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25 giugno 2025

FURORE di John Steinbeck (Bompiani)

Immaginate una sfera di acciaio, di quelle non per forza enormi, ma che incutono comunque rispetto, meraviglia, quasi timore. Forse è leggermente arrugginita, ma poco conta, perché sembra avere una dignità propria.

Immaginatela in movimento, tipo quei cosi che servono per buttar giù i palazzi: ondeggia senza sosta, avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro. 

Poi, ad un certo punto, senza preavviso alcuno, la sfera si sgancia e descrive una parabola quasi dritta, forse un rettilineo leggermente curvo… e si va a schiantare contro una nave di legno, appoggiata lì, da qualche parte... per poi rotolare giù, a fondo valle.

La nave, fragile già di suo, si è sbriciolata in mille pezzi. È impossibile ricostruirla; anzi, è addirittura impossibile capire che forma potesse avere. Sono rimasti mucchi di legno, sparpagliati alla rinfusa, un po’ di schegge, molta segatura, qualche pezzo sopravvissuto chissà come.

Questo è “Furore” di John Steinbeckuscito nel 1939, anche sa da noi la traduzione integrale è arrivata solo nel 2013 (quelle precedenti, infatti, erano mortificate dalle censure del Ventennio Fascista).

Tre generazioni, un camion, la fuga dalla Depressione, il viaggio verso le illusioni della California, un mito che poi si scioglie al sole dell’amara realtà, un finale che non dà spazio né alla speranza né alla delusione.

Una trama devastante, imponente, credibile, senza fronzoli, senza finzioni. Uno stile asciutto ma non arido, empatico ma senza pietismi, partecipato ma senza parteggiare. Una traduzione fedele, precisa, attenta e capace di rispettare totalmente l’anima di Steinbeck. 

Se vi manca questo classico, mollate tutto e andate ad acquistarlo.

Subito!

11 marzo 2025

OPERAZIONE OVERLORD di Max Hastings (Neri Pozza)

Un libro denso, densissimo, ricco di dettagli utili e di informazioni anche meno note sullo Sbarco in Normandia e i mesi sanguinosi che ne seguirono. Un resoconto minuzioso e documentato, scritto in maniera più che comprensibile, con i giusti toni e la rara capacità di incastonare con precisione anche una critica costruttiva senza faziosità o preconcetti.
Si capisce subito che i "nostri" sbagliarono molto, e spesso, affrontando anche con superficialità un nemico perfettamente addestrato ed equipaggiato. E motivato, bisogna aggiungere: i tedeschi, infatti, non combatterono per evitare la sconfitta, ma per vincere. Già, per vincere. Non mollarono mai, neanche l'ultimo minuto dell'ultimo giorno di quest'operazione, così ciclopica, così impossibile. E lo fecero sempre con un'organizzazione e una capacità di reazione senza eguali.
I "nostri" vinsero solo grazie alla quantità: di materiale bellico, di infrastrutture, di approvvigionamento, di uomini. E non certo grazie alle scelte dei più alti in comando.
I tedeschi persero solo alla distanza, raramente per errori dei generali, sicuramente per colpa di Hitler: da una parte era un accentratore miope e bipolare, dall'altra immaginava il suo esercito come fosse ancora quello del 1939, senza avere l'accortezza di valutare le vere forze in campo e la vastità dei territori conquistati (o persi) con una parte dell'esercito in fuga dalla Russia, che certo non poteva avere il dono dell'ubiquità. 
Fa una certa impressione leggere questo splendido libro proprio quando gli USA, gli eroi di quello sbarco (insieme a inglesi, canadesi, francesi e polacchi), stanno deludendo in questi giorni l'amore e la riconoscenza degli uomini liberi. In Normandia sono morte migliaia di ragazzi. Per cosa?

08 giugno 2024

POWER: LA POLIZIA NEGLI STATI UNITI

A ridosso di alcuni episodi recenti, abbiamo espresso giudizi perentori sulla Polizia Americana, senza però chiederci “come mai” si comporti così e perché sui social incontriamo spesso episodi di inusitata violenza degli agenti, gratuita quanto inaspettata.

Affidarci al solito reliquario antiamericano serve a ben poco: sicuramente, ci fa fare bella figura con i nostri simili, ma non chiarisce nulla.

Su una delle piattaforme private, trovate Power: la Polizia negli Stati Uniti (2024), un ottimo documentario, lungo al punto giusto, in cui esperti e storici illustrano le origini e la struttura di uno degli strumenti di controllo statunitense più libero e indipendente che si sia mai conosciuto.

Costruito attraverso documenti e dichiarazioni argomentate e documentate, è un film senza afflato ideologico né un punto di osservazione fazioso; ed è per questo che fa impressione e sconcerto. Oltretutto, manca totalmente di retorica e di autocompiacimento.

Pensare che tra poco, questi 900.000 uomini saranno in mano a Trump, o comunque saranno sovrapponibili alla sua visione cafona e violenta del potere, fa impressione e paura

15 giugno 2021

THE MAURITANIAN, un capolavoro

La vera storia di Mohamedou Ould Slahi, raccontata fino alla prima sentenza del 2010 - quindi 7 anni prima del suo effettivo rilascio, in un lento crescendum di torti e sofferenze, contrastate dal suo immenso carattere e dalla eccellente professionalità della sua avvocatessa, Nancy Hollander.

