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20 ottobre 2020

How Wonderful You Were, my dear Gordon Haskell

Nella ormai indefinibile lunghissima storia dei King Crimson, In the Wake of Poseidon non gode di buona fama, nonostante alcuni momenti sublimi e la discontinua presenza dell'ormai ex Greg Lake. Alcuni critici frettolosi lo considerano una sorta di gemello povero del seminale In the Court of Crimson King, mentre io sono convinto che in esso si possano ascoltare momenti di sperimentazione e di modernissime intuizioni che destano poca attenzione solo a causa di alcune sonorità troppo datate. 
Ad ogni modo, è un LP, CD, MP3 (fate un po' voi) che almeno una volta nella vita andrebbe ascoltato per intero, e magari consecutivamente. Anche e solo per un motivo: l'impatto con Cadence and Cascade, una perla di sublime bellezza che ancora oggi disarma per quella sua vellutata e rarefatta pastosità di note sottili e commoventi.
E la voce che vi accarezza l'anima è quella di Gordon Haskell, anche bassista del combo, nonché voce definitiva nel successivo Lizard (questo ancor più sperimentale, con una stridente coda vocale di Jon Anderson, la voce degli Yes).
Gordon Haskell discuteva spesso con il leader Robert Fripp, suo ex compagno di classe. D'aldronde chi è che non l'ha fatto? Il primo troppo vicino al folk e al jazz; il secondo, invece, incline alla quadratura dell'impossibile.
In linea generale, va detto che Fripp ha sempre preferito pescare (o inventare) le migliori voci tra i migliori bassisti, quasi fosse un requisito obbligato: Lake, Haskell, Burrell, Wetton, tutti bassismi distinguibili, presenti, alcuni rivoluzionari; Belew è stata un'eccezione, ma fino ad un certo punto, visto che ha un approccio armonico tipico del bassista in nuce.
In Lizard, Haskell dà prova di grande spessore, di acuta attenzione per le sfumature, anche di una certa volontà interpretativa, specie in Lady of the Dancing Water, come anche in Indoor Games. Però il tessuto musicale è così tetraedico, spigoloso, cerebrale, che ci si perde per strada tra le eccessive sperimentazioni; io le adoro, ma mi rendo conto che mettano a dura prova l'ascoltatore meno allenato.
Fatto sta che, appena finita l'intera registrazione, Haskell sbatte la porta in faccia a Fripp, perdendo il treno della fama e della gloria, riuscendo solo una volta - dopo faticosi tentativi troppo personali - a ritagliarsi una brevissima parte nella Storia della Musica nel 2002, con l'eccellente ballad How Wonderful You Are.
La prima volta che l'ascoltai, mi commossi e mi sentii anche in colpa: solo dopo capii chi era stato quel crooner ormai maturo, con le rughe piene di storie e la malinconia che scendeva dagli occhi. 
Una voce cui abbiamo dato poco merito e che avrebbe potuto donarci più note senza tempo se solo avesse avuto la voglia di restare nel mondo dei normali.
Ma quando si è così dolci e insicuri, la vita non dà scampo, lasciandoti nel mondo della leggenda solo quando sei morto.
So long, Gordon, e grazie.

29 maggio 2020

I RAGAZZI DI BARROW di Adelphi e la serie THE TERROR

Quando nell'800 l'Inghilterra si ritrovò d'incanto padrona dei Mari, la quantità di ufficiali e di marinai "inutilizzati" era considerevole. E come spesso càpita tra gli angoli meno noti della Storia degli uomini, questo problema (anche economico, va detto) fu trasformato in opportunità da un personaggio di cui solo gli esperti avevano sentito parlare, perlomeno prima di questo splendido volume edito da Adelphi.
Al Secondo Segretario dell'Ammiragliato, sir John Barrow, venne in mente un'idea a dir poco geniale: abbiamo gli strumenti, abbiamo gli uomini, non abbiamo ostacoli se non la nostra stessa forza marina... esploriamo il Pianeta! Se non per le ricchezze, se non per la gloria, sicuramente troveremo territori inesplorati, scorciatoie ritenute leggendarie, paesi con cui aprire nuove vie commerciali, un peso specifico di cui la Storia ci renderà conto.
E così, John Ross, William Edward Parry, James Clark Ross e John Franklin, veleggiarono verso la leggenda, che solo un bellissimo e avvincente testo come questo sa raccontare con dovizia di particolari, mai inutili e mai eccessivi.
Fergus Fleming, parente stretto del papà di 007, scrive con i tempi giusti, ironia misurata e senso della meraviglia. Non c'è pagina che resti abbandonata a se stessa, con una serie di trame nella trama in cui Leggenda e Storia sono amalgamate in maniera credibile e avvincente.
E a questo libro, così "adelphiano" e memorabile, potremmo agganciare la prima stagione della serie The Terror, che cerca di spiegare cosa sia accaduto proprio alla spedizione di sir John Franklin e del capitano Francis Crozier. Premetto subito che i toni e la forza narrativa delle due opere non sono assolutamente sovrapponibili, nonostante entrambe abbiano una bellezza e una dignità di assoluta qualità.
La spedizione Erebus e Terror (1848) fu organizzata per la ricerca del fatidico Passaggio a Nord-Ovest, già sfiorato più volte durante altre spedizioni "inventate" da Barrow; ma finì in maniera tragica, visto che entrambi gli equipaggi sparirono nel nulla, in circostanze mai chiarite esaurientemente. 

La serie si basa più sul libro-ricerca-fiction di Dan Simmons, e fornisce alcune risposte, in parte "televisive" in parte credibili, con una chiosa finale romantica e piena di languore (con una coda musicale di Robert Fripp).
Secondo me, alcune cose "eccessive" potevano essere evitate: ogni tanto si vede "troppo" e in maniera insistita; difetto che però diventa di secondo piano di fronte alla prova di bravura dei tre attori che interpretano i tre ufficiali, Jared Harris tra tutti.

Onestamente, non saprei suggerirvi se vedere prima la serie e poi leggere il libro, o viceversa. Io ho letto prima il libro - che peraltro a questo dramma dedica giustamente solo una ventina di pagine. 
Però non faccio testo... buon divertimento!

