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07 dicembre 2025

ALIEN: EARTH, ovvero: l'antipatia e il far vedere troppo

Restando in tema di serie televisive da abbattere, quella di Alien: Earth (2025) non è solo brutta, è antipatica.
Uno dei meravigliosi pregi che hanno alcune opere è di essere uniche e irripetibili. Per esempio, Blade Runner, il vero Guerre Stellari (per voi mortali, alludo al IV), Arancia Meccanica, Via col vento, Casablanca, Sandokan, ho citato a casaccio… ecco, provate a rifarle d’accapo o a svilupparle, e combinerete solo disastri.
Alien non va toccato, neanche guardato di sguincio: ti tieni ben stretto i primi due (forse il terzo), e poi niente più.
Qui, invece, abbiamo una serie televisiva che fa da prequel al “vero” Alien e smucina nevroticamente e insistentemente dentro i personaggi degli androidi e dei mostri, facendoli vivere, dandogli senso e parola e anima e visibilità… sbeffeggiando, di fatto, l’immenso lavoro sottotraccia di Ridley Scott, dove tutto era invece accennato, sfiorato, impercettibile, alluso: bastava un gocciolìo d’acqua, un corridoio col neon spampinato e strizzavi di tensione; il mostro era quasi accessorio.
In questa serie, la paura sta nel forte rischio di addormentarsi sulla cena, di frantumare il bicchiere per terra, rischiando di ferire le zampotte del gattone di passaggio.
Ma, soprattutto, come premesso, ci fosse un personaggio simpatico! Ora, io non so se sia colpa degli attori, della sceneggiatura, dei personaggi, ma in breve tempo è una gara a chi ti sta più sugli zebedei.
Alla fine, vince il telecomando: spegni la televisione o passi ad altro, rimpiangendo con le lacrimucce quel giorno di enneanni fa, quando eri liceale e andasti al cinema a vedere Alien da solo, accanto a pochissimi spettatori: altri tempi, altra pasta, altro coraggio.
‘sto vizio di fare vedere tutto e di spiegarlo nel dettaglio, di esistenzializzare pure i dolori alla prostata…

22 novembre 2025

PLUR1BUS, sciatto e noioso

Un virus misterioso trasforma l’Umanità tutta in persone felici e omologate, che parlano con una sola voce… tranne pochissimi curiosamente immuni (la protagonista e una manciata di fortunati), che dovranno difendere o perlomeno proteggere il loro diritto ad essere anche tristi.

Uno schema già visto, insomma. L’unica novità è questo essere l’opposto di (quasi) tutte le ambientazioni analoghe, dove invece le persone diventavano anaffettive. Novità che può non essere un difetto, anzi. Ma non in questo caso.

Per prima cosa, nessun critico ha ricordato l’analogia col sottotesto di un capolavoro di Heinlein (cui Gilligan deve molto).
Ma quello che mi ha decisamente irritato sono le critiche tipo: “Plur1bus è identico all’Invasione degli ultracorpi, però…”, “intere sequenze di Plur1bus citano interi film/telefilm del passato, però…”, “il primo episodio di Plur1bus è lungo e noioso, però…”. Quei però sono un contentino verso il basso, una coordinata personale, ma non certo l’argomentazione di un critico preparato.

Non paghi, questi critici hanno considerato un unicum geniale la “novità” di un virus che agisce al contrario rispetto a quelli canonici.
Un minimo di pudore: non è una grande idea immaginare persone omologate alla felicità, che parlano con una sola voce!
È una trama che immaginiamo in molti ogni giorno, da quando ci sono dei social! Guarda caso, omologano, costringono a un solo linguaggio, obbligano alla felicità.
Pensa tu la genialità di Gilligan!

Proviamo allora con la forma.
Una protagonista monoespressiva, sceneggiatura con ammiccamenti e citazioni goffi, tempi narrativi più lenti di un Tarkovskij qualsiasi, fotografia ormai già vista persino nelle pubblicità del saccottino, dialoghi da “signora mia” in fila per pagare alla cassa… e intignano a dargli del genio!
Ma siamo impazziti?

Una parte acida e astiosa di me, da anni pensa che ormai i critici preferiscano non dedicarsi ai doveri del mestiere, visto che significherebbe studiare (aver studiato) e dimenticare sé stessi.
Studiare (e aver studiato) significa approfondire, approfondire genera dubbi, scricchiola le certezze, costringe a un continuo sacrificio del proprio ego.
E in questo mondo fatto solo di autoreferenze, è più soddisfacente essere al centro dell’attenzione piuttosto che spostarsi di lato per essere al servizio dell’arte.

Oltretutto, se tu, critico ignorante, pratichi ignoranza, inevitabilmente generi ignoranza: un’ignoranza che ti segue e ti alimenta perché ti vede simile e non come una minaccia, anche e soprattutto se usi l’ignoranza dello stesso pubblico come strumento di verità.

Poi, magari ho torto su tutta la linea: non importa. Quello che alla fine risulta anche al più distratto è stata l’omologazione dei critici.
Critici omologati che esaltano una serie televisiva che denuncia l’omologazione!