Un film notevole sotto ogni punto di vista, che si lascia vedere con empatia e passione, senza mai perdere ritmo, toni e autenticità. Un vero gioiello di cinematografia attivista che insegna moltissimo a chiunque voglia cimentarsi dentro estetiche così complesse.
Già, "estetica". È un film bello, nel senso più tondo del termine. Nonostante sia un dramma terrificante e doloroso, è un film bello da vedere. Non prendetemi per pazzo, visto che è un film che fa male. Ma non c'è contraddizione se un film che fa male risulta anche bello.
La regia è eccellente: dirige attori e produzione con rarissima precisione. Ogni minimo dettaglio narrativo o produttivo è giusto, esatto, stimolante, rispettoso.
Montaggio e fotografia lavorano di fino, senza mai sbrodolare nel gratuito (e ce ne sarebbe), aiutate peraltro da una sceneggiatura che ha un mordente e un'efficacia da lezione di scrittura.
Gli attori, poi, fanno impressione. Jodie Foster si "defosterizza" quel tanto che basta per lavorare dentro il personaggio senza mai strafare. Sì, ad un certo punto c'è quel suo tipico arrotolare a destra l'angolo della bocca, ma ci sta.
Ma il vero monumento è Tahar Rahim. Mai una sbavatura, mai un'esagerazione, sempre spontaneo e credibile, quasi non-cinematografico per quanto sembra vero e reale. Accidenti, che interpretazione superba.
Questo film dimostra ancora una volta come gli ameriKani sappiano affrontare i propri difetti senza mettere al centro l'ego di chi denuncia, senza essere "antiamericani", senza quella gratuità ipocrita di certi ditini giudicanti e moralisticheggianti. 
Gli ameriKani, insomma, hanno questa capacità di dimostrare l'amore per la propria patria criticandola, denunciandone le storture, documentandosi senza faziosismi, trasformando il sistema in anti-sistema.
Si è più credibili quando si fanno film così potenti piuttosto che film con elenchi di colpevoli e un eroe unto dalla misericordia. 
Qui non ci sono assoluzioni, invece, ma un ammonire gli americani tutti che queste storture ci sono e se non si è vigili le favorisci, le lasci attecchire. 
Da vedere assolutamente; e in lingua originale.

01 marzo 2021

UNA TERRA PROMESSA di Barack Obama (Garzanti)

Non è facile scrivere qualcosa di originale su un libro che ha raccolto una messe consistente di approvazioni. Oltretutto, stiamo parlando di un personaggio difficile da criticare: la sua aura, la sua personalità, il significato intrinseco della sua doppia elezione, sono graniticamente inamovibili.
Eppure, proprio per questo, è un libro che va letto. Per almeno due motivi: la sincerità di Obama, la sua capacità di ragionare anche sui suoi torti ed errori. 
Purtroppo la rete ha reso alcuni termini abusati se non addirittura irritanti; per cui, subito dopo aver detto che è un libro "autentico", so che vi parte in automatico il conato. Figuriamoci, poi, se aggiungo che Obama dimostra di saper raccontare anche le sue "fragilità"; altro conatino. Colpa nostra che roviniamo le parole. Però... questo libro è decisamente autentico e capace di raccontare anche le fragilità.
Ma c'è di più: è un ottimo compendio di Storia recente. Certo, raccontata da un'angolatura definita e parziale, ma pur sempre interessante e anche utile; anche quando le insidie del tempo renderanno alcuni passaggi fisiologicamente datati, se non addirittura da riscrivere, resterà comunque un testo con cui confrontarsi.
Terzo punto, utilissimo per un filoamericano come il sottoscritto (ma poco impegnato ad esserne alfiere credibile): si imparano tante prassi, tanti retroscena, tante "cose" americane che superano di gran lunga quanto crediamo di aver imparato anche e solo attraverso Hollywood o letture più o meno serie.
Pollice verso per la traduzione: ogni tanto inciampa, rende lo scritto indaginoso, sembra quasi passato da una mano all'altra. Poca roba, per carità, ma si "sente". 
Splendido il rapporto con la famiglia, divertenti alcune pause narrative, ricco di pathos e retorica al punto giusto, fluido e avvolgente.
Ed è solo la prima parte...

15 gennaio 2015

pensieri sparsi intorno a Charlie Hebdo (io, che non so il francese)

Durante la manifestazione di Parigi, erano presenti Neta­nyahu, Abu Mazen, il Re di Giordania, il Presidente del Mali, il Califfo del Qatar... i premier turco, tunisino, georgiano, bulgaro, greco, sloveno, polacco... i ministri degli esteri egiziano, russo, algerino, del Bahrain... l'ambasciatore saudita in Francia... tutti rappresentanti di paesi con serie difficoltà ad accettare le più banali regole democratiche.
Erano comunque Charlie Hebdo?
Ebbene, se eravamo tutti Charlie Hebdo, come avrebbe reagito la nostra Italia alla pubblicazione della vignetta qui a fianco? 
Il Comune di Manfredonia ha organizzato un concorso per vignette satiriche intitolato - guarda un po' - Je Suis Charlie; l'unica discriminante è che non saranno accettate vignette che offendano il decoro pubblico e la religione.
Va bene, la religione va rispettata. Ma quale, una, due o tutte? E, soprattutto: quanto laicamente?
Insomma, a me viene in mente il giornalista robottino che ogni volta che un arabo fa anche e solo una scoreggia, prende il suo bel microfono e va sotto una Moschea chiedendo al fedele di passaggio: "ma lei si dissocia dall'arabo che ha scoreggiato? Cosa ne pensa l'Islam?".
C'è qualcosa non mi torna, insomma. Mia moglie direbbe che amo fare il "bastian contrario". Ma forse la risposta a una domanda che ancora non riesco a farmi proviene dalla battuta di una mia collega: "noi non mitragliamo chi non la pensa come noi".
Quindi, il problema sta nella violenza?
Non voglio ricordare la condizione dei gay in Italia (figuriamoci in ben altri paesi), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare quanto sia difficile per una donna lavorare e avere figli contemporaneamente (per non parlare del fare carriera), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare il predominio economico e culturale del Vaticano in Italia... né tantomeno - per dirne una - che gli USA hanno una moneta (e il giuramento del Presidente) esplicitamente devoti al dio cristiano.
Dimentichiamoci pure che la cultura cristiana ha massacrato le popolazioni americane. È un evento troppo lontano, ed è ridicolo ricordarlo (oddio, 80 milioni di morti... ma chissenefrega).
Dimentichiamoci pure che la cultura bianca ha umiliato gli africani, annientando le loro culture e deportandone in abbondanza (18 milioni ridotti in schiavi, 18 milioni spariti nel nulla).
Dimentichiamoci pure che la cultura europea ha anche ideato 6 milioni di ebrei gassati, etnie inventate come Hutu e Tutsi che poi si sono massacrate col nostro beneplacito, un milione di armeni uccisi, due guerre mondiali, la divisione arbitraria dell'intera Africa e di buona parte dell'Asia.
Dimentichiamoci di tutto questo, dài: altrimenti facciamo la figura delle zecche rompicoglioni e "bastian contrarie" (che poi lo sono veramente, per carità). 
La domande vera è: sul serio non è un problema con l'Islam? 
Ditemelo chiaramente, però!
Tutto il resto mi sembra una cornice di comodo, un'ipocrita e contraddittoria cornice di comodo.

