Dolce, dolcissima donna di rara grazia, che ci manca ogni giorno di più. Grandissima e leggerissima e piena di luci, ombre e pensieri ed empatia. Monica Vitti resta forse la più grande di sempre, affiancata giusto da Anna Magnani. Tutte le altre? Ombre trascurabili.
Questo libro non è un'autobiografia, né tantomeno un manifesto retorico o una serie di sentimentini sciocchetti buttati là perché tanto sei famosa e comunque ti pubblicheranno. Questo è un piccolo gioiello, a volte intimo a volte vaporoso, che si legge in meno di un'ora e che resta appiccicato per il resto della giornata, della settimana, del mese, dell'anno, della vita.
Se siete persone belle dentro, vive e malinconiche e sorridenti, queste poche righe fanno proprio per voi.
In apertura, la struggente testimonianza del compagno di una vita Roberto Russo, elegante e discreto "marito di" come se ne vedono ben pochi in giro.
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31 agosto 2023
30 agosto 2021
leggere l'ULISSE di Joyce insieme a Nabokov (Adelphi)
Costretto dalla pandemia a vacanze stanziali a un'ora di auto da casa, la scorsa estate mi ero cimentato nell'endeca-opera di Calasso; questa estate, invece, mi sono voluto concentrare su un volume che occhieggia dalla mia biblioteca sin dal 1977, da quando morì il suo legittimo proprietario, il mio nonno materno: l'Ulisse di Joyce, nell'evocativa edizione dei Medusa della Mondadori. Curioso che di quest'uomo, così mitizzato dai miei occhi di bambino, abbia come unica testimonianza tangibile un testo così complesso che neanche aveva letto.
Paradossalmente, la mia difficoltà a esprimere una qualsivoglia critica sta quindi più nell'affettuoso rispetto nei confronti di mio nonno che nel confrontarmi con i sacri numi della critica di sempre; mi sentirei in difetto più nei suoi confronti che in quelli di chi è moltissimamente molto più colto e dotto di me.
Fatto sta che ho affrontato questa lettura facendomi aiutare da Nabokov: il suo saggio adelphiano è una potenziale bussola per districarsi dentro i supertecnicismi di Joyce. A uno come il sottoscritto, cui generalmente la trama interessa nulla, è stato invece necessario avere proprio un'idea di trama per entrare dentro un mondo così complesso, se non addirittura complicato.
Dall'alto della mia ignoranza, pur sempre cautelata dall'affetto per il proprietario originale, appena chiusa l'ultima pagina è scaturita immediata una e una sola domanda: perché?
Perché?
Perché Joyce ha scritto questo libro?
Perché deve essere letto?
Perché è definito un classico?
Onestamente, sono rimasto piacevolmente sedotto e impressionato solo dall'ultimo capitolo, quello del lungo monologo di Molly - oltre quaranta pagine senz'alcuna punteggiatura. Il resto del testo è stato un faticoso e quasi irritante muoversi dentro mille incognite, senza chiavi e senza uscita, dove l'unica costante della mia mente era concentrarsi - fino allo spasmodico dolore mentale - per evitare di sembrare un provincialotto presuntuoso che non riesce ad assaporare il buon vino accontentandosi di quello in tetrapak.
Se i suddetti "perché" sono velleitari e da supponente ignorante, la domanda che mi sta ancora appiccicata addosso - e che non riesco a eludere, è una quasi-locuzione, più banale ma anche meno esauribile: a cosa serve una scrittura così difficile?
Se i suddetti "perché" sono velleitari e da supponente ignorante, la domanda che mi sta ancora appiccicata addosso - e che non riesco a eludere, è una quasi-locuzione, più banale ma anche meno esauribile: a cosa serve una scrittura così difficile?
A me viene spontaneamente in mente l'esergo di Oscar Wilde, quando nel Dorian Gray scrive che «tutta l'Arte è perfettamente inutile». Ecco, posta così mi sta bene. Il problema è che nell'Ulisse l'inutilità non ritorna utile o inutile a nessuno, neanche al lettore più acritico.