Quando ero duenne, nel Regno Unito uscì una serie (Il Prigioniero) che ebbe un legittimo successo, feroce, straordinario. Ma il protagonista si impose affinché non venisse prolungata all’infinito, negando la produzione di una seconda stagione. E aveva ragione da vendere, tanto che ancora oggi è considerata un gioiello senza tempo, sia estetico che tecnico.

Di Plur1bus è stata già ordinata una seconda stagione

04 aprile 2025

THE LAST OF US dentro un autobus

Pochi giorni fa, ho assistito in prima persona a un’aggressione in un autobus, e sono rimasto colpito dalla mia reazione: ero concentrato solo sull’incolumità di mia moglie; tutto il resto non mi interessava. 

Un tempo sarei intervenuto comunque, nonostante non avessi un fisico adatto né l’indole del picchiatore navigato. Da anni, però, i miei tempi vissuti - e il tempo che stiamo vivendo - mi hanno cinicamente imposto di calibrare l’istinto, per spendermi solo per le persone cui tengo.

Incidentalmente, due giorni dopo ho finito di vedere la prima stagione di The Last of Us (2023 - la seconda esce il prossimo 14 aprile). Ne avevo già parlato brevemente appena uscita, ma ancora non l’avevo gustata integralmente (e in lingua originale).

L’Umanità è stata decimata da un fungo che rende gli infetti dei quasi-zombi infestanti. La serie è ambientata qualche decennio dopo l’inizio della fine. Parte dei sopravvissuti si arrangia, subendo le angherie di una quasi-dittatura, in cambio di cibo e protezione; un’altra parte ha creato una sorta di Resistenza; poi, come prevedibile, c’è una quantità notevole di cani sciolti, sparsi e disorganizzati, ma non per questo meno pericolosi.

Il protagonista è un maschione adulto, fatto di muscoli e dubbi, con un senso dell’umana umanità tutto suo, ma credibile anche al di fuori della fiction: pochi tratti, ma ben scritti e ben interpretati. La protagonista, invece, è una ragazza piena di vita e di humor, e sembra essere immune al virus: la sua figura è credibile, anche se a volte l’attrice calca un po’ troppo l’interpretazione.

La Resistenza incarica lui di portarla verso un laboratorio supersegreto dove studieranno quanto/come/perché sia immune, così che possa tornare utile per l’Umanità rimasta.

Un viaggio pieno di insidie, le cui trame si dipanano rispettando tutti e quattro i topos narrativi: assedio, viaggio, sacrificio, ricerca. Una sorta di anabasi in cui i due imparano a conoscersi: prima nemici, poi scettici, quindi amici, infine inseparabili. Arrivati a destinazione, lei rischia di venire letteralmente vivisezionata; pur di salvarla, lui massacra l’intero avamposto della Resistenza e la porta via con sé.

La domandona che girava due anni fa, quando uscì la serie, era: in situazioni come queste, salviamo il mondo intero (sacrificando la piccola) o ce ne freghiamo e salviamo la piccola cui siamo ormai affezionati?

Certo, l’episodio del bus c’entra come i cavoli a merenda; però è indicativo di un modo di pensare che non credevo avrei mai raggiunto: prima proteggo la mia famiglia, poi forse il mondo tutto. È da egoisti? Sicuramente. Però, allo stato attuale, non riuscirei a proteggere un intero autobus, sapendo già che rischierei l’incolumità di mia moglie

31 dicembre 2024

SONNY BOY. UN’AUTOBIOGRAFIA di Al Pacino (La Nave di Teseo)

Biografia densa, ricchissima di storie, di sapori, di nostalgia, ma anche di dolore e di malcelati rimpianti. Scritta con entusiasmo e passione, ma anche con la ricercata consapevolezza di non indugiare nei "bei tempi andati". Al Pacino si dimostra efficace narratore, capace di ammettere i suoi limiti e di rispettare la verità.
Non è un libro propedeutico, ma credo sia utile per far capire soprattutto ai giovani il valore della gavetta, il rischio di cadere di nuovo anche quando abbiamo raggiunto un successo sicuro e duraturo, la facilità di autocompiacersi quando invece è necessaria una potente dose di umiltà e una buona cerchia di amici.
Non è neanche una lista di complimenti "tattici" a tutti gli attori incontrati: una volta entrati nel mood, il lettore capisce immediatamente se Pacino stia agendo d'impulso oppure stia seguendo la legge del cuore.
Io mi sono divertito soprattutto a gustarmi aneddoti e curiosità dei film che più ho amato (no, Scarface proprio non lo sopporto), come anche a rincorrere le versioni di alcuni fatti che avevo già incontrato nelle (auto)biografie dei suoi compagni di cinema.
Ad essere petulanti, mi sfugge perché manchi un indice ragionato; ma è un difetto ricorrente nei libri usciti in questo ultimo ventennio.
Se amate il cinema, il teatro, New York, la mitologia del vostro cuore, questo è il libro che fa per voi