11 gennaio 2015

American Sniper, una recensione obbligatoriamente parigina

Diventa attuale il contesto di questo film. All'improvviso.
Ancor più penetrante se si pensa che Eastwood ha raccontato una realtà senza aggiungere moniti o messaggini di sorta: la storia sta lì, nuda e vera e realmente accaduta, senza che si possa fare nulla per cambiarla, senza che lo spettatore possa aggiungere qualcosa di presuntuosamente proprio.
E il filo rosso che unisce i fatti di Charlie Hebdo e la vita di Chris Kyle è assimilabile in un solo punto: il nostro modello di vita. I morti del settimanale ne rappresenta(va)no l'essenza estrema, perché il nostro modello di vita glielo consentiva; disegnare, fare satira, passare il tempo cioè a cazzeggiare sulle nostre contraddizioni, sulle nostre inutili inutilità.
Chris Kyle, invece, rappresenta l'estremo difensore di questo modello. Il primo baluardo in difesa del nostro diritto di cazzeggiare.
Può piacere o non piacere, ma le cose stanno così.
Onestamente, non conoscevo la vicenda - soprattutto il tristo epilogo: ho potuto, quindi, godermi al meglio l'intera parabola narrativa senza perdermi dietro a preventive analisi tecniche ed estetiche. Certo, il film soffre di "troppa" asciuttezza; si sente, poi, un tentativo di evitare l'agiografia ad ogni costo, soprattutto perché i supermacho reali hanno stancato, relegati ormai - e necessariamente - nelle tutine dei supereroi... però si percepisce nitidamente il crescendum del disagio psicologico del nostro erore, in tutta la disarmante semplicità delle sue possibilità culturali.
Già...
Chris Kyle, cioè, non fa ragionamenti a colpi di Proust, di dotte enunciazioni, di salottiere mistificazioni. Chris Kyle difendeva un modello e difenderà poi le vittime che difendono questo modello. Il suo è un altruismo da soldato, e da soldato dovrà necessariamente morire.
Grande fotografia.
Intrigante la scelta di non incastonare musica nella colonna sonora: l'eccellente epilogo di Morricone dirà tutto (curiosamente non originale: preso, cioè, da uno spaghetti "minore").

