, forse troppe, strumentali e opportuniste). Ho segnato in grassetto un passaggio che commenterò brevemente in calce.
Abbiamo sottoscritto un nuovo contratto di lavoro, concordato con la maggior parte dei sindacati e approvato dai nostri lavoratori.
Mi rendo conto che quando si introduce un cambiamento non ci si può aspettare un consenso unanime.
Ma non si fanno gli interessi dei lavoratori difendendo un sistema di relazioni industriali che non è in grado di garantire che gli accordi stipulati vengano effettivamente applicati.
Condivido che i diritti di tutti, a prescindere dalla categoria sociale di appartenenza, costituiscono la base di una comunità civile.
Ma oggi viviamo in un’epoca in cui parla sempre e solo di diritti.
Il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa; il diritto a urlare e a sfilare; il diritto a pretendere.
Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati.

Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo.
Perché questa “evoluzione della specie” crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare, ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa.
Una specie di attendismo che è perverso ed è involutivo.
Per questo credo che dobbiamo tornare ad un sano senso del dovere, consapevoli che per avere bisogna anche dare.
Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione, dell'oggi e soprattutto del domani
.
Malgrado stiamo operando in un contesto economico negativo, non vogliamo mettere in discussione gli investimenti annunciati.
Ma non possiamo accettare che comportamenti violenti, di boicottaggio del nostro impegno, vengano considerati “esercizio di diritti” anche da autorevoli Istituzioni.
Non è giusto nei confronti dell’azienda, ma soprattutto non è giusto nei confronti di tutti quei lavoratori che stanno lottando per togliersi dalle secche della recessione.
Un Paese dove ogni certezza viene messa in dubbio, dove gli accordi si firmano ma poi si possono anche non rispettare, dove una norma può essere letta in un modo ma anche nel suo contrario, dove la volontà di una maggioranza è negata da un’esigua minoranza… Tutto questo è un caso tristemente unico al mondo ed è un deterrente per chiunque voglia venire ad investire in Italia.
Qui in Rai la situazione è decisamente diversa, né migliore né peggiore; comunque drammatica. Il comportamento di alcuni sindacati, però, è analogo a quello denuciato da Marchionne, con l'aggravante che la Fiat gli operai se li sceglie; in Rai, una parte dei colleghi è imposta da meccanismi contorti che nulla hanno a che vedere con titoli e meriti. E una parte del nostro sindacato vede questi meccanismi, li conosce, ogni tanto si indigna, ma alla fine li lascia sussistere.
Addirittura, anche se il lavoratore sbaglia, se manca di riguardo ai colleghi o ai superiori, se non fa il suo dovere, se usa i propri diritti come clava per non adempiere ai propri doveri... una parte del sindacato lascia fare, confondendo quindi i diritti delle brave persone con gli errori di quelle nocive.
Eppure tutto questo non si può denunciare, non si può neanche pensare. Anzi, io ho il lusso di poterlo fare perché ho pochi lettori e non ho una posizione sociale roboante o seducente.
Il problema, tipicamente italiano, è che tutto questo porta a un mancanza di credibilità che coinvolge tutti. E quindi quest'assenza di etica e questa incoerenza prestano inevitabilmente il fianco al Marchionne di passaggio; un uomo, cioè, che con la sua cultura e determinazione sa essere più convincente di chi avrebbe il ruolo di rappresentare i diritti (e i doveri!) dei lavoratori.
Ma il punto è un altro: questo ragionare con realismo, miscelando sapientemente la realtà con la dignità del lavoratore (come fa Marchionne nell'ultimo paragrafo citato), può di fatto aprire le porte anche ai profittatori, a chi abuserebbe di momenti difficili e delicati per imporre una strategia che annienta chiunque, anche i diritti delle brave persone. 
È uno scotto da pagare?
Credo proprio di no. Però, e allora, bisogna anche cambiare mentalità, difendendo non il diritto al lavoro ma il diritto del lavoratore, da entrambe le parti della medaglia. Chissà se i sindacati saranno disposti a capirlo.

24 giugno 2013

ma Saviano e Messi si sono mai incontrati?