04 febbraio 2017

John Wetton e la voce che sa di muschio

Ricordo nitidamente Carlo Massarini quando presentò per la prima volta una canzone degli Asia, "Only Time Will Tell". La voce di John Wetton sembrava scaturire da un bosco inglese, in una brividosa alba di un autunno mite, con le mani in tasca dentro jeans sapientemente rovinati, l'alito appiccicoso dell'appena svegli e che buttava fuori umidità, un sorriso di un amico, l'ennesima sigaretta fumata a metà. 
Era una voce che sapeva aggredire ma soprattutto sedurre, con una gamma infinita di colori e di luci. E stiamo parlando di una canzonetta pop, peraltro raccontata da un video di rara bruttezza.
Dopodiché entrai nel mondo dei King Crimson e degli UK pressoché contemporaneamente. E lì il nostro amico mi cambiò la visione della musica. 
John Wetton suonava magnificamente anche il basso, con un approccio da macho duro e spietato con le donne, piazzandogli contro però questa sublime voce da disperato adolescente con l'aspetto già da adulto.
Non c'è canzone cantata da John Wetton che non sia una scuola di canto per neofiti. Non c'è una pausa o un silenzio che non siano perfetti, spontanei e studiati. Non c'è momento sperimentale dei King Crimson in cui il suo basso non sia l'impeccabile alfiere della spedizione sonora.
E del resto conferma(va) l'acuta attitudine di Robert Fripp di andarsi a scegliere sempre voci così impeccabili e sontuose, di più-o-meno bassisti, che coincid(ev)ano con la sua visione dei suoni e dei silenzi (ahimé, ne sono morte già tre su sei).
Nella mia particolare classifica di buon ascolto, metto al primo posto "Book Of Saturday", subito dopo "Exiles" e "Fallen Angel", quindi "The Night Watch", infine tutte le altre, indistintamente.
Paradossalmente, il mio CD preferito, però, non è crimsoniano: ma il primo e omonimo degli U.K., dove Wetton prende in mano le melodie e le nobilita con la sua voce al muschio albeggiante.
Secondo l'autobiografia di Bruford, Wetton aveva poca autostima. Non mi meraviglia, ma per un semplice motivo: fosse stato consapevole della sua inimitabile eleganza, sarebbe diventato stucchevole e presuntuoso come Sting. Il cronico disagio di Wetton, insomma, è stata la sua linfa artistica. 

Spero solo che adesso che sta lì nella Stanza della Musica di Sempre, possa finalmente rendersi conto di cosa diamine abbia lasciato nei nostri cuori.
So long, John Wetton.

14 novembre 2016

The elements of King Crimson tour 2016 - Il concerto di Roma

Narra la leggenda che nei credit di Trio figuri anche Bill Bruford nonostante non vi abbia suonato, proprio perché Robert Fripp gli riconobbe l'idea di non aver mosso percussione alcuna. Che sia vero o no, è tipicamente da Robert Fripp, e non solo sul piano della mera provocazione tipicamente british
Fatto sta che passare da questa sorniona visione artistica (del 1974) al tirar fuori ben tre batterie (in questo 2016), ne passa.
A livello emotivo, il concerto di Roma ha smosso il freddo calcolatore che è in me: non nascondo che ascoltando cose come The Letters (una delle mie preferite insieme a Book of Saturday, purtroppo e invece non eseguita) o Epitaph, il mio cuore si è commosso all'inverosimile, solcando qualche lacrimuccia nella guancia ormai cinquantenne.
Però bisogna anche avere il coraggio di astrarsi, di uscire fuori da se stessi: splendidi tecnicismi, impressionanti controtempi su controtempi, ma troppi tom e troppe casse gratuite.
Mia moglie ed io avevamo due posti eccellenti, ma Mel Collins ce lo siamo persi spesso e volentieri... per tacer dei (rari, stranamente) solismi di Fripp, umiliati da fracassoni rullanti.
Per carità: Vroom riletta tipo Peter Gunn Theme ha avuto un suo fascino; Schizoid Man interrotta da un drum solo di quasi dieci minuti, è già diventato un mo(nu)mento di rara eternità; Talking Drum sembrava uscita due giorni fa... però c'è qualcosa che non torna in questa operazione.
Fripp mi ha insegnato - ci ha insegnato - a lavorare per sottrazione. Ricordiamo cose tipo Islands: la Les Paul del nostro idolo quasi non si sente. Ricordiamo The Night Watch: Fripp esegue un solo di rara nitidezza senza "petrucciare" mai. Ogni brano dei King Crimson, insomma, è sempre stato caratterizzato dall'incantevole incontro tra grazia e matematica, tra calcolo e improvvisazione, tra algoritmo e pause. Sottrazione, sottrazione, sottrazione.
Nel concerto di Roma, invece, si è persa totalmente questa attitudine, questo sapore, questa lezione di vita (come l'ha definita anche Bollani, presentando proprio Fripp e Zappa come suoi unici esempi di come ci si debba avvicinare alla composizione).
Qualcuno potrebbe farmi notare come nel dvd Radical Action to Unseat the Hold of Monkey Mind che racconta questo Elements Tour non ci siano gli echi della pessima acustica della Conciliazione, e che si possono apprezzare serenamente le tre batterie.
Ma non mi basta, e non posso accettare di dover ragionare con questi distinguo: quelle tre batterie sono diventate troppe. Una scelta artistica che francamente non riesco proprio a comprendere.
È vero, i King Crimson degli anni '90 ne avevano due: ma una era di Bill Bruford, delicato e perfetto come pochi. È vero anche che il Miles Davis elettrico di batteristi ne usò addirittura tre: ma erano misurati e ben calibrati.
Qui abbiamo avuto: Pat Mastellotto, che da sempre picchia troppo e senza fantasia; Gavin Harrison - anche direttore musicale - che ha usato il rullante come la carta sulla lingua; Jeremy Stacey, che notoriamente ha un'eccellente anima jazz, soffocata però dai due comprimari.
Tra le curiosità: girava voce che non avremmo mai ascoltato qualcosa del primo periodo con Adrian Belew. Leggenda vuole infatti, che lui e Fripp abbiano litigato di brutto. E proprio mentre mi stavo rassegnando a subire la censura sul trittico degli anni '80, parte Indiscipline in una mirabile versione "lirica 2.0"... le cui parole, guarda caso, non sono di Adrian, ma della moglie, Margaret.
Una volta, quando Fripp si ritirò temporaneamente dalle scene, scrissi che era finita un'èra. Ma non l'era del prog, cui solo gli ignoranti assimilano i King Crimson; semmai era finita l'èra della musica rispettosa di se stessa.
Sabato sera, i King Crimson hanno rispettato il passato, hanno dimostrato che ha ancora molto da dire, che è "attuale" e originale all'inverosimile... ma hanno dimenticato la musica.
Tornando al me romanticone, invece, questo è stato l'ultimo concerto rock cui ho assistito. Mi piace averlo fatto insieme ai miei amici di sempre. 


