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17 febbraio 2025

GIORNALISTA/INFLUENCER ovvero IL GIORNALISTA CHE SPIEGA SOLO SÉ STESSO

Il giornalismo (almeno quello italiano) sta virando verso un’impostazione di fondo che non riesco ancora ad accettare.

Personalista e personalizzato; alla sola ricerca del click in più; autoreferenziale; inchieste costruite sui propri preconcetti; video in cui si cerca la posa anziché la dialettica e il confronto; interviste/forum in esclusiva ai propri colleghi/amici in cui si parla solo di sé stessi e delle proprie interpretazioni della realtà; una costante impellenza a voler/dover dire tutto su tutto e sempre, ma senza misurarsi con il giusto, il gusto e l’opportunità; sintassi scolastica e dizione approssimativa; argomentazioni da bar dello sport; condanna a priori dell’utente critico; ritenersi al centro della notizia, anziché servitori dell’informazione; pensare che il solo viaggiare significhi essere più bravi di Oriana Fallaci; difendere i deboli, ma senza far parlare (o ascoltare) veramente questi deboli

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Quando scrissi queste poche parole in coda alla prima rassegna del 2025, senza fare un nome che fosse uno, un mio collega mi disse che in controluce intravedeva anche la figura di una giovanissima giornalista, in quel momento intoccabile perché intricata dentro una crisi geopolitica.

In effetti, la ragazza è un esempio di quel giornalismo social/ista che nulla ha a che vedere con la notizia, con gli approfondimenti, con la difesa della realtà di cui abbiamo veramente bisogno.

Con le sue pose e il suo parlare per frasi convenienti, infatti, rappresenta appieno il giornalista/influencer: parla sempre di sé; si documenta solo all’interno del suo pretendere di sapere già cosa sia la realtà; un mondo che racconterà dalla prospettiva di un ipotetico selfie, con la notizia o la storia sfocate sullo sfondo.

Non è immune da questo social/ismo anche un giovanissimo tiktoker, diventato famoso perché nei suoi video in pochi secondi bignamizza con parole chiare e superficiali i classici della Letteratura e della Storia. Il problema non è la sintesi, ma il modo acritico con cui ha edificato lentamente il suo personaggio: il ragazzo, infatti, si autointerpreta con pose anacronistiche, schermate da un’eloquenza apparentemente profonda, tanto da aver svegliato Repubblica dal suo torpore editoriale, visto che gli ha proposto una rubrichetta per quei giovani che mai leggeranno Repubblica.

È un sempre più diffuso modo plastificato di non/esistere che avevo intravisto addirittura durante un funerale di cui vi avevo parlato qui, e che adesso sto incontrando anche in un contesto “sacro” come il giornalismo scientifico (ne parlerò).

Paradossalmente, nel cercare di dargli sostanza mi aiuta la parola stessa, “influencer”: colui che influenza, come fosse un virus. Anzi, no: è peggio di un virus, perlomeno per come poi reagiamo noi. Il virus lo individui, lo studi; hai persino la dignitosa volontà di combatterlo, per arginarlo.

Questo virus, questa viralità, invece, è un modo di non/esistere accettato da tutti, anche da chi ancora ne è immune o vaccinato.

È come se il social/ismo avesse scovato e poi liberato una pulsione subdola del nostro ego, contro la quale siamo totalmente indifesi: apparire la propria apparenza; accettare quella degli altri ma solo se gli altri hanno accettato la nostra; pensare che la nostra bolla sia la realtà; escludere chiunque non vanti la sua Capalbio virtuale (follower, collab, eventi, like, meme, pose, politically correct…).

Questo non/esistere così informe ed elitario (un’élite non di classe, purtroppo), mi ricorda il bellissimo film grottesco Society (1989), di Brian Yuzna. Vi suggerisco di cercarlo: non parla dei social, ma di tutto il resto

01 novembre 2024

I FUNERALI CHE CELEBRIAMO

Poche settimane fa, un minorenne è morto schiantandosi contro un muro. A indagini ancora in corso, non ha senso aggiungere altro, come purtroppo hanno fatto alcuni giornalisti, pubblicando persino nome e cognome del disgraziato, quando invece è vietato dalla legge (e dalla deontologia).

