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07 gennaio 2020

Umbria Jazz Winter 27, una perla di edizione

Un po' per fortuna e un (bel) po' per le proposte, questa è stata un'edizione di Umbria Jazz Winter sopra le aspettative. E dico questo, ricordando anche che a giugno neanche si era certi che sarebbe andata in porto.
Va detto che i primi vagiti sono stati leggermente grigi. Con il suo interessante omaggio a Mina, infatti, Danilo Rea (e il suo trio) ha dato sfoggio della sua canonica bravura, che però... è sempre la stessa da almeno quindici anni: troppo prevedibile, ormai; è gradita un po' di sperimentazione, o almeno un deciso svecchiamento.
Chi, invece, non ha funzionato è Gil Goldstein: la sua glicemica lettura dei Beatles ha annoiato e poco più; Orchestra costantemente fuori tono, il raffinato batterismo di Lewis Nash relegato a uno scolastico zum-pa-pa, la iconica chitarra di John Scofield ridotta a mere esecuzioni di melodie sempliciotte (tranne in due purtroppo-rapidi momenti in cui ha sciorinato due splendidi assolo spaccapietre).
Il giorno successivo, il dio del jazz ha deciso di emendare al suddetto inciampo con un meraviglioso duo di pianoforte e... tap-dancer
Lui è Sullivan Fortner: raffinato, elegante, preciso, pulito, con una mano sinistra tecnicamente ineccepibile. Lei è Michela Marino Lerman: il tempo di salire sorridente sulla pedana che subito delizia pubblico e musica con un sapido tap-dancing, irriverente al punto giusto, sempre dentro le note e il ritmo del pianoforte, ricca di inventiva e di coraggio. Applausi a scena aperta, meritati e spontanei.
La giornata si è conclusa alla grande. Prima, infatti, sono saliti sul palco Joel Ross e Warren Wolf, per un vibrafonico omaggio a Milt Jackson e Bobby Hutcherson, cui in un paio di occasioni si è inserito il tap-dancing della Lerman. Un'ora di rimandi al Modern Jazz Quartet, a Monk, a John Lewis, a quel jazz così eterno che si fa fatica a pensare a quanto tempo fa sia stato composto.
Nel secondo set, il Devil Quartet di Paolo Fresu ha sparato il suo repertorio più "elettrico", regalando intensità e grazia senza confini. Fresu è sceso dal suo ego, dimostrandosi umile e voglioso di condividere e confrontarsi con la sua band. 
Ospite Francesco Diodati, che meriterebbe un post a parte per quanto mi abbia sorpreso positivamente: ha un rapporto fisico con la chitarra che raramente ho visto nella mia lunga vita di appassionato musicale. La demolisce e ricostruisce con una sapienza e una follia ben miscelati. Non c'è una nota ovvia che sia una, neanche quelle di mero supporto. Ogni suo assolo ricorda certe maestrie degli appassionati di parkour: si butta dentro al rischio, costi quello che costi, senza pensare minimamente a cosa accadrà dopo, perché quel dopo sarà un altro rischio, un altro esperimento.
Terzo giorno, appuntamento con la versione "acustica" del suddetto Devil Quartet, con una guest star cui voglio un bene dell'anima: Gianluca Petrella. Il suo trombone e il flicorno di Fresu hanno regalato quasi due ore di concerto, piene di umanità, di dolcezza, anche di furia, ma sempre insieme-e-accanto al pubblico. Empatia così presente e tangibile che durante i bis i due sono scesi dal palco, improvvisando tra noi spettatori, infantilmente inebetiti.
Quarto giorno aperto dal duo Antonello Salis (pianoforte e fisarmonica) e Simone Zanchini (fisarmonica). Ho finito gli aggettivi positivi: posso solo dire che è stato l'omaggio a Morricone più devoto e nel contempo irriverente cui abbia mai assistito. Sperimentazione e tradizione sapientemente miscelate dentro un concerto bellissimo, di quelli che andrebbero tradotti in leggenda. Gli organizzatori insistono col dire che questo è stato il festival del vibrafono... suvvia, dopo questo set dovreste ricredervi.
Gran finale insieme ai MATMarcello Allulli (sensibile sassofonista e titolare del trio originario), Ermanno Baron (batterista asciutto e puntuale) e Francesco Diodati (la chitarra di cui vi ho parlato prima). Il loro repertorio è una sfida intellettuale e artistica continua, che accarezza con eguale intensità il cuore e la ragione dello spettatore.
Bis molto potente con l'aggiunta di Enrico Zanisi, Antonello Salis e Paolo Fresu. Insieme hanno eseguito il quasi-canone Hermanos, dolce composizione del sassofonista, il cui crescendum finale ha saldato in una sola entità l'intero sestetto: un pathos morbido e caldo che difficilmente dimenticherò.
Insomma, una signora edizione, nonostante le mille difficoltà. 
Difficoltà che restano ancora ben visibili, considerato che né nel sito né nella guida sono ancora indicate le date della prossima edizione invernale.
Speriamo bene.