Il 15 febbraio del 2009, sulla pagina centrale di Repubblica uscì questo lungo "reportage-racconto" di Roberto Saviano su Lionel Messi, così bello e credibile che lo rilanciai anche io un anno dopo dalle pagine di questo blog.
Venerdì scorso, su Sette (il Magazine del Corriere della sera), esce una lunga intervista di Antonio Stella, sempre a Lionel Messi
Come potete notare nel ritaglio qui a destra, il campione argentino non ricorda di aver mai incontrato l'autore di Gomorra, e oltretutto ridimensiona alcuni suoi passaggi evidentemente esagerati. 
Prevengo qualche vostra obiezione: un giocatore di indole così semplice viene sempre consigliato, e difficilmente scorderebbe di aver incontrato una figura nota; in più, Saviano è sempre sotto scorta, e chiunque ricorderebbe un'intervista con agenti in borghese come contorno...
Ho chiesto conto alla Redazione di Repubblica il perché di questa incongruenza, e non ho ricevuto replica alcuna.
Ho twittato l'incongruenza al diretto interessanto, ma non è accaduto niente.
Ergo, il dubbio resta.
E purtroppo non è la prima volta che Saviano mi regala più dubbi che certezze.
Ricordo la sua acritica presa di posizione in difesa di Riotta (se solo si fosse informato...).
Ricordo il suo dissimulato fanghetto (mai dimostrato limpidamente) su Benedetto Croce, contro cui si scagliò civilmente Marta Herling, che come replica rimediò una causa per diffamazione (e una richiesta danni di quasi 4 milioni di euro!!!).
Ricordo che recentemente è riuscito a perdere una causa contro un giornalista di Liberazione: sembra che nel suo libro La bellezza e l'inferno, Saviano abbia raccontato di aver ricevuto telefonate di sostegno da Felicia Impastato, mentre Paolo Persichetti ne avrebbe dimostrato l'inconsistenza (a conferma di questo, ecco un interessante intervento di Umberto Santino).
Quando racconto queste cose, in molti replicano "scrivi così perché ce l'hai con Saviano". 
No! 
In realtà ce l'ho con il vostro approccio acritico, referenziale, timoroso e misticologico (parola di mia invenzione), che quindi rende irritanti personaggi comunque volubili come Saviano.
Commettiamo tutti degli sbagli. Ogni tanto prendiamo anche delle scorciatoie. Se lo fa un personaggio noto e importante, non c'è niente di male a farglielo notare, e non ci sarebbe niente di male poi se lui ammettesse i propri limiti.
L'irritazione c'è e persiste, invece, quando queste cose non vengono dette o addirittura vengono negate grossolanamente.
Ma poi: se una siffatta nebbia avesse avvolto un qualsiasi giornalista/intellettuale di centrodestra?
 

08 febbraio 2013

Lincoln e il coraggio di Spielberg

È sempre piacevole vedere una persona decisamente matura capace ancora di mettersi in discussione, rivoluazionando addirittura il suo inconfondibile stile. E con questo intenso Lincoln, il nostro Steven Spielberg è riuscito addirittura ad andare oltre, regalandoci un'ottima prova di teatro cinematografico, senza sbomballarci con la staticità del primo, senza sparare gli effettismi necessari del secondo.
Una regia in punta di fioretto, insomma, confortata ed aiutata da un sublime Daniel Day-Lewis, che ancora una volta sacrifica se stesso pensando solo al personaggio.
L'unico difetto palpabile, traditore e irritante, è il pessimo doppiaggio italiano, nevrotico e privo di sfumature, che penalizza - e di molto - l'insieme dell'opera.
Ad essere petulanti, non mi sono piaciuti certi bruschismi del montaggio; mentre, invece, la direzione della fotografia è stata addirittura raffinata. John Williams, poi, parla quel poco - e quel giusto - che deve fare, affidandosi spesso al solo flicorno, con note a metà tra il Dixie e il più noto Star-Spangled Banner.
Scene da incorniciare: quella estetica, quando Lincoln apre la finestra dello studio per godersi la vittoria annunciata dalle campane fuori campo; entra il figlio, e insieme svaniscono dietro la tenda in un gioco retorico e tenero di luci e amore paterno (chissà se c'entra qualcosa la nota foto di Kennedy con figlia).
L'altra scena, tipicamente teatrale, vede Lincoln ragionare su squisiti principi di diritto, perché sa che il suo emendamento potrebbe essere surrogato da una più incisiva imposizione presidenziale, che però negherebbe quella visione della purezza democratica che fa parte dell'humus dei futuri Stati Uniti. 
Bello e importante come momento, anche perché i critici si sono soffermati sui mezzucci usati da Lincoln per coercizzare i deputati meno solidi, anziché ragionare su questo nodo più edificante: la democrazia si difende con la democrazia; anche la legge più nobile deve passare il vaglio del voto parlamentare. Altrimenti è una negazione in essere.
Già...