Io vorrei parlarvi del funerale, con la sottolineata premessa che le mie parole sembreranno spigoli giudicanti. In realtà, l’ho vissuto con commozione e costernazione, perché una vita così giovane non può diventare cenere così presto. Oltretutto, quello che ho visto era “naturale”, vissuto da ogni possibile ceto sociale con la stessa intensa spontaneità.

Ebbene, quasi tutti i numerosissimi presenti si comportavano come fossero in una diretta social, come se si sentissero costantemente inquadrati: espressioni, gesti, movenze, sguardi, lacrime, sembravano sovrapponibili a quelli che vedo sui video che scrollo ogni tanto pigramente.

Addirittura, c’era chi dal pulpito immortalava con lo smartphone la platea, chi dava il tempo per sganciare in cielo i palloncini bianchi o per accendere i fumogeni con i colori della squadra preferita dal povero defunto. Lenzuola sulla cancellata della chiesa scritte con caratteri runici (quindi, fascisticheggianti) da parte di famiglie notoriamente si sinistra. Disegni sul marciapiede con relativi selfie di gruppo. Magliette distribuite con sopra scritto il motto preferito dal ragazzo. I giovani genitori, abbagliati dal dolore, hanno fatto un discorso con una sequenza di brevi slogan in stile caption da postare; la madre, addirittura, ha proposto una sorta di call to action cui i giovani amici del povero defunto hanno partecipato con entusiasmo.

Non giudico nulla, per carità; né tantomeno mi interessa far finta di sembrare in linea con questa reale realtà di cui tutti facciamo parte, inconsapevolmente e spontaneamente. Del resto, se un primitivo avesse visto un funerale del Medioevo avrebbe espresso qualche grugnito di disappunto.

Il nodo è che la cultura del nostro microquotidiano è ormai così intrisa di queste nuove contaminazioni, così appiccicate ma ancora così poco comprese, che una semplice preghiera, una lacrima nascosta, una citazione poetica, sarebbero sembrate rivoluzionarie… anche per me

21 luglio 2022

salutando Eugenio Scalfari

Quando frequentavo uno dei licei più rigorosi di Roma - frequentato da un certo tipo di borghesia non per forza estremista, di Repubblica compravo spesso due copie: la prima veniva inevitabilmente vandalizzata dagli altri alunni; la seconda la tenevo nascosta per portarla sana e salva a casa.
Quella Repubblica era profondamente diversa da quella attuale. Purtroppo la "mentalità internet" appiattisce le prospettive: il passato viene schiacciato dal presente, e ogni parabola sembra un punto, facendo perdere il senso dell'evoluzione o dell'involuzione di persone, eventi o anche oggetti.
Quella Repubblica era una bandiera, una militanza, un modo di pensare, una visione del futuro, un manifesto della tolleranza, un baluardo dell’antifascismo, un invito al rigore etico e morale che personalmente provo ancora a mantenere dentro di me, nonostante sia ormai cresciuto assediato dal tradimento e dal disincanto, nonostante quel quotidiano non esista più da tempo.
Se penso a un modo di salutare il primissimo Eugenio Scalfari, per come appariva e per come era per noi giovanissimi lettori, mi viene in mente un verso di Rainer Maria Rilke, immenso poeta del Novecento, da lui tanto amato:
«Le parole grandi, dei tempi in cui gli eventi erano ancora visibili, non sono più per noi.
Chi parla di vittorie?
Resistere, oggi, è tutto
»

09 giugno 2021

LE CIVETTE IMPOSSIBILI di Brian Phillips (Adelphi)