14 gennaio 2019

l'umile umiltà di Claudio Jr De Rosa a Umbria Jazz Winter

Non sono così esperto di musica da poter fare scommesse, però credo che di questo giovane sassofonista ne sentiremo parlare ancora. 
E bene, pure.
Claudio Jr De Rosa ha almeno due pregi: conosce i suoi limiti, ama la musica.  
Soprattutto ama la musica: la rispetta, la corteggia, la insegue, la studia.
Quando suona le sue composizioni, Claudio rischia senza paura, con quella rara consapevolezza di sapere che hai ancora dei limiti, che deve migliorarsi, che questo sarà un concerto meno bello rispetto a quello di domani, o a quello tra tre giorni.
E però si capisce anche che vuole osare senza strafare, che è alla costante ricerca di se stesso e di un'identità.

Claudio è giovane, quasi timido, ma sa anche tenere a bada la sua band: Xavi Torres, pianoforte di maniera, dal tocco  raffinato; Mauro Cottone, contrabasso  molto asciutto; Augustas Baronas, batterista un po' manistream, ma abbastanza affidabile.
Insomma, è stata un'ora ricca e intensa, mai dolorosa, mai seriosa, sempre piena di lucente jazz.

07 gennaio 2019

Cinema (e jazz) secondo Rosario Giuliani, Enzo Pietropaoli, Luciano Biondini e Michele Rabbia

Le colonne sonore del cinema sono "nostre", di noi spettatori. Sì, compositori e registi fanno di tutto per dire la loro, ma alla fine siamo noi dentro la sala buia i veri sacri giudici, sia del loro successo immediato che del loro destino nei tortuosi meandri del Tempo.
Scrivere musica è un'impresa, scrivere musica da film è eroico, scrivere musica da film che abbia dignità propria è addirittura da folli.
Esistono momenti musicali così avvinghiati nelle storie, che spesso li usiamo per titolare i film stessi, tanto da far perdere la loro vera origine: la Cavalcata delle Walkirie è "Apocalypse now", punto; Wagner e il suo Ring possono anche andare a quel paese.
Oppure ci sono brani musicali icastici: io non ho mai visto 9 settimane e 1/2, ma è come se lo conoscessi a memoria, proprio grazie alle lamette vocali di Joe Cocker.
E che dire delle composizioni che salvano film veramente brutti? "Nuovo Cinema Paradiso" è dei Morricone, padre e figlio; non esiste regista, non esiste una pellicola.
E poi ci sono quei brani musicali che non devi toccare in alcun modo, maledizione! In alcun modo! Certi momenti musicali sono evocativi proprio perché sono composti ed eseguiti - e ricordati! - in quel solo unico modo. 
Nessuno li deve toccare! Nessuno!
A meno che non sei bravo come Rosario Giuliani, Enzo Pietropaoli, Luciano Biondini e Michele Rabbia.

Conoscevo questo progetto Cinema Italia solo tramite qualche filmetto rubato su YouTube, che certo non rendono merito all'impresa musicale.
Poi, però, ho avuto la fortuna di assaporarlo dentro lo scomodo (ma acusticamente perfetto) Teatro Greco di Orvieto. Confesso che ero scettico, nonostante l'affetto e la stima profondi che nutro per Enzo; anzi, proprio per questo motivo avevo timore di non riuscire a scindere gusto da amicizia.
E però, appena il concerto è iniziato, sono stato rapito da una tale consistenza di note esatte, coraggiose, intelligenti, rispettose ma anche audaci, evocative ma anche spregiudicate, che in alcuni momenti sono stato letteralmente sopraffatto dalle emozioni da dover chinare la mia testa verso il pavimento, per nascondere qualcosa di incontrollabile.
È come se i quattro avessero colto l'anima delle idee di Morricone e Rota, anima che spesso può sfuggire a noi "sacri giudici", così intenti a cercare nell'arte solo un po' di conforto anziché dubbi e vortici.
Conoscevo già il muscoloso e innervato Rosario Giuliani: il suo sax è sempre una conferma. Proprio per questo, temevo qualche sbrodolamento; e, invece, è stato sempre misurato, anche nei momenti in cui virtuosismo e presunzione dovevano giustamente vincere su tutto il resto.
Nutro un grande rispetto per Enzo Pietropaoli perché lavora sempre più per sottrazione: un pregio raro e in via di estinzione. La sua "intro 2.0" al dittico di "Nuovo Cinema Paradiso" è stata una deliziosa sorpresa, per tacer poi dello scambio rotiano con Giuliani stesso.
Non conoscevo Biondini: un viso pasoliniano al servizio di uno strumento per me troppo nazionalpopolare... eppure, gigantesco e sempre coinvolgente.
Rabbia suona la batteria con il gusto del non-detto, dell'accennato. Uomo dolce e umile, sa guidare la ritmica senza mai sovrastarla o comunque arricchendola con cenni sofisticati.
Insomma, un signor concerto, da segnare nella Memoria.