La scaletta 
Tuning Up
Larks’ Tongues in Aspic (Part I)
Pictures of a City
Cirkus
The Letters
Sailor’s Tale
Epitaph
Hell Hounds of Krim
Easy Money
Vroom
Peace: An End
Fairy Dust
Meltdown
The Talking Drum
Larks’ Tongues in Aspic (Part II)
----
Magic Sprinkles
Lizard
Indiscipline
The Court of the Crimson King
Red
The ConstruKction of Light
A Scarcity of Miracles
Radical Action II
Level 5
Starless
----
Devil Dogs of Tessellation Row
21st Century Schizoid Man

13 giugno 2015

David Cross & Robert Fripp: Starless Starlight

Composto ben prima di apparire nel seminale Red (1974), Starless è uno di quei capolavori dei King Crimson che ancora oggi ha molto da dire, superando anche cronologicamente la prova del suono; andando oltre, cioè, quell'idea di vetusto che spesso l'equalizzazione degli strumenti di vecchi ascolti portano con sé (gli Chic, per dire, li incastonate nei primi anni '80 senza tanti problemi; e lì restano).
È uno di quei brani in cui convivono progressive, rock, pop, indie, hard rock e jazz senza soluzione di continuità. E dove muscolano prepotentemente autentici mostri sacri della musica che hanno suonato i generi più disparati prima, durante e dopo quest'esperienza, lasciando sempre tracce innovative e di rara qualità tecnicoestetica.
Ere dopo, quando Craig Armstrong volle cavalcare la sua improvvisa visibilità per aver curato le musiche di Moulin Rouge, se ne uscì con uno strano compendio di musica a metà tra l'ambient, il muzak e l'elettronico dal titolo un po âgé As If to Nothing (2002). Tra i brani facevano capolino anche curiose (ri)letture di brani eterogenei tra cui proprio il commovente incipit di Starless. Mi sembrò un'operazione un po' cafona ma molto efficace che però mi vide abbandonarne l'ascolto dopo pochi giorni.
Infine, solo pochi mesi fa è uscito questo stranissimo Starless Starlight a nome di David Cross e Robert Fripp (già, proprio lui: padre, figlio e spirito santo dei King Crimson). La cosa curiosa è che in Red il violino di David Cross non c'era: fu tolto all'ultimo momento, in fase di missaggio... ma soprattutto va ricordato che alcuni passaggi del brano originale erano chiaramente debitori di Messiaen. 
Ecco, mettete insieme queste curiosità sparse e capirete il senso di questa recensione: acquistare Starless Starlight significa ritrovare le radici originali del brano; significa ritornare indietro senza però diventare statue di sale; assistere al passato dalla comoda poltrona plastificata del presente; rendere grazie alla genialità di uno dei complessi più importanti della storia della musica, ma senza sembrare parrucconi nostalgici rincoglioniti.
Certo, per onestà intellettuale devo aggiungere che sono 56' di solo violino e soundscapes... ma chissenefrega.

09 aprile 2015

Hand. Cannot. Erase. - Steven Wilson azzecca tutto

Se la citazione fosse un'arte, Steven Wilson ne sarebbe il massimo esponente. Attenzione, non stiamo parlando di plagio o di scopiazzamento, ma di influenze musicali che una volta assunte (e ammesse) determinano di fatto la qualità artistica - e anche umana - di un artista. E Wilson è un fior di artista.
È chiaramente debitore dei generi che ama. Ma è riuscito nella rara impresa di sapersi muovere dentro queste influenze, senza rinnegarle, senza negarle, camminandoci accanto, spesso insieme, per poi donarci opere, idee e canzoni, a volte innovative, comunque molto belle, spesso coraggiose perché controcorrente (ma senza la spocchia del fighetto).
Gli riconosco almeno tre grandi pregi, il primo frutto di rara intelligenza: Wilson diversifica intenzionalmente le proprie attitudini musicali, in maniera radicale e riconoscibile (suoi sono i Porcupine Tree, suoi sono i No-Man), dimodoché ogni combo abbia identità e dignità assolute. Del resto, c'è uno specifico e netto file rouge in ognuno dei suoi progetti che li rende ognuno diverso dall'altro.
Il secondo pregio è la tecnica: sa usare le tastiere (ma senza strafare), sa suonare molto bene la chitarra (ma con inusitata misura), sa arrangiare i propri brani con scelte spesso coraggiose.
Il terzo pregio: la voce. La voce di Steven Wilson è un dono di rara purezza.
Devo confessare che alcune sue ultime cose con i Porcupine non mi sono piaciute più di tanto (io adoro Stupid Dream e Lightbulb Sun, per dire), e trovo che alcune sue strutture compositive siano diventate troppo prevedibili, come se avesse scelto di dire la sua solo in quattro/cinque modi, e basta.
Poi, però, appena ho ascoltato questo suo ultimo Hand. Cannot. Erase. sono rimasto folgorato. Un concept album struggente, dolente, dolcissimo e ricco di languore, che ti prende il cuore e la mente e non te li lascia più. Un salto in avanti che mi ha lasciato di stucco.
Il pretesto di partenza è purtroppo reale: racconta di Joyce Vincent, una ragazza con una sua storia, una dignità, aspettative e desideri come tutti noi, che sparì da un giorno all'altro senza dare più notizia di sé, ma soprattutto senza che nessuno - tra amici e parenti - provò a cercarla, contattarla, anche e solo telefonarle... la trovarono nel 2006, morta nel suo appartamento. Peccato che il decesso fosse avvenuto tre anni prima.
Stiamo parlando di una 38enne. Stiamo parlando di una città come Londra!
Wilson ha deciso quindi di raccontare alcuni momenti della vita di Joyce dalla sua ipotetica prospettiva. Insomma, il nostro compositore riesce a raccontare al femminile sentimenti forti e struggenti, uscendo dalla banalità dell'aneddoto per affrontare anche le petulanti costanti della società contemporanea, senza sparare le solite sciocchezze qualunquiste e salottiere, ma con testi decisamente belli e di rara profondità (cliccate qui per godere di una sommaria ma affettuosa traduzione).
Addirittura ha costruito un blog intorno al personaggio (qui in originale, qui tradotto) che vi consiglio di leggere con attenzione.
Per gli appassionati ed esperti, i musicisti che l'accompagnano nel progetto hanno tutti pedigree di indiscutibile qualità (e secondo me hanno pesato moltissimo sulla freschezza innovativa di questo lavoro): tra tutti spicca Adam Holzman, che ha lavorato giusto giusto con Miles Davis.
L'intervista che trovate qui sotto chiarisce molte cose di questo concept (attenzione a come spiega l'origine del titolo), e presenta anche un uomo intellettualmente stimolante, arguto, ancora entusiasta, umile e curioso.
Verso la fine, Steven Wilson spiega il suo sentirsi lontano dal rock progressivo cui spesso la sua musica viene accostata. E in effetti egli ha sempre dimostrato di conoscere e di apprezzare molto altro, non per forza cosi "vecchio" (certo, è anche l'ingegnere che sta ripulendo tutta la discografia dei King Crimson...).
Ebbene, non me ne vorrà se ho fatto le pulci al secondo brano di questo cd - smaccatamente datato (ma anche l'unico che contraddice i suoi distinguo). È un gioco, ovviamente; irriverente quanto affettuoso. Se vi va, prendete il vostro cd e sparatevi 3 years older insieme alla mia guida.