Vogliamo allora provare a parlare di esercizio di stile? Ci sto, tanto che ho amato Queneau e Marinetti e Perec e tutti quegli astri letterari che sanno usare il sapore delle parole senza trasformarle in pietanze. Il gusto dell'abuso di un termine è cosa metafisica e benvenuta. Ma qui, nell'Ulisse, siamo di fronte a uno scrittore che scrive per se stesso.
Ecco, forse, il limite di Joyce: così attento allo specchio della sua bravura da dimenticarsi del lettore, costringendolo neanche a seguirlo o a inseguirlo, semmai a cercarlo. E a cercarlo al buio, bendato e senza neanche sapere il perché.
Ecco, forse, il limite di Joyce: così attento allo specchio della sua bravura da dimenticarsi del lettore, costringendolo neanche a seguirlo o a inseguirlo, semmai a cercarlo. E a cercarlo al buio, bendato e senza neanche sapere il perché.
Ritorniamo, quindi, alla domanda iniziale, ma rivolgendola a me stesso: perché dovevo leggere l'Ulisse di Joyce?
14 ottobre 2019
giocando con il LADIES FOOTBALL CLUB di Stefano Massini
Il fenomeno del calcio femminile nacque in Inghilterra, negli anni della Prima Guerra Mondiale.
Squadre divenute poi leggendarie come le Dick Kerr’s Ladies si formarono fra le operaie di stabilimenti tessili o di munizioni, e in breve tempo crebbero a dismisura nell’affetto e nel seguito del pubblico, procurandosi l’aperta ostilità delle istituzioni maschili del calcio.
Molte di queste squadre furono dunque costrette a sciogliersi per legge, dopo pochi anni di incredibili successi. Questa è la storia di una di loro.Un libro che parte con questa premessa - scritto peraltro da un maschietto, potrebbe andare incontro a numerosi difetti: l'agiografia, l'ammiccamento, il finto femminismo, il femminismo da maschio col senso di colpa, il maschio che fa finta di capire la psicologia femminile... tutti trabocchetti, insomma, che le lettrici conoscono bene, specie se di mezzo c'è uno sport, come quello del calcio, la cui liturgia imperante pretende che sia cosa solo maschile.
Eppure Stefano Massini riesce nella dolcissima impresa di non caderci con tutti gli scarpini, regalandoci una storia - anzi: tante storie - che non voglio neanche sapere se siano vere o no; tanto che neanche sono andato a documentarmi. Per me sono vere adesso, esattamente come sono state raccontate in questo piccolo delizioso libretto.
Ironia, molta ironia; leggerezza, ma di quella che non fa finta di essere né leggera né profonda. Una sapiente capacità di indovinare tempi e spazi narrativi. Una scelta (sicuramente aziendale ma che esteticamente funziona) di lasciare le righe isolate, gli spazi vuoti, i momenti lontani uno dall'altro.
Un libro, insomma, che si legge tutto d'un fiato, sperando sempre che l'assunto di partenza non sia vero e che le nostre ragazze continuino a giocare all'infinito.
Credo si possa passare anche per questi libri per far capire a certi capoccioni che non dobbiamo vedere le cose da una prospettiva sessista: lo sport non è né un diritto né una fazione; lo sport è un gioco da giocare (to play, dicono gli inglesi), che va condiviso e vissuto insieme, sugli spalti e sul campo... a meno che a qualcuna non venga in mente di portarsi via la palla.
22 febbraio 2011
tornare e non morire
Ogni volta che entro in sala operatoria, spero sempre di risvegliarmi in un mondo migliore; e, invece, basta affacciarsi alla finestra del reparto per rendersi conto che il mondo è sempre lì, sornione e furbacchietto, a dirmi che dovrò ancora una volta rimboccarmi le maniche, giusto per mantenere salda la mia dignità, visto che il resto ormai conta ben poco.
Mi chiedo sempre quanto valga la pena provare a migliorare le cose, se poi le cose dicono di odiare il letame in cui sopravvivono, ma poi ci sguazzano amorevolmente.
