06 novembre 2026

L'ETÀ DEL MALCONTENTO di Thomas Chatterton Williams (Mondadori)

La vittoria elettorale negli USA non è “nostra”. Inutile girarci intorno: la sinistra statunitense non è paragonabile a quella europea, men che meno a quella italiana (men che meno agli intenti geopolitici dell’Unione Europea). Eppure, c’è chi ha fatto assimilazioni politiche che francamente trovo ridicole, ma anche irresponsabili. Comunque sia, un evento epocale come queste elezioni americane rischia di distrarci da questioni apparentemente filosofiche che invece riguardano anche il mondo pratico: la democrazia è una perla delicatissima che va protetta costantemente, anche e soprattutto nella nostra quotidianità.

Indipendentemente da questo, stiamo passando un periodo inverosimile - anche inedito, direi; visto che per la prima volta la tecnologia è diventato anche strumento politico. E però, proprio quando bisogna mantenersi duttili e risoluti, abbiamo arretrato il baricentro della nostra modernità: all’ottusità del razzismo, dell’omofobia, del maschilismo, abbiamo contrattaccato con altrettanta ottusità, rendendo ridicole le lotte per l’equità e la parità, banalizzando istanze e motivazioni, usando il ditino giudicante con irritante ipocrisia, mancando per primi alle istanze che pretendiamo di rivendicare.

C’è chi ha sintetizzato tutto questo con la definizione woke, che però nasconde un fenomeno più americano che europeo; anche se sono convinto che ci sia qualcosa in comune con alcuni meccanismi contorti tipici della sinistra europea (Diego Abatantuono lo semplifica in maniera eccellente).

Ho finito di leggere l’ottimo "L'età del malcontento" di Thomas Chatterton Williams: per quanto sia chiaramente orientato verso la cultura e la mentalità USA, offre moltissimi spunti anche per noi italici “al confine dell’Impero” (adoro questa definizione di Umberto Eco).

Libro che si è posto una domanda che per noi italiani ha un sapore molto particolare e attuale: come mai la destra è diventata così reazionaria e intransigente? Libro che mi ha messo di fronte a un’altra domanda che da giorni vive dentro di me come un loop (il loop di Loppi): se la natura di una democrazia è il diritto di parola per chiunque, come può dar voce a chi professa idee antidemocratiche?

Da anni, abbiamo provato a rispondere a questa seconda domanda, praticando soluzioni che anziché rafforzare la democrazia, ha amplificato la forza dei “cattivi” che vogliamo combattere. Altrimenti, perché abbiamo regalato alla destra neofascista il privilegio di eleggere per la prima volta una donna sullo scranno della Presidenza del Consiglio?

Thomas Chatterton Williams sottolinea come il problema non sia ideologico, ma linguistico e tribale: quando un sistema democratico permette a chi vuole smantellarlo di usare gli stessi strumenti di protezione (la libertà di espressione) per svuotarli di senso, la democrazia si trova a subire un'arma di ricatto semantico.

La soluzione teorica indicata dallo scrittore americano non è la censura - che validerebbe la narrazione vittimistica degli estremisti - ma il rifiuto del tribalismo identitario. Dobbiamo smettere di considerare le idee antidemocratiche come "opinioni identitarie" intoccabili, e iniziare a smontarle sul piano fattuale e logico, rifiutando le trappole linguistiche in cui la retorica populista o illiberale costringe il dibattito.

La democrazia, insomma, sopravvive se la maggioranza dei cittadini esercita il proprio senso critico rifiutando la polarizzazione, anziché affidandosi a divieti calati dall'alto che finiscono per alimentare il malcontento.

Però, direte voi, il problema è la gente comune: come ci ricorda quel genio di Ricky Gervais (un comico, pensate un po’), la gente comune non è proprio il massimo della cultura e della capacità analitica. La democrazia, infatti, richiede uno sforzo cognitivo ed etico faticoso, mentre il populismo e l'estremismo offrono scorciatoie identitarie comode e immediate.

Per usare una battuta diffusa, alla gente comune non serve una laurea; semmai, serve una propensione alla ginnastica mentale che persino la scuola e il dibattito pubblico disincentivano in favore del consumo rapido di slogan. Un conto è dimenarsi nel gorgo della complessità dei problemi, un conto è la tentazione di delegare il pensiero a chi urla semplicismi.