Benvenuti in una ottimale rappresentazione dei non-saggi tanto cari ad Adelphi: questo libro, infatti, è un quasi reportage, un quasi viaggio, un quasi racconto di tante realtà totalmente diverse tra loro, che si legge tutto d'un fiato e che si dimentica con una certa facilità.
No, non è un difetto, anzi: semmai è la formula esatta per godere del gusto della lettura senza perdere tempo dietro sottotesti e moralismi d'effetto.
Lui è uno scrittore pop con un certo seguito; i capitoli sono una collazione di esperienze, raccontate con gusto ed entusiasmo.
Si va dalle gare con le slitte e si finisce dentro la corte di Elisabetta II, passando per una caccia alla caccia della tigre o a una serie di divertenti recensioni personalizzate di Star Trek o X-Files, senza però dimenticarsi della vera Area 51.
Ho trovato alcuni capitoli quasi scialbi, ma in linea generale è un libro decisamente estivo che non ha la pretesa della pesantezza né lo stigma della leggerezza. Se poi 20 euro vi sembrano troppi, c'è sempre la versione per e-book.

05 gennaio 2021

quando Scalfari sbaglia una data

Pochi giorni fa, in un'intervista celebrativa per i 45 anni di Repubblica, Scalfari è incappato in un errore storico da penna blu, affermando che Berlinguer sarebbe morto prima di Moro (potete leggerlo qui a sinistra).
Secondo, poi, alcuni esperti, l'altro errore (più veniale, ma storicamente meno noto) è stato il dimenticarsi che a quei tempi proprio Repubblica pubblicò articoli di fuoco contro il leader DC, accusandolo senza mezzi termini addirittura di corruzione; quindi ben lontana dai toni aulici espressi invece da Scalfari nell'intervista.
Ho avvisato prima la redazione, poi l'ho riportato su Twitter, citando sia Maurizio Molinari che l'account ufficiale di Repubblica (entrambi non hanno risposto), aggiungendo come ospite il noto Pazzo Per Repubblica, anche se non amo certi suoi toni sbrigativi (magari mi sbaglio io, ma preferisco approcci più garbati). Si è scatenata una messe di commenti e di retweet, ma anche di tweet con citazione.
Ebbene, da una parte mi sono sentito in colpa per come sia stato trattato il fondatore di Repubblica (apprensione inutile in questo caso, lo so); dall'altra ho constatato con mano (ancora una volta, per carità) quanto un certo pubblico di Twitter, ahimé numeroso, sia troppo aggressivo e inutilmente maleducato.
Non dico che bisogna essere silenti di fronte alle uscite 
di Scalfari, ormai sin troppo frequenti (ricordo che avrebbe intervistato più volte Papa Francesco, quando invece la Santa Sede ha negato almeno due volte), ma almeno tenere conto che se una persona sbaglia così di brutto vuol dire che c'è qualcosa che non va: si chiama vecchiaia.
E tu puoi essere il Male sceso in Terra, ma io "giovane" ho il dovere di lasciarti andare senza che tu ti faccia del male più di quanto non te lo stia facendo la Vita. E parlo con cognizione di causa, credetemi.
Ma mettiamo caso io stia sbagliando a essere compassionevole, questa storia tira fuori molti dubbi, meno personali e credo più concreti:
- ma Molinari dove stava? Se era distratto, vuol dire che l'intervista era proprio di forma e lui pensava ad altro; ma se non era distratto, cosa gli costava far presente questo e altri sfondoni? E tralascio certe malignità che ho letto in rete, dove qualche beota ha affermato che l'avrebbe fatto apposta, oppure che sia ignorante di suo: Molinari non mi piace, ma non ce lo vedo proprio né a usare questi mezzucci né a steccare una simile data
- dove stava la persona che ha trascritto l'intervista? Distratta pure lei, oppure sciatta, oppure incompetente? Non lo accetto da Repubblica, né quella della mia generazione (sicuramente esemplare sotto molti aspetti) né quella attuale (impresentabile nei contenuti che nella sintassi)
- come mai l'errore è stato corretto solo online e non sul pdf?
- come mai la rettifica cartacea del giorno dopo è stata pubblicata nelle pagine culturali anziché in quella dei commenti, come usa fare?
- come funzionano le verifiche a Repubblica?
- come funziona il customer care di Repubblica? Almeno un tweet di scuse, magari paraculo ma almeno che sappia mantenere quel "patto col lettore" che Repubblica ha perso da anni
Io non sopporto Luca Sofri, è noto, ma ha ragione quando denuncia come questo tipo di esempi così lampanti e incontrovertibili mettano in pessima luce tutto il giornalismo di Repubblica.
Per carità, sul suo ilPost racconta l'omicidio Calabresi in maniera "originale" - e in altri contesti confonde mele e pere; ma quando leggo alcune rubriche del suo giornale so che ho di fronte due elementi nodali: verifica a monte e capacità di mettersi in discussione.
Voglio dire che dopo questo tipo di errori, come lettore, ma anche se fossi un detrattore, mi fa gioco facile rivedere da una prospettiva negativa l'intera messe di informazioni che il quotidiano mi ha proposto negli ultimi tot mesi. Viene spontaneo, no?
Del resto, la Storia lo insegna: ci si ricorda solo delle ultime cose che hai fatto, soprattutto di quelle negative. E questo inesorabile declino verso la banalità e l'approssimazione, Repubblica non lo merita; ma non lo meritiamo soprattutto noi lettori.