09 gennaio 2018

Umbria Jazz Winter #UJW25, poche luci, molte ombre (con affetto)

È ormai la sesta edizione che mi vede tra i fedeli spettatori della versione invernale di Umbria Jazz Winter
Rispetto a quella estiva - più famosa e più antica - soffre di almeno due limiti oggettivi: il periodo, notoriamente breve e forzatamente dedicato ai propri affetti; la collocazione, tutt'altro che agevole, penalizzata peraltro da un'accoglienza limitata e limitante.
In più, non passa anno in cui non si parli di difficoltà economiche, nonostante poi successivamente vengano sempre vantati dei sold-out pressoché totali (anche se io ho l'impressione che siano mischiati turisti occasionali con gli spettatori veri e propri).
Certo, il cartellone sembra soffrire sempre più di qualità, ma all'apparenza: al di là dei gusti, e delle performance, infatti, i nomi di grido e quelli di nicchia non sono mancati.
Però quest'anno troppe performance hanno lasciato a desiderare. 
Quelle al Teatro Mancinelli, poi, hanno tutte sofferto anche di un mixer tutt'altro che professionale: musica impastata, strumenti primari quasi inascoltabili, equalizzazione delle percussioni non all'altezza del blasone.
Ma procediamo con ordine.
Il duo Danilo Rea e Gino Paoli non ha mai avuto nulla a che vedere con il jazz. Attenzione, non sto parlando di una mia personale idea di jazz: da sempre, Rea e Paoli fanno i gigioni, alla ricerca dell'applauso facile e di un pubblico più poppeggiante che jazzistico
Per carità, non ci sta niente di male, anzi. Però - qui a Orvieto - da Danilo Rea mi aspettavo più rispetto per la sua figura. Poche note, ma giuste, diamine! 
E, invece, ha vorticosamente girato le fettuccine sui tasti bianconeri, sciorinando quei quattro soliti e prevedibili trick che vent'anni fa erano innovativi, ma che oggi sanno solo di stanca ripetizione di se stessi. Lo accetto da Allevi, ma non da Danilo Rea. 
Si è salvato giusto Flavio Boltro, guest in un paio di pezzi, sempre capace di prendere affettuosamente per i fondelli la sua tromba, limitata ma audace e sorniona.
Jason Moran ha proposto un Monk inutile, cerebrale e borioso, quale invece non era il grandissimo pianista. Troppi intellettualismi stucchevoli e appiccicati, accompagnati peraltro da una sorta di installazione risicata e ripetuta più volte, che se soffrivi di epilessia rischiavi veramente brutto.
Marc Ribot ha fatto un casino con un suo modo molto arrogante di raccontare l'armolodia di Coleman, penalizzando i già timidi Young Philadelphians con un uso strafottente e ostinato del wha wha, per oltre un'ora di bordello sonoro; tanto che tre quarti di Teatro è scappato via a gambe levate dopo soli dieci minuti di fracasso. 

Da chi ha nobilitato David Sylvian, Tom Waits e Vinicio Capossela, mi aspettavo più rispetto per se stesso, per il pubblico e anche per i giovani musicisti coinvolti.
Il Merry Christmas Quartet di Fabrizio Bosso ha fatto la sua striminzita performance con l'aiuto di una voce senza mantice ed estensione (quella di Walter Ricci). Scaletta già dimenticata per un live veramente deludente. Certo, Bosso è dio, Mazzariello è il suo profeta, ma la scelta dei brani è stata micidiale.
Sul trio Guidi, Bearzatti, Rabbia non riesco a pronunciarmi più di tanto. Il pianismo di Guidi è acquoso di suo, contrapposto al batterismo di Rabbia decisamente più professionale. Quando entravano nel jazz mainstream riuscivano bene (troppo ECM, va detto); ma quando hanno abbozzato un free jazz di maniera, mi è venuta voglia di scappare.
Si sono salvati: la bella lettura di Joni Mitchell da parte di di De Vito, Pietropaoli e Mazzariello e la brava e promettente Jazzmeia Horn (teniamola d'occhio!). 
Però è stato troppo poco.
Oltretutto gli organizzatori insistono nel dire che quello invernale è sempre stato un Umbria Jazz per "addetti ai lavori". Cosa diamine voglia dire, è un mistero. Resta il fatto che anche e solo l'elenco dei nomi presentati dimostra una volontà di essere invece eterogenei e curiosi.
La vera domanda da porsi, invece, è un'altra: come mai il livello è stato complessivamente così basso?
A parte le due benvenute eccezioni, perché la qualità di Umbria Jazz 25 è stato così bassa e precaria?
Non ho la risposta, ovviamente; anche se temo che la visione dei due estremi (Rea da una parte e Moran dall'altra) lasci intravedere un'italica volontà di mantenere separati due mondi (jazz banana e jazz colto) che nel significato stesso del jazz non dovrebbero nemmeno essere ipotizzati.

