07 ottobre 2026

LA SCIMMIA ANTROPOMORTA di Olivia Ninotti (Solferino)

Tra tutti i numerosi testi che ho letto sul tema (sia cartacei che online), “La scimmia antropomorta”, di Olivia Ninotti (Solferino, 2026) è tra i pochi che cerca di affrontare gli effetti della tecnologia dal punto di vista della nella nostra psiche, quella parte del nostro corpo che non sappiamo descrivere a parole, né tantomeno indagare o approfondire. E non lo dico con presunzione, ma proprio perché a nessuno di noi verrebbe mai in mente di far finta di sapere qualcosa su una parte del nostro io così complessa, rarefatta, incisiva ma intangibile.

L’autrice, invece, è una neuropsichiatra infantile: conosce quindi l’argomento e ne sa raccontare aspetti ed effetti con una penna asciutta, comprensibile, senza perdere di vista il rigore scientifico e l’approccio professionale.

Tutto il libro merita un’attenta lettura. Potrei dire che una prima parte racconta come siamo diventati Homo Sapiens, cosa è cambiato nei secoli dentro il nostro io, in una maniera però (lo dico da profano) da non comprometterne i giusti tempi della crescita, dell’assorbimento, della conoscenza, della curiosità, del capire come rispondere agli stimoli (anche quelli negativi).

La seconda parte è ficcante e disarmante, perché sembra rispondere ad alcune domande che mi sto ponendo da tempo: cosa sta veramente accadendo alle menti dei nostri giovani? Come stanno cambiando rispetto alle menti pretecnologiche? Come possiamo agire e reagire a questa tecnologia così pervasiva, senza indugiare nel luddismo, senza rifiutarne gli aspetti benefici?

È una parte che presenta anche il conto di certi nostri comportamenti post-tecnologici che però diamo ormai per assodati. Ma Ninotti non giudica, non indica, non impone una sua visione precostituita: semmai ci accompagna dentro gli studi, le analisi, i dati, analizzandoli, spiegandoli, dando loro forma e sostanza e coerenza. Dopodiché, è il lettore sensibile a sentirsi sollecitato in maniera quasi terapeutica.

I ritagli che seguono sono mie scelte arbitrarie, ma aiutano a rendere l’idea. Vi suggerisco di leggerli con molta attenzione.

«La maturazione non è un processo automatico: senza un’interazione corretta e un buon corredo genetico, il processo non avverrà come previsto.
Questo processo di apprendimento si riflette nelle nostre prime esperienze relazionali, che iniziano con l’interazione genitori-figli. E qui emerge un punto cruciale: quanto la predisposizione genetica alle relazioni complesse si vede intaccata da esperienze primarie disfunzionali? Il narcisismo, come struttura psicologica fino al disturbo psichiatrico, può manifestarsi anche in modo precocissimo nelle prime fasi dello sviluppo?
Nel primo anno di vita, il cervello di un bambino crea circa un milione di connessioni sinaptiche al secondo. È un cantiere frenetico dove ogni sguardo, ogni gesto, ha un peso specifico nello sviluppo del Sé. Non bastano i nutrienti biologici, servono quelli affettivi. Se il bambino viene messo davanti allo schermo, riceve solo stimoli digitali: colori e suoni rapidissimi, senza calore umano. Non ci sono occhi che lo seguono, né sorrisi che rispondono ai suoi.
Non c’è dialogo, ma solo esposizione. Se una madre scrolla i social mentre allatta il figlio neonato, non vede che il bambino la cerca con lo sguardo. Lui vuole incontrare i suoi occhi, trovare quel riflesso che gli dice: «Ci sei. E io ti vedo». Ma non li trova. Trova uno zigomo, forse, o la sagoma del telefono. E allora qualcosa dentro di lui si adatta. Si ritrae. Si spegne. O, peggio, si accende in modo sbagliato. Quando il bambino non riceve risposte emotive coerenti, quando il suo pianto viene sedato con la canzoncina di Peppa Pig e il suo sorriso ignorato perché la madre sta scrollando i video di Instagram, non sviluppa sicurezza, ma fame, una fame di conferme. È così che si gettano le basi per un narcisismo psichico primario.
Non parlo del narcisismo da selfie compulsivo, ma di quello profondo, invisibile: «Se non mi guardi, non esisto. Se non reagisci, devo urlare. Devo esibirmi. Devo catturarti».
Laddove le esperienze relazionali non vanno lisce come dovrebbero per difficoltà o diversità strutturali e neurobiologiche, le capacità di sviluppare le competenze sociali e relazionali possono essere compromesse. La parte difficile è che al giorno d’oggi a volte facciamo fatica a distinguere quanto è patologia, quanto è neurodivergenza e quanto è strutturale-evolutivo, con cui intendo una nuova formazione e organizzazione cerebrale delle generazioni contemporanee che si adattano dall’infanzia più precoce a un ambiente ipertecnologico
».