3 years older, un'analisi saccente e irriverente


  • fino a 00:26 siamo di fronte a Watcher of the Skies dei Genesis con un timido riferimento a Livemiles dei Tangerine Dream
  • fino a 00:39 c'è Pete Townshend degli Who di Tommy che incontra i Rush 
  • fino a 00:54 Cinema Show chiama, Steven Wilson risponde
  • fino a 01:00 Genesis e Rush danzano con i Dream Theater
  • fino a 01:28 i Genesis di Cinema Show incontrano gli Yes di Survival
  • fino a 01:50 Yes purissimo, con il bassismo dello stesso Wilson che ricorda Chris Squire, ma più grunge
  • fino a 02:25 i Led Zeppelin e Steve Howe si sono fusi al centro di Londra
  • poi, per pochissimi secondi, con la mente canticchiamo Home, home again... I like to be here when I can che però si fonde - di nuovo! - con Survival degli Yes e con gli stessi Pink Floyd (ma di Obscured by clouds, questa volta)
  • da 02:51 comincia il cantato, dove i Beatles incontreranno costantemente Crosby, Stills e Nash (ed è da sturbo, ammettiamolo)
  • a 03:35 il tema b è una variazione sul tema a che vi fa venire voglia di rispondergli con quel classico controtempo blueseggiante di Hey Joe (provateci, ci sta tutto)
  • e quando entrano le tastiere (un mellotron decisamente azzeccato), torniamo nei binari wilsoniani cui fa da splendido contrappunto una slide guitar (04:14, circa) che porta con sé mille storie di sempre
  • poco prima del ritornellone sparatissimo, se ci fate caso si intrasente una seconda chitarra dal suono cristallino (04:38) che ricorda certe cose di Phil Miller degli Hatfield and the North
  • a 04:50 parte il tipico "ritornellone wilsoniano senza parole" che spari a palla dentro l'auto in mezzo al traffico, che però a me ricorda moltissimo No Opportunity Necessary, No Experience Needed nella versione degli Yes, ma soprattutto The Song Remains the Same dei Led Zeppelin (i più pignoli ci troveranno anche qualcosa di Musical Box dei Genesis)
  • a 05:17 parte un momento pianistico alla Jordan Rudess di Six Degrees of Inner Turbulence
  • dopodiché, troviamo gli stessi topos illustrati finora
  • a 06:50 scomodiamo i Genesis di Trick of the Tail (ma anche gli Opeth)
  • ma da 07:26 parte l'imprevedibile citazione delle citazioni: Van Der Graaf Generator (Pawn Hearts, per la precisione) che poi sbarellano addosso a Keith Emerson
  • da 08:40 si capisce quanto sia abile Steve Wilson a rimettere tutto dove vuole lui e come vuole lui (ecco perché so che non si offende se lo prendo un po' in giro con questo post): un delizioso passaggio di synth inanella una nota suadente dopo l'altra
  • da 09:34 riparte un bassismo alla Chris Squire veramente di qualità 
  • dopodiché, il brano si sgretola per poi trovarsi nella terza traccia

17 febbraio 2015

King Crimson, il pensiero del cuore - Un buon libro

Finalmente un buon libro sui "miei" King Crimson. E non tanto per quello che dice, ma per l'impostazione. 
Nicola Leonzio, cioè, racconta la storia (e la geografia) musicale della grande invenzione di Robert Fripp, senza mai strafare. Riesce a separare accuratamente il proprio gusto personale dalla cronaca, dalla tecnica, dalla qualità delle esecuzioni, dal profilo dei protagonisti.... senza mai sconfinare nell'uno o nell'altro campo.
È un libro denso ma ben scritto (un solo refuso, finora), dove si capisce l'impegno dello scrittore nell'aver voluto dire tanto ma senza aggredire il lettore, senza affogarlo con la sua presunzione.
Paradossalmente, è quasi un libro didattico, senza avere però quel peso liturgico che i libri didattici portano con sé, perlomeno nel nostro immaginario.
Certo, personalmente non condivido gli eccessivi riferimenti beatlesiani, specie ricordando certe dichiarazione proprie di Fripp. In più, non riesco a capire come mai Arcana si ostini a non guarnire questo tipo di libri con un accurato indice analitico. Ma sono due macchie trascurabili.
Mi piace poi il fatto che Leonzio non si scateni a farsi notare interpretando testi e dichiarazioni a proprio comodo. Ancor più va apprezzato il suo aver ascoltato anche cd meno noti, o comunque relegabili sullo scaffale per collezionisti: chi conosce bene i KC sa che vanno ascoltati anche questi live perché indicativi di un percorso tecnicoartistico di rara importanza storica. Mirabile, infine, la scelta di raccontare accordi e tecniche esecutive con linguaggio tecnico ma comprensibile.
In coda troviamo anche tre intriganti appendici: estratti da un’intervista a Robert Fripp; il chitarrista jazz Claudio Fiorentini illustra e analizza il solo acustico di Cirkus, il solo elettrico di The Night Watch (rivelando un segreto che non vi dirò) e il riff di Frame by Frame (con tanto di partiture esplicative); un altro chitarrista jazz, Andrea Gomellini, racconta la sua esperienza con il Guitar Craft.
Un libro che piace agli appassionati, ma che consiglio soprattutto ai giovani 2.0, quelli che non si fermano di fronte all'"antico" o che magari vogliono entrare nel cuore o nella memoria dei papà (e degli zii).

03 febbraio 2015

Senza frontiere. Vita e musica di Peter Gabriel

Finalmente Arcana azzecca una buona biografia musicale, mantenendo al minimo i refusi (meno gravi del solito), poco più che decente la traduzione, e soprattutto aggiungendo alla fine un indice analitico (la discografia completa, invece, è implicitamente e chiaramente schematizzata all'interno del libro). Insomma, un eccellente passo avanti rispetto alle ultime uscite.
Daryl Easlea ha scritto un'ottima biografia su un personaggio musicale che io personalmente ho sempre amato/odiato, trovandolo forse troppo sopravvalutato; sicuramente pionieristico nell'aggiornare o precedere i linguaggi, ma abbastanza statico nello stile. In fondo, ragionandoci sopra con un po' di onestà intellettuale, basta prendere la quarta opera di PG (nota anche come Security) per avere un'idea precisa dei sei/sette paradigmi della sua scrittura musicale. Infatti, escludendo la mirabile eccezione di Passion, le altre opere sembrano abbozzi e tentativi (i primi tre lp), o stanche ripetizioni (da So ad Up passando per lo sconnesso Us)
Al di là del gusto personale, va detto che il libro riesce con raro e preciso equilibrio a raccontarci un'era (più ere) musicale, un complesso storico (i Genesis), personaggi musicali di assoluto rilievo o importanza (Ezrin, Fripp, Rodhes, Levin e altri), il progresso tecnologico, le tecniche musicali, la vita privata di PG (senza esagerare con i pettegolezzi)... insomma, un gioiello di biografia che scade nell'agiografia solo una volta - a pagina 396 (l'ho volutamente segnata) - e che non rincorre mai i difetti della critica italiana, dove il relatore invece tende a parlare solo di se stesso e delle sue pippe mentali.
C'è solo un errore storico da chiarire: Easlea scrive che Levin si unì a Gabriel per il suo primissimo lp, proveniendo dai King Crimson.  In realtà, Levin iniziò la collaborazione con il Re Cremisi nel 1981 (preceduto da un tour nel 1980), quando Car era già uscito da tempo (nel 1977).
Detto ciò, è un libro godibile e fluente che ha la rara capacità di farti venire voglia di riascoltare tutta la discografia di PG più e più volte; cosa che io ho appena finito di fare.



