La vittoria elettorale negli USA non è “nostra”. Inutile girarci intorno: la sinistra statunitense non è paragonabile a quella europea, men che meno a quella italiana (men che meno agli intenti geopolitici dell’Unione Europea). Eppure, c’è chi ha fatto assimilazioni politiche che francamente trovo ridicole, ma anche irresponsabili. Comunque sia, un evento epocale come queste elezioni americane rischia di distrarci da questioni apparentemente filosofiche che invece riguardano anche il mondo pratico: la democrazia è una perla delicatissima che va protetta costantemente, anche e soprattutto nella nostra quotidianità.
Indipendentemente da questo, stiamo passando un periodo
inverosimile - anche inedito, direi; visto che per la prima volta la tecnologia
è diventato anche strumento politico. E però, proprio quando bisogna mantenersi
duttili e risoluti, abbiamo arretrato il baricentro della nostra modernità:
all’ottusità del razzismo, dell’omofobia, del maschilismo, abbiamo
contrattaccato con altrettanta ottusità, rendendo ridicole le lotte per l’equità
e la parità, banalizzando istanze e motivazioni, usando il ditino giudicante
con irritante ipocrisia, mancando per primi alle istanze che pretendiamo di
rivendicare.
C’è chi ha sintetizzato tutto questo con la definizione woke,
che però nasconde un fenomeno più americano che europeo; anche se sono convinto
che ci sia qualcosa in comune con alcuni meccanismi contorti tipici della
sinistra europea (Diego
Abatantuono lo semplifica in maniera eccellente).
Ho finito di leggere l’ottimo "L'età del
malcontento" di Thomas Chatterton Williams: per quanto sia
chiaramente orientato verso la cultura e la mentalità USA, offre moltissimi
spunti anche per noi italici “al confine dell’Impero” (adoro questa definizione
di Umberto Eco).
Libro che si è posto una domanda che per noi italiani ha
un sapore molto particolare e attuale: come mai la destra è diventata così
reazionaria e intransigente? Libro che mi ha messo di fronte a un’altra domanda
che da giorni vive dentro di me come un loop (il loop di Loppi): se la natura
di una democrazia è il diritto di parola per chiunque, come può dar voce a chi
professa idee antidemocratiche?
Da anni, abbiamo provato a rispondere a questa seconda
domanda, praticando soluzioni che anziché rafforzare la democrazia, ha
amplificato la forza dei “cattivi” che vogliamo combattere. Altrimenti, perché
abbiamo regalato alla destra neofascista il privilegio di eleggere per la prima
volta una donna sullo scranno della Presidenza del Consiglio?
Thomas Chatterton Williams sottolinea come il problema
non sia ideologico, ma linguistico e tribale: quando un sistema democratico
permette a chi vuole smantellarlo di usare gli stessi strumenti di protezione
(la libertà di espressione) per svuotarli di senso, la democrazia si trova a
subire un'arma di ricatto semantico.
La soluzione teorica indicata dallo scrittore americano
non è la censura - che validerebbe la narrazione vittimistica degli estremisti
- ma il rifiuto del tribalismo identitario. Dobbiamo smettere di considerare le
idee antidemocratiche come "opinioni identitarie" intoccabili, e
iniziare a smontarle sul piano fattuale e logico, rifiutando le trappole
linguistiche in cui la retorica populista o illiberale costringe il dibattito.
La democrazia, insomma, sopravvive se la maggioranza dei
cittadini esercita il proprio senso critico rifiutando la polarizzazione,
anziché affidandosi a divieti calati dall'alto che finiscono per alimentare il
malcontento.
Però, direte voi, il problema è la gente comune: come
ci ricorda quel genio di Ricky Gervais (un comico, pensate un po’), la
gente comune non è proprio il massimo della cultura e della capacità analitica.
La democrazia, infatti, richiede uno sforzo cognitivo ed etico faticoso, mentre
il populismo e l'estremismo offrono scorciatoie identitarie comode e immediate.
Per usare una battuta diffusa, alla gente comune non
serve una laurea; semmai, serve una propensione alla ginnastica mentale che
persino la scuola e il dibattito pubblico disincentivano in favore del consumo
rapido di slogan. Un conto è dimenarsi nel gorgo della complessità dei
problemi, un conto è la tentazione di delegare il pensiero a chi urla
semplicismi.
Ergo, la destra ha un doppio gioco facile: la mancanza di
profondità, l’attuale contesto (anche tecnologico) che impedisce questa
profondità.
Lo so: sto di nuovo indugiando nel woke. E allora?
