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13 febbraio 2025

PARTHENOPE, una stroncatura

Ci dev’essere un qualcosa in comune tra certi maschietti borghesi, che quasi all'improvviso li porta all’impellente necessità di rimestare nel torbido dei propri pensieri. Altrimenti, non si spiega come mai registi straordinari come Antonioni, Fellini, Kubrick, Godard, Bertolucci, ad un certo punto della loro vita abbiano proposto film inutilmente pruriginosi.

Eros (2004), La città delle donne (1980), Eyes Wide Shut (1999), Prénom Carmen (1983), The Dreamers (2003), hanno in comune un’inutile e insistita autopsia del corpo femminile come solo oggetto del desiderio, l’ostentazione di momenti sessuali tutt’altro che allusi, trame incongruenti e confusionarie, un approccio da guardoni che proprio non ti aspetti da questi monumenti dell’etica e della cultura. A questa tendenza non scritta si è accodato anche Sorrentino con il suo Parthenope (2024), il cui sottotitolo doveva essere La gLande bellezza

Ora, io non appartengo alla categoria dei bacchettoni, né tantomeno mischio gusto personale e oggettività artistica: è che qui siamo di fronte a un film brutto, sia tecnicamente che esteticamente.

A me frega nulla della carne esposta, anche quando non ha scopo narrativo. Contesto, questo sì, l’indugiare pruriginoso e voyeuristico su una scopata pubblica tra adolescenti terrorizzati, su una giovane che si fa masturbare da un vecchio e laido sacerdote, sul vedi-non-vedi di un vestiario inutilmente microscopico, sulle scene saffiche riprese a una distanza da sincrotone: così come sono proposte e indugianti, diventano scelte zozze, gratuite, maschiliste e totalmente prive di scopo narrativo. Che ci siano o no, nulla cambia nell’insieme della trama.

E mi meraviglia che le femministe nostrane non si siano scagliate contro questo accrocco di tette, scopate e sguardi sporcaccioni, che ci buttano indietro di venti anni, riportando la donna a oggetto, a strumento amimico e remissivo di piaceri pseudobestiali.

Andando sul tecnico, invece, le riprese esterne sono un disastro, il montaggio pessimo, l’audio impresentabile, la sceneggiatura un colabrodo.

Vado nel dettaglio. Le luci degli esterni sembrano sistemate a coda di cane: altrimenti non si spiegano i cieli diurni sempre appannati, che oltretutto banalizzano i primi piani. Le riprese notturne, invece, perdono spesso la profondità di campo.

Montaggio: campi e controcampi senza nesso, inserti spesso inutili e controproducenti, ritmo inesistente.

Audio: tanto vale mettere i sottotitoli. A parte Silvio Orlando e Luisa Ranieri, il resto degli attori si mastica le parole. Il canale del commento musicale, poi, sovrasta tutto il resto.

La sceneggiatura è qualcosa che non capisco proprio. Bisogna concentrarsi parecchio per intuire i cambi di scena o il senso di certi frammenti narrativi buttati là. I dialoghi sono a metà tra Ciquito e Paquito e i Baci Perugina, con un flusso a corrente alternata di massime e di sentenze: lo spettatore si sente come Alberto Sordi e Anna Longhi in quel piccolo capolavoro che fu Le vacanze intelligenti (1978). L’unico monologo da salvare è quello di Luisa Ranieri. L’unica scena preziosa è l’abbraccio con Silvio Orlando.

Più in generale, a me sembra che Sorrentino abbia scientemente destrutturato i topos delle sue origini (Napoli, San Gennaro, la Camorra) come anche un certo modo di intendere la personalità di un regista (l’antropologia, il fanciullino curioso ma limitato dalle circostanze) per esprimere il suo disagio di fronte ai sessant’anni che incombono. E, guarda caso, lo fa attraverso una bellezza da smontare e non con un edonismo maschile immaginario (visto che non è propriamente bello); sono tutte speculazioni che lascio a chi si diverte a fare critica criptica.

Quello che trovo allucinante è che la critica abbia deciso che il film deve piacere. Un film pretenzioso e maschilista che è costato 33 milioni di euro e ne ha intascati solo 9

11 dicembre 2024

IL CASO CAFFO, OVVERO "IL PRONTO SOCCORSO DELLE CONVENTICOLE"

Quanto scritto in calce è apparso a chiusura di un recente numero della mia rassegna stampa prima della sentenza contro Leonardo Caffo, il "filosofo" accusato dalla sua ex compagna di maltrattamenti. Non cambierei una virgola, anzi: la boria con cui l'imputato ha reagito alla sentenza dimostra quanto lavoro ci sia ancora da fare, non solo tra noi maschietti, ma dentro le Conventicole, sempre più lontane dalla realtà, sempre più arroganti e (per esperienza diretta) poco educate.