04 maggio 2017

sweet funny Valentino Parlato

Ventiquattro anni fa, la mia primissima esperienza Rai: Prima Pagina, Radio3. Sveglia presto, una diretta di un'ora abbondante, giornalisti diversi ogni settimana, un banco di prova emotivo e professionale probante.
Ma io mi divertivo un mondo. Spesso facevo il regista, ogni giorno rubavo con gli occhi le professionalità che mi circondavano: tecnici, registi, speaker, funzionari, ma soprattutto loro, i giornalisti ospiti; una turnazione di uno a settimana... abbastanza per poterci parlare, addirittura raccogliere confidenze, segreti, intuizioni.
Certo, diciamolo chiaramente: il giornalista medio italiano non è proprio simpatico e disponibile; ma ero abbastanza giovane da passare sopra certe cafonaggini sesquipedali, per concentrarmi invece sulla professione. E poi di gente bella ogni tanto ne passava: Valentino Parlato fu uno di questi.

Fumatore accanito, uomo dotto e disponibile, elargiva sapienza e cortesia con impagabile umiltà. Ascoltava tutti e con tutti apriva la sua casa mentale. Nel giro di pochissimi minuti ti faceva sentire a casa, sempre pronto a seguire le tue parole
con la testa leggermente inclinata da una parte, sempre in compagnia delle sue sigarette, sicuro che il suo comunismo dal volto umano fosse veramente l'unica via per ottenere diritti e benessere per tutti.
Valentino Parlato sapeva stare alla radio, sapeva gestire i momenti difficili e sapeva come obbedire alle nostre richieste dalla regia. Ogni ascoltatore era prezioso e unico: a lui dedicava tutto se stesso, prendendo appunti mentali e instaurando un dialogo che seppur fugace era la prova che ogni confronto è possibile, se solo ci fosse umanità da ambedue le parti.
Dei tre miei anni a Prima Pagina l'ho incontrato ogni volta, e ogni volta sembrava ricordarsi di me, dandomi un'importanza assoluta, come la dava a chiunque, facendolo sentire unico e irripetibile. C'era una sorta di cristianità di fondo nei suoi modi, quella che noi atei vorremmo fosse la vera cristianità, che mai ho incontrato invece nei cattolici veri o presunti.
Poi l'ho perso di vista. Giusto una volta l'ho salutato al volo mentre percorrevo il "suo" Rione Monti.
Un bel giorno, 17 anni fa ho avuto la possibilità di lavorare brevemente con Matteo, suo figlio. Certo, ci frequentammo poco - a causa di una sua frattura che lo tenne lontano dai comuni uffici. Una volta gli dissi che gli volevo bene a Matteo, d'istinto; perché essere figlio di quel padre lo raccomandava automaticamente. Il verbo era inappropriato, ovviamente; e infatti Matteo mi guardò strano.
Però era così, ed è così: comunista mangiabambini o no che fosse, Valentino Parlato era un uomo giusto, buono, attento e civile.