08 gennaio 2015

l'unico amico di Charlie

Il 12 ottobre del 2010, quelli di Spinoza raggiungono il fondo con un post ributtante. Nel nome, cioè, della libertà di essere liberi, gettano fango e letame contro quattro dei nostri ragazzi saltati in aria su una mina del "nemico" (o comunque di quello che il governo da noi eletto democraticamente ha considerato come tale, perlomeno in quel momento).
Io scrivo le mie rimostranze, e mi becco risposte stupide e sciocche che hanno il significato che hanno. Da quel giorno, non li leggo più. Neanche si accorgeranno di aver perso un lettore, figuriamoci: però ho un cervello e una dignità, e non posso certo sprecarli nel sito di quattro deficienti.
Però: non sono entrato nel loro palazzo, non ho sparato all'impazzata contro nessuno di loro, non li ho nemmeno presi a calci nel culo come avrebbero decisamente meritato.
Perché?
Perché siamo occidentali, un paese democratico, uno Stato libero, ricco di contraddizioni e di storie perlomeno originiali, ma pur sempre dignitoso almeno nella sua essenza teorica. 
Certo, per quelli di Spinoza vale l'antica regola del Marchese del Grillo: problema loro (e dell'intelligenza di chi li legge, è ovvio). Per un paese serio e civile, invece, quello di Spinoza è il tipico sacrificio dell'intelligenza: dare spazio anche a loro, per confermarsi e confermare che la democrazia non può buttare via nulla di se stessa, neanche gli sfinteri.
Vero è che la satira si misura proprio dall'essere capace di spararla grossa senza avere bisogno di appellarsi a un diritto; se la tua parola è forte, il tuo diritto è la tua parola.
Veniamo alla strage di ieri: è vero che la memoria e il rispetto che si deve ai quattro morti di cui sopra non è dialetticamente comparabile con l'importanza ontologica della figura religiosa di Mamometto o di Allah (che poi, non dimentichiamo, per alcuni raffigurare questa figura è già considerato blasfemo); è vero anche che un conto è la sensibilità dei singoli verso i singoli, un conto il rispetto - anche e solo strategico - che si deve nei confronti di un simbolo venerato una un miliardo e mezzo di esseri umani.... ma se tu manchi di rispetto nei confronti di un morto o di un dio, sei solo un coglione. Punto.
Non è che io vengo lì e ti sparo a bruciapelo. Tutt'al più non ti compro.
Su questo, immagino, non ci piove.
Qualche derelitto dirà che sto scrivendo "se la sono cercata". Non è vero. Anzi, prima di aprire bocca, verifichi la sua copia di Lotta Continua di qualche lustro fa: scoprirà chi urlò "se l'è andata a cercare", e avrà qualche simpatica sorpresa.
Né tantomeno voglio mettermi lì a scrivere i "sì, ma" che hanno smosso certi intellettuali da strapazzo.
Però c'è qualcosa che va detto: non aggrappiamoci a delle vignette stupide e blasfeme per difendere la nostra libertà di pensiero. 
Già... perché quella satira è stata "solo" libertà di pensiero, ma non di pensare. Già... pensare significa anche capire che se tu disegni Maometto a pecorina con il buco del culo a forma di stella di David, non hai aggiunto o tolto nulla alla causa democratica né dell'Islam né del mio paese: hai dato visibilità solo alla tua volgarità, peraltro abbastanza facilotta. Punto.
Chi dimentica queste cose per scrivere stronzate come questa (è del 2006, ma è stata ribadita poco fa dall'autore stesso), o come questa, o come questa, sta solo dando spazio al proprio ego, non a un dibattito. Anzi: c'è addirittura chi twitta una sciocchezza come questa 
dimostrando una irritante malafede.
Dov'è che voglio arrivare?
Che adesso sarà più facile difendere i "valori" dell'Occidente, come faceva istericamente la superfascista Oriana Fallaci, non distinguendo diritti e doveri. 
Sarà più facile st(r)ingersi intorno al Vaticano che fino a pochi secondi fa vantava una storia di abomini e di stragi analoghi. 
Sarà più facile ricicciare l'antica idea di Europa superiore all'Islam (ricordate la gaffe di Christian Rocca che blaterò sull'inconsistenza di un'opposizione interna all'integralismo, beccandosi reprimenda da tutti... tanto che ci ha bloccati in massa?).
Sarà più facile uscirsene come il sucitato Costa, pretendendo reciprocità culturale, di obblighi culturali al femminismo, di tante altre cose, ma senza dare un'occhiata al contesto.
Credo si debba affrontare il tutto partendo da altre premesse.
Se è un problema di religione, ogni religione è un problema. Del resto, è anche nelle nostre chiese che mi sento imporre che il dio cristiano è anche mio (che sono ateo) o di un ebreo o di un islamico. E anche "loro" fanno così dalle "loro" parti.
Se è un problema di coerenza democratica, l'Italia ha qualche problema in merito: la nostra reciprocità si è dimostrata leggermente debole, mi sembra.
Se è un problema di difesa dell'identità, mi chiedo a quale identità facciamo riferimento: qui ci si ricorda di essere bianchi-cristiani-occidentali solo in queste occasioni.
Se è un problema di terrorismo, va combattuto come tale. Quindi: militarmente prima, culturalmente poi. Né in Afganistan né in Irak ci stiamo riuscendo, mi sembra.
Se è un problema di convivenza culturale, togliamoceli dai coglioni allora, nella stessa misura però in cui dobbiamo toglierci noi dai loro coglioni. Però, poi, addio libero mercato.
Se è un problema di progresso, il progresso sta nell'essere progrediti e non nel progredire. E allora un Mamometto che la prende nel culo da chissà chi, non mi sembra una prova di satira.
Se è un problema di modernità, vedrete che il popolo italico si sveglierà solo quando si sentiranno cantare i primi razzi israeliani e/o statunitensi.
Quello che voglio dire è che l'11/9 non ci ha insegnato un tubo. Dovevamo uscire da certi vortici, costruire un mondo nuovo e diverso, e invece abbiamo fatto di tutto per peggiorare la situazione.
Se devo ragionare come un giornalista snob rinchiuso nella mia torre d'avorio, provo pena e dolore senza fine per Ahmed Merabet, prima ferito e poi "giustiziato" da uno dei killer. Merabet stava proteggendo con la propria divisa un valore di cui immagino non sapesse neanche l'origine: un valore che per puro gusto della provocazione irrideva la sua stessa religione... un valore che si basava sul capovolgimento di un'antica (presunta) regola volteriana: gli altri devono morire per difendere le mie idee, che se poi mi danno fama e gloria e visibilità eterna, meglio. Del poliziotto di quartiere Merabet, però, non ne parleremo mai più.

23 gennaio 2014

#Nebraska, una stroncatura benevola

Nonostante l'età, Bruce Dern conserva con grazia quell'amabile espressione del "che ci faccio qui", tipica dei personaggi di un certo cinema americano anni 60/70 che impose finalmente l'autorato come cifra estetica, prima di quel Guerre Stellari che invece riportò in primo piano la macchina commerciale della settima arte.
E, guarda caso, il film con cui noi over forty lo ricordiamo è 2022: la seconda odissea (Silent Running, 1972), di quel Douglas Trumbull che tanto aveva contribuito al successo della prima Odissea, quella più cerebrale di Kubrick.
In Silent Running, Bruce Dern presentava già il meglio dei suoi registri, con un approccio molto spontaneo e contemporaneamente ricco di sfumature.
Lo ricordiamo anche in perle come Complotto di famiglia (Family Plot, 1976; l'ultimo di Hitchcock), Black Sunday (1977), Tornando a casa (Coming Home, 1978; dallo stesso soggetto del futuro Nato il 4 luglio che aprirà le porte della serietà al finora cazzaro Tom Cruise), Driver l'imprendibile (The Driver, 1978)...
In questo Nebraska, Bruce Dern si conferma immenso, infinito, addirittura incapace di fare il gigione, lavorando sodo, senza ammiccamenti, senza giochicchiare con le sue doti. Bruce Dern non cerca spazi, non li impone, e si mantiene sempre al servizio della storia.
Storia che ha come vera protagonista una provincia americana da incubo, isolata e solitaria e inconcludente, attendista, senza dolore ma anche senza speranza. Provincia raccontata in bianco/nero con inquadrature e luci di rara perfezione, intense ed evocative come poche, sempre ai limiti del quasi new age ma mai stucchevoli o ridondanti.
Eppure, c'è qualcosa che non va in questo film. Come se questa tavola così giustamente spoglia di pietanze possa bastare per un pasto umile ma profondo e commovente. Il regista Alexander Payne (che avevo apprezzato in Paradiso amaro) sembra fermo su se stesso, sembra credere che basta un ottimo attore e ottime inquadrature per regalare un capolavoro. 
In più, dispiace dirlo, sembra anche giocare molto sul sentimento immediato dello spettatore: i padri buoni sono merce rara, ed è "facile" costruire una storia di un incontro quasi conciliatorio tra un figlio ormai adulto e un padre ex ubriacone ed ex egocentrico. Insomma, per sfuggire all'ovvio, il regista ha lasciato troppi sospesi e troppi accenni.
Di fronte ad American Hustle questo Nebraska merita sicuramente l'Oscar, ma sarebbe comunque una competizione in tono minore.
Da rivedere in lingua originale.