L’ideale, secondo Chatterton, sarebbe spostare il focus
del dibattito dai meri valori alle conseguenze pratiche. Invece di discutere se
una frase sia o meno discriminatoria, dovremmo chiedere agli elettori di
scendere nel concreto. Ad esempio: "Se applichiamo questa misura alla
pubblica amministrazione o alla scuola, esattamente come si traduce nella vita
di tutti i giorni per i nostri figli o per chi lavora?". Teoricamente, le
idee populiste crollerebbero qualora venissero costrette a fare i conti con la
logica amministrativa e la realtà materiale.
Certo è che incontrassi l’intransigente nudo e crudo,
l'eloquenza o il tentativo di fare una "lezione" logica
peggiorerebbero le cose, sembrando di una supponenza intollerabile. Ebbene, con
chi non è disposto al dibattito, la strategia di Chatterton Williams suggerisce
di cambiare completamente obiettivo: non convincere l'altro in dieci minuti, ma
piantare un granello di sabbia nel meccanismo.
Certo, guardando a noi, vien da pensare che il
vannacciano non mollerebbe: una prova di dialogo non sussisterebbe in alcun
modo. Con certe derive ideologiche non si discute, perché il loro perimetro
mentale è impermeabile ai fatti.
La strategia del "granello di sabbia" - o della
domanda spiazzante - sono inutili contro l'estremista irrecuperabile. Possono
invece funzionare per quella zona grigia di elettori tiepidi che votano di
pancia, per rabbia o per fastidio verso il politicamente corretto; ma che se
messi di fronte al fanatismo potrebbero prendere le distanze.
Se l'interlocutore è il fanatico puro, insomma, la mossa
giusta non è il dialogo (che legittima la sua visione trasformandola in un
"dibattito alla pari"), ma la demarcazione netta del confine. Di
fronte a questa mediocrità calcolata, l'unica reazione non è argomentare, ma
smascherare la loro incoerenza pratica o semplicemente rifiutarsi di
legittimarli con la conversazione.
Chatterton Williams non sa dare ricette esaurienti, e
anche lui vive questo cortocircuito: da afroamericano liberale, critica
ferocemente il tribalismo e il vittimismo identitario della sinistra
identitaria, ma nel contempo rifiuta con sdegno il razzismo e l'illiberalismo
della destra reazionaria.
Il punto per uscirne non è trovare modi
"dissimulati" per difendere le minoranze, ma cambiare piano. Non devi
difendere l'ebreo, il nero o il gay in quanto categorie protette da una
sensibilità ideologica (il terreno in cui sguazza il wokismo), ma devi
difendere la persona, i suoi diritti civili e il principio liberale universale
per cui lo Stato non deve ficcare il naso nella vita privata o nell'identità di
nessuno.
La vera difesa credibile è tornare al primato
dell'individuo: non difendi il gay perché appartiene a una categoria speciale,
ma perché ha lo stesso diritto di chiunque altro di vivere la propria vita
senza che nessuno rompa le scatole; non difendi l'ebreo per pietismo o sensi di
colpa occidentali, ma perché l'antisemitismo è un cancro morale che distrugge
la libertà di chiunque.
Quando sposti la difesa sul piano dei principi liberali
classici (uguaglianza davanti alla legge, libertà individuale, responsabilità
personale), smetti di fare il gioco del wokismo (che divide le persone in
tribù) e smonti la retorica della destra (che quelle tribù vuole
discriminarle). Non serve dissimulare: serve essere radicalmente coerenti con
l'idea che le persone valgono come individui, non come etichette.
Quello di Chatterton sembra sicuramente un élitismo liberale,
ma apparentemente concessivo al dialogo con la gente comune o con l’area grigia
di cui sopra. La critica al wokismo richiede un livello di astrazione
altissimo: devi essere in grado di tenere insieme due concetti complessi -
denunciare il settarismo della sinistra identitaria senza fare il gioco della
destra reazionaria. È un esercizio di funambolismo politico ed etico che
richiede tempo, strumenti critici e una certa sicurezza culturale.
Il liberalismo classico è strutturalmente svantaggiato
nella battaglia politica di massa, e la ragione è semplice: la complessità non
fa presa sulla pancia delle persone. Il populismo, il wokismo e l'estremismo
offrono tutti lo stesso prodotto a basso costo cognitivo: la tribù e il capro
espiatorio. Ti dicono esattamente chi è il buono, chi è il cattivo, chi odiare
e perché il mondo fa schifo. Ti danno un'identità preconfezionata in cambio
della tua adesione emotiva.
La domanda aperta - e forse il vero limite che si prova
leggendo il libro - è: come si traduce questo rigore intellettuale in un
linguaggio che non sia elitario, senza però scadere nella demagogia?