A questa premessa aggiungo le fresche dichiarazioni della ex compagna del "filosofo" (successive quindi alla sentenza), mai consultata prima da nessun garantista, con la scusa che si doveva rispettarne l'anonimato, anche perché il dramma coinvolge anche la loro figlioletta. Una scusa infantile facilmente risolvibile, ulteriore prova di un'ipocrisia imbarazzante che si aggiunge alle altre ipocrisie di questa generazione di "intellettuali", che fa veramente male alla cultura, non solo italiana.

«Questa sentenza conferma una verità che per quasi due anni ho cercato di far emergere, affrontando innumerevoli difficoltà, sia sul piano personale e legale che mediatico. Queste difficoltà non sono un caso isolato, chiunque denuncia una situazione simile si scontra con un sistema che troppo spesso manca di strumenti adeguati per supportare le vittime.
Le vittime di violenza continuano a pagare il prezzo di una profonda carenza nell’educazione sentimentale e di una cultura ancora permeata di pregiudizi. È fondamentale che questa vicenda serva da spunto per riflettere su
quanto ci sia ancora da fare per prevenire e contrastare realmente le violenze»

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La scelta di Chiara Valerio di invitare Leonardo Caffo a partecipare all’imminente edizione di Più Libri Più Liberi dedicata alla memoria di tutte le Giulia Cecchettin, appartiene a quella mentalità tipica della “sinistra ZTL” di esprimersi soprattutto con provocazioni, troncando sul nascere ogni possibile obiezione, perché, in questo caso, surrettiziamente contraria al garantismo tout court.

Che poi il “filosofo” Caffo abbia rinunciato dopo la messe cospicua di polemiche, conta poco. Il danno ormai fatto non scaturisce dalla scelta della sua figura, rinchiusa dentro una denuncia atroce. Il danno nasce dalla mentalità che scatena situazioni simili: un modo supponente di imporre una propria versione della coerenza, una “mentalità pappappero” che detiene l’unica verità sulla libertà di pensiero.

Ma l’elemento che innervosirebbe persino Giobbe è la protervia: se fai notare che scelte del genere sono infantili e intellettualmente scorrette, vieni schifato con sguardo triglioso e poi magari redarguito col ditino dai componenti il “soccorso conventicole”: armati di media pervasivi, si dimostrano ancor più lontani dalla realtà (vedi Zoro e Linkiesta).

Se poi evidenzi che anche sul piano della mera comunicazione, certe scelte bimbesche sono facilmente strumentalizzabili, ecco che urlano che a loro della comunicazione interessa nulla: le regole della comunicazione, si sa, sono un portato del marketing e quindi del capitalismo e quindi degli americani cattivi cattivi.

Naturale, quindi, che venga spontaneo riferirmi anche a Michela Murgia, per una sua dichiarazione del 2021 che dimostra quanto sto scrivendo. Ricordo quanto fosse fiera di pensarla come Hamas, fregandosene delle conseguenze di un’apologia così ignobile, soprattutto tra chi non sa fare esercizio di critica. Tant’è che l’antisemitismo italico tutt’altro che dissimulato si è fatto scudo anche di queste sue farneticazioni. Addirittura, nessun movimento femminista si è speso pubblicamente per le ragazze uccise e rapite e stuprate il 7 ottobre 2023.

Bisogna sempre tenere a mente che questa generazione di fini pensatori concepì anche iMille, un laboratorio per una nuova sinistra che emanò il renzismo prima di Renzi stesso. Anche qui, alcuni componenti perseguirono la “mentalità pappappero” quando scelsero che titolo dare al primo convegno (2008): “Uccidere il padre”. Al di là della sciagurata scelta lessicale, sottolineo che tra i solerti partecipanti ci fu anche il figlio di un condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio di un padre (nonché servitore dello Stato): un minimo di prudente sensibilità sarebbe stata più che doverosa.

Sono esempi sparsi di un’attitudine ben precisa, trasmessa scientemente da una generazione all’altra. Attitudine che mai in questi decenni è cambiata, perlomeno nella sostanza.

A destra non sono così. Non hanno bisogno del pensiero per agire: agiscono, e basta. Visti i risultati delle elezioni di mezzo mondo, piacciono a molti

17 aprile 2024

LA VIAGGIATRICE DEL TEMPO di Ute Lemper

Che meraviglia! Un libro bellissimo e pieno di poesia, storia, musica, filosofia, pensieri, ragionamenti, spontaneità, sensualità, autocritica. Un libro che lascia veramente un segno nel lettore, pagina dopo pagina, riga dopo riga; dove ogni parola sembra scelta accuratamente, ogni momento diventa epico, da gustare con calma e dedizione.

Onestamente, odio le definizioni preconfezionate, ma se questa è una "scrittura femminile", allora credo che buona parte delle donne che ho letto finora dovrebbe farsi un giro qua dentro e prendere appunti su come si parla di sé stesse e dei propri sentimenti.