08 gennaio 2013

spaventato dalle conventicole

Tra le poche cose che mi ha insegnato mio padre, spicca quella di andarsi a vedere i necrologi: "è l'unico vero modo per capire l'Italia e gli italiani", diceva. 
In questi giorni è morto uno strapezzo grosso dell'economia italiana. Tra i necrologi su Repubblica trovo la partecipazione della redazione di un importante settimanale italiano dal respiro internazionale che esprime solidarietà al figlio di questo strapezzo grosso, ovviamente redattore di punta del periodico stesso.
Insomma, non era un minatore del Sulcis come vi stavate aspettando tutti quanti, no?
Dice "sei cinico"?
No, è diverso: io non credo alla bontà di questi ragazzi . Involontariamente fortunati per genìa (nulla da ridire, per carità), vengono messi là o lì solo per scambi e interscambi; non certo per qualità oggettive.
E il bello è che fanno arrogantemente finta di esserselo meritato, e provocatoriamente sul serio nel dimostrarsi elitari.
La cosa non solo è immorale - quasi un furto (è come vincere il titolo di Miss Italia grazie alle tette rifatte, per dire), ma comporta alcune conseguenze che danneggiano seriamente l'Italia
  • senza il filtro oggettivo della meritocrazia, la qualità viene meno 
  • non si rinnovano le strutture del sistema
  • non riusciamo a stare al passo con l'Europa
  • il resto del paese resta all'oscuro
  • permane una visione elitaria delle necessità e degli obblighi
  • un salotto così ristretto impedisce lo sviluppo, e quindi l'aumento dei posti di lavoro
  • la fiducia nell'animo umano va a puttane
  • queste puttane metaforiche comportano scoramento e infelicità concreti (con ampie ricadute pratiche)
Insomma: se ogni tanto vi lamentate che non trovate lavoro, date un'occhiata ai necrologi e poi alle vostre librerie, discoteche, nastroteche: se incontrate certi nomi, buttateli via!
È colpa loro e del loro amato sistema se state messi così male.

23 dicembre 2012

La regola del silenzio - The company you keep

Non è il migliore Redford, e non è neanche una delle migliori storie che abbia mai visto. Oltretutto, LeBeouf si dimostra il mediocre attore che è, automa contro le macchine, mediocre con gli umani. In più, c'è un finalino di consolazione poco plausibile, perlomeno oltre i confini dell'America più rigorosa. Sicuramente in Italia ci sarebbe stata la vittoria dei codardi, come del resto già ci dimostra la nostra provincialissima realtà.
Mi scuso in anticipo se con questo post mi rivolgo più a chi ha visto il film, piuttosto che sollecitarne la visione: la storia, infatti, scorre troppo a tratti, e gioca molto su conoscenze della storia americana che in molti potremmo non sapere. 
Tenendo conto poi che il linguaggio e lo stile possono non "arrivare" del tutto: gli americani vedono gli Usa con una sacralità che noi ci scordiamo... in effetti, è questo il primo punto all'ordine del giorno: ma noi, un film così lo faremmo mai?
Ne dubito fortemente, per numerosi motivi. Il primo, perché la spregevole biografia dei nostri (ex?) terroristi sta lì a dimostrare che mai si sono presi le responsabilità per i gesti che hanno commesso, i morti che hanno causato o invogliato a causare. 
Il secondo. Mentre negli Usa del periodo vietnamita c'era una cesura netta tra chi diceva no politicamente alla guerra e chi le diceva no violentemente, qui da noi terrorismo e nomenklatura intellettuale (e parlamentare) si conoscevano, si piacevano, si sono frequentati e si sono assolti in più circostanze.
Terzo motivo, corollario del secondo. Paradigmatico (e semplicistico, lo so), l'esempio di questi giorni: due parenti stretti delle vittime del terrorismo, messi lì a rappresentare la società civile (Tobagi e Ambrosoli, consapevoli/colpevoli della propria strumentalizzazione); gli (ex?) terroristi e figliame vario a occupare, invece, le più potenti leve della cultura e dell'informazione. Unica eccezione, Calabresi: ma è un raro caso di dignità storica e intellettuale, cui in molti dovrebbero chiedere scusa, ma non lo faranno mai.
Quarto motivo: da che mondo e mondo, il cinema italiano "impegnato" ha (quasi) sempre rappresentato lo Stato come nemico, e quindi anche come causa del terrorismo. Non è mai passato per l'anticamera del cervello di certi cialtroni che la lotta armata non ha giustificazioni: se è giusta, non è causata dallo Stato; e se è sbagliata, non è vittima dello Stato. Lo Stato è un valore da difendere, non da personalizzare.
Mi fa da supporto la conclusione del monologo di Susan Sarandon: "Abbiamo sbagliato, ma avevamo ragione". Il tempo dei verbi è illuminante. 
Quinto motivo. Anche affrontando un evento delittuoso accaduto 30 anni prima la storia raccontata, questo film dice la sua contro il terrorismo, condannandolo senza alcuna giustificazione. 
Noi oggi facciamo esattamente il contrario: il recente approccio di Benigni contro la diarrea repubblichina, è una variazione sul tema. Cioè: i vivi sbagliano, ma i morti sono uguali. E allora il cinema italico parte dal presupposto contorto che sono  i morti causati da terroristi che vanno perdonati (!). Cioè, non sono i terroristi da biasimare, ma le loro vittime.
Penserete che sono fuori di testa, vero? Eppure non c'è un film italiano che abbia avuto la decente decenza di condannare il terrorismo senza pietà. 
Ancora una volta, purtroppo in un campo più nostro che loro, gli americani ci danno una lezione di dignità, con un personaggio nodale, quello interpretato da un'incartapecorita Julie Christie: era sempre in fuga, consapevole delle proprie colpe; nel momento in cui la storia della Storia le chiede una prova di coerenza e di coraggio, anziché scappare verso l'anarchia, gira il timone verso la propria dignità e paga per le sue colpe.