05 gennaio 2018

Umbria Jazz Winter, tutto fuorché le auto

È la sesta edizione consecutiva di Umbria Jazz Winter che mi vede come spettatore vorace. 
E ogni volta sbatto il grugno sugli stessi problemi di sempre. Per carità, nulla a che vedere con la musica: è l'amministrazione che mi inquieta. Di sinistra o di destra che sia (stata), si ostina a commettere sempre gli stessi errori.
Per dire: perché le auto possono girare dentro Orvieto? È una cittadina microscopica, ricca di scorci e testimonianze antiche. Che senso ha violentarla con la nostra maleducata pigrizia? Al netto di invalidi e persone anziane, che hanno tutti i diritti del mondo, il resto delle auto dovrebbe sparire immantinente.
Perché le attività commerciali chiudono all'ora di pranzo per poi riaprire il pomeriggio tardi? Capisco durante i periodi meno turistici, ma farlo durante le feste natalizie è controproducente.
Perché le attività ricettive sparano prezzi mostruosi che di fatto sottraggono i più giovani dalla possibile possibilità di assistere a concerti comunque istruttivi?
E, tanto per tirare le orecchie anche all'organizzazione: perché parte dei concerti è stata proposta in sale con regolare prevendita, ma senza poltrone numerate? D'inverno a Orvieto fa freddo, o comunque è umido: costringere le persone a file di quasi un'ora, nonostante il biglietto regolarmente acquistato, è da sciocchi.
Per tacere degli spazi tra una fila e l'altra: io sono alto solo 1,73, e mi sono trovato le ginocchia dentro le orecchie; chi mi supera in altezza, tanto vale che resti a casa.
Non credo di aver denunciato chissà quali problemi irrisolvibili. Poi, fate voi...

29 dicembre 2017

a #UJW25 la Joni Mitchell di De Vito, Mazzariello e Pietropaoli (una recensione)

Difficile entrare nel mondo di Joni Mitchell senza commettere imperfezioni, perché la cantante canadese ha il rarissimo pregio di aver composto canzoni bellissime che comunque funzionano, ma che funzionano soprattutto grazie allo spessore di cristallo della sua voce. E se provi a uscirne troppo, rischi di comprometterne il tessuto melodico; se provi, invece, a starci dentro ma senza scimmiottarla, rischi di cadere nel baratro della presunzione.
Eppure c’è chi ha avuto l’ardire di provarci, questo quasi-gelido venerdì di fine anno a Orvieto, in un’edizione di Umbria Jazz altrimenti arida di emozioni: Maria Pia De Vito, con la sua voce sempre pastosa, in costante conflitto con la passione e la professionalità (e che in questo caso ha sortito ottimi risultati); Juan Olivier Mazzariello, il cui pianismo ha la rara dote di dire poche cose ma sempre giuste, che sa rispettare la musica, il pubblico e i suoi compagni d’arme; Enzo Pietropaoli, non solo bassista e non solo musicista, che nonostante abbia compiuto secoli di età, mantiene vivo l’entusiasmo del bambino insieme al rigore del grande sapiente.
Apre le danze la dolce cantilena di Amelia, con quel giro di accordi che Pat Metheny poi ridisegnò nel live Shadows & Lights, da cui ormai riesce difficile uscire. E quando la tua memoria-in-automatico si aspetta quei pizzichi di chitarra fluida, Mazzariello sfodera un prezioso piano-solo soffuso.
Siamo quindi nella percussiva Harlem in Havana, con il nostro Enzo che insegna come si sta a tavola: prima del suo solo, si è fermato quel poco di più per consentire alla De Vito di raccogliere il giusto tributo al suo scat così naturale.
Entriamo dentro la bellissima Morning Morgantown: la De Vito parte fuori tono, ma si riprende subito anche grazie allo stato di grazia di basso e pianoforte che sorreggono l’intera canzone con vigorosi muscoli, dolcissimi quanto discreti. Nella seconda parte della canzone, la De Vito si rifugia dentro un canto alla Joan Baez, più affine alle sue corde. La parte del leone la fa Mazzariello, sempre capace di rispettare le canzoni con solismi umili e privi di autocelebrazioni.
Arriviamo al cuore mingusiano della Mitchell con God must be a boogie man. Eccellente versione, con il trio che si amalgama e si insegue continuamente, in compagnia di un pubblico timido che ha risposto alla call-to-action senza tanta convinzione.
Dopodiché, la luce di A case of you ha illuminato i nostri cuori: grande Mazzariello, ben oltre i suoi limiti; Pietropaoli che dona la sua anima al pubblico; la De Vito che si commuove sempre di più. Così si suona, così si canta!
Con Be cool i nostri si riposano, rendendo la canzone quasi “normale”: troppa eleganza si paga, ed è giusto prendersi pochi minuti di riflessione.
Con Chinese café/Unchain Melody ritorniamo negli astri. Di sé per stessa è notoriamente un esercizio di stile complesso e probante: i tre arrivano a renderla un’esperienza irripetibile e nostalgica, dove alla fine vien da dire “io a questo concerto c’ero; voi no”.
E a proposito di nostalgia, arriviamo a Woodstock. Ragazzi, che arrangiamento! Che esecuzione. Riuscire a unire lo sguardo verso il passato con il cammino rivolto al futuro… veramente una bellissima versione.
Bis dedicato alla mia signora con una Answer me my love da lacrimoni.
Una bellissima esperienza, insomma.