Ergo, la destra ha un doppio gioco facile: la mancanza di profondità, l’attuale contesto (anche tecnologico) che impedisce questa profondità.

Lo so: sto di nuovo indugiando nel woke. E allora?

L’ideale, secondo Chatterton, sarebbe spostare il focus del dibattito dai meri valori alle conseguenze pratiche. Invece di discutere se una frase sia o meno discriminatoria, dovremmo chiedere agli elettori di scendere nel concreto. Ad esempio: "Se applichiamo questa misura alla pubblica amministrazione o alla scuola, esattamente come si traduce nella vita di tutti i giorni per i nostri figli o per chi lavora?". Teoricamente, le idee populiste crollerebbero qualora venissero costrette a fare i conti con la logica amministrativa e la realtà materiale.

Certo è che incontrassi l’intransigente nudo e crudo, l'eloquenza o il tentativo di fare una "lezione" logica peggiorerebbero le cose, sembrando di una supponenza intollerabile. Ebbene, con chi non è disposto al dibattito, la strategia di Chatterton Williams suggerisce di cambiare completamente obiettivo: non convincere l'altro in dieci minuti, ma piantare un granello di sabbia nel meccanismo.

Certo, guardando a noi, vien da pensare che il vannacciano non mollerebbe: una prova di dialogo non sussisterebbe in alcun modo. Con certe derive ideologiche non si discute, perché il loro perimetro mentale è impermeabile ai fatti.

La strategia del "granello di sabbia" - o della domanda spiazzante - sono inutili contro l'estremista irrecuperabile. Possono invece funzionare per quella zona grigia di elettori tiepidi che votano di pancia, per rabbia o per fastidio verso il politicamente corretto; ma che se messi di fronte al fanatismo potrebbero prendere le distanze.

Se l'interlocutore è il fanatico puro, insomma, la mossa giusta non è il dialogo (che legittima la sua visione trasformandola in un "dibattito alla pari"), ma la demarcazione netta del confine. Di fronte a questa mediocrità calcolata, l'unica reazione non è argomentare, ma smascherare la loro incoerenza pratica o semplicemente rifiutarsi di legittimarli con la conversazione.

Chatterton Williams non sa dare ricette esaurienti, e anche lui vive questo cortocircuito: da afroamericano liberale, critica ferocemente il tribalismo e il vittimismo identitario della sinistra identitaria, ma nel contempo rifiuta con sdegno il razzismo e l'illiberalismo della destra reazionaria.

Il punto per uscirne non è trovare modi "dissimulati" per difendere le minoranze, ma cambiare piano. Non devi difendere l'ebreo, il nero o il gay in quanto categorie protette da una sensibilità ideologica (il terreno in cui sguazza il wokismo), ma devi difendere la persona, i suoi diritti civili e il principio liberale universale per cui lo Stato non deve ficcare il naso nella vita privata o nell'identità di nessuno.

La vera difesa credibile è tornare al primato dell'individuo: non difendi il gay perché appartiene a una categoria speciale, ma perché ha lo stesso diritto di chiunque altro di vivere la propria vita senza che nessuno rompa le scatole; non difendi l'ebreo per pietismo o sensi di colpa occidentali, ma perché l'antisemitismo è un cancro morale che distrugge la libertà di chiunque.

Quando sposti la difesa sul piano dei principi liberali classici (uguaglianza davanti alla legge, libertà individuale, responsabilità personale), smetti di fare il gioco del wokismo (che divide le persone in tribù) e smonti la retorica della destra (che quelle tribù vuole discriminarle). Non serve dissimulare: serve essere radicalmente coerenti con l'idea che le persone valgono come individui, non come etichette.

Quello di Chatterton sembra sicuramente un élitismo liberale, ma apparentemente concessivo al dialogo con la gente comune o con l’area grigia di cui sopra. La critica al wokismo richiede un livello di astrazione altissimo: devi essere in grado di tenere insieme due concetti complessi - denunciare il settarismo della sinistra identitaria senza fare il gioco della destra reazionaria. È un esercizio di funambolismo politico ed etico che richiede tempo, strumenti critici e una certa sicurezza culturale.