12 febbraio 2013

Zero Dark Thirty

Kathryn Bigelow è un piccolo grande genio: si sposta sempre in avanti, quasi disimparando quanto ha fatto prima, e rimettendosi sempre in gioco alla grande.
Zero Dark Thirty non è un film: sembra un documentario, sembra un'asettica novella ben documentata, con la sapiente e centellinata aggiunta di una tensione in crescendo che alla fine si manifesta in tutta la sua forza, senza dare scampo allo spettatore ormai arreso. 
Eppure sappiamo tutti com'è andata a finire, conosciamo gli eventi quasi a memoria, ricordiamo certi fatti collaterali... ma non c'è niente da fare: la nostra regista riesce comunque ad inchiodarci sulla poltrona fino a quando Jessica Chastain non si lascia andare a lacrime più che legittime, sicuramente - e anche - allegoriche.
Ad averne di film così.
Ecco, il tema di fondo, però, fa male: può una democrazia difendersi anche con la tortura? Devo dire che in rete - perlomeno in lingua italiana - non ho trovato dibattiti sereni e intelligenti: o ci sono gli antiamericani che ragionano per schemi decisamente infantili, o ci sono i filoamericani che si affidano alla legittimità del risultato.
Sicuramente è un problema spinoso. Del resto, personalmente ho sempre reputato indecente questo tollerare formazioni politiche smaccatamente parafasciste: andrebbero fatte a pezzi, senza tanti tentennamenti. Eppure, il significato della democrazia sta anche nel tollerare simili bestie. Per cui, e insomma, la democrazia sa perfettamente che a volte va declamata virtualmente per poi essere rinnegata pragmaticamente.
La tortura ho consentito la cattura e l'uccisione di Osama Bin Laden. Trovare qualcosa di pragmaticamente democratico da contrapporre a questa reale realtà... è difficile. 
Certo, i cialtroni seduti sul divano di casetta propria potranno dire che una democrazia è espressione degli elettori, e gli elettori eleggono persone, e queste persone possono fare scelte politiche sbagliate, e queste politiche possono anche portare all'11 settembre, e questo tipo di attentati si rivolge anche contro chi ha votato certe persone. Contorto, ma democratico, ma anche assurdo.
Per difendere la democrazia cosa bisogna fare, quindi?  

08 febbraio 2013

Lincoln e il coraggio di Spielberg

È sempre piacevole vedere una persona decisamente matura capace ancora di mettersi in discussione, rivoluazionando addirittura il suo inconfondibile stile. E con questo intenso Lincoln, il nostro Steven Spielberg è riuscito addirittura ad andare oltre, regalandoci un'ottima prova di teatro cinematografico, senza sbomballarci con la staticità del primo, senza sparare gli effettismi necessari del secondo.
Una regia in punta di fioretto, insomma, confortata ed aiutata da un sublime Daniel Day-Lewis, che ancora una volta sacrifica se stesso pensando solo al personaggio.
L'unico difetto palpabile, traditore e irritante, è il pessimo doppiaggio italiano, nevrotico e privo di sfumature, che penalizza - e di molto - l'insieme dell'opera.
Ad essere petulanti, non mi sono piaciuti certi bruschismi del montaggio; mentre, invece, la direzione della fotografia è stata addirittura raffinata. John Williams, poi, parla quel poco - e quel giusto - che deve fare, affidandosi spesso al solo flicorno, con note a metà tra il Dixie e il più noto Star-Spangled Banner.
Scene da incorniciare: quella estetica, quando Lincoln apre la finestra dello studio per godersi la vittoria annunciata dalle campane fuori campo; entra il figlio, e insieme svaniscono dietro la tenda in un gioco retorico e tenero di luci e amore paterno (chissà se c'entra qualcosa la nota foto di Kennedy con figlia).
L'altra scena, tipicamente teatrale, vede Lincoln ragionare su squisiti principi di diritto, perché sa che il suo emendamento potrebbe essere surrogato da una più incisiva imposizione presidenziale, che però negherebbe quella visione della purezza democratica che fa parte dell'humus dei futuri Stati Uniti. 
Bello e importante come momento, anche perché i critici si sono soffermati sui mezzucci usati da Lincoln per coercizzare i deputati meno solidi, anziché ragionare su questo nodo più edificante: la democrazia si difende con la democrazia; anche la legge più nobile deve passare il vaglio del voto parlamentare. Altrimenti è una negazione in essere.
Già...