E poi: «ogni lacrima del bambino viene vissuta come un fallimento educativo, un sintomo da risolvere, una minaccia alla narrazione del «figlio felice». La frustrazione infantile - fisiologica, educativa, persino salutare - diventa un problema da estirpare, non un’occasione da accompagnare. Peccato che un bambino che non attraversa mai la frustrazione non costruisce strumenti interiori per gestirla da adulto. Viene su con muscoli emotivi flaccidi, abituato a una realtà ritoccata in suo favore, e con l’idea implicita che «se qualcosa mi fa star male, qualcuno sbaglia e deve sistemarlo subito.
Il dolore, il vuoto, la noia non sono anomalie da correggere, sono dimensioni dell’esistenza da imparare a sostenere. È anche in queste zone d’ombra che si costruisce la resilienza, l’empatia, e soprattutto l’autonomia
»

E quindi: «poiché tutto è spostato sull’emotività, davanti alle frustrazioni dei figli, i genitori vanno in ansia e non sono più contenitori coerenti e metabolizzanti la stessa angoscia del pargolo. In diversi studi dagli anni Novanta in poi si osserva come l’eccessiva indulgenza genitoriale possa aumentare nei bambini il rischio di sviluppare tratti narcisistici, egocentrici e fragili davanti alla frustrazione. A furia di ricevere sempre il sì, il bambino non impara la realtà, ma una sua versione personalizzata, stile Netflix: contenuti su misura, zero pubblicità, e se qualcosa non va, basta premere «salta intro». Ma la vita reale non ha il tasto «salta frustrazione», ed è qui che il «no» diventa un atto d’amore. Il genitore si è allergizzato al conflitto con i figli come fosse glutine emotivo. Il «no» viene rimandato, mascherato, vestito da «parliamone», in un eterno dialogo che sa di negoziazione sindacale».

09 settembre 2026

CRONACHE DI UN GATTO VIAGGIATORE di Hiro Arikawa (Garzanti)

Nana è un gatto randagio che vive di espedienti. Con la sua bizzarra coda a forma di sette, è fiero della sua indipendenza. Ma un giorno ha un incidente. A salvarlo e a prendersi cura di lui è Satoru. Nana all’inizio non si fida di lui, graffia e si ritrae. Non è abituato all’affetto degli uomini. Anche Satoru da tanto tempo non permette a qualcuno di avvicinarsi. Eppure capisce subito come far cambiare idea a Nana: un po’ di cibo, una cuccia calda, qualche coccola furtiva. E tra i due nasce un’amicizia speciale che riempie la loro vita.

Per quanto possa sembrare un romanzo per gattari impenitenti, la trama ti prende per mano dall'inizio alla fine, smontando ogni possibile luogo comune sui gatti, con scelte narrative imprevedibili e una strana quanto dolcissima impudenza.

Per carità, non è il libro della vita, o comunque tra quelli che tra qualche anno si leggeranno a scuola. Eppure, appena finito di leggerlo, la commozione e il languore si sono presentati tutti insieme, con un'inattesa forza disarmante; anche adesso che ne sto parlando a distanza di un paio di mesi dalla lettura.