Il liberalismo classico è strutturalmente svantaggiato nella battaglia politica di massa, e la ragione è semplice: la complessità non fa presa sulla pancia delle persone. Il populismo, il wokismo e l'estremismo offrono tutti lo stesso prodotto a basso costo cognitivo: la tribù e il capro espiatorio. Ti dicono esattamente chi è il buono, chi è il cattivo, chi odiare e perché il mondo fa schifo. Ti danno un'identità preconfezionata in cambio della tua adesione emotiva.

La domanda aperta - e forse il vero limite che si prova leggendo il libro - è: come si traduce questo rigore intellettuale in un linguaggio che non sia elitario, senza però scadere nella demagogia?

22 ottobre 2026

SESSION MAN di Phil Palmer (Minimum Fax)

Ho letto per la prima volta il nome di Phil Palmer nel 1987, in questo piccolo capolavoro di David Sylvian. Non sapevo ci fossimo già incontrati anni prima, qui (in un assolo memorabile per Lucio Battisti) o qui (in un intero LP di Iggy Pop prodotto da David Bowie). 

E poi l'ho ritrovato ovunque ci fosse un album o un concerto che grazie anche a lui avrebbero poi segnato la Storia della Musica, dalla fine degli anni '70 fino a pochi anni fa: Eric Clapton, George Michael, Dire Straits, Tina Turner, Roger Daltrey, Bob Dylan, Robbie Williams, Pino Daniele...

Più che un session man, Palmer è stato una garanzia, sia tecnica che estetica: ha sempre fatto il dovuto, senza mai strafare ma sempre con originalità, restando nei limiti quando era giusto, regalando perle assolute quando sapeva di doverlo fare.

E questo libro è esattamente così: una biografia senza sbavature, ma comunque originale, dove incontri veramente centinaia di nomi fondamentali e un modo di fare musica ancora umano, fatto di mani e di bulloni e di cavi e di nastri e di errori, sempre utili, sempre con una soluzione appiccicata addosso.

NEVE DI PRIMAVERA di Yukio Mishima (Bompiani)

Pur avendo letto tutto di Mishima - e pur avendo tutto di Mishima - mi mancava solo di avventurarmi nella Tetralogia del Mare della Fertilità: ho fatto passare oltre trent'anni prima di iniziarla, perché Mishima è una cattedrale, e come tutte le cattedrali va visitata lentamente, con grande rispetto e umiltà. 

Oppure non volevo iniziarla perché significava poi terminare questo mio rapporto a distanza con il suo mondo, visto che l'ultimo volume del progetto è propedeutico al suicidio rituale di Mishima stesso.

Neve di primavera è il primo dei quattro volumi previsti e porta in sé tutte le innumerevoli qualità narrative del grande scrittore giapponese: poesia, forza, delicatezza, dolcezza, tradizioni, grazia, violenza, femminilità, seduzione, attrazione e rispetto per la Morte.

È una storia di amore, prima irruento e poi negato, ma è anche una storia di amicizia, ma anche un ritratto di un Giappone che non esiste più e che mai tornerà. 

E per quanto sia una traduzione dall'inglese, perché così voleva Mishima stesso, si respira quello stato di eterna sospensione tipica della sua scrittura, sempre precisa e nitida ma nel contempo così impalpabile ed eterea.

Avevo aspettato trent'anni prima di riprendere la mia storia di amicizia con questo monumento senza fine della letteratura mondiale di sempre. Ne è valsa la pena

07 ottobre 2026

LA SCIMMIA ANTROPOMORTA di Olivia Ninotti (Solferino)

Tra tutti i numerosi testi che ho letto sul tema (sia cartacei che online), “La scimmia antropomorta”, di Olivia Ninotti (Solferino, 2026) è tra i pochi che cerca di affrontare gli effetti della tecnologia dal punto di vista della nella nostra psiche, quella parte del nostro corpo che non sappiamo descrivere a parole, né tantomeno indagare o approfondire. E non lo dico con presunzione, ma proprio perché a nessuno di noi verrebbe mai in mente di far finta di sapere qualcosa su una parte del nostro io così complessa, rarefatta, incisiva ma intangibile.

L’autrice, invece, è una neuropsichiatra infantile: conosce quindi l’argomento e ne sa raccontare aspetti ed effetti con una penna asciutta, comprensibile, senza perdere di vista il rigore scientifico e l’approccio professionale.