19 dicembre 2012

le donne di destra

A rischio di scrivere un post ricco di luoghi comuni, vorrei raccontarvi brevemente quello che mi sta frullando nel capoccione da una settimana almeno. 
Questa voglia irrefrenabile di scrivere questo post mi è scappata ieri sera mentre guardavo Ballarò. Tra gli ospiti, dal centrosinistra figurava anche Umberto Ambrosoli, figlio di tanto padre, e felice di non aver mai fatto politica (e dire che in Francia c'è addirittura una scuola a riguardo, tra le più prestigiose). 
A destra figurava Lara Comi, 29enne bilaureata (con lode, ovviamente) europarlamentare (con record di presenze), con esperienze di spessore, e soprattutto unica italiana a partecipare a un imminente stage di un mese presso l'amministrazione Obama.
Ambrosoli, smunto, preso dal suo ruolo, con barba incolta d'ordinanza, l'aria pensante e piena di risposte alle sue stesse domande.
Comi, vestita da pin-up, sorridente, diretta, pronta a difendere l'indifendibile con l'afflato di chi sa sempre dove rifugiare le proprie contraddizioni.
Floris chiede ad ambedue cosa potrebbero fare per la Regione Lombardia: Ambrosoli spara retorica a palla e poi attribuisce a Formigoni una cosa che non ha detto; Comi butta giù cose nette, con proprietà di linguaggio e una concretezza apparente che mettono in evidente imbarazzo il barbuto. 
Anzi, quando la riproposizione del video dimostra la retorica andata a vuoto, Ambrosoli non chiede scusa per l'errore, ma si ripara dietro "la gente saprà come giudicare".
Potrei andare per le lunghe, ma la mia intenzione è ben altra.
La sinistra ha una visione cattoprovinciale della bellezza, diciamolo chiaramente.
Sei bella? Sei un'oca. Curi il tuo corpo? Non rispetti l'anima. Ti vesti bene? Hai soldi, e guadagnati chissà come. Ti piace vivere il tuo corpo? Sei una troia. Fai sport? Perdi tempo. Ti profumi? Aaaah, questo è il massimo dei reati: la donna di sinistra non può profumarsi.
Lo so, sono luoghi comuni, attribuibili peraltro - e paradossalmente - al berlusconismo peggiore. Ma, in fondo, ammettiamolo: in troppi hanno mascherato il legittimo pericolo politico del presunto sesso con minorenni, con un preventivo e automatico moralismo provinciale di fondo, che ha di fatto reso piccina e voyeristica la seria lotta politica e morale contro Berlusconi.
Ecco perché i suoi giornalisti hanno avuto il gioco facile a difenderlo: perché la sinistra mal sopporta l'estetica del corpo femminile, sempre e comunque. E quindi ha sempre l'aria tipicamente cattolica del "si pensa ma non si dice", "si immagina ma non lo si confessa", "si vive il piacere in privato per poi condannarlo in pubblico".
Direte: ma non siamo tutti cessi; noi abbiamo Alessandra Moretti! Eccolo l'errore: confondere bellezza con la cura vuol dire giocare nel campo dell'oggettivazione femminile tanto cara a Berlusconi. E ragionare per estetiche di facciata (magari aggiungendo un malizioso "bella e brava") dimostra solo che si persegue lo stesso ragionamento berlusconide senza avere l'onestà intellettuale di ammetterlo.
E dire che da sinistra facciamo sempre di tutto per ricordare agli altri che la morale e la rettitudine sono cosa nostra!
Una persona che si cura non commette un reato, e non dev'essere per forza bella. Una persona bella non dev'essere per forza trattata con sufficienza. Del resto, avere l'attitudine paternale e di malcelata sopportazione che ieri ha dimostrato lo scialbo Ambrosoli contro la Comi, è solo un maschilismo altro. Ma sempre maschilismo è.
Infine, scusate: quando vedo la Moretti parlare, sento aria di presa per i fondelli; quando vedo la Meloni parlare, perlomeno sento una preparazione di fondo.