23 dicembre 2012

La regola del silenzio - The company you keep

Non è il migliore Redford, e non è neanche una delle migliori storie che abbia mai visto. Oltretutto, LeBeouf si dimostra il mediocre attore che è, automa contro le macchine, mediocre con gli umani. In più, c'è un finalino di consolazione poco plausibile, perlomeno oltre i confini dell'America più rigorosa. Sicuramente in Italia ci sarebbe stata la vittoria dei codardi, come del resto già ci dimostra la nostra provincialissima realtà.
Mi scuso in anticipo se con questo post mi rivolgo più a chi ha visto il film, piuttosto che sollecitarne la visione: la storia, infatti, scorre troppo a tratti, e gioca molto su conoscenze della storia americana che in molti potremmo non sapere. 
Tenendo conto poi che il linguaggio e lo stile possono non "arrivare" del tutto: gli americani vedono gli Usa con una sacralità che noi ci scordiamo... in effetti, è questo il primo punto all'ordine del giorno: ma noi, un film così lo faremmo mai?
Ne dubito fortemente, per numerosi motivi. Il primo, perché la spregevole biografia dei nostri (ex?) terroristi sta lì a dimostrare che mai si sono presi le responsabilità per i gesti che hanno commesso, i morti che hanno causato o invogliato a causare. 
Il secondo. Mentre negli Usa del periodo vietnamita c'era una cesura netta tra chi diceva no politicamente alla guerra e chi le diceva no violentemente, qui da noi terrorismo e nomenklatura intellettuale (e parlamentare) si conoscevano, si piacevano, si sono frequentati e si sono assolti in più circostanze.
Terzo motivo, corollario del secondo. Paradigmatico (e semplicistico, lo so), l'esempio di questi giorni: due parenti stretti delle vittime del terrorismo, messi lì a rappresentare la società civile (Tobagi e Ambrosoli, consapevoli/colpevoli della propria strumentalizzazione); gli (ex?) terroristi e figliame vario a occupare, invece, le più potenti leve della cultura e dell'informazione. Unica eccezione, Calabresi: ma è un raro caso di dignità storica e intellettuale, cui in molti dovrebbero chiedere scusa, ma non lo faranno mai.
Quarto motivo: da che mondo e mondo, il cinema italiano "impegnato" ha (quasi) sempre rappresentato lo Stato come nemico, e quindi anche come causa del terrorismo. Non è mai passato per l'anticamera del cervello di certi cialtroni che la lotta armata non ha giustificazioni: se è giusta, non è causata dallo Stato; e se è sbagliata, non è vittima dello Stato. Lo Stato è un valore da difendere, non da personalizzare.
Mi fa da supporto la conclusione del monologo di Susan Sarandon: "Abbiamo sbagliato, ma avevamo ragione". Il tempo dei verbi è illuminante. 
Quinto motivo. Anche affrontando un evento delittuoso accaduto 30 anni prima la storia raccontata, questo film dice la sua contro il terrorismo, condannandolo senza alcuna giustificazione. 
Noi oggi facciamo esattamente il contrario: il recente approccio di Benigni contro la diarrea repubblichina, è una variazione sul tema. Cioè: i vivi sbagliano, ma i morti sono uguali. E allora il cinema italico parte dal presupposto contorto che sono  i morti causati da terroristi che vanno perdonati (!). Cioè, non sono i terroristi da biasimare, ma le loro vittime.
Penserete che sono fuori di testa, vero? Eppure non c'è un film italiano che abbia avuto la decente decenza di condannare il terrorismo senza pietà. 
Ancora una volta, purtroppo in un campo più nostro che loro, gli americani ci danno una lezione di dignità, con un personaggio nodale, quello interpretato da un'incartapecorita Julie Christie: era sempre in fuga, consapevole delle proprie colpe; nel momento in cui la storia della Storia le chiede una prova di coerenza e di coraggio, anziché scappare verso l'anarchia, gira il timone verso la propria dignità e paga per le sue colpe.

09 agosto 2012

Bolt, e la vittoria della razza

Nella sua bellissima autobiografia, Pietro Mennea fa un ragionamento niente male, che nel riassumerlo potrebbe sembrare poco ortodosso, ma che invece ha un suo fondo di verità oggettiva. 
Partiamo prima da una cifra: gli africani deportati dai bianchi cristiani sono stati in tutto 36 milioni; di questi, solo 18 milioni arrivarono a destinazione (fonte: Nadine Gordimer). 
Ebbene, secondo Mennea è proprio da qui che si sviluppa una lenta ed inesorabile selezione del più forte, una sorta di darwinismo moderno, per cui si è sviluppata una genìa sicuramente più tosta e più motivata. Forse il discorso è più complesso, ma questo punto di partenza non suona poi così male.

24 maggio 2012

Area 51

Come tutti gli esseri umani che lavorano in un ufficio standard, nella mia stanza c'è il superqualunquista. Tra le tante sciocchezze che ama ripetere c'è quella del ci-controllano-tutti, leggiamo-quello-che-vogliono-loro, e ovvietà simili.
Orbene, io non credo ai complotti tout court: sicuramente ci sono casi nella storia più o meno recente in cui certe debolezze di un sistema hanno involontariamente facilitato chi questo sistema voleva mettere in difficoltà, generando di fatto equivoci di ogni sorta (prima dell'11/9, gli USA avevano almeno 40 agenzie di intelligence; troppe e mal coordinate); in più, e però, i complottismi comunque mi divertono, perché la parte infantile di me ci sguazza.
Sicuramente ci sono delle zone d'ombra, e/o incomprensibili, su cui il tempo dirà qualcosa: ma sicuramente non quelle sconcezze tipo Haarp, le scie nei cieli, i cerchi sul grano e cose simili. Sicuramente ci-controllano-tutti, leggiamo-quello-che-vogliono-loro, ma a tutto c'è un limite.
Quand'ho letto la recensione a questo libro di Annie Jacobsen, mai avrei immaginato che fosse così serio e ben fatto com'è (con tanto di 80 pagine in coda tra corposa bibliografia e note con/su documenti appena declassificati). Al di là di qualche evidente sbavatura nella traduzione (come anche nella sintassi; ma ormai è un vizio), è un testo ricchissimo di informazioni, ben disegnato, apparentemente obiettivo (anche se ci-controllano-tutti e leggiamo-quello-che-vogliono-loro), con un'accuratezza storica che a volte incanta.
E già, perché l'Area 51 è stata una zona super segreta in cui gli USA appena usciti dalla Seconda Guerra Mondiale hanno sperimentato armamementi e tecnologie contro l'orso sovietico, ingaggiando spesso battaglie tecnologiche, diplomatiche e di intelligence più o meno raffinate, più o meno dissimulate, qui restituite in tutta la loro forza (e fascino, se vogliamo).
Un testo, quindi, storico, per chi ama la Storia, per chi vuole esplorare un topico momento della Guerra Fredda ricco di incognite e di suggestioni che oggi forse mancano perché manca il fattore umano.