Un suggerimento: leggetelo in una sola giornata

30 luglio 2026

COSA SONO LE NUVOLE - GLI ULTIMI ANNI DI TOTÒ di Francesco Piccolo (Einaudi)

Tenendo insieme le testimonianze degli amici e dei colleghi di Totò, narrandone la vita privata, i capricci e le bontà, l’ambizione e lo sconforto, Francesco Piccolo scandaglia gli ultimi anni del principe della risata. E riesce a distillare l’essenza di un personaggio in cui hanno convissuto anime e indoli quasi inconciliabili, miserie e nobiltà – come accade a tutte le leggende

Dopo il meraviglioso La bella confusione, Francesco Piccolo riesce nella difficilissima impresa di ripetersi, ma senza ricalcarsi, senza appoggiarsi al successo precedente. 

E lo fa con quel suo stile dolce ma non stucchevole, senza indugiare né nel pietismo né nella furba biografia strappalacrime. Piccolo, insomma, rispetta il lettore, rispetta Totò e rispetta il complicato mestiere del critico vero, che sa analizzare con professionalità, distinguendo nitidamente i suoi gusti personali con l'oggettività delle vicende narrate.

È un libro che racconta l'ultimo Totò, che però non vedrei come un declino, quanto invece come quell'inevitabile momento in cui la vita presenta il conto e noi dobbiamo essere così capaci e adulti da accettarne le sentenze finali.

Totò è stato un genio, più moderno e attuale di quanto non dicano le cronache, più profondo di certe facili macchiette, più coraggioso e controcorrente di quanto non creda quel tipo di persone contro cui sapeva scagliarsi senza ferire. 

Un libro che vi consiglio di leggere tutto d'un fiato


29 luglio 2026

LA VIA DEL MARE di Erika Fatland (Marsilio)

Nel XV secolo, dalle coste atlantiche del Portogallo prese avvio un’epoca di grandi cambiamenti: l’età delle scoperte geografiche trasformò un piccolo regno periferico in una potenza coloniale globale. Da qui Enrico il Navigatore pose le basi di un’egemonia marittima senza precedenti che, nella fase di massimo splendore, ha toccato quattro continenti e tre oceani. Cosa può rivelarci la sua storia su come nascono e si disgregano gli imperi, sul potere e sul mondo interconnesso in cui viviamo? A bordo di navi mercantili, sulla scia di quei pionieri portoghesi che fecero vela verso sud aprendo le rotte commerciali con l’Oriente, Erika Fatland ripercorre vicende e paesi, seguendo le tracce e le cicatrici di un impero perduto. Da minuscole isolette dell’Atlantico al Capo di Buona Speranza, dall’Angola a Timor Est, passando per le foreste pluviali dell’Amazzonia e le metropoli brasiliane, l’autrice si spinge fino in Giappone, il più orientale degli scali portoghesi. Interrogando luoghi e persone, fieri combattenti per la libertà e individui oppressi dall’occupazione straniera, romantici e nostalgici, riporta alla luce la controversa eredità di quel passato, impressa in maniera indelebile nei geni della discendenza, nella lingua, nella memoria

Che meraviglia di libro, di quelli che porti addosso per mesi e che vorresti rileggere tutto d'accapo. Non è solo "letteratura di viaggio" (che poi non è una definizione riduttiva), né un saggio storico, né un diario personale intriso di Storia e storie: è tutto questo ma anche molto di più.

La rara capacità che hanno le donne di saper leggere con profondità ed entusiasmo le pieghe degli eventi e delle cronache, è qui rappresentata al meglio, con uno stile e una grazia invidiabili.

Non troverete solo le gesta e le memorie di un popolo e di un Paese che è stato molto più importante di quanto venga raccontato nei libri scolastici: c'è anche la storia delle culture conquistate, spesso umiliate e a volte annientate, cui dovremmo dedicare più rispetto, da cui dovremmo imparare anche come la nostra cultura non sia (stata) così perfetta e innocente di fronte all'altro.

