Visualizzazione post con etichetta Miami. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Miami. Mostra tutti i post

30 dicembre 2014

Davell Crawford a #UJW22

Davell Crawford è un iradiddio sceso sulla Terra per dimostrarci che la musica ha un'anima infinita. Pensate che ha prolungato così tanto il divertentissimo concerto da costringere gli organizzatori a salire sul palco per portarlo via a forza, letteralmente.
Ieri notte, insomma, tra le pareti sornione del Teatro Mancinelli di Orvieto (persino tra gli spettatori più distratti) sono tornati i neri dei campi, le ombre dei primi bluesmen, le anime dei coristi delle chiese periferiche dell'America più nera, il riscatto dei bimbi di colore costretti a scimmiottare gli adulti troppo presto.
Un concerto vivo e pulsante che doveva rispondere a tono con quello precedente - altrettanto mirabolante - di Batiste, e che ha (di)mostrato quanto le radici del jazz siano più vaste ed eterogenee di quanto la vulgata pretenda di stabilire. Una performance che ci ha inchiodato un sorriso ebete sul faccione infreddolito, divertito e soggiogato da tanto colore.
Commoventi ed espliciti omaggi a Miles Davis, Fats Domino e Ray Charles, con languorosi picchi di nostalgia dalla New Orleans orgogliosamente risorta dalla profonda ferita da Katrina, e altri momenti in cui sembrava di stare dentro un locale sudafricano gestito da neri del sud, residenti però a Miami.
Da sottolineare il superfunky bassismo di Mark Brooks, il batterismo giamaicano di Desmond Williams, le bravissime coriste supertonde ma agilissime.

29 marzo 2007

il lungo addio

Per una serie di circostanze, prima di tornare in Italia abbiamo dovuto passare un'altra giornata a New York. È stata la più sofferta. Doppiamente sofferta: la nostra vacanza, la nostra lunga luna di miele, il nostro esplorare il Nuovo Mondo... tutto questo stava finendo. In più ci stavamo congedando proprio dalla città che ci aveva dato così tante cose che nessun post saprebbe restituire, per quanto lungo ed esauriente.
New York. L'ombelico del futuro.
Mia moglie ed io abbia rintracciato i nostri passi, ripercorso quelle fraterne strade, alla ricerca dei nostri giorni migliori. E la città, clemente e solidale, ci ha regalato una splendida giornata colma di suoni e di colori.
Era doloroso sapere che tra poche ore saremmo volati via, ma lo era ancor più l'attendere quell'inevitabile sentenza.
In aereo, poi, abbiamo subito cinque ore di toste turbolenze che neanche Satana avrebbe immaginato. Io non conosco la paura del volo, la mia signora un po'. Mentre mi godevo per l'ennesima volta la visione di Casablanca, lei provava a riposare... mozzarellandomi il braccio.
Tanto erano di acciaio le folate di vento che il capitano ha preferito togliere l'audio a film e radio per eventuali comunicazioni urgenti. Poco male: ho rivissuto Bogart e Bergman seguendo il languore della mia memoria. Ogni singolo dialogo, ogni singolo momento, sono sempre ben impressi nella mia capocciona. Tanto che ho iniziato a raccontarlo ad alta voce alla mia signora, per distrarla e per restare ancor più nel mondo dell'immaginazione.
Il ritorno a Milano (e poi a Roma) è stato una mazzata: la realtà cinica ci ha detto chiaramente che era tutto finito.
21 giorni di vacanza spazzati via all'istante dall'orribile visione di Malpensa e Fiumicino.
E il commovente sigillo finale l'ha messo proprio la mia signora. Per mesi era stata la protagonista di tutto: il mio chiederle di sposarla, i preparativi, la cerimonia al Comune, la luna di miele. Appena arrivati a casa, ha detto: "e adesso che facciamo?".


tag: , , , ,

01 marzo 2007

spettatori di case:
Miami (3)

Il governo non cade e io risalgo lungo il fiume dei ricordi. La mia breve luna di miele nella capitale floridiana ebbe il suo momento americano (ma veramente americano) quando girammo per le acque marine interne alla città, alla ricerca dei luoghi di CSI Miami e di Miami Vice.
È una gita obbligata, proposta da decine di agenzie diverse, e che verte sempre sullo stesso punto: l'isola (delle case) dei famosi.
Inutile dire che è forse la cosa meno interessante: in realtà, è il contorno che affascina, e che in me, come ti sbagli, ha rimembrato mille cose, magari lontane dal contesto.
Al Collegio Nazareno avevamo un professore di inglese (abbruzzese) che aveva qualche interesse per l'autoritarismo e per l'allungare le mani con finto distacco (peraltro era un prete, ma è incidentale). E ci raccontava sempre di queste benedette mucche di mare che mai avrei immaginato fossero i lamantini (nella foto, che non è mia).
Lungo tutto il tragitto acquatico che porta all'isoletta, c'è una serie infinita di cartelli che invitano a una guida controllata: con le eliche rischi di segare in due questi strani sirenidi, dal viso che sembra un pigiama appallottolato poco prima di andare a fare la doccia.
Non li vedi, ma sai che ci sono. Là sotto. A poltrire e a mangiucchiare i giacinti; l'unico cibo di cui si cibino.
L'isola non è nient'altro che un'accozzaglia di cafonate e ostentazioni varie (con tanto di oooOOOoooh quando incontri la magione di Julio Iglesias). Però chi è appassionato di cinema se la gode come pochi.
Gli attori, si sa, appena diventano famosi devono omologarsi all'apparenza. Le villone sono il simbolo di contanta improvvisa ricchezza. Poi, però, quando arriva il declino, diventa impossibile mantenerle. E allora c'è la soluzione: trasformarle in location per film, telefilm e documentari vari. Per cui la gara tra gli spettatori era di azzeccare per primi dove fosse apparsa quella facciata, quel giardino o quell'inquadratura.
Miami è una città plastificata, assai simile a come appare nei telefilm... o forse sono i telefilm che ci costringono a vederla così. Chissà!