04 gennaio 2012

Magic Johnson e Larry Bird: il basket erano loro

Onestamente non so dire come mai abbia acquistato questo libro, e perché lo abbia divorato in pochi giorni: non capisco nulla di basket, né tantomeno amo le biografie degli sportivi (tranne certi ritratti sui quotidiani, che ormai non si leggono più). Oltretutto è scritto male, tradotto malissimo e con degli errori di tipografia che neanche mio nipote... però mi è piaciuto, e molto pure.
La storia del limpido ed agonistico confronto a distanza tra Larry Bird e Earvin "Magic" Johnson ti cattura dalla prima all'ultima pagina, lasciandoti esultare o soffrire insieme a personaggi veramente lontani dalla nostra cultura italica, che di agonistico ha nulla, e di competitivo ben poco.
Insomma, ne consiglio caldamente la lettura... e ancora non so il perché.

12 settembre 2011

#Contagion - Del saper parlare di quello che si sa

Solitamente, i film cosiddetti "di denuncia" si possono dividere in due grandi attitudini: quelli che parlano di qualcosa che nessuno sa e/o che nessuno vuol far sapere; quelli che parlano di cose che si sanno - ma in ordine sparso - riassumendole in una trama precisa, capace di elencare danni possibili/avvenuti e responsabilità precise.
Ambedue questi filoni tendono comunque a dirci tranquillamente che i colpevoli siamo anche noi, comuni mortali e borghesucci viziati, con il nostro consapevole silenzio, che spesso non è nient'altro che vile condiscendenza.
Poi ci sono i film supereffettati, che usano le basi di queste denunce per far divertire la gente, e che spesso banalizzano problemi serissimi (ad esempio quelli disastroecologici, che, mirando troppo in alto, deresponsabilizzano ancor più la già pecorona popolazione bianca, cristiana e occidentale).
Contagion riesce a tenersi a distanza sia dal serioso e palloso film di denuncia, che da quelli ipereffettati con le onde alte 8 chilometri e assurdità simili. Ci riesce così bene, che personalmente ho sperimentato ieri in una sala del centro di Roma come il film non abbia accontentato né i seriosoni né i ragazzoti che amano i disastri. Intendiamoci: silenzio e attenzione assicurati, curiosità a mille, ma anche una leggerissima delusione finale. Ed è un peccato, perché il film c'è, e ha una sua forza.
Fatto sta che Soderbergh racconta l'esistente, senza giocare sul "cosa accadrebbe se...", perché in fondo il rischio di cui si parla è reale, potenzialmente concreto, in parte già accaduto e già temuto.
Tempo fa per RaiScienze misi online un servizio sui moduli di evacuazione elaborati per eventuali disastri sismici nel napoletano: protocolli di sicurezza che esistono sulla carta, ma che mai sono stati concretamente sperimentati, e il cui modello si basa comunque su un "cosa accadrebbe se..." di bassissimo profilo. Gli intervistati denunciano, infatti, che di fronte a un qualsivoglia evento sismico o vulcanico, paradossalmente ci sarebbero molte più vittime per l'impreparazione conclamata delle istituzioni che per il disastro in sé.
Ecco, questo esempio calza a pennello, perché mentre in questo video i protagonisti raccontano e spiegano, nel suo film Soderbergh fa solo vedere: riesce, cioè a fare il cronista asettico, senza mai dire la propria, aggiungendo rade e sofisticate punte di trama (tanto per tenerci attenti), accennando qua e là a momenti polemici credibili proprio perché non enfatizzati.
Lo scienziato folle non c'è, ma quello pragmatico che sa muoversi perfettamente tra scienza, burocrazia e fama, fa molta più paura e impressione, perché reso molto bene e con connotazioni mai stucchevoli.
Ancor più precisa è la figura del blogger: maleducato, arrogante, presuntuoso, incompetente, egolalico e capace di mentire pur di soddisfare la cecità ottusa dei suoi 12 milioni di follower.
Notevole la musica, quasi Tangerine Dream del periodo '70/'80; ottima la fotografia (dello stesso regista); attori noti a raffica, quasi come in certe cose dell'ultimo Altman, capaci di lavorare sempre per sottrazione e con spontanea eleganza; prodotto anche dalla mitica Participant, di cui ho tessuto elogi più di una volta.