01 febbraio 2015

Golden Age di Nir Felder

Aaaaah, che delizia di cd.
C'è New York, ci sono i campi sterminati dell'Oklahoma, c'è l'impegno sociale, c'è Pat Metheny, c'è (un bel po' di ) Coltrane, c'è dell'ottimo drum and bass... e tutto dalla penna di un trentenne chitarrista con le idee molto chiare.
Dopo anni trascorsi come session man, insomma, Nir Felder ha deciso di regalarci un'opera ricca di suggestioni e anche di prodezze tecniche, entrambe sempre misurate, ariose e spontanee.
Si parte con una Lights che lascia spiazzati, perlomeno a chi pratica il jazz in maniera rigorosa. Un giro di chitarra volutamente sporco accompagna citazioni e visioni che forse un americano saprebbe cogliere meglio nella loro ricercata sequenza.
Dopodiché, primo gioiellino, c'è Bandits, dove cominciamo ad apprezzare anche i compagni d'arme (sempre sincroni e in sintonia): Aaron Parks (piano), Matt Penman (contrabbasso), Nate Smith (batteria e percussioni: l'avevo conosciuto a questo concerto di Joe Jackson).
Arriva quindi Ernest / Protector, un po' Metheny e un po' Coleman, ma più lineare e attenta alla ritmica (addirittura, qui e là alcune note ricordano Robert Fripp).
Sketch 2 sembra riprendere l'impostazione iniziale dell'opera: un giro di chitarra che accompagna dichiarazioni registrate dei grandi di ieri e di oggi, con un probante e fondamentale batterismo in eccellente progressione.
Code procede con leggera staticità: è forse il brano più debole del cd.
Memorial ritorna sui passi in stile Metheny/Coleman/Fripp, con un tecnicismo più aggressivo. Va ascoltata con attenzione, proprio perché le note sembrano ovvie; ma poi, e invece, prendono una strada che cattura l'attenzione e non ti molla più.
Lover... che dire? Nella sua totale e sfacciata commercialità, è un brano bellissimo. Lo trovo meraviglioso, soprattutto a volume molto alto, dove si ha la possibilità di percepire meglio certe sequenze di accordi. L'intero gruppo lavora con disinvolta precisione.
Bandits II è una dolce meraviglia, forse scontata nella forma ma non nella sostanza. Da gustare più e più volte.
Slower Machinery è un mirabile esercizio di stile, dove tutti i musicisti si cimentano in un rincorrersi e provocarsi, regalando all'ascoltatore sei minuti abbondanti di liquida frenesia.
Before the Tsars è un soffuso e vaporoso giro quasi ipnotico (à la Satie, per dire; ma non c'entra nulla) dove si sente moltissimo l'influenza tecnicostilistica del maestro di Felder, John Scofield... dopo una breve pausa, il brano riprende brevemente Lights, chiudendo l'ultima nota con una frase ben precisa (quale, lo scoprirete voi).
Insomma, vale un acquisto immediato.
 

20 gennaio 2015

King Crimson "Live At The Orpheum", una recensione contrastante

Dopo il dichiarato ritiro dalle scene del 2012, non mi aspettavo il ritorno di Robert Fripp, perlomeno nella sua veste di sacerdote (e dio creatore) dei King Crimson, per un motivo quasi banale: non è nel suo stile... come non è nel suo stile, però, dire una cosa e mantenerla.
Fatto sta che le motivazioni del suo ex ritiro (un'apocalittica causa contro una major musicale), secondo me malcelavano anche una sorta di consapevolezza che le idee ormai erano venute meno... addirittura sin dai tempi dell'ep Vroom (1994), prodromo del grossolano THRAK (1995), da cui avrei salvato solo Dinosaur, noto j'accuse contro chi ha forzatamente catalogato come progressive la musica e la filosofia dei King Crimson (anche se qualcuno non l'ha mai capito).
Ebbene, neanche il tempo di piangere tali dichiarazioni, che a metà del 2013 scopriamo che i King Crimson sono tornati. Va detto che ci sono state delle formazioni interlocutorie prima di quella che andiamo a leggere. Però non vi voglio tediare.
Ben tre batteristi davanti agli altri musicisti: Gavin Harrison - già coi Porcupine Tree; Bill Rieflin - ex R.E.M., ma anche sperimentatore appassionato; Pat Mastelotto - banale rockettaro dell'ultimo ventennio frippiano (più pesante e prevedibile dell'Alan White degli Yes; il che è tutto dire).
Dietro questa messe di rullanti, tom, piatti e grancasse, troviamo: il fidato Tony Levin (basso e stick), l'affidabile Mel Collins (ance e ottoni), l'incompleto Jakko Jakszyk (voce e chitarra), e ovviamente il nostro Robert Fripp.
La prima cosa che balza all'occhio è la nuova grafica: molto tavola periodica, molto Breaking Bad (!), ma anche indizio di una lettura frippiana di questa nuova line-up. Sembra quasi voler dire: questa formazione rappresenta la base alchemica di tutto ciò che ho creduto fossero i King Crimson, gli elementi basilari della chimica creativa di questi otto lustri di grandissima musica.
Lettura forzata, lo so. Ma mi piace raccontarla così.
La seconda è il repertorio proposto in questo Live At The Orpheum: One More Red Nightmare e Starless (da Red - 1974, ultimo lavoro del secondo periodo crimsoniano), The ConstruKction of Light (dall'opera omonima - 2000, penultima del penultimo periodo crimsoniano), The Letters e Sailor's Tale (da Islands - 1971, ultimo lavoro dal primo periodo crimsoniano, anche se in molti la considerano un'opera a parte).
Da tutto il vastissimo repertorio, insomma, Fripp è andato a sfrugugliare titoli da seconda linea, quasi per addetti ai lavori. A parte Starless, insomma, siamo di fronte a materiale rischiosissimo, per almeno due motivi: poteva sembrare "datato", merita un'accuratezza tecnica decisamente probante. The Letters, poi, è quella che più esige un approccio filologico.
Eppure, e alla fine, le cose sono andate bene. Con un paio di "però" che vanno raccontati.
Il primo è che le tre batterie lavorano troppo all'unisono, perdendo la sacra opportunità di lavorare sui contrappunti (come capitò al duo Bruford-Mastellotto, per esempio). Giusto su Starless ci scappa qualcosa, ma per il resto non si percepisce (nel senso letterale del termine) alcun lavoro di completamento e/o di provocazione.
Il secondo "però" è la voce di Jakszyk: pura acqua cheta. Già nel progetto Scarcity Of Miracles si capiva che il tipo non si attagliava col crimsonismo. Qui, poi, siamo addirittura caduti nel suicidio ricercato, accidenti!
Però, signore e signori, che meraviglia di modernità: tutte le canzoni sembrano composte due minuti fa. In alcuni momenti si arriva a un riuscitissimo connubio tra la "serialità metal" di Fripp e certe idee jazz raffinatissime (questa versione di The ConstruKction non avrebbe sfigurato in una qualsiasi edizione di Umbria Jazz, per dire). 
Mel Collins è in raro stato di grazia, Tony Levin gioca con tutti (tranne che con le tre batterie, per fortuna) sbagliandomi pure un passaggio nodale su Starless (ma va bene così), Fripp è sempre più essenziale.
È, insomma, un signor cd che finisce troppo presto e che lascia intravedere una voglia di scommettere su qualcosa. Paradossalmente, spero si evolva in un progetto di cover piuttosto che di inediti. Staremo a vedere.