C'è un aggettivo che generalmente le donne usano per gli uomini (raramente accade il contrario): "dolce". Ecco, Valentino Parlato era un uomo dolce, dolcissimo. E mi dispiace che sia morto. Tanto.

28 gennaio 2017

intorno al saggio personale di Simon Critchley su David Bowie

Quello di Simon Critchley è un libro bello, a tratti commovente, sicuramente stimolante, ogni tanto anche istruttivo.
Appartiene a quel filone di libri densi-ma-comprensibili che solo gli anglosassoni sanno scrivere con invidiabile disinvoltura; addirittura riesce a coniugare la prospettiva personale con quella del dotto e acuto filosofo che sa leggere e interpretare ben oltre le solite canoniche visioni crociane che tanto ammorbano invece i saggi nostrani.
Oltretutto, e qui sta il vero punto, l'autore ammette platealmente di forzare la mano, di entrare nell'opera omnia di David Bowie con fare fazioso e filtrato dalle proprie passioni.
Utilizza cioè la premessa di una "personalissima opinione", assumendosene la responsabilità. Se ci pensate bene, quando noi italici diciamo "personalissima opinione", ci releghiamo in un ipotetico angolo, quasi come se l'avere un'opinione personale sia un reato da ammettere preventivamente. È un comportamento che mi sfugge e che addirittura mi irrita.
E la cosa ancora più seccante è che quando scriviamo saggi assimilabili a quello di Critchley, anziché avere l'onestà intellettuale di premettere tale attitudine - ma con fierezza, diamine - ci sproloquiamo addosso con frasone ad effetto, magari con la protervia dello "spiegare bene" perché tanto gli altri non ne hanno la capacità naturale di spiegarselo da soli.
Abbiamo, cioè, la strana visione distorta che la nostra documentazione (spesso facile e affrettata, peraltro) sia l'unica e incontrovertibile, anche quando i fatti ci darebbero torto. È capitato recentemente a Donato Zoppo quando ha scritto il suo pessimo saggio sui testi dei King Crimson, càpita nel giornalismo nostrano quando ilPost o Wired salgono in cattedra deformando la realtà in base a un preconcetto di comodo di partenza.
Il tutto è un miscuglio di faziosismi non ammessi, di ricerche di parte, di letture forzate, di pervicace uccisione della realtà reale.
Quand'ho letto Critchley, non mi sono sentito un cretino trattato da cretino: mi sono sentito a casa, in salotto, con del buon Laphroaig nel bicchiere, in compagnia di un amico che mi ha accompagnato dentro la sua vita e dentro la musica di David Bowie, e dentro la sua vita accompagnata dalla musica di David Bowie, ma anche dentro la musica di David Bowie come stimolo per viaggiare dentro il mondo e la mente di David Bowie stesso.
E mentre leggevo, scoprivo cose in comune con questo amico immaginario, ma soprattutto mi riempivo di dubbi, di incertezze sia musicali che personali, con una irrefrenabile voglia di riascoltare certi brani, di rileggere certe parti del libro, di andare oltre cioè la dottrina tipicamente propedeutica e rigida del saggismo all'italiana.
E, ciliegina sulla torta, è un testo pubblicato da Il Mulino, che non mi sembra una casa editrice così elastica e disposta verso le frontiere aperte e coraggiose di David Bowie, uno dei più grandi geni della musica di sempre.