No so come sia il disco (dove al piano figura Rea). Ho paura di acquistarlo. Quando si hanno esperienze come queste, diventa difficile rincorrere la nostalgia. Vi terrò informati.

02 gennaio 2016

la musica vestita alla grande da Sugarpie & The Candymen a #UJW23

Chiusura alla grande, alla grandissima, di questa 23esima edizione di Umbria Jazz Winter (perlomeno per chi scrive). Eravamo partiti sottotono, ma poi siamo arrivati a questi Sugarpie and The Candymen, un delizioso traguardo ricco di sorprese e molto divertente.
Siamo di fronte a uno swing di eccellente qualità, proposto in maniera adulta e professionale da cinque ragazzi che gli organizzatori avrebbero potuto tranquillamente collocare dentro il palco principale del Teatro Mancinelli.
Mi sfugge, insomma, perché si debba sempre relegare il jazz più sorridente tra i tavoli di una cena sponsorizzata (con maleducati rumori di contorno) anziché "rischiare" di regalargli la platea di cui è degno. Specie dopo aver troppo insistito col duo Wilson and Nash.
Fatto sta che siamo passati con estrema facilità dai classici dello swing tradizionale a Come As You Are dei Nirvana (!), dai Bitols di When I'm 64 ai Deep Purple di Strage Kind Of Woman/Lazy/Highway Star... un medley avvincente e tecnicamente probante in cui hanno fatto capolino anche citazioni da Čajkovskij e Zorba il greco (!!).
Gran finale con una micidiale Bohemian Rhapsody, i Clash e... Prince.
Se questi Sugarpie & The Candymen continueranno così, potranno dare del filo da torcere agli adulti serissimi di Musica Nuda.
Georgia Ciavatta ha una voce purissima e coraggiosa. Jacopo Delfini coccola una chitarra in maniera più brava di quanto non sembri. Renato Podestà, invece, suona la chitarra in maniera sorniona e spregiudicata, ed è molto attento alla pulizia di ogni singola nota. Claudio Ottaviano è un timido ma risoluto contrabbasso. Roberto Lupo swinga in maniera molto arguta non disdegnando il drumming più moderno.

le eccellenze di The Golden Circle a #UJW23

Compratevi The Golden Circle e infilatelo nel lettore della vostra auto - spenta mi raccomando - e non prima di aver allacciato le cinture!
Visto? Siete partiti a razzo... e chi vi ferma più!
A parte le battute, già conoscevo questo corposo e muscolare omaggio al primo Ornette Coleman, e me n'ero innamorato con rara dedizione, tanto da averlo poi ascoltato più e più volte per oltre un mese.
Mi sono quindi avvicinato a questo concerto cercando temerariamente di liberarmi da ogni possibile aspettativa; oltretutto, adoro Bosso, stimo Giuliani, e credo di potermi definire "amico" di Pietropaoli. Insomma, dentro di me temevo la delusione, la meccanica ripetizione delle partiture del cd
Macchè... questo live è andato oltre ogni possibile possibilità: mi ha preso cuore, cervello e stomaco e li ha scagliati in ogni dove, camminandoci sopra, spolpandoli, mangiucchiandoli con sorridente ironia. Uno di quei concerti che mi porterò addosso per molto tempo. E dire che "nonno" Enzo mi ha poi confessato di aver iniziato il set con un terribile mal di testa. E pensa tu se stavi bene!
Insomma, se dovessi portarmi un supergruppo nella proverbiale isola deserta, oltre ai King Crimson seconda maniera porterei con me Rosario Giuliani al sax alto, Fabrizio Bosso alla tromba, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Marcello Di Leonardo alla batteria.