12 ottobre 2024

il cinismo di PRIVATE PRACTICE

Dopo il marito che abbandona la moglie a morte certa, vi propongo un’altra scena che mi ha lasciato l’amaro in bocca, questa volta da un telefilm (o serie televisiva, come si usa dire adesso).
Private Practice
(2007 - 2013) è un medical drama nato dalla costola di Grey’s Anatomy (2005 - in corso), ma senza la capacità di mantenere a lungo l’attenzione del pubblico, nonostante i pattern narrativi siano pressoché identici. Uno dei motivi sta nella sua formula di base: sette dottori chiusi in quattro mura marroni, che a rotazione scherzano, amoreggiano, curano, sbagliano, urlano, piangono, litigano, fanno pace… claustrofobia assicurata, insomma. A questi, aggiungiamo storie collaterali che aprono e chiudono dentro quelle mura marroni, dialoghi di plastica, empatia dei personaggi pari a quella di un bradipo, fotografia da kodak instamatic anni ‘70, trame e sceneggiature che neanche il mio gatto, musiche in stile Beautiful del Prenestino.
Il 12esimo episodio della seconda stagione si distingue per un caso medico di rara cattiveria. Un tipo vedovo ha una malattia congenita che ha trasmesso anche ai due piccoli figli. La cosa cinica è che tra i due, la bambina morirà sicuramente entro breve, e non potrà trascorrere gli ultimi mesi di vita accanto al papà e al fratello, altrimenti moriranno sicuramente anche loro.
Ergo, il padre ha di fronte un bivio: o si preoccupa di stabilizzare la sua condizione e quella del figlioletto, per poi aiutarlo a crescere con una certa sicurezza e con un papà accanto; oppure lo lascia solo, magari in adozione, accompagnando invece la bambina al suo destino, per poi morire poco dopo anche lui.
Ora, io non so come definire una mente che si inventa una trama simile, ma anche in questo caso mi sono posto la domanda dell’altra volta: io, cosa avrei fatto?

14 settembre 2024

intorno a FEAR THE WALKING DEAD

Nella mia rassegna stampa settimanale, alla fine della pandemia segnalai uno studio pubblicato su Science Direct secondo cui i super-appassionati di horror, ucronie e distopie, sarebbero stati psicologicamente avvantaggiati nell’affrontare momenti così difficili, abituati come sono a leggere/vedere fiction su apocalissi da virus o da guerre distruttive.

Ebbene, se non siete tra questi, e temete una pandemia da Mpox (erroneamente chiamato “vaiolo delle scimmie”) o da un virus scaturito dall’Artico (come ipotizzato da Nature), ecco una serie che vi preparerà più che bene.

Il 21 aprile 2024, in Italia è stato trasmesso l’ultimo episodio dell’ottava e ultima stagione di Fear the Walking Dead, spin-off (e quasi-prequel) di Walking Dead (la serie televisiva sugli zombi, debitrice alla lontana anche dell’eruzione del vulcano Tambora, come sanno i lettori della rassegna).

Se Walking dimostra quanto possa essere miserabile il comportamento di ognuno di noi di fronte a una catastrofe senza ritorno, Fear insegue le persone “normali” sperando che si trasformino in eroi senza macchia. Walking è fiction, Fear punta al realismo.

A differenza della serie madre, che regge fino a metà della settima stagione (su undici), Fear diventa sempre più friabile già dopo la terza: tra sceneggiature altalenanti e cliffangher improvvisati, non mantiene le premesse delle stagioni iniziali. Soprattutto la prima, merita una visione senza preconcetti e paure: pochissimo splatter (e ben dissimulato); tempi narrativi lunghi, lunghissimi, assimilabili al tempo reale; dialoghi ridotti al minimo; protagonisti credibili; scarti narrativi quasi assenti; musica rara e rada, montaggio fluido e direzione della fotografia senza protagonismi.

Per i primi quattro episodi, non si vede nulla: l’angoscia è allusa, di sottofondo, cresce lentamente dentro una realtà quotidiana che ancora non sa e non ha capito cosa stia accadendo; lo spettatore spera sempre che tutto vada per il meglio, perché partecipa con la parte irrazionale di sé. Non fa presa il lento manifestarsi dei morti che camminano, ma la sorte dei vivi che repentinamente stanno perdendo la quotidianità, soprattutto quella degli automatismi; che poi è la parte più importante della nostra vita, perché ci protegge e dà un senso alle cose.

Al contrario dei film sullo stessa tema, costretti per motivi di spazio a riassumere in neanche dieci minuti la caduta verso l’abisso, Fear ha tutto il tempo per avvolgerci con grazia, tirare poi con calma l’elastico della tensione, e quindi BAM!, presentarci il conto delle nostre emozioni. Nella sua apparente lentezza, episodio dopo episodio sentiremo crescere dentro di noi un’angoscia personale, intima e privata, che val al di là di quattro mostriciattoli affamati della nostra carne. Una prima stagione terapeutica, insomma, che vale la pena di vedere tutta d’un fiato

06 luglio 2024

DONALD SUTHERLAND, tre ricordi

In Italia, di alcuni scrittori americani non conosciamo i libri, ma le trasposizioni cinematografiche: uno di questi è Jack Finney; leggendo la sua scheda su Wikipedia, vi farete un’idea.

Una delle sue opere più riuscite è Gli invasati (1955), la cui prima trasposizione cinematografica, L’invasione degli ultracorpi (1956), fu affettuosamente descritta da noi italiani come “il film coi baccelloni”. La regia è di Don Siegel, regista controcorrente noto soprattutto per i suoi duri film con Clint Eastwood.