Ritorno un po' su tutti i miei standard, perché la casella di posta era piena, e di spunti in sospeso-ma-attuali ne ho trovati.
In primis l'omofobia di Severgnini. Un suo lettore mi inoltra questa mail (che Severgnini ha visto bene di non pubblicare):
Il lettore dice anche che sono brusco, e in altri contesti c'è chi ha usato questo mio difetto per giustificare la poca affluenza di lettori al mio blog.
Può essere.
E allora, però, vi porto come esempio di sgarberia costante un'altra mia vittima, Luca Sofri: come esempio tra tanti, guardate come ha insultato i suoi commentatori; il giorno dopo, stessi lettori, stesso successo. Eppure, tratta sempre tutti con spocchia e alterigia, oltretutto con argomenti e sintassi da incubo.
Ma piace...
... mi ricorda qualcuno...
Più in generale, è ormai evidente che in Italia la visibilità egeliana e la credibilità sostanziale non si raggiungono con il duro e serio lavoro: la si hanno in dote. Haivoglia a sforzarti. Haivoglia a restare coerente (dico: scrittori di Mondadori, Berlusconi avrebbe pagato Ruby anche con soldi derivati dai vostri successi!). Haivoglia a indicare vie pulite, restando però pulito. Non serve a un beneamato nulla! Solo al tuo amor proprio e alla tua dignità!
Beninteso, caratterialmente non sono il tipo da volere qualcosa in cambio. Ma pretendo, esigo, che certe nobili parole e qualità non vengano attribuite a chi non le merita! Basta, insomma!
Eppoi, si sa, se il comportamento dei Severgnini o dei Sofri, o di tutta questa massa di fighetti che sconquassa la cultura italica, venisse attuato da uno qualsiasi di noi, haivoglia a condanne moralisticheggianti. Altro che Berlusconi!
Del resto, scusate, nel parapiglia delle case trivulziane, quanti dei "nostri" e dei "loro" sono stati beccati col sorcio in bocca? E la lista di tutti questi furbacchioni dove sta? Io voglio leggere i nomi di chi pagava in pieno centro di Milano un affito mensile inferiore a quanto paga uno studente fuori sede per una singola stanza puzzolente nella periferia romana! Possibile che nessuna delle conventicole sia così pulita da poter additare alle altre questa ennesima clamorosa sporcizia?
È che in fondo la miseria dell'egoismo diffuso - accentuata anche dal pessimo uso che si fa delle attuali straordinarie tecnologie - consente a tutti di pensare ancor di più al proprio misero cortiletto, infischiandosene del vicino. Ci si mette lì a blaterare tanto dei propri diritti, senza immaginare però che vanno anche praticati, giorno dopo giorno.
Meglio aspettare la prossima anestesia: almeno mi illuderò per un misero istante di potermi poi risvegliare in un mondo migliore.
Mi chiedo sempre quanto valga la pena provare a migliorare le cose, se poi le cose dicono di odiare il letame in cui sopravvivono, ma poi ci sguazzano amorevolmente.
Ritorno un po' su tutti i miei standard, perché la casella di posta era piena, e di spunti in sospeso-ma-attuali ne ho trovati.
In primis l'omofobia di Severgnini. Un suo lettore mi inoltra questa mail (che Severgnini ha visto bene di non pubblicare):
Caro SevergniniDa fargli un micromonumento; tenendo conto poi che ha riassunto perfettamente il mio pensiero; tenendo conto poi che qualche giorno dopo il Severgnini rincarava la sua posizione dicendo "La mia opinione la conoscete, e credo corrisponda a quella della grande maggioranza degli italiani", come se fosse un certificato di automatica qualità; tenendo conto poi che insisteva nell'alludere al mio presunto volergli "tappare la bocca" (guardi che preferirei tapparne altre di bocche... eppoi sono così temibile?; tutto qui il suo coraggio, caro Severgnini? Facile difendersi dietro un sistema che non la costringerà a rimangiarsi le sue gravissime affermazioni). A conclusione di ciò, né l'Ordine dei Giornalisti né il direttore del magazine del CorSera lo hanno punito professionalmente, com'era giusto che fosse... ah, ovviamente i fighetti sono stati zitti. Dico: solo a me il leggere che il matrimonio tra omosessuali "è contro il buon senso" fa automaticamente sentir provenire dalla strada un rumore di stivali chiodati?