17 ottobre 2012

i fumatori della Diaz

Ho frequentato Daniele Vicari solo durante l'occupazione universitaria della cosiddetta "Pantera" (inizi del 1990): siamo stati fianco a fianco per due mesi, discutendo di politica e di cose concrete come mai avevo fatto in vita mia. Posizioni opposte, spesso dure, con il risultato che io sembravo il moderato e lui l'estremista.
Poi ci siamo persi di vista, come spesso càpita. Sicuramente non è un fighetto: conosco le sue umilissime origini e il suo impegno a riuscire in qualche cosa, cercando sempre di essere coerente (anche se, ad essere pignoli, ha accettato i compromessi di Domenico Procacci con i distributori berlusconiani).
Non gli ho mai perdonato, però, il contributo che ha dato alla stesura del Partigiani, pessimo progetto che restituiva un'idea direi veltroniana dei partigiani, e che quindi non rendeva il giusto onore storico ad una formazione di giovanissimi che ha dato un minimo di onorabilità ad un'Italia altrimenti cenciosa e furbetta, quale solo ha saputo essere quella fascista (e oggi verrebbe da dire berlusconiana).
Fatto sta che ho trovato il suo Diaz un film eccellente, sia sotto il punto di vista meramente tecnico, che sotto quello - ben più arduo - estetico (e quindi di denuncia).
I film di denuncia, sia sa, sono molto rischiosi (perlomeno qui in Italia): soffrono dell'autoreferenzialità dell'autore, della sua prospettiva (o fintamente oggettiva o presuntuosamente moralisticheggiante), della recitazione, della musica (sempre 'sti violini tinellosi tra le palle!).
Diaz, sorprendentemente direi, supera tutti questi rischi, in maniera veramente adulta, quasi esemplare. La denuncia c'è, ma non è dottrinale; l'aneddotica c'è, ma mai buonista; le frecciatine ci sono, e parecchie, ben mirate e ben raccontate (al movimento, alle istituzioni, ai giornalisti - mitica un'allusione a Repubblica che toglie il fiato).
Insomma, Vicari ha messo dentro la Storia del Cinema, e dentro la Storia dell'Europa, un film che dovrebbe diventare punto di riferimento sia per raccontare cosa è veramente accaduto, sia sul come raccontare certi accadimenti. 
Esteticamente, poi, trovo addirittura audace il ritornare indietro certi momenti già narrati - gli espertoni direbbero "in maniera ellittica" - per stabiliri la loro esatta collocazione dentro la storia della Storia. 
Infine, si vede che la sceneggiatura si basa su testimonianze e documenti. Sia perché conosco bene il Libro Bianco su Genova, sia perché Vicari non indugia mai sulla finzione fine a se stessa, o sulla morbosità: fa vedere quello che accade, e restituisce le prove allo spettatore. Sarà solo lui a restituire il significato giusto alle sequenze che ha visto. E forse è per questo che non c'è nessuna allusione alla pessima figura che fece Ciampi, allora Presidente della Repubblica (ma non sono nella testa del Vicari, e quindi resta qualche dubbio su questa dimenticanza).
L'appunto bonario che mi sento di fargli, memore anche di un suo amore/odio dichiarato per un certo cinema americano, è su certe caratterizzazioni necessarie: quelli del movimento non fumano mai; i black block, i poliziotti e quelli delle istituzioni, sì. Chissà perché. 
 