La trama ricalca quella del libro (tranne che per il finale): per invadere la Terra, gli alieni mantengono un basso profilo, iniziando da un’isolata tipica cittadina della provincia americana. E lo fanno tramite questi ciccionissimi baccelloni, che contengono in nuce un abbozzo di copia del nostro corpo: come ti addormenti, ZAC!, vieni sostituito da una copia identica a te, ma priva di sentimenti e di empatia. La parte dolente è che chi è stato sostituito farà di tutto per farvi sostituire, approfittando della nostra fisiologica necessità di dover dormire; oltretutto, non è facile reagire violentemente contro chi somiglia perfettamente a un nostro caro. Chiara denuncia contro il maccartismo, vede un finalone buonista, poco amato dallo stesso regista.

La terza traduzione cinematografica (1993) è di Abel Ferrara, dimenticabile quanto noiosetta. La quarta, invece (2007) vede tra i protagonisti la plastica amimica di Nicole Kidman e un distratto Daniel Craig, appena rinfrancato dal suo primo 007; ed è poco sopra l’asticella del trascurabile.

Non mi sono dimenticato della seconda trasposizione (1978, remake dichiarato del primo film): Terrore dallo Spazio profondo, un gioiello. A mio avviso, mantiene la tensione dell’originale, con la sapiente aggiunta di una certa alienazione tipica dei film anni ‘70, che rende la visione angosciante dall’inizio alla fine. Al contrario del libro (dove i baccelloni scappano via, verso lo Spazio) e degli altri film (dove comunque l’Umanità se la cava), qui il finale fa male, malissimo. Ed è perfettamente rappresentato da Donald Sutherland, recentemente scomparso: anche senza conoscere la trama nel dettaglio, guardate questo frammento.

E visto che ci piacciono i gradi di separazione (la cui traduzione cinematografica vede come protagonista sempre Sutherland)…
- lo scrittore Robert Heinlein aveva scritto qualcosa di simile agli Ultracorpi qualche anno prima: Terrore dalla Sesta Luna (1951). Ora, è vero che il timore che qualcuno controlli le nostre menti e le renda remissive è frequente nella narrazione moderna, ma è curiosa la quasi contemporaneità dei due testi, come anche la “novità aliena”
- la coincidenza incredibile è che Sutherland reciterà anche nella traduzione cinematografica del libro di Heinlein (1994)
- a questo, aggiungiamo che proprio il testo di Heinlein ispirerà il 29esimo episodio della prima stagione di Star Trek TOS (1967), in cui recita anche Leonard “Spock” Nimoy. Indovinate? Nimoy apparirà accanto a Sutherland in Terrore dallo Spazio profondo
- il protagonista del romanzo di Heinlein beve solo Martini “agitato, non mescolato”… chi vi ricorda? Già, Ian Fleming: ne farà tesoro, infatti, quando dovrà caratterizzare il suo James Bond (1953)

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Quando uscì sulla mia rassegna settimanale l’aneddoto che chiude questo post, mia moglie mi propose di andare a visitare Bomarzo. 

Durante il tragitto, dal suo Spotify uscì una canzone che gli appassionati della serie Stranger Things (2016) conoscono molto bene: “Running Up That Hill” (1985), dolce capolavoro di Kate Bush.

Se la serie ha consentito alla mia generazione di incontrare quelle attuali, quelle attuali hanno potuto conoscere una delle voci più incantevoli della nostra adolescenza, scoperta e aiutata insospettabilmente da David Gilmour, chitarra e voce dei Pink Floyd.

Di Kate Bush ricordiamo tanti piccoli gioielli, non ultimo “Cloudbusting” (uscito sempre nel 1985), il racconto commosso ed empatico di un inventore incompreso che avrebbe escogitato un marchingegno per far piovere là dov’è necessario, ma cui nessuno dà credito se non il giovanissimo figlio. 

E chi è il protagonista del video ufficiale? Sempre lui, Donald Sutherland, all’inizio riluttante, ma poi partecipe ed entusiasta

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E veniamo a Bomarzo.

Un'altra curiosità che mi è venuta in mente pensando a Donald Sutherland, riguarda anche un luogo magico dell’infanzia, almeno per i romani della mia generazione.

La prendo alla lontana. Se vi chiedessi chi sono Anthony M. Dawson, Bob Robertson, Hank Milestone, George Eastman e Joe D'Amato, forse impieghereste qualche minuto per darmi una risposta. Ma se vi dicessi che sono i nomi d’arte di Antonio Margheriti, Sergio Leone, Umberto Lenzi, Luigi Montefiori e Aristide Massaccesi?

Era una prassi quasi scontata che registi italiani alle prime armi - o di film di basso costo - firmassero le proprie regie con nomi stranieri, per dare quel non so che alle loro opere. Eravamo ai confini dell’impero: per quanto il nostro cinema fosse migliore di quello USA (fino agli anni ‘80; poi, da “Nuovo Cinema Paradiso” è iniziato il declino), si sentiva il bisogno di darsi un tono.

Raramente, è capitato il contrario: con l’americano Warren Kiefer, per esempio, che usò il nome Lorenzo Sabatini per le sue regie in Italia. Il film per cui lo conoscete inconsapevolmente è “Il castello dei vivi morti” (1964), perché girato in b/n soprattutto tra i mostri di Bomarzo. È un inquietante gotico all’italiana, sicuramente datato, che vede al suo esordio proprio il nostro Donald Sutherland, addirittura interpretando tre personaggi diversi (tra cui una vecchina cattivella).

Da lì, l’attore canadese prese il volo, diventando l’eccellente e poliedrico interprete di numerosi classici. Ma non dimenticherà quel suo esordio, tanto da chiamare uno dei suoi figli con il cognome del regista, Kiefer: Kiefer Sutherland

03 luglio 2024

EX AND THE CITY (una serie necessaria)

Secondo uno studio uscito poco più di un mese fa, a partire dal 2000, il livello di contenuti sessuali nei film è diminuito del 40 %; il numero di quelli senza alcun contenuto sessuale è arrivato a circa il 50%. I motivi sono tanti, alcuni insospettabili: vi rimando a questo articolo di Wired per farvi un’idea.

Fanno da apparente contraltare le serie televisive, dove in alcuni casi si raggiungono picchi quasi-hard: Bridgerton, Games of Thrones, Peaky Blinders, American Horror Story, per citare quelle di maggiore successo. Se ci fate caso, sono titoli ambientati soprattutto in altre epoche o surreali.

Se e quando accadono scene di sesso in serie contestuali, invece, interviene la rigida logica del politically correct, ma con un approccio ipocrita: le scene esplicite (comunque edulcorate) valgono solo per personaggi eterosessuali; di quelle tra LGBT+, invece, viene rappresentato o il “prima” o il “dopo”, e decisamente sottotono (Grey’s Anatomy insegna).

Personalmente, ho sempre creduto nell’inutilità delle scene sessuali, sia nei film che nelle serie: non le capisco, mi annoiano, il 99% delle volte servono solo ad allungare il brodo.

C’è, però, un caso in cui il sesso è necessario, perché protagonista di una narrazione: nella serie Sex and the City (1998-2004). Sei stagioni tiratissime, in cui si parla/vive la sessualità in tutte le sue possibili declinazioni, dalla sola prospettiva delle donne, senza pruderie o provocazioni o ridondanze gratuite, ma soprattutto alla portata di tutte (al di là, quindi, della benestante classe sociale delle protagoniste), come se fosse implicita un’ideale immedesimazione con la vita reale delle spettatrici. Una serie credibile, con un linguaggio in-credibile, che ha rappresentato l’acme di una narrazione che non ha saputo più andare oltre né tantomeno vantare validi epigoni.

Provate a immaginare una cosa del genere, oggi, con la stessa forza dirompente, propositiva e ricca di opportunità per un dibattito serio e un confronto costruttivo…

08 giugno 2024

POWER: LA POLIZIA NEGLI STATI UNITI

A ridosso di alcuni episodi recenti, abbiamo espresso giudizi perentori sulla Polizia Americana, senza però chiederci “come mai” si comporti così e perché sui social incontriamo spesso episodi di inusitata violenza degli agenti, gratuita quanto inaspettata.

Affidarci al solito reliquario antiamericano serve a ben poco: sicuramente, ci fa fare bella figura con i nostri simili, ma non chiarisce nulla.

Su una delle piattaforme private, trovate Power: la Polizia negli Stati Uniti (2024), un ottimo documentario, lungo al punto giusto, in cui esperti e storici illustrano le origini e la struttura di uno degli strumenti di controllo statunitense più libero e indipendente che si sia mai conosciuto.

Costruito attraverso documenti e dichiarazioni argomentate e documentate, è un film senza afflato ideologico né un punto di osservazione fazioso; ed è per questo che fa impressione e sconcerto. Oltretutto, manca totalmente di retorica e di autocompiacimento.

Pensare che tra poco, questi 900.000 uomini saranno in mano a Trump, o comunque saranno sovrapponibili alla sua visione cafona e violenta del potere, fa impressione e paura

06 giugno 2024

UN SOGNO PER VIVERE di Steven Spielberg (Wudz)

Mancava un libro del genere, soprattutto perché qui in Italia ci sono state troppe pubblicazioni critiche e nessuna, invece, dalla bocca/penna del diretto interessato. 
Steven Spielberg, insomma, è quel tipo di regista che va fatto parlare, va ascoltato, va stimolato, perché sarà sempre interessante, rigoroso, anche spiritoso, e sempre rispettoso nei confronti dell'intervistatore e del pubblico.
Un libro di interviste nodali, tranne due capitoli che potete tranquillamente saltare, che accarezzano l'intera carriera del nostro genio, dove ogni esperto sa comporre domande azzeccate e documentate.
Un piccolo gioiello che inaugura una nuova casa editrice, Wudz, che ha ancora bisogno di rodare il suo rapporto col pubblico. 
L'unico appunto è sulla traduzione: sembra senza personalità e con dei passaggi che ne arrotolano la lettura; visto che gli intervistatori sono sempre diversi, una tale omogeneità di stile non può che essere responsabilità della curatela italiana.

25 maggio 2024

THE GOOD NURSE

Charles Cullen è un serial killer americano condannato in via definitiva per l’omicidio di almeno 29 persone (sulle 40 da lui dichiarate); cifra che potrebbe arrivare addirittura a 400, almeno secondo alcuni inquirenti.

Infermiere modello, uccideva le sue vittime per via endovenosa, usando farmaci che ad una biopsia standard potevano risultare plausibili, oppure aumentando oltre il consentito l’inoculazione di insulina.

The Good Nurse (2022) racconta la sua cattura, partendo dalla vita dell’infermiera che intuì il suo modus operandi. Un film eccellente, che tiene inchiodati sullo schermo fino alla fine e che riesce a dosare sapientemente tensione e sospensione, amicizia e tradimento, fiction e realtà.

Lui è interpretato da un sontuoso Eddie Redmayne, capace di così tante sfumature e sottintesi, che diventa quasi doloroso per lo spettatore vederlo ammettere di essere il criminale che sappiamo.

Lei è Jessica Chastain, sicuramente meno brava, ma che alla fine funziona proprio perché capace di arginare la sua recitazione.

Ma la vera protagonista è la colonna sonora, nel suo insieme però: musica e suoni, rumori e silenzi, sono un film nel film, un esercizio di stile che sorprende per la gamma di sentimenti che riesce ad esprimere, per come supporta la sceneggiatura e la regia.

A latere, per chi è acritico antiamericano, è un film che denuncia anche i difetti della sanità privata. Infatti, i dirigenti degli ospedali dove Cullen commise i suoi delitti, evitarono accuratamente di denunciarlo, onde evitare ritorsioni mediatiche contro le strutture: lo allontanavano quasi in silenzio e poco più.

Per gli appassionati di gradi di separazione: l’attore che interpreta il detective è il medico che studia il cervello degli zombi nella prima stagione di Walking Dead; l’attrice che interpreta la dirigente ospedaliera, invece, è la mitica Madison sempre più ricorrente nello spin-off Fear the Walking Dead

18 maggio 2024

l'oltre di OPPENHEIMER

Raramente, un’opera riesce a rappresentare visivamente la galassia dei sentimenti che alberga in ognuno di noi. Ogni forma di espressione artistica, infatti, ha i suoi limiti oggettivi; e anche quando l’autore forza la mano, riuscendo a trovare una via quasi perfetta, resta sempre qualcosa in sospeso.

Tra le pochissime opere recenti che sono riuscite a sfidare queste allegoriche Colonne di Ercole c’è Oppenheimer (2023), l’eccellente film di Christopher Nolan che ha vinto legittimamente gli Oscar più importanti.

Ha la capacità di fare vedere e sentire (nel senso epidermico del termine: gli inglesi direbbero feel) i sentimenti, i tormenti, la genialità, le paure, i mostri interiori dei singoli personaggi.

Sceneggiatura, musica, montaggio e fotografia sono al servizio dell’anima, sia nella sua forma interiore che in quella espressiva. La cosa incredibile è che sono pregi “economici”, che non hanno bisogno del budget speso per produrre questo capolavoro: significa, insomma, che il contributo umano alla riuscita di questo film è ben superiore a quello tecnologico (al netto che il regista è noto per usare effetti visivi/analogici invece che speciali/digitali).

Lo dico perché chi mi contestato la stroncatura del film di Cortellesi ha aggiunto che con quei budget non puoi fare di più. Non è vero! E Oppenheimer ne è la prova! Funziona per le qualità attoriali, per la sceneggiatura piùccheperfetta, per la direzione delle luci sempre puntuale, per il montaggio attento a ogni singola sfumatura, per la musica e i suoni - composti coerentemente e incastonati al momento giusto.

11 maggio 2024

14 VETTE, in compagnia di Nirmal Purja

Anche se non siete appassionati, conoscete sicuramente Nirmal Purja per questa foto. Premesso ciò, è un alpinista ed ex militare nepalese che ha scalato tutti e 14 gli Ottomila in soli sei mesi e sei giorni: un record tutt’oggi imbattuto, che gli ha fatto ottenere anche cinque Guinness dei primati.
Per farvi un’idea (guardate le date!):

23 aprile 2019 Annapurna I (8091 metri)

12 maggio 2019 Dhaulagiri I (8167)

14 maggio 2019 Kangchenjunga (8586)

22 maggio 2019 Everest (8848)

22 maggio 2019 Lhotse (8516)

24 maggio 2019 Makalu (8485)

03 luglio 2019 Nanga Parbat (8126)

15 luglio 2019 Gasherbrum I (8080)

17 luglio 2019 Gasherbrum II (8035)

24 luglio 2019 K2 (8614)

26 luglio 2019 Broad Peak (8051)

23 settembre 2019 Cho Oyu (8201)

27 settembre 2019 Manaslu (8156)

29 ottobre 2019 Shisha Pangma (8027)

La sua straordinaria impresa non ha mai avuto la giusta eco mondiale, solo perché “non sono un bianco occidentale”. Piccola consolazione mediatica è il film 14 vette (2021), che racconta quei mesi con una scelta stilistica convincente, a metà tra il documentario e il film-quasi-thriller.
Tra interviste, riprese originali mozzafiato e simulazioni, lo spettatore rivive quei giorni quasi come fosse sul campo, godendo di tanta bellezza e di tanto coraggio.
Vi suggerisco di vedere questo piccolo gioiello: fa bene all’anima e insegna molto, sulle persone e sulla Natura

09 maggio 2024

L'AUTOBIOGRAFIA di Bud Spencer (Burno)

Nata da pochi anni, la Casa Editrice Burno ha pubblicato anche questa dolcissima autobiografia di Bud Spencer, uno dei massimi interpreti della cinematografia per giovani della mia generazione. Un attore morbido, simpatico, paterno, pieno di calore umano e di simpatia senza confini.
È un'autobiografia senza pretese, ma proprio per questo molto interessante, perché esplora mondi e geografie che oggi risulta impossibile anche e solo immaginare.
Un libro dove trovate anche moniti educativi ma non didascalici, come anche un certo modo rigoroso ma solare di intendere il senso del dovere, quel vivere la vita con il sorriso da una parte e la dignità dall'altra.
Bud Spencer per me è soprattutto questo, ma anche questo e questo
Mi rendo perfettamente conto che per i ragazzi di oggi un ragazzone del genere sia anacronistico e anche ingenuo, ma è il simbolo genuino e autentico di un periodo storico in cui ogni cosa aveva il tempo di sedimentare, di crescere, di diramarsi, di diventare genitore o fratello o amico o visione.
Si teme spesso di scadere nel passatismo quando si affrontano certi argomenti. È sensato e forse legittimo. Ma almeno avevamo la possibilità di assorbire con gusto i nostri giorni, di assaporare ogni singolo istante, senza che la realtà dei grandi rovinasse la nostra immaginazione.

20 aprile 2024

LA SOCIETÀ DELLA NEVE andrebbe proiettato nelle scuole

La società della neve (2023) è un bel film commovente. Nonostante sia leggermente lungo (come sembra imporre un probabile “standard Netflix”), riesce a raccontare il terribile dramma delle Ande in maniera addirittura poetica.

Sono rimasto perplesso solo per come sia stato strutturato il finale: non vengono raccontati tutti i tentativi dei due “eroi” di raggiungere i soccorsi, prima di quello risolutivo. Così com’è, mi è sembrata un’impostazione sbilanciata rispetto al resto della sceneggiatura.

Voglio dire che i tempi narrativi del film seguono un ritmo lento (ma giusto) che tiene lo spettatore dentro una tensione emotiva consistente: questa sorta di scatto finale troppo repentino toglie un po’ di spessore.

Non vi spoilero l’origine della voce fuori campo, ma vi posso dire che funziona con dolce esattezza, mantenendo compatti i quadri narrativi e coinvolgendo lo spettatore senza ricorrere al pietismo.

Pochissima musica, ma al momento giusto (durante i soccorsi, poi, strappa più di qualche lacrima); fotografia eccellente; montaggio elegante; regia molto compassata.

L’epilogo, poi, è struggente: quando la cinepresa indugia sui resti ormai abbandonati della fusoliera, il cannibalismo e quei terribili 73 giorni arrivano addosso tutti insieme, mozzando il fiato senza pietà.

Se il nostro fosse un Paese adulto e maturo, sarebbe molto interessante proiettarlo nelle scuole, lasciando poi libero sfogo alle considerazioni dei giovanissimi

17 aprile 2024

LA VIAGGIATRICE DEL TEMPO di Ute Lemper

Che meraviglia! Un libro bellissimo e pieno di poesia, storia, musica, filosofia, pensieri, ragionamenti, spontaneità, sensualità, autocritica. Un libro che lascia veramente un segno nel lettore, pagina dopo pagina, riga dopo riga; dove ogni parola sembra scelta accuratamente, ogni momento diventa epico, da gustare con calma e dedizione.

Onestamente, odio le definizioni preconfezionate, ma se questa è una "scrittura femminile", allora credo che buona parte delle donne che ho letto finora dovrebbe farsi un giro qua dentro e prendere appunti su come si parla di sé stesse e dei propri sentimenti.

Nella splendida prefazione, Ute Lemper tiene a precisare che il libro è scritto da lei stessa, senza intermediari o "aiutini" di ghost writer più o meno improvvisati. E ha pure il coraggio di riprendere in mano la sua prima biografia, discutendola, rimettendola in asse, dandole la giusta dimensione, ma senza rinnegarla e senza pentimenti.

Vengono i lucciconi quando parla delle Torri Gemelle, o quando parla al telefono con Marlene Dietrich, o quando affronta la Shoah, o quando ha la capacità di criticare il nazismo e la Germania ma senza scendere nelle dichiarazioni furbe o tattiche, o quando riesce a rendere con pochissime pennellate il fallimento del suo primo matrimonio e la crisi asfissiante del secondo.

Il suo percorso artistico è una battaglia continua, ricca di soddisfazioni, di cadute accettate, di imprevisti che non la scalfiscono in alcun modo. Si sente apolide ma curiosa, libera ma con tanta disciplina, aperta al nuovo ma senza cedere alle lusinghe delle suggestioni più facili.

Raramente, ho incontrato un libro così genuino e prezioso, che finisce troppo presto e che lascia un sorriso da ebeti sulle labbra. Ne consiglio vivamente la lettura

16 aprile 2024

100% WALTER (CHIARI) - BIOGRAFIA DI UN GENIO IRREGOLARE

Biografia godibile e saporita, scritta a quattro mani dal figlio di Walter Chiari, Simone, e dall'esperto Michele Sancisi. 

Grazie al primo, si vivono in prima persona, quasi in diretta, le emozioni, le sensazioni, la non-quotidianità, di un uomo fuori dagli schemi ma anche dotato di uno stile affascinante, ricco di contraddizioni ma pur sempre elegante.

Grazie al secondo, invece, si conoscono a fondo le vicende pubbliche e professionali, in rigoroso ordine cronologico, di un vero e proprio mattatore che ha caratterizzato la televisione (e il teatro) di almeno tre generazioni.

È un libro denso, pieno di cose, di aneddoti, che emana nostalgia e dolcezza, dove anche gli errori più pesanti (la cocaina, tra tutti) vengono trattati con composta indulgenza.

A chi si aspetta un chiarimento sul caso Luttazzi mi vien da dire che alla fine restano ancora dei puntini di sospensione; ma è ben poca cosa rispetto a un insieme che funziona, diverte e fa riflettere.

In coda, trovate una corposa analisi di tutte le performance del Walter nazionale.

Un libro ben fatto che forse potrebbe interessare anche a chi vuole conoscere un periodo storico più in generale, pieno di persone, personaggi, idee e anche un po' di sana leggerezza.

MICHAEL CIMINO di Charles Elton (La Nave di Teseo)

Ci sono saggezza e malinconia in questa bella biografia di Charles Elton. Mai un momento agiografico (nemmeno per sbaglio), mai una polemica buttata là: è un libro che rende omaggio a un maestro complicato, presentando il conto della sua vita, senza cercare l'effetto o la compassione.
Diventa, quindi, credibile la ricostruzione di tutto il caos generato da I cancelli del cielo, un capolavoro che a suo tempo fallì miseramente e che la vulgata di sempre ha considerato responsabile del fallimento della United Artists.
Elton ne ricostruisce le vere dinamiche, restituendo al film la sua dignità e collocando la figura di quel fallimento dentro a motivi più complessi, non ultimo il fatto che l'autorato era in crisi in sé e che alcuni di quei registi emergenti avevano bisogno di un agnello da sacrificare sull'altare della Storia del Cinema.
Ovviamente, il libro non parla solo di questo momento così cruciale: racconta benissimo Il cacciatore (facendo venire voglia di rivederlo) e tutte quelle pellicole che Cimino ha saputo impreziosire o con i suoi testi o con la sua regia.
È un libro che involontariamente insegna anche a evitare certi errori senza scendere per forza a compromessi dolorosi; ridisegna alcune biografie eccellenti; aiuta a saper scrivere testi con stile ricco ma anche fluido.
Ne consiglio vivamente la lettura.

13 aprile 2024

povere POVERE CREATURE!

In Italia, sussiste una sorta di ricatto a priori, per cui non conviene esprimere considerazioni controcorrente su alcune opere, anche quando queste sono oggettivamente imbarazzanti. È il caso di Povere creature! (2023), un film che deve piacere per forza, nonostante sia tecnicamente mediocre ed esteticamente ridicolo.

La regia non ha nerbo né idee; il montaggio è approssimativo; la direzione della fotografia si affida a ottiche usate a casaccio e senza criterio narrativo; la sceneggiatura è un pastiche di situazioni scollegate (spero che il romanzo sia migliore, sebbene ampiamente debitore di Heinlein e Greenaway); le recitazioni, ai limiti della querela per sciatteria; la musica, una presa per i fondelli.

Si salva giusto Emma Stone, che recita con mestiere, ma senza pensare che il lavorare per sottrazione sarebbe stata la formula migliore, almeno in questo contesto.

Si dice che sia un film contro i pregiudizi, un’elegia della libertà di scelta, il simbolo del riscatto delle donne. Davvero? Trenta minuti di sesso e novanta minuti di noia, per erigere uno sbiadito anacronistico monumentino all’emancipazione femminile?

10 aprile 2024

NE UCCIDE PIÙ LA GOLA CHE LA SCIARPA di Renato Pozzetto (Rizzoli)

Questa classica autobiografia si legge tutta d'una fiato. Nella sua apparente evanescenza, però, nasconde una verità più profonda: l'apparente leggerezza di quegli anni veniva da una lunga gavetta che preparava proprio alla leggerezza, che insegnava i giusti tempi e le giuste pause, che indicava quali confini superare ma anche come tornare poi dentro i margini del buongusto.
Ci ostiniamo ad avere una pessima opinione dei primi anni Ottanta, mentre invece furono proprio protagonisti come Cochi e Renato che riuscirono a mantenerli ancora densi e pieni di opportunità.
Non è un libro di insegnamenti né tantomeno l'elenco di formule vincenti per riuscire ad arrivare da qualche parte; però è un racconto che lascia qualcosa dentro.