13 settembre 2014

Songs of Innocence, il mio (finto) incontro con Bono

Ciao
Uh, ciao Bono… che mi dici?
Beh, ti vorrei fare questo regalo, solo per te… è il nostro nuovo disco: Songs of Innocence
Hiiiiiiiiiiiiiiiiii! Grazie!!!
Oddio, a dire il vero l’abbiamo regalato a tutti gli iscritti a iTunes
Dovrei essere geloso? Prima mi dici che è solo per me, e che poi l’hai regalato a migliaia di altri tizi… però mi fa piacere che sia gratis, dàì. Grazie lo stesso
A dire il vero, a noi la Apple c’ha dato un pacco di soldi. Anzi, tutta la nostra discografia ne ha risentito positivamente, risalendo le classifiche di iTunes
Ma quanto siete furbetti, eh?
Mettila così: tu hai 45’ di musica inedita, gratuitamente nel tuo iPod
Guarda che il mio iPod è fuori catalogo
Ma quanto la fai lunga… senti, vuoi seguire insieme a me le canzoni?
Va bene, iniziamo
La prima si intitola The Miracle (Of Joey Ramone)
Quello dei Ramones?
Sì… che ti sembra?
Cosa?
La canzone!
Ah, perché è partita?
Vabbe’, passiamo alla seconda: Every Breaking Wave
Every Breath You Take?
No, quella è di Sting!
Eppure… ha quest’intro tipo With Or Without You, poi la strofa sembra Sting che incontra Sheeran che incontra quelle canzoncine tipo Grey’s Anatomy
Ma quanto sei stronz*, te l’ha mai detto nessuno?
In molti… senti, ma questa chitarretta che chiude il primo ritornello? Steve Howe degli Yes ne ha parlato con The Edge?
Vabbe’, passiamo alla terza canzone: California (There Is No End to Love)
Oddio, le campane di Black Sabbath che precedono Barbara Anne, col pianofortino che fa dei glissando pseudocinesi! Belle citazioni… il resto sembra Jackson Browne di Lawyers In Love che canta come Bono. Dico, ma sei sicuro che questi siano gli U2? Quelli di Achtung Baby, Joshua Tree. Li conosci?
Oh, Alessa’, sono Bono. Che mi dici di Song for Someone?
Bella la chitarra nell’intro, con quei suoni lontani alla Brian Eno. Però nel ritornello The Edge copia gli stacchi dei Simple Minds! Diglielo! Perdonami, poi, ma la strofa sembra scritta da Carla Bruni; sai quel pezzo che ci scassò la minchia tre Sanremo fa?
Alessa’, andiamo oltre. Ti piace Iris (Hold Me Close)?
Eeeehh, Gilmour incontra Fripp? Intro molto bello, bravi… oddio, l’infinite guitar è identica a quella di Unforgettable Fire! Ragazzi, ma che avete combinato?
Che mi dici di Volcano?
Ci dev’essere un errore: nella copia che mi avete regalato c’è un pezzo dei Cure con lo stesso titolo
Ma che dici? È la nostra!
Andiamo oltre
Ti piace Raised By Wolves?
Mi piace il breve incipit… oddio, salta!
Come sarebbe a dire “salta”?
I Was Made For Lovin’ You, Baby… ricordi?
Qui stai forzando la critica
Può essere… gli stacchi in quinte di The Edge sembrano Fripp
Sei fissato!
Passiamo alla prossima canzone, che è meglio
Cedarwood Road? Ti piace?
Porca vacca, è Woodstock di Joni Mitchell (poi riletto anche da CS&N). Ma state scherzando?!
BASTA! Ti dico un titolo, e tu mi dici solo se ti piace
Va bene, passiamo alla successiva
Sleep Like a Baby Tonight, che mi dici?
Uguale a Depeche Mode e Yazoo… AAAAH, ma il ritornello sembra Phil Collins! Another Day In Paradise!!!
Santa polenta [voce flebilissima]… ti piace This Is Where You Can Reach Me Now?
Intro di chitarra tipo One, ma ci sta. Però ‘sti ritornelli che ammiccano a un potenziale pubblico live… ricorda quelle cose orribili che sparavate in Pop. Comunque è una canzoncina che piacerà a Tarantino: la metterà in qualcuno dei suoi film
Questione di gusti… e poi mica possiamo sempre andare avanti a noi stessi
Oddio, secondo me siete fermi dai tempi di Zooropa; il resto dei vostri lavori è stato decisamente noioso
Li hai tutti?
Certo, anche se poi non mi sono piaciuti
E perché li hai acquistati comunque?
Perché dovreste essere dei simboli
“Dovreste”? E, invece, cosa siamo in realtà?
Fammi sentire l’ultima, dài
Si intitola The Troubles
Ma è simile a California (There Is No End to Love)! C’è qualcosa alla David Sylvian, ma sa di già sentito, addirittura partendo proprio da questo cd
Alessa’, ma non te n’è piaciuta neanche una!
Decisamente: neanche una
Credi che l’abbiamo fatto per soldi?
Eh?... ne avete così tanti…
E allora perché ci siamo fatti un mazzo così per una cosa così orribile
Perché non sapete invecchiare: è normale, eh!
Dici?
Anche io non sopporto di invecchiare
Ah!
Altrimenti perché mi sarei inventato questa intervista fasulla