Tutto il libro merita un’attenta lettura. Potrei dire che una prima parte racconta come siamo diventati Homo Sapiens, cosa è cambiato nei secoli dentro il nostro io, in una maniera però (lo dico da profano) da non comprometterne i giusti tempi della crescita, dell’assorbimento, della conoscenza, della curiosità, del capire come rispondere agli stimoli (anche quelli negativi).

La seconda parte è ficcante e disarmante, perché sembra rispondere ad alcune domande che mi sto ponendo da tempo: cosa sta veramente accadendo alle menti dei nostri giovani? Come stanno cambiando rispetto alle menti pretecnologiche? Come possiamo agire e reagire a questa tecnologia così pervasiva, senza indugiare nel luddismo, senza rifiutarne gli aspetti benefici?

È una parte che presenta anche il conto di certi nostri comportamenti post-tecnologici che però diamo ormai per assodati. Ma Ninotti non giudica, non indica, non impone una sua visione precostituita: semmai ci accompagna dentro gli studi, le analisi, i dati, analizzandoli, spiegandoli, dando loro forma e sostanza e coerenza. Dopodiché, è il lettore sensibile a sentirsi sollecitato in maniera quasi terapeutica.

I ritagli che seguono sono mie scelte arbitrarie, ma aiutano a rendere l’idea. Vi suggerisco di leggerli con molta attenzione.

«La maturazione non è un processo automatico: senza un’interazione corretta e un buon corredo genetico, il processo non avverrà come previsto.
Questo processo di apprendimento si riflette nelle nostre prime esperienze relazionali, che iniziano con l’interazione genitori-figli. E qui emerge un punto cruciale: quanto la predisposizione genetica alle relazioni complesse si vede intaccata da esperienze primarie disfunzionali? Il narcisismo, come struttura psicologica fino al disturbo psichiatrico, può manifestarsi anche in modo precocissimo nelle prime fasi dello sviluppo?
Nel primo anno di vita, il cervello di un bambino crea circa un milione di connessioni sinaptiche al secondo. È un cantiere frenetico dove ogni sguardo, ogni gesto, ha un peso specifico nello sviluppo del Sé. Non bastano i nutrienti biologici, servono quelli affettivi. Se il bambino viene messo davanti allo schermo, riceve solo stimoli digitali: colori e suoni rapidissimi, senza calore umano. Non ci sono occhi che lo seguono, né sorrisi che rispondono ai suoi.
Non c’è dialogo, ma solo esposizione. Se una madre scrolla i social mentre allatta il figlio neonato, non vede che il bambino la cerca con lo sguardo. Lui vuole incontrare i suoi occhi, trovare quel riflesso che gli dice: «Ci sei. E io ti vedo». Ma non li trova. Trova uno zigomo, forse, o la sagoma del telefono. E allora qualcosa dentro di lui si adatta. Si ritrae. Si spegne. O, peggio, si accende in modo sbagliato. Quando il bambino non riceve risposte emotive coerenti, quando il suo pianto viene sedato con la canzoncina di Peppa Pig e il suo sorriso ignorato perché la madre sta scrollando i video di Instagram, non sviluppa sicurezza, ma fame, una fame di conferme. È così che si gettano le basi per un narcisismo psichico primario.
Non parlo del narcisismo da selfie compulsivo, ma di quello profondo, invisibile: «Se non mi guardi, non esisto. Se non reagisci, devo urlare. Devo esibirmi. Devo catturarti».
Laddove le esperienze relazionali non vanno lisce come dovrebbero per difficoltà o diversità strutturali e neurobiologiche, le capacità di sviluppare le competenze sociali e relazionali possono essere compromesse. La parte difficile è che al giorno d’oggi a volte facciamo fatica a distinguere quanto è patologia, quanto è neurodivergenza e quanto è strutturale-evolutivo, con cui intendo una nuova formazione e organizzazione cerebrale delle generazioni contemporanee che si adattano dall’infanzia più precoce a un ambiente ipertecnologico
».