01 gennaio 2016

a #UJW23 scorre il Vinodentro la tromba di Fresu

Nato come colonna sonora dell'omonimo film di Ferdinando Vicentini Orgnani, questo progetto di Paolo Fresu ha dovuto superare lo scoglio stancoso del duo Lewis Nash che apriva la serata; e che forse lo ha un po' penalizzato.
Fatto sta che di tutte le prove del bravissimo musicista sardo che abbia mai ascoltato, è quella che mi ha convinto di meno: troppo scollata, quasi meccanica, senza peraltro un supporto adeguato da parte degli archi (in alcuni momenti addirittura scordati). Da rimproverare ad alta voce l'ultimo dei violoncellisti, pessimo nell'affrontare le partiture, addirittura maleducato nei confronti del pubblico.
Fresu è sembrato lavorare di mestiere, quasi recitare quei trick tecnici e elettronici che lo rendono comunque un genio dello strumento. Quasi sacrificato Daniele Di Bonaventura, capace comunque di un'ottima direzione musicale. Certo, stiamo sempre pur parlando di un concerto di Paolo Fresu: ma proprio per questo si pretende da lui sempre il meglio.
Tra i due bis da sottolineare il secondo: una dolcissima lettura della sempreverde Answer Me, My Love, nota grazie anche a Joni Mitchell, e che i meno giovani conoscono grazie all'ellenica interpretazione di Nat King Cole, la cui figlia Natalie ci aveva lasciati poche ore prima l'inizio della serata (quando si dicono le coincidenze).

chiediti chi erano The Beatbox a #UJW23

Lo sapete: non amo i Bitols, li trovo sopravvalutati e noiosi, anche se da tempo ho smesso di irritarmi nei confronti di chi si indigna per questo mio disprezzo.
Però questa loro cover band (The Beatbox, appunto) è molto divertente, precisa e autoironica. 
Nata qualche anno fa, tra un live e l'altro del tour messicano dei New Trolls, ha immediatamente assunto il ruolo di rappresentante quasi ufficiale del quartetto di Liverpool. Addirittura, ne ripropone gli stessi strumenti, vezzi, movenze, tecniche... pettinature e vestiti (acquistati in America dalla stessa sartoria che li cucì per loro). 
Ma c'è di più: l'intero concerto proposto a Umbria Jazz Winter ha ricalcato uno dei più noti del primo tour americano dei quattro, con tanto di errori di microfonazione, battute, entrate sbagliate, scaletta.
Se non li avete mai visti, seguiteli in giro per l'Italia e l'Europa: ne vale veramente la pena.

31 dicembre 2015

a #UJW23 Fabrizio Bosso è apparso a Duke

Da che lo seguo, non ho mai visto Bosso sbagliarne una che fosse una. Ma, soprattutto, si è sempre messo a disposizione della musica, rispettando gli autori sacri ma anche interpretandoli in maniera originale.
Splendido questo omaggio a Duke, con momenti di rara eccellenza inseguiti da altri di romantica commozione.
Di tutto il repertorio più sofisticato di Ellington proposto, forse il momento perfetto si è raggiunto con l'esecuzione di una In A Sentimental Mood tra le più sontuose che abbia mai ascoltato da 40 anni a questa parte.
Elegante il pianismo di Julian Oliver Mazzariello, giusto il contrabbasso di Luca Alemanno, strepitoso il drumming di Nicola Angelucci.
A tono i fiati di supporto, egregiamente arrangiati e diretti da Paolo Silvestri: Fernando Brusco e Claudio Corvini alla tromba, Mario Corvini al trombone, Gianni Oddi al sax alto, Marco Guidolotti al sax baritono e Michele Polga al sax tenore e soprano.
Gran finale in mezzo al pubblico con una scherzosa When the Saints Go Marching In.