Le confesso di essere rimasto un po' deluso nel leggere la sua risentita risposta al lettore A. Loppi, che qualche giorno fa la accusava, senza troppi giri di parole, di essere omofobo. Lei ha reagito dicendo chi la ritiene omofobo “vorrebbe tappare la bocca a chi esprime un parere diverso”. Eh no, mi scusi ma qui ha ragione Loppi. È un po’ come se un razzista si lamentasse di coloro che lo chiamano tale dopo che lui è andato in giro dicendo che ai neri non devono essere concessi gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini. Lei ritiene che alle coppie omosessuali non dovrebbe essere consentito di potersi sposare né tantomeno dovrebbe essere concesso loro di poter adottare figli. È un modo come un altro per sostenere, implicitamente, che le persone omosessuali sono esseri umani inferiori e dunque non devono poter fare cose che invece agli eterosessuali, come lei, sono concesse. E poi si inalbera se qualcuno le dice, chiaramente, che lei è omofobo? I suoi toni saranno forse più educati di quelli un po' bruschi del signor Loppi ma il suo messaggio antiuguaglianza, che le piaccia o no, è un messaggio degradante che lei rivolge a tutti i suoi concittadini omosessuali. Non si offenda se qualcuno glielo fa notare.
Un suo lettore (deluso).
Il lettore dice anche che sono brusco, e in altri contesti c'è chi ha usato questo mio difetto per giustificare la poca affluenza di lettori al mio blog.
Può essere.
E allora, però, vi porto come esempio di sgarberia costante un'altra mia vittima, Luca Sofri: come esempio tra tanti, guardate come ha insultato i suoi commentatori; il giorno dopo, stessi lettori, stesso successo. Eppure, tratta sempre tutti con spocchia e alterigia, oltretutto con argomenti e sintassi da incubo.
Ma piace...
... mi ricorda qualcuno...
Più in generale, è ormai evidente che in Italia la visibilità egeliana e la credibilità sostanziale non si raggiungono con il duro e serio lavoro: la si hanno in dote. Haivoglia a sforzarti. Haivoglia a restare coerente (dico: scrittori di Mondadori, Berlusconi avrebbe pagato Ruby anche con soldi derivati dai vostri successi!). Haivoglia a indicare vie pulite, restando però pulito. Non serve a un beneamato nulla! Solo al tuo amor proprio e alla tua dignità!
Beninteso, caratterialmente non sono il tipo da volere qualcosa in cambio. Ma pretendo, esigo, che certe nobili parole e qualità non vengano attribuite a chi non le merita! Basta, insomma!
Eppoi, si sa, se il comportamento dei Severgnini o dei Sofri, o di tutta questa massa di fighetti che sconquassa la cultura italica, venisse attuato da uno qualsiasi di noi, haivoglia a condanne moralisticheggianti. Altro che Berlusconi!
Del resto, scusate, nel parapiglia delle case trivulziane, quanti dei "nostri" e dei "loro" sono stati beccati col sorcio in bocca? E la lista di tutti questi furbacchioni dove sta? Io voglio leggere i nomi di chi pagava in pieno centro di Milano un affito mensile inferiore a quanto paga uno studente fuori sede per una singola stanza puzzolente nella periferia romana! Possibile che nessuna delle conventicole sia così pulita da poter additare alle altre questa ennesima clamorosa sporcizia?
È che in fondo la miseria dell'egoismo diffuso - accentuata anche dal pessimo uso che si fa delle attuali straordinarie tecnologie - consente a tutti di pensare ancor di più al proprio misero cortiletto, infischiandosene del vicino. Ci si mette lì a blaterare tanto dei propri diritti, senza immaginare però che vanno anche praticati, giorno dopo giorno.
Meglio aspettare la prossima anestesia: almeno mi illuderò per un misero istante di potermi poi risvegliare in un mondo migliore.