Suggerisco questo libro a chiunque ami leggere, a chiunque ami anche e solo il semplice gesto della lettura, quando cioè ti abbandoni totalmente e con fiducia allo stile e alla cultura di un'autrice che ho scoperto da poco e di cui ho acquistato tutte le traduzioni in italiano

28 luglio 2026

LA MALINCONIA DEL VIAGGIATORE di Jan Brokken (Iperborea)

Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere.
Come quando al Musée d’Orsay rimane impressionato davanti a un quadro di Caillebotte, un’ode alla folgorante modernità delle stazioni, e ricordandosi del compositore praghese ottocentesco Antonín Dvořák, che sul ritmo dei treni compose le sue melodie, decide di visitarne il villaggio natale.
Così visita la tomba del poeta spagnolo Machado, sui Pirenei francesi, dove una cassetta postale raccoglie le lettere che da tutto il mondo arrivano per celebrare il grande esule, fuggito dal franchismo. E a Mantova, contemplando la Camera degli Sposi di Mantegna, viene interrotto da un lettore che millanta di aver ritrovato la partitura perduta dell’Arianna di Monteverdi

Non è il Brokken migliore: alcuni racconti si perdono per strada, mentre altri sono sicuramente più potenti e convincenti. E nel suo insieme, il libro un po' ne soffre, perché perde di stimoli e linearità.

Però resta un testo dolce, romantico, da bimbo curioso, come solo sa essere l'autore. 

Alla fine, lo leggi immediatamente e avidamente, perché Brokken è come l'amico migliore, che aspetti sempre con trepidazione e affetto; e quando ti viene a trovare con le sue nuove storie, è sempre una festa

27 luglio 2026

ARTÙ, LANCILLOTTO E IL GRAAL - I (Einaudi)

Il ciclo di romanzi in antico francese che gli specialisti conoscono con il titolo Lancelot-Graal, o ciclo della Vulgata, non è mai stato tradotto integralmente in italiano in epoca moderna, nonostante sia una delle opere piú grandiose del Medioevo europeo, e abbia esercitato uno straordinario influsso sull’immaginario narrativo della cultura occidentale. Di autore ignoto, forse piú autori al lavoro insieme, composta nei primi decenni del XIII secolo in una località imprecisata della Francia del Nord, non incardinata né sui miti del mondo greco-romano né sul confronto tra il mondo cristiano e il mondo islamico, la Vulgata non sembra possedere i connotati che definiscono un classico secondo i parametri correnti, e di fatto non è stata ancora pienamente riconosciuta come tale

Francamente, non so perché amo avventurarmi in queste letture, ma sono così belle e saporite che in realtà mi meraviglio io del contrario: come mai, cioè, non siate in tanti a leggere questi deliziosi capolavori.

Soprattutto la prima parte, è addirittura divertente: l'ignoto autore s'impegna al massimo per ricostruire un impossibile link tra la Passione di Cristo e le gesta di Artù, arrivando a sconvolgere geografie e biografie in maniera addirittura rocambolesca.

La seconda e la terza parte del libro è una serie continua di battaglie, amori, vendette e tradimenti, senza soluzione di continuità, tanto che mi sono dovuto affidare più volte alla guida di riferimento. Ma è tutto così bello che alla fine non fai caso ad alcune ripetizioni, come anche a una schematicità abbastanza prevedibile.

La curatela è sontuosa, come da tradizione Einaudi: gli altri tre volumi sono lì, in cima alla mia libreria, pronti ad essere divorati a partire da settembre prossimo


24 luglio 2026

IL MURO di John Lanchester (Sellerio)

Nella Gran Bretagna del prossimo futuro non ci sono più spiagge. Al loro posto c’è il Muro, e i Difensori che scrutano il mare. Perché gli Altri stanno arrivando

Tempo fa, avevo letto una buona recensione di questo romanzo di John Lanchester: considerato il titolo e lo spunto iniziale, l'ho comprato senza indugio. 

Però, poi, l'ho letto con sin troppa velocità. E quando vado troppo veloce, vuol dire che c'è qualcosa che non mi torna.

La trama è ovvia, lo stile scipito, i dialoghi non prendono, i personaggi sono senza personalità. Insomma, è un libro che non merita di far parte del catalogo di Sellerio. 

Il mio non è un giudizio viziato da chissà quali antipatie personali. È un suggerimento asettico: lasciate perdere, passate oltre