E poi: «ogni lacrima del bambino viene vissuta come un fallimento educativo, un sintomo da risolvere, una minaccia alla narrazione del «figlio felice». La frustrazione infantile - fisiologica, educativa, persino salutare - diventa un problema da estirpare, non un’occasione da accompagnare. Peccato che un bambino che non attraversa mai la frustrazione non costruisce strumenti interiori per gestirla da adulto. Viene su con muscoli emotivi flaccidi, abituato a una realtà ritoccata in suo favore, e con l’idea implicita che «se qualcosa mi fa star male, qualcuno sbaglia e deve sistemarlo subito.
Il dolore, il vuoto, la noia non sono anomalie da correggere, sono dimensioni dell’esistenza da imparare a sostenere. È anche in queste zone d’ombra che si costruisce la resilienza, l’empatia, e soprattutto l’autonomia
»

E quindi: «poiché tutto è spostato sull’emotività, davanti alle frustrazioni dei figli, i genitori vanno in ansia e non sono più contenitori coerenti e metabolizzanti la stessa angoscia del pargolo. In diversi studi dagli anni Novanta in poi si osserva come l’eccessiva indulgenza genitoriale possa aumentare nei bambini il rischio di sviluppare tratti narcisistici, egocentrici e fragili davanti alla frustrazione. A furia di ricevere sempre il sì, il bambino non impara la realtà, ma una sua versione personalizzata, stile Netflix: contenuti su misura, zero pubblicità, e se qualcosa non va, basta premere «salta intro». Ma la vita reale non ha il tasto «salta frustrazione», ed è qui che il «no» diventa un atto d’amore. Il genitore si è allergizzato al conflitto con i figli come fosse glutine emotivo. Il «no» viene rimandato, mascherato, vestito da «parliamone», in un eterno dialogo che sa di negoziazione sindacale».

09 settembre 2026

CRONACHE DI UN GATTO VIAGGIATORE di Hiro Arikawa (Garzanti)

Nana è un gatto randagio che vive di espedienti. Con la sua bizzarra coda a forma di sette, è fiero della sua indipendenza. Ma un giorno ha un incidente. A salvarlo e a prendersi cura di lui è Satoru. Nana all’inizio non si fida di lui, graffia e si ritrae. Non è abituato all’affetto degli uomini. Anche Satoru da tanto tempo non permette a qualcuno di avvicinarsi. Eppure capisce subito come far cambiare idea a Nana: un po’ di cibo, una cuccia calda, qualche coccola furtiva. E tra i due nasce un’amicizia speciale che riempie la loro vita.

Per quanto possa sembrare un romanzo per gattari impenitenti, la trama ti prende per mano dall'inizio alla fine, smontando ogni possibile luogo comune sui gatti, con scelte narrative imprevedibili e una strana quanto dolcissima impudenza.

Per carità, non è il libro della vita, o comunque tra quelli che tra qualche anno si leggeranno a scuola. Eppure, appena finito di leggerlo, la commozione e il languore si sono presentati tutti insieme, con un'inattesa forza disarmante; anche adesso che ne sto parlando a distanza di un paio di mesi dalla lettura.

Un suggerimento: leggetelo in una sola giornata

30 luglio 2026

COSA SONO LE NUVOLE - GLI ULTIMI ANNI DI TOTÒ di Francesco Piccolo (Einaudi)

Tenendo insieme le testimonianze degli amici e dei colleghi di Totò, narrandone la vita privata, i capricci e le bontà, l’ambizione e lo sconforto, Francesco Piccolo scandaglia gli ultimi anni del principe della risata. E riesce a distillare l’essenza di un personaggio in cui hanno convissuto anime e indoli quasi inconciliabili, miserie e nobiltà – come accade a tutte le leggende

Dopo il meraviglioso La bella confusione, Francesco Piccolo riesce nella difficilissima impresa di ripetersi, ma senza ricalcarsi, senza appoggiarsi al successo precedente. 

E lo fa con quel suo stile dolce ma non stucchevole, senza indugiare né nel pietismo né nella furba biografia strappalacrime. Piccolo, insomma, rispetta il lettore, rispetta Totò e rispetta il complicato mestiere del critico vero, che sa analizzare con professionalità, distinguendo nitidamente i suoi gusti personali con l'oggettività delle vicende narrate.

È un libro che racconta l'ultimo Totò, che però non vedrei come un declino, quanto invece come quell'inevitabile momento in cui la vita presenta il conto e noi dobbiamo essere così capaci e adulti da accettarne le sentenze finali.