24 febbraio 2016

purtroppo Spotlight non è quello che noi siamo

Fughiamo ogni dubbio: Il caso Spotlight è un capolavoro. Non tanto per la sua eccellente struttura (sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio, musica), ma per il suo "sapore", per come cioè riesce a trattare un argomento così delicato - la pedofilia - senza mai scadere nel voyerismo, nell'ammiccare, nell'allusione crassa. Spotlight, insomma, è un esercizio di stile dentro quell'altro esercizio di stile più palese: il come si fa giornalismo d'inchiesta.
E già: come si fa giornalismo d'inchiesta?
Ce lo dice lo stesso Michael Keaton quando presenta il suo staff al neo direttore Liev Schreiber: certe inchieste potrebbero durare anche un anno! Capito? Un anno!
E perché mai qui da noi sarebbe impossibile?
Per un mucchio di motivi (lettori faciloni esclusi, ovviamente): 1) il gruppo dev'essere affiatato e collaborativo; 2) bisogna approfondire, e poi fermarsi per ragionare, e poi di nuovo approfondire, e poi di nuovo fermarsi per ragionare; 3) non bisogna mai dare le cose per scontate; 4) bisogna andare oltre le conventicole, le amicizie, le conoscenze; 5) non bisogna temere il pubblico, ma rispettarlo; 6) non bisogna adulare il pubblico, ma accompagnarlo; 7) bisogna riconoscere i propri limiti e sfidarli; 8) bisogna ricordarsi dei propri errori; 9) bisogna rispettare sempre le gerarchie; 10) sconfitte e successi sono colpa o merito di tutti.
Ma soprattutto c'è un elemento che non va mai dimenticato, e che va al di là delle cose pratiche, ed è un elemento etico e non scritto: il patto con il lettore. Se tu sei un professionista serio, io come lettore mi fido di te anche quando non sono assimilabile all'orientamento ideologico della tua testata. 
Il patto col lettore è più di una regola kantiana: è la chiave per comprendere la cultura del giornalismo anglosassone che è alla radice anche di Spotlight.
Ebbene, io non voglio chiedervi se i giornalisti italici siano dei buoni investigatori, perché la risposta già la sappiamo; ed è uno sconfortante "NO"! Del resto, pigri e svogliati come sono, preferiscono l'opinioncina-finta-indipendente-ma-superlecchina o il guadagnare aggregando notizie altrui spacciandole per spiegoni.
Io mi chiedo, e vi chiedo, ma tutti quei buffoni che "spiegano bene" il film o lo prendono come archetipo del proprio ideale di giornalismo - che però sono i primi a non praticare - e lo brandiscono contro i propri colleghi - dove comunque il più pulito ha la gogna... dicevo, questi buffoni, che razza di patto hanno fatto con i propri lettori?

22 settembre 2015

invitare al sabotaggio è violenza

Onestamente non capisco questa difesa ad oltranza nei confronti di Erri De Luca. 
L'invito al sabotaggio è istigazione a delinquere, non un reato d'opinione. Che poi lo proclami uno che ci sta simpatico, non cambia senso al fatto in sé; anzi, lo peggiora.
Una dichiarazione pubblica raccoglie gli equivoci che semina; e un intellettuale lo sa - o dovrebbe saperlo.
Se Erri De Luca avesse voluto fare il sofisticato - come si atteggia ad ogni respiro, non avrebbe dovuto rilasciare un'intervista così crassa in un contesto così equivocabile, ma esprimerla in un consesso adeguato. Invece, prima l'ha sparata grossa, poi ha fatto finta di ricredersi - come usano spesso alcuni ex di Lotta Continua. A casa mia si chiama "incoscienza"; intollerabile, specie se proviene da un uomo colto.
Insomma, l'appoggio a quei NoTav che sprangano poliziotti e tirano bombe carta, biglie di ferro, fumogeni e chissà cos'altro, è un'evidente avallare la violenza. Che poi a fare certe dichiarazioni sia un intellettuale o un uomo della strada, poco importa. Ma non mascheriamole come fossero un innocentissimo "reato d'opinione". Specie se provengono da uno che già in passato ha giocato con la Storia e la Verità, buttando là frasette incomplete e sibilline sugli Anni di Piombo
Oddio, io non mi meraviglio di questa follia collettiva: non sarebbe la prima volta che a sinistra facciamo i Marchesi del Grillo nei confronti del Diritto e della Libertà. Le regole sono regole, punto. O si rispettano, o si violano. Se le violi, devi avere il senso dell'onore di accettare le conseguenze, senza ammantarti di chissà quale santità, e senza che altri ti erigano statue di esempio morale quando invece hai fatto solo il teppistello con parole al cashmere.
Del resto, basta pretendere un po' di Ordine e di Polizia (certo, non quella di Genova, è ovvio), che i fighetti e i loro sodali scatenano violenze anche e solo verbali contro i "no", anche a quelli più giusti o ovvi.
Ricordate la raccolta di firme di Wu-Ming in difesa di Cesare Battisti?
E quella degli oltre 750 firmatari che uccisero il Commissario Calabresi ben prima che venisse fisicamente ammazzato da Sofri, Pietrostefani e Bompressi? Firmatari che qualche regista cinematografico coraggioso avrebbe definito "conventicole" (perché tali sono, altroché).
Non è cambiato nulla. Anzi, la situazione è addirittura peggiorata: perché i figli di quegli ideologi hanno introdotto sistematicamente un'informazione che racconta le cose a metà, rincorrendo lo stomaco (debole) del pubblico (acritico), dandogli in pasto gli slogan giusti al momento giusto.
A nessuno, però, è venuta in mente un'inutile domanda: di fronte alla protervia di Renzi, a questo suo sistematico e mortificante violentare la Sinistra e i suoi valori, dove stanno Erri De Luca e i suoi supporter? Forse è più facile ringhiare gratuitamente contro un poliziotto che tirare fuori le palle e dire invece NO a questi diessini plastificati travestiti da attori di un improbabile Quarto Stato 2.0.