update le affettuose puntualizzazioni di Daniele Vicari

25 settembre 2012

quando Hitchens alluse ad Huffington

Il compianto Christopher Hitchens è spesso citato a sproposito. Una volta tanto voglio divertirmi anche io in questo esercizio, riportando questo passaggio dal suo saggio La posizione della missionaria incentrato sulla terrificante figura di Madre Teresa. 
Alle pagine 30 e 31 incontriamo il passaggio segnalato. 
Buona lettura
Mentre scrivo ho sotto gli occhi anche una fotografia di Madre Teresa in piedi, gli occhi umilmente abbassati, in atteggiamento amichevole accanto a un signore noto come John-Roger. A prima vista, se la si guarda distrattamente, sembra che si trovino in un quartiere povero di Calcutta. Ma uno sguardo più attento rivela chiaramente che le figure di derelitti sullo sfondo sono state aggiunte a mo' di scenografia. La foto è un falso, così come, per inciso, è falso John-Roger. Capo del culto noto talvolta con il nome di "Insight", ma più precisamente come MSIA ("Movement of Spiritual Inner Awareness" [Movimento di Consapevolezza Spirituale Interiore], che si pronuncia "Messia"), è un impostore di calibro iperbolico. Probabilmente meglio conosciuto dal grande pubblico per il suo rapporto lucroso con Arianna Stassinopoulos-Huffington - il cui marito, Michael Huffington, spese quarantadue milioni di dollari del patrimonio ereditario personale nel tentativo fallito di aggiudicarsi un seggio al Senato in California - John-Roger ha ripetutamente sostenuto di essere, e di possedere, una "coscienza spirituale" superiore a quella di Gesù Cristo. È difficile giudicare una simile affermazione. Tuttavia, si potrebbe pensare che sia blasfema per la mentalità semplice di Madre Teresa. Eppure, eccola là, che gli tiene compagnia e gli presta il lustro del proprio nome e della propria immagine. Il MSIA, va precisato, è stato ripetutamente denunciato nero su bianco come un'organizzazione corrotta e fanatica, e - nell'elenco della Cult Awareness Network (Associazione per la difesa contro le sette. [n.d.t.]) - figura come "estremamente pericolosa". Si scopre che la fotografia contraffatta immortala un evento importantissimo: l'accettazione, da parte di Madre Teresa, di un assegno di diecimila dollari, sotto forma di Premio Integrità donato da John-Roger in persona, un uomo che era giunto a comprendere la propria divinità dopo una visionaria operazione ai reni. Senza dubbio gli apologeti di Madre Teresa avranno la difesa a portata di mano. La loro eroina è troppo innocente per scorgere la disonestà negli altri. D'altra parte diecimila dollari sono diecimila dollari e, come diceva spesso Lenin (citando Giovenale), pecunia non olet: il denaro non ha odore. Quindi, quale scelta più naturale per lei che lasciare ancora una volta Calcutta, arrivare fino a Tinseltown e condividere la sua aura con un guru che proclamava di eclissare nientemeno che il Redentore?