07 luglio 2011

scarcity of Crimson

Scarcity Of Miracles dei "quasi King Crimson" suona nel mio iPod da giorni, e non so ancora dire se mi sia piaciuto o no.
Premetto che ho trovato bruttini assai gli ultimi lavori dei Crimson: da ConstruKction in poi, mi sono sempre più sentito a disagio, quasi ascoltassi dei vecchietti reprobi che si ostinavano a portare avanti una Ferrari, ma al centro dell’autostrada, a tre all’ora, senza voler far passare nessuno, se non l’ombra dei ricordi.
Intendiamoci: in linea generale ha senso che un musicista termini fisiologicamente la sua parabola (Gabriel è finito da almeno quindici anni, come anche David Bowie - dai tempi di Outside); però te lo aspetti, lo accetti, e continui a comprare i suoi dischi più per affetto che per reale convinzione.
Però per Fripp è stato diverso. Per motivi storici, non affettivi: quando lo davi per finito, BUM!, tirava fuori dal suo cervellone qualcosa di nuovo, di diverso, di innovativo. Difficile elencare, cioè, quante volte il megaFripp sia passato dalla polvere all’altare, ma ogni volta è accaduto con rara eleganza, con un senso della misura veramente esaltante, con una capacità di rinnovare tutto quanto toccava, pur restando ormai dentro quelle sue scale, quei suoi suoni, quegli accordi e quei ritmismi che ti fanno dire “questo è Bob, il Re Cremisi di sempre... ma anche di più”.
Difficile, insomma, essere all’avanguardia, saper pure invecchiare e nello stesso tempo continuare ad innovare un panorama musicale mondiale veramente sciapo e asfittico da almeno dieci anni (se non di più). Eppure Fripp ci è sempre riuscito; eppure in questo Scarcity ci son cose che non mi tornano.
La prima, è la voce di Jakko: insopportabile. Sembra quasi l’acido ascorbico: rende i sapori tutti uguali, che sia dentro una lattina di buona birra o in un succo di frutta; alla fine, hanno sempre lo stesso sapore. Voce che peraltro manca totalmente di elegia (come quella di Lake), di locale fumoso (Haskell), di cazzone passato per caso (Burrell), di perfezione assoluta (Wetton, dio lo benedica sempre), di strafottenza illuminata (Belew).
La seconda, è il bassismo stralunato di Levin. Per carità non mi aspettavo il suo solito slapping: ma ogni tanto va dove Harrison non arriva, oppure non lo completa come sapeva solo fare con Bruford (non parlo di Mastellotto, perché per me non è stato un batterista, ma uno scaricatore di porto… con tutto il rispetto…).
La terza è Harrison: sembra che Fripp lo abbia piazzato solo per dargli un po’ di spazio. Non c’è il mistico e canonico batterismo Crimsoniano, che assume il ruolo di vero e proprio strumento musicale. Harrison sa fare cose egregie, per carità (cfr i Porcupine Tree); qui, però, si limita a una presenza professionista ma non professionale.
La quarta è Fripp stesso: non c’è un solista in linea che sia uno. Bob ci ha sempre abituati a chitarre perfette, perfettamente messe in asse dentro strutture perfette (a dirla pesante: è quadrato com'è quadrato Bach... ma che quadratura!). A differenza di tutti i slasher, Fripp era così slasher da non farlo mai capire fino in fondo (forse in Larks parte III lo si percepisce totalmente; altro che Schizoid o Starless). E proprio per questo sapeva quando zittire la sua chitarra e quando farla parlare. Qui, Fripp sembra voler evitare la sua perfezione, dando troppo spazio a soundscape e poco al suo suono-sega, ai suoi temporanei periodare così intriganti.
Last but not least, il sopranino di Collins. Insopportabile. Te lo trovi ovunque come il prezzemolo. Ora, secondo le note di copertina, il progetto sarebbe frutto di continue improvvisazioni (come, in fondo, è sempre stato l’approccio crimsoniano): ma qui qualcuno doveva dire a Collins di darsi una calmata; oppure in fase di postproduzione, il buon Fripp doveva tagliuzzarlo a dovere (per dirne una: il Clemons di Jungleland è frutto di postproduzione, altroché). Macché, è un continuo giochicchiare di scalette insopportabili.
Paradossalmente, dopo tutte queste mie mazzate, il cd va bene per chi cerca il Sylvian meno serioso (la title track è un ottimo esempio, ed è l'unica cosa che salverei), per chi ama il pop più sofisticato e ricercato, per chi ama quell’insostenibile mondo dell’inutile chiamato “meditazione”. 
Ma per chi ama il Fripp che sa sempre guardare oltre, il Fripp che osa, il Fripp, insomma, che atterra e suscita, che affanna e che consola… meglio lasciar perdere. 

19 giugno 2011

è morto clarence clemons

L'ho visto suonare una volta sola, e mi è bastata.
Lui, enorme, pieno di muscoli, pieno di di dita e di dentoni grossi così, smangiucchiava il suo sassofono che gli urlava "Pietà! Pietà! Suonerò tutto quello che vuoi tu... ma abbi pietà!", e tutta la band insieme a lui spostava lo stadio di chilometri al rullo di quelle canzoni così epiche ma concrete, muscolari ma nostalgiche.
Springsteen senza Clemons era come un uomo senza l'anima. E adesso che l'anima se n'è andata, cosa resterà del boss?
So long Clarence, so long.

24 maggio 2011

simple twist of dylan

Oggi compie 70 anni. Bob Dylan compie 70 anni.
Non è il mio preferito in assoluto, anche se - come ci si prova sempre, appena imbracciata una chitarra - mi sono cimentato con le sue canzoni più di una volta, senza mai minimamente sfiorarne neanche le sue peggiori versioni. Per riuscire a "somigliare" a Bob Dylan bisogna ingollare qualche lametta, mezzo litro di sturalavandini, fumare un sigaro cubano illegale, insultare la propria donna, assumere una faccia da "chissenefregadivoiedelmondo", con l'aria di chi manda a quel paese pure dio... e allora, forse forse forse, potrete cantare una sua canzone.
Ma non basta. E non basterà mai.
Forse è per questo che lo stesso Dylan tende a complicare i suoi limiti portando avanti un sempreterno live, sfidando tutto e tutti, destabilizzando quegli idioti che provano a cantargli dietro, e lui ogni volta cambia versione.
Dice: qual è la tua canzone preferita in assoluto?
Simple Twist Of Fate, che domande!


They sat together in the park
As the evening sky grew dark,
She looked at him and he felt a spark tingle to his bones.
'Twas then he felt alone and wished that he'd gone straight
And watched out for a simple twist of fate.

They walked along by the old canal
A little confused, I remember well
And stopped into a strange hotel with a neon burnin' bright.
He felt the heat of the night hit him like a freight train
Moving with a simple twist of fate.

A saxophone someplace far off played
As she was walkin' by the arcade.
As the light bust through a beat-up shade where he was wakin' up,
She dropped a coin into the cup of a blind man at the gate
And forgot about a simple twist of fate.

He woke up, the room was bare
He didn't see her anywhere.
He told himself he didn't care, pushed the window open wide,
Felt an emptiness inside to which he just could not relate
Brought on by a simple twist of fate.

He hears the ticking of the clocks
And walks along with a parrot that talks,
Hunts her down by the waterfront docks where the sailers all come in.
Maybe she'll pick him out again, how long must he wait
Once more for a simple twist of fate.

People tell me it's a sin
To know and feel too much within.
I still believe she was my twin, but I lost the ring.
She was born in spring, but I was born too late
Blame it on a simple twist of fate.