18 aprile 2015

il mio Mario Pirani

Ci conoscemmo discutendo animosamente tramite un lungo scambio epistolare… già, vent'anni fa non esistevano le mail. Gianna Nannini aveva appena dimostrato platealmente contro Mururoa e Pirani la criticò aspramente. Io non ero certo favorevole all’esagerazione della cantante, ma neanche alle sperimentazioni nucleari dei francesi.
Dopo un paio di lettere, venne fuori che avevamo un comune amico appena scomparso, Tom Carini (il compagno di Elena Croce), e la circostanza trasformò quella discussione scritta in una chiacchierata telefonica, come fossimo vecchi amici (io, che potevo essere tranquillamente suo figlio).
Era un periodo in cui in Rai me ne capitavano di cotte e di crude: non “appartenendo” a nulla, ero obbligato a mendicare contratti e meritocrazia con risultati decisamente offensivi. Quando venne a sapere quali mancanze avevo subito da una comune conoscenza, Pirani prese le mie difese! Capito? Un uomo di tale portata, difendeva un ragazzo qualsiasi!
Credo sia stato uno dei pochi ad aver letto la mia tesi di laurea, oltretutto telefonandomi per ringraziarmi perché l’avevo citato tra le dediche.
Lo so, sono cose formali, facili da fare… ma, proprio perché “facili” da fare, nessuno dalle posizioni come la sua le ha mai fatte.
Grazie a lui ho conosciuto Enzo Siciliano, il quale dopo avermi conosciuto mi chiese il raro privilegio di scrivere nell’Enciclopedia del Cinema della Treccani! Una medaglia nel mio curriculum.
Colpito dalla qualità della mia voce, Pirani spedì il mio curriculum a Santalmassi (senza che gli avessi chiesto nulla), allora direttore delle tre reti radiofoniche della Rai. La cosa andò male solo perché quella comune amica aveva da imporre figli di amici più potenti.
Quando dovetti entrare forzatamente in causa con la Rai, fu l’unico che cercò di farmi entrare a Repubblica, tanto da farmi avere addirittura un colloquio con una dirigente della nascente area multimediale.
I primi tempi in cui ci frequentammo, una volta mi chiamò per invitarmi a colazione. Io, nella mia imbarazzata ingenuità, presi alla lettera l’invito e gli chiesi se preferiva i cornetti o le ciambelle… lui sorrise e mi disse: “preferisco che venga a mezzogiorno”.
Ecco, non posso dire di aver perso un “amico” perché è un termine sicuramente impegnativo, ricco di liturgie e significati profondi. Però sono veramente addolorato per la sua morte.
Non ci siamo mai dati del "tu", neanche so perché. Però, adesso che non ho la soggezione di avere davanti il suo sapido sguardo, posso permettermi di dire: ciao Mario, Arukh atah Adonai Eloheinu melekh ha'olam, dayan ha-emet.