23 agosto 2010
l'ipocrisia di Vito Mancuso, solita salsa all'italiana
Caro Direttore,
Caro Augias,
Spettabile Redazione,
ho trovato perlomeno specioso, se non addirittura offensivo nei confronti dei lettori, l'intervento odierno di Vito Mancuso: anziché prendere una posizione netta, nitida e precisa riguardo il lavorare o no per la Mondadori berlusconiana, ha chiamato in una sorta di correità di massa altri prestigiosi intellettuali "non berlusconidi" che - appunto - con il loro intelletto sono il fiore all'occhiello di un'industaria culturale che di culturale non ha più niente, né tantomeno un vestito così sofisticato da meritare cotanti fiori.
Questo continuare a gigionare intorno a una decisione che andava presa da tempo è un modo furbo per cercare di risultare ai posteri perlomeno neutri nella scrivenda Storia dell'Italia prossima post berlusconiana (ma non post berlusconizzata) che si sta presentando all'orizzonte.
Non approfondisco più di tanto due fatti estremi che in parte mi riguardano, ma tengo però almeno a precisarli sommariamente: tutti si lavora per un principe - è pacifico e ovvio; e il dipendente mondadoriano certo non ha il privilegio del potersi sottrarre al padrone con la stessa facilità con cui può e dovrebbe un intellettuale che gli presta nome e doti; io nel mio piccolo ho detto il mio bel "no" chiaro e forte alla Mediolanum, perdendo di fatto l'opportunità di percepire il triplo di quanto guadagno adesso, ma guadagnandone in limpidezza e credibilità perlomeno ai miei occhi molto esigenti (che non è poco) o "intransingenti" (come ebbe a scrivermi una volta proprio lo stimato Ezio Mauro).
È facile, cioè, rigirare intorno all'argomento e trovare sempre una fuga comoda per non dirsi e sentirsi dire che da tempo gli intellettuali DOVEVANO abbandonare il Berlusconi editore, perché la situazione era facilmente compatibile (quasi comparabile) a quella sorta di giuramento obbligatorio cui furono sottoposti i professori universitari ai tempi del Fascismo. Lì era cosa palese, ma anche più difficile da combattere; qui era ed è impalpabile, ma le possibilità di sottrarsi a un simile equivoco c'erano, ed esprimersi attraverso un gesto così eclatante e eticamente doveroso avrebbe significato anticipare di molto tempo la crisi del modello berlusconiano che invece sta vacillando solo grazie a opportunistiche fronde interne.
Ma se volessimo restare nelle argomentazioni più spicciole, il romanesco che è in me esce con foga dallo stomaco e si chiede: ma questa Repubblica sempre così attenta e specifica nel cogliere in fallo la moralità altrui, che cosa sa dire ai suoi lettori quando metà dei suoi intellettuali lavora anche per la controparte? Non è forse un po' troppo facile fare le pulci agli altri e ignorare le proprie?
È un discorso che ho affrontato in parte anche con Michele Serra a proposito della Rai (dove peraltro lavoro), che prima ha accettato la tenzone e poi si è dileguato: siamo così pronti e forti nel denunciare la distruzione di una cultura assoluta per mano dei "berlusconidi", quando sotto sotto in realtà stiamo difendendo solo la nostra di cultura, e i componenti la nostra "cricca" di intellettuali - e di potenti che li proteggono - che, per restare nella mia esperienza diretta, di vittime ne hanno fatte in Rai tante quante il berlusconismo imperante.
Insomma, e concludo, la decisione di dire "no" al berlusconismo anche abbandonando la Mondadori (e i suoi simpatici corridoi così ben descritti dal Mancuso nostalgico) era cosa da prendere da tempo, quando ancora il mare era in tempesta. Adesso sa tanto di una solo verbale proclamazione di una fuga (sempre che anche gli altri facciano la stessa "scenetta") da una barca che non solo non affonderà ma che nonostante tutto sopravviverà proprio grazie alle leggi furbe del padrone.