13 settembre 2012

il ritiro di Robert Fripp, la fine di un'era

La  notizia è doppiamente dolorosa, sia per il fatto in sé che per il motivo: il 3 agosto scorso, Robert Fripp ha annunciato il suo ritiro.
Partiamo dal secondo motivo: il tentativo (eroico e disperato) da parte di Robert Fripp di tutelare le sue creazioni, di stabilire l'esatto significato di diritto e di autore, di riconoscere agli artisti il pregio del loro impegno, si è scontrato con una major non di poco conto: la Universal Music Group, che di fatto detiene i diritti di pubblicazione di buona parte del suo corpus discografico, e che fa un (bel po') di testa sua.
Da tempo, ormai, Fripp non si sente più vicino alla musica: l'impegno psicologico e fisico profusi contro questa lotta non solo giudiziaria, lo hanno allontanato dal gusto e dalla passione. Il passo è stato quasi una naturale conseguenza.
E il fatto che abbia rilasciato un'intervista (cosa già eccezionale) al Financial Times piuttosto che a riviste specializzate, dimostra sia la mentalità aperta della rivista che le intenzioni concrete del nostro piccolo eroe della chitarra. 
Lo so, adesso vi aspettate la battuta contro i fighetti nostrani. Be', va detto che hanno sottovalutato la notizia, ridicolizzandola, sia perché non conoscono la Storia della Musica, sia perché il mondo che sta uccidendo l'arte è anche il mondo che dà spazio ai mediocri.
È in gioco non solo un destino di un singolo musicista/compositore, ma la mentalità che dovrebbe riconoscere agli artisti i giusti meriti: invece di pretendere tutto (e gratis), bisogna sempre ricordare che dietro un brano musicale bello (quindi Allevi è fuori) c'è un impegno che va premiato e riconosciuto.
Robert Fripp ha sempre lottato per i singoli diritti dei singoli musicisti che hanno lavorato per/con lui. Tant'è che buona parte dei brani dei King Crimson (nelle loro differenti line-up) segnava come autori i singoli musicisti che avevano contribuito anche con una minima idea alla riuscita del brano. Attenzione, non un mero stratagemma per evitare liti interne (usato dai Pink Floyd e dai Queen con modalità differenti), ma un modo pragmatico (e romantico) di riconoscere i meriti dei singoli.
Per quanto Bruford si sia sforzato di "parlar male" di Fripp (le virgolette sono volute, perché sono stato grossolano), nella sua autobiografia gli riconosce sempre questo disperato tentativo di rispettare la musica e i suoi musicisti.
Il (mio) dolore per motivi artistici, invece, parte da mille rivoli della mia memoria di musicista e/o di amante della musica. 
Devo chiarire che amo Fripp non per afflato isterico o da fan senza ratio: chi mi legge da sempre sa che non amo gli ultimi King Crimson (almeno da The ConstruKction of Light in poi, Scarcity incluso), e che mai ho sopportato certe scelte musicali di stanca routine.
Io amo Fripp perché "dice" le cose esattamente come avrei voluto dirle io. E usa esattamente quel suono e quelle note che avrei usato io, se solo fossi stato alla sua incomparabile altezza (la caccoletta che è in me sta ridendo per queste frasi in stile CarmeloBeneappareallaMadonna).
In più, la sua poliedricità, il suo continuo sperimentare, il suo sapere esattamente quando stare zitto (Islands è un suo brano, e non c'è traccia di chitarra), quando accennare (Book of Saturday) e quando sublimare (The Night Watch), quando corcare di botte (Fracture) e quando ridere (tutto Beat, se vogliamo), quando sperimentare in maniera oscura (frippertronics, prima; soundscapes, poi) e quando in maniera diretta (i vari Lark's)... 
E le collobarazioni? Sylvian, Bowie, Gabriel, Byrne, Eno, Porcupine Tree, No-Man. Non esiste stanza musicale che Fripp non abbia perlomeno visitato in questi ultimi 40 anni. Non esiste genere, musicista, complesso, giornalista, che non debbano qualcosa alla sua inventiva e alle sue idee.
E l'approccio? Fripp ha scritto tonnellate di parole. Ma a me restano sempre impresse due pietre miliari del suo pensiero. La prima ("Discipline is never an end in itself, only a means to an end"), è un aforisma laico e potente. La seconda (i King Crimson sono "un modo di fare le cose"), cozza inevitabilmente con i superficiali che lo ricordano solo per l'ellepì con il faccione, dimenticando che la Storia della Musica dice molto altro.
Ragionando fuori da ogni schema, avrei preferito una dipartita drastica, piuttosto che saperlo lì, seduto davanti alla sua chitarra, in solitaria meditazione.