07 aprile 2014

il miracolo di Robert Fripp

Dai musicisti che stimo veramente, pretendo sempre qualcosa, anche quando - come nel caso di Robert Fripp - da oltre 40 anni comunque regalano al mondo perle di rara qualità, sempre interessanti, sempre vive, sempre pronte a mettersi in discussione, in costante discussione.
Fripp, poi, gode di quella rara opportunità storica di essere stato protagonista attivo di così tanti successi nei generi musicali più disparati, che non esiste musicista, compositore o esecutore che non gli debba qualcosa, anche inconsapevolmente.
Mi diverte osservare i colleghi entrare nel mio ufficio, vedere il suo ritratto alle mie spalle, deridermi o chiedermi chi sia, e poi essere costretti ad ammettere la propria ignoranza - con battute fuori luogo o sguardi meravigliati - nello scoprire che "sì, ha suonato in quel brano lì, ha prodotto quel tizio là, ha ispirato quel complesso indie", e via dicendo.
Fripp ha sperimentato quasi tutti i generi, ne ha inventati di nuovi, ne ha abbandonato uno ancor prima che uscisse il primissimo LP dei King Crimson (il rock progressivo), ha svincolato la musica non-colta da quella suprema rottura di coglioni che era/è il vetero discepolismo nei confronti di Bitols, ha raccontato strade elettroniche inusuali, ha addirittura regalato al cielo un irripetibile "jazz squadrato" ben prima che Sting facesse il fighetto con gli alfieri di Miles Davis, ha ucciso il liocorno della musica romantica per aggredire la modernità a testa bassa, ha aperto la strada a numerosi post-generi, ha addirittura suggerito musica per reading... ma, saggiamente - e umilmente (?), non si era mai cimentato con la cosiddetta musica colta, quella classica insomma; chiamatela voi come più vi aggrada.
Dicevo, appunto, che comunque pretendo sempre qualcosa. E le ultime frippate mi avevano inquietato, perché dopo Thrak (ma forse anche solo con l'ep Vroom), Fripp sembrava ripetersi, quasi stanco di essere se stesso; tanto che il suo quasi-ritiro dalle scene mi era sembrata l'unica giusta conclusione di un'èra, di un modo di essere musicista che oggi proprio non esiste più, per quanto ci si possa sforzare di credere il crontrario.
Ebbene, da giorni sto ascoltando questo The Wine of Silence, un'esperienza incredibilmente meravigliosa da cui non riesco proprio a staccarmi.
È la rielaborazione in forma orchestrale di alcuni dei soundscapes che Fripp ci ha regalato nel tempo (nove cd in tutto dal 1999; in realtà, il triplo se calcoliamo anche le edizioni flac/mp3). Orchestrazione affidata al compositore inglese Andrew Keeling, su fedele trascrizione di Bert Lams (già, quello del Californian Guitar Trio), ed eseguita nel 2003 dal vivo dalla Metropole Orkest diretta da Jan Stulen; naturalmente poi remissata da David Singleton, noto amico e co-produttore del nostro chitarrista.
L'avevo comprato due settimane fa giusto per buttarlo distrattamente nella mia collezione, ma niente di più. 
E, invece, è un'opera notevole perché non è "solo" un'orchestrazione, non è "solo" un giochetto per archi (e voci, in Miserere Mei), non è "solo" una serie di loop ben assemblati... è musica, musica fresca, bellissima, viva. 
È musica nuova.
 

17 dicembre 2013

metti che tua moglie ti regali un megacofanetto dei King Crimson...

La profonda bellezza della musica regala spesso sospiri senza fine, specie se d'un tratto ti viene regalato un piccolo gioiello "commerciale" che porta con sé la storia di un periodo tra i più fecondi e strutturati della biografia discografica dei King Crimson: The Road to Red.
In molti considerano Red un'opera minore, dimostrando perlomeno un'ignoranza oggettivamente storica, visto che i nostri presentarono prima dal vivo i pezzi che finiranno in Red, spesso con formule musicali e testuali ben diverse dal risultato finale. 
Anzi, è proprio questo spontaneo e disinvolto percorso di continui ritocchi esteticotecnici che consente a Red di essere forse il gioiello più strutturato dei tre Lp del periodo più intenso dei KC (quello con la formazione Fripp, Wetton, Bruford, che nel tempo perse per strada Muir, Cross, e che riuscì a far incontrare rock, hard rock, jazz, indie e qualcosa di grunge, ben prima che qualcun altro iniziasse a far finta di inventarlo con nuove forme).
Anzi, è interessante constatare quanto alcuni momenti sonori decisamente più corposi proposti con Larks' Tongues in Aspic, diventino sempre più asciutti e risoluti, quasi arroganti nella loro veemenza.  
Questo Road to Red, insomma, è un'opera che racconta in maniera nitida e precisa quanto già era stato vagamente accennato dal già pregevole tetracofanetto The Great Deceiver, cui però aggiunge numerose chicche per appassionati ma anche rigorosi strumenti di studio per chi crede che la musica dei KC non sia solo quanto si ascolta al momento, ma quanto viene indicato.
A differenza dell'altro supercofanetto dedicato alle "lingue di allodola in aspic", questo su Red si preoccupa di evidenziare letteralmente le intuizioni a venire, il progresso (ma non progressive; troppo riduttivo) della musica di Robert Fripp, che proprio in Red ucciderà definitivamente la chitarra acustica (di cui era grande maestro) per poi riproporla solo nell'esperienza dei Crafty Guitarists due lustri più in là.
Tra i memorabilia, anastatiche di qualche scaletta appuntata su foglietti d'albergo, le quasi-parole di Starless buttate su un foglietto, le copertine di USA e di Red... Qui trovate il dettaglio di tutti i 24 tra cd, dvd, blue-ray contenuti. Il resto sta nel vostro portafogli.
Ah, dimenticavo: sapete perché il tachimetro della copertina segna una mezza tacca oltre il 7?