Totò è stato un genio, più moderno e attuale di quanto non dicano le cronache, più profondo di certe facili macchiette, più coraggioso e controcorrente di quanto non creda quel tipo di persone contro cui sapeva scagliarsi senza ferire. 

Un libro che vi consiglio di leggere tutto d'un fiato


29 luglio 2026

LA VIA DEL MARE di Erika Fatland (Marsilio)

Nel XV secolo, dalle coste atlantiche del Portogallo prese avvio un’epoca di grandi cambiamenti: l’età delle scoperte geografiche trasformò un piccolo regno periferico in una potenza coloniale globale. Da qui Enrico il Navigatore pose le basi di un’egemonia marittima senza precedenti che, nella fase di massimo splendore, ha toccato quattro continenti e tre oceani. Cosa può rivelarci la sua storia su come nascono e si disgregano gli imperi, sul potere e sul mondo interconnesso in cui viviamo? A bordo di navi mercantili, sulla scia di quei pionieri portoghesi che fecero vela verso sud aprendo le rotte commerciali con l’Oriente, Erika Fatland ripercorre vicende e paesi, seguendo le tracce e le cicatrici di un impero perduto. Da minuscole isolette dell’Atlantico al Capo di Buona Speranza, dall’Angola a Timor Est, passando per le foreste pluviali dell’Amazzonia e le metropoli brasiliane, l’autrice si spinge fino in Giappone, il più orientale degli scali portoghesi. Interrogando luoghi e persone, fieri combattenti per la libertà e individui oppressi dall’occupazione straniera, romantici e nostalgici, riporta alla luce la controversa eredità di quel passato, impressa in maniera indelebile nei geni della discendenza, nella lingua, nella memoria

Che meraviglia di libro, di quelli che porti addosso per mesi e che vorresti rileggere tutto d'accapo. Non è solo "letteratura di viaggio" (che poi non è una definizione riduttiva), né un saggio storico, né un diario personale intriso di Storia e storie: è tutto questo ma anche molto di più.

La rara capacità che hanno le donne di saper leggere con profondità ed entusiasmo le pieghe degli eventi e delle cronache, è qui rappresentata al meglio, con uno stile e una grazia invidiabili.

Non troverete solo le gesta e le memorie di un popolo e di un Paese che è stato molto più importante di quanto venga raccontato nei libri scolastici: c'è anche la storia delle culture conquistate, spesso umiliate e a volte annientate, cui dovremmo dedicare più rispetto, da cui dovremmo imparare anche come la nostra cultura non sia (stata) così perfetta e innocente di fronte all'altro.

Suggerisco questo libro a chiunque ami leggere, a chiunque ami anche e solo il semplice gesto della lettura, quando cioè ti abbandoni totalmente e con fiducia allo stile e alla cultura di un'autrice che ho scoperto da poco e di cui ho acquistato tutte le traduzioni in italiano

28 luglio 2026

LA MALINCONIA DEL VIAGGIATORE di Jan Brokken (Iperborea)

Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere.
Come quando al Musée d’Orsay rimane impressionato davanti a un quadro di Caillebotte, un’ode alla folgorante modernità delle stazioni, e ricordandosi del compositore praghese ottocentesco Antonín Dvořák, che sul ritmo dei treni compose le sue melodie, decide di visitarne il villaggio natale.
Così visita la tomba del poeta spagnolo Machado, sui Pirenei francesi, dove una cassetta postale raccoglie le lettere che da tutto il mondo arrivano per celebrare il grande esule, fuggito dal franchismo. E a Mantova, contemplando la Camera degli Sposi di Mantegna, viene interrotto da un lettore che millanta di aver ritrovato la partitura perduta dell’Arianna di Monteverdi

Non è il Brokken migliore: alcuni racconti si perdono per strada, mentre altri sono sicuramente più potenti e convincenti. E nel suo insieme, il libro un po' ne soffre, perché perde di stimoli e linearità.

Però resta un testo dolce, romantico, da bimbo curioso, come solo sa essere l'autore. 

Alla fine, lo leggi immediatamente e avidamente, perché Brokken è come l'amico migliore, che aspetti sempre con trepidazione e affetto; e quando ti viene a trovare con le sue nuove storie, è sempre una festa