il troppo del duo Steve Wilson Lewis Nash a #UJW23

Li avevo apprezzati due Winter fa, trovandoli eccellenti, interessanti e proposti nell'ambiente giusto e nella misura giusta. 
Questa edizione, invece, quelli di Umbria Jazz hanno esagerato, proponendoli sempre e solo sul palco del Teatro Mancinelli, sempre e solo in apertura di eventi di un certo peso (Bosso, Fresu, Elling, Lawson), costringendo anche il pubblico meno avvertito a "sorbire" un difficile duo sax + batteria che potrebbe legittimamente stancare chiunque.
Oltretutto, tale era l'incrocio di date e orari, che chiunque avesse voluto godere questa edizione, li avrebbe incrociati almeno due volte.
Ora: non appartengo a chi dice che l'arte vada spiegata, perché è un'affermazione idiota; non credo all'arte "alta" e "bassa", anche se ovviamente trovo Allevi dannoso per ogni forma possibile di espressione; non ritengo il pubblico "stupido" per antonomasia. Però difendere a tutti i costi una formula così complicata significa solo dare segni di debolezza. Oltretutto: seguire Umbria Jazz Winter è più oneroso rispetto al Summer; il pubblico è notoriamente meno giovane ma anche più abitudinario. Di ricambio generazionale e di toccate e fuga se ne vedono ben pochi: tirare troppo la corda potrebbe essere controproducente.
Premesso ciò, io ho assistito a due dei quattro concerti: quello del 30, decisamente annodato e autoreferenziale; quello del 31, istrionico ma anche - e finalmente - rispettoso nei confronti del pubblico.
In quello del 30, stanchi e spigolosi omaggi a Domino, Ellington, Monk e Coleman.
In quello del 31, briosi riconoscimenti a Silver, Monk, Gillespie, Giuffrè, Carter, Coleman e Ellington. A questi, va aggiunto un terrificante drum solo in cui Nash ha dimostrato che gli alieni sono tra noi, e suonano la batteria.
Già: Nash si conferma un dio dello strumento, capace di sparare nel giro di pochi secondi palle di fuoco e delicatissime piume; Lewis, invece, resta un eccellente sassofonista, ma con una cifra opaca e priva di guizzi.

il ritorno di Django Reinhardt negli Accordi Disaccordi di #UJW23

C'è qualcosa di genuino nel gipsy jazz di Accordi Disaccordi che fa dimenticare qualsiasi difetto o benvenuto errore tecnico. I tre ragazzi sono (stati anche) artisti di strada, e sanno come gestire il tempo dell'ascolto e quello delle pause.
Intrattengono amabilmente il pubblico, rispettano con dolce incanto il loro padre putativo (Django Reinhardt), sono consapevoli di avere ancora un po' di strada da percorrere (non tanta, in verità), vivono la propria bravura con inconsueta umiltà.
Molto belle le esecuzioni di Buonasera Signorina, Oci Ciornie, Gipsi Sun. Divertenti gli inediti Pietra Santa e Mafia Car.
Buono il chitarrismo solista di Alessandri Di Virgilio, pastosa la ritmica di Dario Berlucchi, eccellente il contrabbasso del giovanissimo (e mingherlino) Elia Lasorsa.

30 dicembre 2015

Kurt Elling rispetta Sinatra a #UJW23

Voglio bene a Kurt Elling. Mi piace il suo modo di avvicinarsi alle note: ci gioca, le forza, le sfida, ma sempre rispettandole fino in fondo. Lo aspettavo al varco di questo omaggio a The Voice, e mi sono divertito molto; soprattutto perché Elling non ha scimmiottato l'inimitabile, ma ha reso inimitabile la propria voce. Un esercizio di stile arduo perché denso di legittima arroganza e di doverosa umiltà.
Le esecuzioni più riuscite: I Only Have Eyes For You, Fly Me to the Moon, Lover (Love Me Tonight), I'm Glad There Is You, April In Paris, The Lady Is A Tramp... ma, soprattutto, un I Remember Clifford in un sorpredente a cappella senza microfono, senza orchestra, col pubblico già uscente... da brividi, veramente da brividi.
Professionali ed eccellenti all'inverosimile i componenti la sua band, da Stu Mindeman (pianoforte e Hammond cristallini), John McLean (la chitarra giusta al momento giusto), Clark Sommers (contrabbasso sornione), Kendrick Scott (drumming terremotoso ma anche sofisticato).
Qualche appunto da fare, invece, all'orchestra, a volte in affanno, a tratti addirittura fuori tono, non ha vissuto con la dovuta serenità una serata che ha regalato grandi emozioni. Sembrava intimorita, se non troppo attenta a non deludere il mostro sacro che intanto gigioneggiava col pubblico.
Da segnalare la disinvoltura del sempre bravo Dan Kinzelman (collante quasi invisibile ma necessario) e l'ottima tromba di Mirco Rubegni (che dovrebbe avere molto più spazio, anche se il suo strumento è già affollato di mostri sacri).

il soul leggero di Jarrod Lawson & the Good People a #UJW23

Inizia debole questa 23esima edizione di Umbria Jazz, quasi timida e insicura: la voce flebile di Jarrod Lawson - e il suo pianismo didascalico - convincono poco, e le sue canzoni non restano nel cuore neanche il tempo del loro termine.
Si respira aria di Jamiroquai, di George Benson (cui il nostro allude imitandone il noto arrangiamento sincopato di Summertime), di Steely Dan, ma soprattutto di Incognito.
Da salvare l'eccellente All the time, in duo con l'ottima Tahirah Memory; un brano bellissimo, di rara efficacia emotiva. Da qui partono venti minuti scarsi di musica più interessante, ma che non salvano l'inizio della serata inaugurale (ci penserà Elling nella seconda parte).
Professionale il basso di Christopher Friesen; interessante il drumming di Joshua Corry; eccessivamente patinata la chitarra di Chancellor Hayden; buone le armonie della su citata Memory e di Molly Foote.