06 settembre 2012

2050, il clima che cambia

Il problema nodale che impedisce di avere una percezione esatta e oggettiva di quello che sta accadendo nel pianeta, è l'informazione; o meglio, la mancanza di un'informazione affidabile. 
Più volte, in questo blog ho denunciato concrete prove di malafede da parte di chi dovrebbe perlomeno cercare di indicare le strade più vicine all'oggettività. 
E invece accade di leggere battute tipo "se è vero che il pianeta Terra si sta surriscaldando, perché oggi fa freddo?", da parte di un giornalista veramente affermato.
Un altro (sempre del Foglio, guarda un po') ha scritto "vi preoccupate se la Groenlandia si sta sciogliendo? Indovinate un po' perché venne chiamata 'terra verde'?".
Oppure, c'è chi si ostina a confondere gli allarmi sensati di persone pacate e competenti con il costante stridìo dei fan del complottismo ad ogni costo.
E c'è anche chi ha riassunto libri come quello che vi sto segnalando, banalizzandone contenuti e moniti.
Eppure, da nessuno ho mai sentito riassumere quello che ho letto qua (un esempio tra i tanti): sotto i ghiacci dell'Artide si cela una quantità impressionante di carbonio; se dovesse sciogliersi il ghiaccio che lo imprigiona da millenni, causerebbe un aumento incredibile di inquinamento dell'aria da far impallidire i limiti previsti dal trattato di Kyoto. 
Un altro esempio: l'autore dimostra che - al di là del loro afflato sentenzioso e moralisticheggiante - i vegetariani non possono vantarsi di causare meno inquinamento con la loro alimentazione; la quantità di benzina e di acqua utilizzate per le verdure è comparabile con quella usata per le nostre simpatiche mucche. Il danno ambientale, insomma, è pressoché identico. 
Del resto, nessuno si è preso la briga di ricordare che Richard Muller, uno dei principali detrattori del global warning (il surriscaldamento globale, insomma), adesso ha cambiato idea (cfr questo recente servizio di Radio3Scienza). Le cose non stanno andando per il verso giusto, insomma, e l'uomo ne è responsabile.
Lo studioso Laurence C. Smith ha scritto questo ottimo "2050 - Il futuro del nuovo Nord" in cui elenca con testi e documenti scientifici che effettivamente qualcosa sta accadendo, e che ineludibilmente ci saranno dei temi nodali che diventeranno sempre più cruciali, da qui alla data riportata nel titolo: crescita demografica, cambiamenti climatici, problema energetico, globalizzazione. 
Ora, risulta arduo e complesso stabilire quanto influiranno lo scientifico trasformarsi della Terra e quanto le attività dell'uomo. Sicuramente - come dimostra anche l'ultimo numero de LeScienze - non tutti gli improvvisi scarti climatici sono causati dall'uomo. Però sussistono.
Signori, non è importante avere un modello esatto, quanto sapere cosa vogliamo fare di fronte a questi cambiamenti, tenendo conto che ogni attesa e ogni indugio - come anche certe battute fighette - comportano ingenti spese e quantità incredibili di poveri e di morti da collocare nelle nostre coscienze.
Ne consiglio caldamente l'acquisto, anche a chi non ama i saggi: il tipo scrive bene, senza sensazionalismi, ben documentato, con nessuna soluzione e/o sentenza sul ditino della mano destra, con nessuna nostalgia o retorica ideologica.
Buona lettura

28 agosto 2012

fate silenzio!

Una delle piazze di Friburgo ospita i giovanissimi che frequentano l'Università.
Belle facce, bei volti, colori, suoni... ecco, suoni.
Fateci caso: non spicca un urlo, un vociare, un suono sgarbato. Nulla. Solo un costante e allegro brusìo.

Appena tornato a lavoro, un caro collega mi ha raccontato che quando guidò per tutto il Belgio in compagnia di un locale, questi gli fece poi notare che quel giorno aveva suonato il clacson più lui di quanto non lo faccia un belga medio in tutta la sua vita.

Gli ha fatto eco un montatore: quando stava a Parigi chiese ad un francese che conosceva se per caso i cellulari non fossero arrivati lì, visto che nessuno sembrava possederli: "ce li abbiamo, ce li abbiamo; li usiamo per telefonare".

Sono esempi buttati là, è ovvio, indicativi però di un'insofferenza esistenziale di chi non ne può più di subire l'italianità peggiore.
Direte voi: ma una bella dittatura? Di quelle che se sbagli ti taglio le dita? Eh... il problema è che le dittature si affermano avallando la mentalità popolare preesistente. E la nostra non mi sembra così incline al civismo. Anzi.
Quindi, lasciamo perdere: godiamoci l'estero; e quando siamo in Italia, tappiamoci le orecchie e il naso.

13 giugno 2012

#Cassano e Grey's Anatomy

Le fanciulle appassionate ricorderanno sicuramente il bel tenebroso Isaiah Washington, giovane promessa della serie Grey's Anatomy. Interpretava il fascinoso Dottor Preston Burke.
Un bel giorno - nel 2007, litigando con uno dei superprotagonisti, definì "faggot" ("frocio", insomma) un altro collega. Che lo fosse o no, poco importa. Fatto sta che un tecnico che passava lì per caso, sentì l'impulso di segnalare immediatamente a chi di dovere l'uso di quell'epiteto.
L'emittente cambiò addirittura le sorti dell'intera serie pur di cacciare via Washington, perdendo - va detto - un ottimo personaggio, forte sul piano narrativo e anche morale.
Certo, il tipo ha chiesto poi scusa, e la punizione è stata così pesante forse e anche per una sorta di velato razzismo dei dirigenti della ABC - visto che Washington è nero ("abbronzato", direbbe qualcuno).
Però il parallelo con Cassano ci sta tutto: oltretutto il nostro calciatore ha sparato la sua omofobia (perché tale è) in televisione, con indosso la divisa del nostro paese, in pubblico, senza filtri; peraltro tristemente contornato da crasse risate dei presenti e dal successivo gioco al distinguo di "Stadio Europa".