Tutto questo dalle mie parti si chiama "ipocrisia".
Un caro saluto,
Alessandro Loppi
Caro Augias,
Spettabile Redazione,
ho trovato perlomeno specioso, se non addirittura offensivo nei confronti dei lettori, l'intervento odierno di Vito Mancuso: anziché prendere una posizione netta, nitida e precisa riguardo il lavorare o no per la Mondadori berlusconiana, ha chiamato in una sorta di correità di massa altri prestigiosi intellettuali "non berlusconidi" che - appunto - con il loro intelletto sono il fiore all'occhiello di un'industaria culturale che di culturale non ha più niente, né tantomeno un vestito così sofisticato da meritare cotanti fiori.
Questo continuare a gigionare intorno a una decisione che andava presa da tempo è un modo furbo per cercare di risultare ai posteri perlomeno neutri nella scrivenda Storia dell'Italia prossima post berlusconiana (ma non post berlusconizzata) che si sta presentando all'orizzonte.
Non approfondisco più di tanto due fatti estremi che in parte mi riguardano, ma tengo però almeno a precisarli sommariamente: tutti si lavora per un principe - è pacifico e ovvio; e il dipendente mondadoriano certo non ha il privilegio del potersi sottrarre al padrone con la stessa facilità con cui può e dovrebbe un intellettuale che gli presta nome e doti; io nel mio piccolo ho detto il mio bel "no" chiaro e forte alla Mediolanum, perdendo di fatto l'opportunità di percepire il triplo di quanto guadagno adesso, ma guadagnandone in limpidezza e credibilità perlomeno ai miei occhi molto esigenti (che non è poco) o "intransingenti" (come ebbe a scrivermi una volta proprio lo stimato Ezio Mauro).
È facile, cioè, rigirare intorno all'argomento e trovare sempre una fuga comoda per non dirsi e sentirsi dire che da tempo gli intellettuali DOVEVANO abbandonare il Berlusconi editore, perché la situazione era facilmente compatibile (quasi comparabile) a quella sorta di giuramento obbligatorio cui furono sottoposti i professori universitari ai tempi del Fascismo. Lì era cosa palese, ma anche più difficile da combattere; qui era ed è impalpabile, ma le possibilità di sottrarsi a un simile equivoco c'erano, ed esprimersi attraverso un gesto così eclatante e eticamente doveroso avrebbe significato anticipare di molto tempo la crisi del modello berlusconiano che invece sta vacillando solo grazie a opportunistiche fronde interne.
Ma se volessimo restare nelle argomentazioni più spicciole, il romanesco che è in me esce con foga dallo stomaco e si chiede: ma questa Repubblica sempre così attenta e specifica nel cogliere in fallo la moralità altrui, che cosa sa dire ai suoi lettori quando metà dei suoi intellettuali lavora anche per la controparte? Non è forse un po' troppo facile fare le pulci agli altri e ignorare le proprie?
È un discorso che ho affrontato in parte anche con Michele Serra a proposito della Rai (dove peraltro lavoro), che prima ha accettato la tenzone e poi si è dileguato: siamo così pronti e forti nel denunciare la distruzione di una cultura assoluta per mano dei "berlusconidi", quando sotto sotto in realtà stiamo difendendo solo la nostra di cultura, e i componenti la nostra "cricca" di intellettuali - e di potenti che li proteggono - che, per restare nella mia esperienza diretta, di vittime ne hanno fatte in Rai tante quante il berlusconismo imperante.
Insomma, e concludo, la decisione di dire "no" al berlusconismo anche abbandonando la Mondadori (e i suoi simpatici corridoi così ben descritti dal Mancuso nostalgico) era cosa da prendere da tempo, quando ancora il mare era in tempesta. Adesso sa tanto di una solo verbale proclamazione di una fuga (sempre che anche gli altri facciano la stessa "scenetta") da una barca che non solo non affonderà ma che nonostante tutto sopravviverà proprio grazie alle leggi furbe del padrone.
Tutto questo dalle mie parti si chiama "ipocrisia".
Un caro saluto,
Alessandro Loppi
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