20 gennaio 2015

King Crimson "Live At The Orpheum", una recensione contrastante

Dopo il dichiarato ritiro dalle scene del 2012, non mi aspettavo il ritorno di Robert Fripp, perlomeno nella sua veste di sacerdote (e dio creatore) dei King Crimson, per un motivo quasi banale: non è nel suo stile... come non è nel suo stile, però, dire una cosa e mantenerla.
Fatto sta che le motivazioni del suo ex ritiro (un'apocalittica causa contro una major musicale), secondo me malcelavano anche una sorta di consapevolezza che le idee ormai erano venute meno... addirittura sin dai tempi dell'ep Vroom (1994), prodromo del grossolano THRAK (1995), da cui avrei salvato solo Dinosaur, noto j'accuse contro chi ha forzatamente catalogato come progressive la musica e la filosofia dei King Crimson (anche se qualcuno non l'ha mai capito).
Ebbene, neanche il tempo di piangere tali dichiarazioni, che a metà del 2013 scopriamo che i King Crimson sono tornati. Va detto che ci sono state delle formazioni interlocutorie prima di quella che andiamo a leggere. Però non vi voglio tediare.
Ben tre batteristi davanti agli altri musicisti: Gavin Harrison - già coi Porcupine Tree; Bill Rieflin - ex R.E.M., ma anche sperimentatore appassionato; Pat Mastelotto - banale rockettaro dell'ultimo ventennio frippiano (più pesante e prevedibile dell'Alan White degli Yes; il che è tutto dire).
Dietro questa messe di rullanti, tom, piatti e grancasse, troviamo: il fidato Tony Levin (basso e stick), l'affidabile Mel Collins (ance e ottoni), l'incompleto Jakko Jakszyk (voce e chitarra), e ovviamente il nostro Robert Fripp.
La prima cosa che balza all'occhio è la nuova grafica: molto tavola periodica, molto Breaking Bad (!), ma anche indizio di una lettura frippiana di questa nuova line-up. Sembra quasi voler dire: questa formazione rappresenta la base alchemica di tutto ciò che ho creduto fossero i King Crimson, gli elementi basilari della chimica creativa di questi otto lustri di grandissima musica.
Lettura forzata, lo so. Ma mi piace raccontarla così.
La seconda è il repertorio proposto in questo Live At The Orpheum: One More Red Nightmare e Starless (da Red - 1974, ultimo lavoro del secondo periodo crimsoniano), The ConstruKction of Light (dall'opera omonima - 2000, penultima del penultimo periodo crimsoniano), The Letters e Sailor's Tale (da Islands - 1971, ultimo lavoro dal primo periodo crimsoniano, anche se in molti la considerano un'opera a parte).
Da tutto il vastissimo repertorio, insomma, Fripp è andato a sfrugugliare titoli da seconda linea, quasi per addetti ai lavori. A parte Starless, insomma, siamo di fronte a materiale rischiosissimo, per almeno due motivi: poteva sembrare "datato", merita un'accuratezza tecnica decisamente probante. The Letters, poi, è quella che più esige un approccio filologico.
Eppure, e alla fine, le cose sono andate bene. Con un paio di "però" che vanno raccontati.
Il primo è che le tre batterie lavorano troppo all'unisono, perdendo la sacra opportunità di lavorare sui contrappunti (come capitò al duo Bruford-Mastellotto, per esempio). Giusto su Starless ci scappa qualcosa, ma per il resto non si percepisce (nel senso letterale del termine) alcun lavoro di completamento e/o di provocazione.
Il secondo "però" è la voce di Jakszyk: pura acqua cheta. Già nel progetto Scarcity Of Miracles si capiva che il tipo non si attagliava col crimsonismo. Qui, poi, siamo addirittura caduti nel suicidio ricercato, accidenti!
Però, signore e signori, che meraviglia di modernità: tutte le canzoni sembrano composte due minuti fa. In alcuni momenti si arriva a un riuscitissimo connubio tra la "serialità metal" di Fripp e certe idee jazz raffinatissime (questa versione di The ConstruKction non avrebbe sfigurato in una qualsiasi edizione di Umbria Jazz, per dire). 
Mel Collins è in raro stato di grazia, Tony Levin gioca con tutti (tranne che con le tre batterie, per fortuna) sbagliandomi pure un passaggio nodale su Starless (ma va bene così), Fripp è sempre più essenziale.
È, insomma, un signor cd che finisce troppo presto e che lascia intravedere una voglia di scommettere su qualcosa. Paradossalmente, spero si evolva in un progetto di cover piuttosto che di inediti. Staremo a vedere.