13 settembre 2012

il ritiro di Robert Fripp, la fine di un'era

La  notizia è doppiamente dolorosa, sia per il fatto in sé che per il motivo: il 3 agosto scorso, Robert Fripp ha annunciato il suo ritiro.
Partiamo dal secondo motivo: il tentativo (eroico e disperato) da parte di Robert Fripp di tutelare le sue creazioni, di stabilire l'esatto significato di diritto e di autore, di riconoscere agli artisti il pregio del loro impegno, si è scontrato con una major non di poco conto: la Universal Music Group, che di fatto detiene i diritti di pubblicazione di buona parte del suo corpus discografico, e che fa un (bel po') di testa sua.
Da tempo, ormai, Fripp non si sente più vicino alla musica: l'impegno psicologico e fisico profusi contro questa lotta non solo giudiziaria, lo hanno allontanato dal gusto e dalla passione. Il passo è stato quasi una naturale conseguenza.
E il fatto che abbia rilasciato un'intervista (cosa già eccezionale) al Financial Times piuttosto che a riviste specializzate, dimostra sia la mentalità aperta della rivista che le intenzioni concrete del nostro piccolo eroe della chitarra. 
Lo so, adesso vi aspettate la battuta contro i fighetti nostrani. Be', va detto che hanno sottovalutato la notizia, ridicolizzandola, sia perché non conoscono la Storia della Musica, sia perché il mondo che sta uccidendo l'arte è anche il mondo che dà spazio ai mediocri.
È in gioco non solo un destino di un singolo musicista/compositore, ma la mentalità che dovrebbe riconoscere agli artisti i giusti meriti: invece di pretendere tutto (e gratis), bisogna sempre ricordare che dietro un brano musicale bello (quindi Allevi è fuori) c'è un impegno che va premiato e riconosciuto.
Robert Fripp ha sempre lottato per i singoli diritti dei singoli musicisti che hanno lavorato per/con lui. Tant'è che buona parte dei brani dei King Crimson (nelle loro differenti line-up) segnava come autori i singoli musicisti che avevano contribuito anche con una minima idea alla riuscita del brano. Attenzione, non un mero stratagemma per evitare liti interne (usato dai Pink Floyd e dai Queen con modalità differenti), ma un modo pragmatico (e romantico) di riconoscere i meriti dei singoli.
Per quanto Bruford si sia sforzato di "parlar male" di Fripp (le virgolette sono volute, perché sono stato grossolano), nella sua autobiografia gli riconosce sempre questo disperato tentativo di rispettare la musica e i suoi musicisti.
Il (mio) dolore per motivi artistici, invece, parte da mille rivoli della mia memoria di musicista e/o di amante della musica. 
Devo chiarire che amo Fripp non per afflato isterico o da fan senza ratio: chi mi legge da sempre sa che non amo gli ultimi King Crimson (almeno da The ConstruKction of Light in poi, Scarcity incluso), e che mai ho sopportato certe scelte musicali di stanca routine.
Io amo Fripp perché "dice" le cose esattamente come avrei voluto dirle io. E usa esattamente quel suono e quelle note che avrei usato io, se solo fossi stato alla sua incomparabile altezza (la caccoletta che è in me sta ridendo per queste frasi in stile CarmeloBeneappareallaMadonna).
In più, la sua poliedricità, il suo continuo sperimentare, il suo sapere esattamente quando stare zitto (Islands è un suo brano, e non c'è traccia di chitarra), quando accennare (Book of Saturday) e quando sublimare (The Night Watch), quando corcare di botte (Fracture) e quando ridere (tutto Beat, se vogliamo), quando sperimentare in maniera oscura (frippertronics, prima; soundscapes, poi) e quando in maniera diretta (i vari Lark's)... 
E le collobarazioni? Sylvian, Bowie, Gabriel, Byrne, Eno, Porcupine Tree, No-Man. Non esiste stanza musicale che Fripp non abbia perlomeno visitato in questi ultimi 40 anni. Non esiste genere, musicista, complesso, giornalista, che non debbano qualcosa alla sua inventiva e alle sue idee.
E l'approccio? Fripp ha scritto tonnellate di parole. Ma a me restano sempre impresse due pietre miliari del suo pensiero. La prima ("Discipline is never an end in itself, only a means to an end"), è un aforisma laico e potente. La seconda (i King Crimson sono "un modo di fare le cose"), cozza inevitabilmente con i superficiali che lo ricordano solo per l'ellepì con il faccione, dimenticando che la Storia della Musica dice molto altro.
Ragionando fuori da ogni schema, avrei preferito una dipartita drastica, piuttosto che saperlo lì, seduto davanti alla sua chitarra, in solitaria meditazione.

07 luglio 2011

scarcity of Crimson

Scarcity Of Miracles dei "quasi King Crimson" suona nel mio iPod da giorni, e non so ancora dire se mi sia piaciuto o no.
Premetto che ho trovato bruttini assai gli ultimi lavori dei Crimson: da ConstruKction in poi, mi sono sempre più sentito a disagio, quasi ascoltassi dei vecchietti reprobi che si ostinavano a portare avanti una Ferrari, ma al centro dell’autostrada, a tre all’ora, senza voler far passare nessuno, se non l’ombra dei ricordi.
Intendiamoci: in linea generale ha senso che un musicista termini fisiologicamente la sua parabola (Gabriel è finito da almeno quindici anni, come anche David Bowie - dai tempi di Outside); però te lo aspetti, lo accetti, e continui a comprare i suoi dischi più per affetto che per reale convinzione.
Però per Fripp è stato diverso. Per motivi storici, non affettivi: quando lo davi per finito, BUM!, tirava fuori dal suo cervellone qualcosa di nuovo, di diverso, di innovativo. Difficile elencare, cioè, quante volte il megaFripp sia passato dalla polvere all’altare, ma ogni volta è accaduto con rara eleganza, con un senso della misura veramente esaltante, con una capacità di rinnovare tutto quanto toccava, pur restando ormai dentro quelle sue scale, quei suoi suoni, quegli accordi e quei ritmismi che ti fanno dire “questo è Bob, il Re Cremisi di sempre... ma anche di più”.
Difficile, insomma, essere all’avanguardia, saper pure invecchiare e nello stesso tempo continuare ad innovare un panorama musicale mondiale veramente sciapo e asfittico da almeno dieci anni (se non di più). Eppure Fripp ci è sempre riuscito; eppure in questo Scarcity ci son cose che non mi tornano.
La prima, è la voce di Jakko: insopportabile. Sembra quasi l’acido ascorbico: rende i sapori tutti uguali, che sia dentro una lattina di buona birra o in un succo di frutta; alla fine, hanno sempre lo stesso sapore. Voce che peraltro manca totalmente di elegia (come quella di Lake), di locale fumoso (Haskell), di cazzone passato per caso (Burrell), di perfezione assoluta (Wetton, dio lo benedica sempre), di strafottenza illuminata (Belew).
La seconda, è il bassismo stralunato di Levin. Per carità non mi aspettavo il suo solito slapping: ma ogni tanto va dove Harrison non arriva, oppure non lo completa come sapeva solo fare con Bruford (non parlo di Mastellotto, perché per me non è stato un batterista, ma uno scaricatore di porto… con tutto il rispetto…).
La terza è Harrison: sembra che Fripp lo abbia piazzato solo per dargli un po’ di spazio. Non c’è il mistico e canonico batterismo Crimsoniano, che assume il ruolo di vero e proprio strumento musicale. Harrison sa fare cose egregie, per carità (cfr i Porcupine Tree); qui, però, si limita a una presenza professionista ma non professionale.
La quarta è Fripp stesso: non c’è un solista in linea che sia uno. Bob ci ha sempre abituati a chitarre perfette, perfettamente messe in asse dentro strutture perfette (a dirla pesante: è quadrato com'è quadrato Bach... ma che quadratura!). A differenza di tutti i slasher, Fripp era così slasher da non farlo mai capire fino in fondo (forse in Larks parte III lo si percepisce totalmente; altro che Schizoid o Starless). E proprio per questo sapeva quando zittire la sua chitarra e quando farla parlare. Qui, Fripp sembra voler evitare la sua perfezione, dando troppo spazio a soundscape e poco al suo suono-sega, ai suoi temporanei periodare così intriganti.
Last but not least, il sopranino di Collins. Insopportabile. Te lo trovi ovunque come il prezzemolo. Ora, secondo le note di copertina, il progetto sarebbe frutto di continue improvvisazioni (come, in fondo, è sempre stato l’approccio crimsoniano): ma qui qualcuno doveva dire a Collins di darsi una calmata; oppure in fase di postproduzione, il buon Fripp doveva tagliuzzarlo a dovere (per dirne una: il Clemons di Jungleland è frutto di postproduzione, altroché). Macché, è un continuo giochicchiare di scalette insopportabili.
Paradossalmente, dopo tutte queste mie mazzate, il cd va bene per chi cerca il Sylvian meno serioso (la title track è un ottimo esempio, ed è l'unica cosa che salverei), per chi ama il pop più sofisticato e ricercato, per chi ama quell’insostenibile mondo dell’inutile chiamato “meditazione”. 
Ma per chi ama il Fripp che sa sempre guardare oltre, il Fripp che osa, il Fripp, insomma, che atterra e suscita, che affanna e che consola… meglio lasciar perdere.