22 febbraio 2015

cronache di un abbraccio dell'@HuffPostItalia


Se siete arrivati qui per la prima volta, riassumo brevemente cosa è accaduto in questa settimana.
Poi, da domani, torniamo a parlare di libri e dischi.
Durante il live twitting del Festival di Sanremo tra l’11 e il 12 febbraio, posto un tweet infelice che poi cancello subito.
Immediatamente, da questo mio blog personale dichiaro di essere io il responsabile dell'accaduto, sottolineando il pressapochismo del giornalista in questione. Forse è la prima volta che un dipendente pubblico ammette in prima persona le proprie responsabilità, perlomeno in questo modo.
Nonostante questo mio espormi, il 13 febbraio Claudia Vago dallo scranno dell’Huffington Post dichiara che non mi sono assunto queste responsabilità (nonostante lei abbia saputo che sono stato io, proprio grazie al post dove me le sono assunte… a me sembra malafede).
C’è di più. In poche righe, Claudia Vago mette in dubbio la mia onorabilità, la mia professionalità, i miei metodi di lavoro; brandendo oltretutto la mia testa per scagliarsi contro la Rai. Per finire, dal suo account Facebook aggiunge frasi diffamatorie.
Domenica 15 febbraio, dal mio blog smonto pezzo per pezzo tutte le infondatezze di Claudia Vago. Il 17 febbraio posto il testo sia nel suo blog personale che sotto il suo l’articolo nell’Huffington Post.
A tutt’oggi, Claudia Vago non ha risposto ai miei corposi appunti, né tantomeno ha sentito il dovere etico di ammettere di aver sbagliato impostazione del suo intervento, ampiamente smontato sia dal sottoscritto che soprattutto dai fatti.

Il problema serio, però, è che tra vent'anni, come tra pochi mesi, il post screditante di Claudia Vago mostrerà un Alessandro Loppi che non c'è, che non esiste, ma che l'approccio 2.0 di molti lettori condannerà a vita e relegherà nella gora dell'eterna incompetenza.
Del resto, già in quest’ultima settimana, il post in questione potrebbe essere stato letto dai 26.660 follower di Claudia Vago (e dai suoi amici su Facebook), ma anche dai 226.000 follower e dai 305.000 fan di Huffington Post, come anche dai lettori online del periodico, come anche da chi fa ricerche su di me, e via immaginando.
Il bello è che quelle di Claudia Vago non sono critiche, opinioni o appunti. Sono giudizi, e infondati.
Ora: non credo che Claudia Vago sia una bugiarda, ma che non abbia compreso fino in fondo il peso specifico che simili infondatezze possano avere dentro il web; web che conserva tutto decontestualizzandolo, senza consentire al lettore 2.0 di sapere esattamente cosa sia accaduto (figuriamoci, poi, se andrà a leggere la mia contraccusa).
Lo stesso lettore 2.0 si chiederà legittimamente perché non faccio causa a Claudia Vago. È presto detto: non posso. Attenzione: non ho detto che non voglio, ma che non posso.
Aggiungo che dobbiamo ricordarci chi è il direttore dell’Huffington Post… Un cortocircuito che mi vedrebbe debole in partenza, nonostante il danno subito. Secondo la mia malizia, Claudia Vago può e poteva immaginarlo.
E comunque, dall’alto della sua negligenza, Claudia Vago non ha messo in dubbio solo la mia onorabilità, ma paradossalmente anche quella dell’Huffington Post.
Già: sono questi i metodi che Huffington Post consente di usare?
E dove erano i fact checkers dell’Huffington Post?
E se oggi sono stato io a subire le dimostrate infondatezze di Claudia Vago, a quanti altri toccherà domani, dopodomani, tra un mese o un anno?


Come parlare degli errori altrui in maniera intelligente

A proposito di abbracci ai morti: