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29 luglio 2026

LA VIA DEL MARE di Erika Fatland (Marsilio)

Nel XV secolo, dalle coste atlantiche del Portogallo prese avvio un’epoca di grandi cambiamenti: l’età delle scoperte geografiche trasformò un piccolo regno periferico in una potenza coloniale globale. Da qui Enrico il Navigatore pose le basi di un’egemonia marittima senza precedenti che, nella fase di massimo splendore, ha toccato quattro continenti e tre oceani. Cosa può rivelarci la sua storia su come nascono e si disgregano gli imperi, sul potere e sul mondo interconnesso in cui viviamo? A bordo di navi mercantili, sulla scia di quei pionieri portoghesi che fecero vela verso sud aprendo le rotte commerciali con l’Oriente, Erika Fatland ripercorre vicende e paesi, seguendo le tracce e le cicatrici di un impero perduto. Da minuscole isolette dell’Atlantico al Capo di Buona Speranza, dall’Angola a Timor Est, passando per le foreste pluviali dell’Amazzonia e le metropoli brasiliane, l’autrice si spinge fino in Giappone, il più orientale degli scali portoghesi. Interrogando luoghi e persone, fieri combattenti per la libertà e individui oppressi dall’occupazione straniera, romantici e nostalgici, riporta alla luce la controversa eredità di quel passato, impressa in maniera indelebile nei geni della discendenza, nella lingua, nella memoria

Che meraviglia di libro, di quelli che porti addosso per mesi e che vorresti rileggere tutto d'accapo. Non è solo "letteratura di viaggio" (che poi non è una definizione riduttiva), né un saggio storico, né un diario personale intriso di Storia e storie: è tutto questo ma anche molto di più.

La rara capacità che hanno le donne di saper leggere con profondità ed entusiasmo le pieghe degli eventi e delle cronache, è qui rappresentata al meglio, con uno stile e una grazia invidiabili.

Non troverete solo le gesta e le memorie di un popolo e di un Paese che è stato molto più importante di quanto venga raccontato nei libri scolastici: c'è anche la storia delle culture conquistate, spesso umiliate e a volte annientate, cui dovremmo dedicare più rispetto, da cui dovremmo imparare anche come la nostra cultura non sia (stata) così perfetta e innocente di fronte all'altro.

Suggerisco questo libro a chiunque ami leggere, a chiunque ami anche e solo il semplice gesto della lettura, quando cioè ti abbandoni totalmente e con fiducia allo stile e alla cultura di un'autrice che ho scoperto da poco e di cui ho acquistato tutte le traduzioni in italiano

16 ottobre 2025

HEAT OF THE MOMENT di Sandro Pistolesi (Arcana)

Steve Howe, Geoff Downes, John Wetton, Carl Palmer. 
Ovvero: Yes, Buggles, King Crimson, Emerson Lake & Palmer.
Di tutti i supergruppi che la Storia della Musica abbia mai partorito, Asia è forse quello con più componenti evocativi in assoluto (escludendo giusto Traveling Wilburys, paradossalmente più di nicchia).
Un supergruppo che esplose con un ottimo esordio - 3/4 commerciale e 1/4 progressive all'acqua di rose (ma che acqua e che rose) - e che ha resistito più del prevedibile, sfornando quasi regolarmente troppi dischi rispetto alla qualità dei singoli brani.
Questa encomiabile biografia ne elenca l'intera discografia, analizza tutti i brani, riassume tutti i possibili aneddoti, ogni minuziosissima storia, sia dei singoli componenti che dell'insieme.
L'unico appunto sono i toni, sempre agiografici e superlativi, e la forma, una sintassi decisamente da rivedere. 
Peccato, perché le intenzioni e la struttura sono notevoli. 
Solo per appassionati

 

02 dicembre 2019

dove porta PARASITE?

Nella lussuosa Sud Corea, una famiglia di quattro poveracci vive in estrema indigenza dentro un pulcioso seminterrato; in tempi e modi diversi, riescono a farsi assumere da un supericcone, senza fargli capire che sono parenti. Però la supervillona dove lavoreranno nasconde un segreto che stravolgerà la vita di tutti i protagonisti... ma non quella dello spettatore, purtroppo. 
Nell'arco dei primi venti minuti, infatti, la disposizione della trama perde tutte le sue potenziali opportunità: non è una commedia, non è un drammone post neorealista, non è un film di denuncia, non è un film allegorico, né tantomeno è un ibrido di questi quattro generi. Il film, insomma, va avanti a vele sciolte, in balìa di momenti casuali o di canovacci di fortuna. Il vero colpo di scena sarebbe all'ultimissimo minuto, ma non salva dalla stiracchiata sufficienza un film che addirittura parteciperà alla finale dell'Oscar come miglior film straniero.
I personaggi, poi, fanno enorme fatica a generare empatia; non parlo di recitazione (decisamente latitante), ma proprio delle figure che dovrebbero rappresentare, e che non si riescono a percepire in alcun modo. Salverei giusto qualche momento del padre, ma soprattutto la meravigliosa e purtroppo breve sequenza (l'unica da incorniciare) in cui la sorella, durante l'alluvione che inonda il seminterrato, per fermare il liquame che esce dalle fogne, si siede sulla tavolozza del water come se non stesse accadendo nulla, navigando con lo smartphone e fumando una sigaretta lercia e mefitica. 
E che dire del segreto della cantina? Sarebbe stato un perfetto macguffin (avete presente la valigia di Pulp Fiction?); di quelli che al momento giusto avrebbero lasciato l'amaro in bocca, un po' come l'amara conclusione di Train de vie. E, invece, sfocia nel grottesco, per cadere pesantemente nel sommesso grand guignol conclusivo.
L'epilogo post dramma offre spunti molto interessanti, anche se forse avrebbe funzionato più dalle vesti della sorella piuttosto che da quelle insipide del fratello. 
E proprio quando il rischio del doppio finale è in agguato, il regista riesce a chiudere con un minuscolo colpo di scena azzeccato e amarissimo (finalmente!).
Bong Joon-ho non è nuovo a film allegorici: The Host Snowpiercer 
avevano struttura e solido passo narrativo; potevano non piacere (e, infatti, a me non sono piaciuti), ma reggevano al trascorrere degli eventi. 
Qui, invece, siamo di fronte a un film irrisolto, forse penalizzato anche da un doppiaggio senza sfumature e a volte inutilmente gridato. O forse il regista stesso ha sentito di più le basi della trama, considerato che si nutre anche di realtà, sicuramente più dei due sopra citati.
Potremmo aprire un noioso (e quindi breve) dibattito, indicando due problemi a monte di film come questo.
Il primo è l'annosa ammorberia della critica militante, che ancora oggi si ostina a decidere cosa deve piacere e cosa no. Parasite ne esce sopravvalutato e irritante. Anzi: più irritante di quanto non lo sia in realtà.
Il secondo problema riguarda chi, come il sottoscritto, studia cinema da sempre (per inciso, sono della classe '66). Ne ho visto tanto, studiato tantissimo, letto ancor di più. Evidentemente, anche il cinema è fatto di cicli: se io ho un vago sentore di "già visto" o di debolezza narrativa, devo anche sacrificare la mia esperienza supponente, ricordandomi che un ventenne di oggi può non aver visto le migliaia di titoli che hanno condizionato la mia critica, "accontentandosi" quindi di un film come Parasite, oggettivamente debole e vacuo, ma contestualmente difensore di un certo cinema di qualità che ormai ha poco ossigeno a disposizione.

19 marzo 2011

ogni uomo è giapponese, non manco di nulla

Sto provando quasi un dolore fisico nell'assistere al dramma giapponese.
Nella testa rivivo tutto quelle volte che ho incontrato questa straordinaria cultura, restandone sempre e solo ammaliato, affascinato, invidioso quasi.
Ricordo 15 abbondanti anni fa, quando, ricoverato per quasi 5 mesi, ancora non erano certi se fosse un cancro o la sarcoidosi, e io leggevo quasi un libro al giorno. Non so per quale motivo caddi dentro La pioggia nera di Masuji Ibuse, tipico romanzo dopobomba (quella vera, e non quella ipotizzata dal vate Philip K. Dick), ricco di suggestioni e di umanità.
E che dire della Donna di sabbia di Kobo Abe? O dei capolavori "minori" di Mishima, che proprio in quegli anni venivano ricicciati da tutti, alla disperata ricerca di qualcosa all'altezza del Padiglione o della Maschera.
Il Giappone, che volevo visitare a Natale prossimo.
Il Giappone, che guardandolo nei film di guerra, non riuscivo mai a parteggiare contro: tifavo - questo sì - per gli eroi americani; ma mai riuscivo a "odiare" il nemico, come invece facevo con i "perfidi" nazisti.
Il Giappone, che ricordo quella mostra ad Arezzo sul periodo Edo, che gustai per due giorni consecutivi, imparando tante di quelle cose, che però la mia - la nostra - cultura così egoista ed individualista, impedisce poi di saper perlomeno ripetere, se non seguire, imitare.
Il Giappone, sono i tocchi di pianoforte di Sakamoto, che rende apprezzabili le altrimenti dolenti e monotone ballate di David Sylvian.
Il Giappone, che guida a sinistra, che si inchina sempre e ovunque, che è Takeshi Kitano, con quei film mirabili e delicati, anche quando parlano di mafia.
Il Giappone, che è Takashi Miike e il suo dirompente cinematografare così proiettato verso il futuro.
Il Giappone, che è Kurosawa, quando andai al Mignon a vedere i Sette samurai, e conobbi il compagno di mia madre. O quando seguivo le lezioni di Marotti alla Sapienza gustando inediti di questo straordinario maestro del persempre.
Il Giappone, che è Toshiro Mifune che chiede il permesso a Charles Bronson di uccidere Alain Delon, e per questo titubare si becca una pallottola nella pancia, e muore. E allora Bronson consegnerà al suo posto la preziosa katana.
Il Giappone, che legge più libri di chiunque altro al mondo, ma che poi li butta per mancanza di spazio.
Il Giappone, che adesso fanno la fila ordinata anche durante le evacuazioni, rispettando le distanze di sicurezza.
Il Giappone, che la gente ha fame ma non ha soldi; e allora i negozianti concedono comunque credito, perché sanno che la gente tornerà per pagare il dovuto.
Il Giappone, che sa sopravvivere e soffrire con immensa dignità.
Il Giappone, che vorrei abbracciare con tutto il mio spirito.

Message from Ryuichi Sakamoto

25 novembre 2010

forbidden colours

Quarant'anni fa si suicidava Yukio Mishima (Tokyo, 14 gennaio 1925 - 25 novembre 1970), uno dei più grandi scrittori di tutti tempi.
Nella mia vita esistono pochi momenti "prima/dopo"; sicuramente prima di leggere Mishima il mio rapporto con la vita era misero, rispetto al dopo aver letto i suoi capolavori.
Se non lo conoscete, vi consiglio di iniziare questo viaggio senza ritorno.

23 ottobre 2009

candidatelo alle primarie (2)

Vi ricordate di Dragan Stojkovic? Ora allena in Giappone il Nagoya Grampus Eight. Guardate che ha combinato:



Per la cronaca: per questa prodezza è stato espulso dall'intransigentissimo arbitro.