Nella splendida prefazione, Ute Lemper tiene a precisare che il libro è scritto da lei stessa, senza intermediari o "aiutini" di ghost writer più o meno improvvisati. E ha pure il coraggio di riprendere in mano la sua prima biografia, discutendola, rimettendola in asse, dandole la giusta dimensione, ma senza rinnegarla e senza pentimenti.

Vengono i lucciconi quando parla delle Torri Gemelle, o quando parla al telefono con Marlene Dietrich, o quando affronta la Shoah, o quando ha la capacità di criticare il nazismo e la Germania ma senza scendere nelle dichiarazioni furbe o tattiche, o quando riesce a rendere con pochissime pennellate il fallimento del suo primo matrimonio e la crisi asfissiante del secondo.

Il suo percorso artistico è una battaglia continua, ricca di soddisfazioni, di cadute accettate, di imprevisti che non la scalfiscono in alcun modo. Si sente apolide ma curiosa, libera ma con tanta disciplina, aperta al nuovo ma senza cedere alle lusinghe delle suggestioni più facili.

Raramente, ho incontrato un libro così genuino e prezioso, che finisce troppo presto e che lascia un sorriso da ebeti sulle labbra. Ne consiglio vivamente la lettura

13 aprile 2024

povere POVERE CREATURE!

In Italia, sussiste una sorta di ricatto a priori, per cui non conviene esprimere considerazioni controcorrente su alcune opere, anche quando queste sono oggettivamente imbarazzanti. È il caso di Povere creature! (2023), un film che deve piacere per forza, nonostante sia tecnicamente mediocre ed esteticamente ridicolo.

La regia non ha nerbo né idee; il montaggio è approssimativo; la direzione della fotografia si affida a ottiche usate a casaccio e senza criterio narrativo; la sceneggiatura è un pastiche di situazioni scollegate (spero che il romanzo sia migliore, sebbene ampiamente debitore di Heinlein e Greenaway); le recitazioni, ai limiti della querela per sciatteria; la musica, una presa per i fondelli.

Si salva giusto Emma Stone, che recita con mestiere, ma senza pensare che il lavorare per sottrazione sarebbe stata la formula migliore, almeno in questo contesto.

Si dice che sia un film contro i pregiudizi, un’elegia della libertà di scelta, il simbolo del riscatto delle donne. Davvero? Trenta minuti di sesso e novanta minuti di noia, per erigere uno sbiadito anacronistico monumentino all’emancipazione femminile?

06 aprile 2024

C'È ANCORA DOMANI?

C’è ancora domani è un film naif. In un contesto “normale” avrebbe ottenuto un successo standard e una moderata attenzione da parte dei media: in questo momento complicato per l’Italia, invece, è diventato il simbolo di una riscossa autoriale e sociale che, spiace dirlo, è esagerato.

Il punto debole più evidente è la sceneggiatura: una sequenza di quadri narrativi collegati senza criterio, con rari momenti surreali, altri didascalici, altri montati in maniera illogica.

Quelli surreali potevano funzionare e diventare una chiave narrativa, ma perdono di forza sia per la modestia attoriale sia per un’evidente disomogeneità con la sintassi filmica nel suo insieme. Peccato, perché la “danza della violenza” è un’idea meravigliosa.

I momenti didascalici (sicuramente necessari) cercano di aggrapparsi al neorealismo italiano migliore, ma sono fiacchi perché mal recitati (la costante di questo film: attori poco convinti).

L’idea di alternare i formati della pellicola, poi, avrebbe un suo senso se collegabile a dei leit-motiv; ma se alcuni momenti in 4/3 puntano all’oblio dei bei ricordi che furono, quello con lo schiaffone li contraddice. Schiaffone che peraltro apre il film, e che posto così non significa nulla.

Tra i momenti non-surreali, quello che proprio fa esclamare “embè!” è l’esplosione del bar (andateci nella vita reale, perché fanno gelati strepitosi!): improbabile, insensata, proposta con una sintassi ordinaria anziché surreale. Considerato la trama, andava sceneggiata in ben altra maniera. Così com’è, invece, sembra un rimedio frettoloso.

La fotografia in b/n, poi, segue almeno tre linguaggi: a volte è evocativa, a volte è narrativa, a volte è onirica; ma senza ratio. Anche qui, colpa della sceneggiatura.

Sceneggiatura che si dimostra debole anche nel montaggio, visto che ogni transizione viene rappresentata meccanicamente, senza sorprendere, senza accompagnare, senza incrociare i quadri (se non con dei totali ingenui).

L’unica idea vincente è il parallelo finale: tutti pensiamo a una fuga programmata con Marchioni, mentre invece Cortellesi vuole andare “solo” a votare.

La musica, invece, è convincente: Marchitelli propone autori e canzoni modernissimi, apparentemente stridenti con il contesto storico; ma, proprio per questo, funzionano benissimo.

Insopportabile, invece, l’epiogo, quando la canzone di Silvestri entra nella trama, sminuendo la necessaria e sacrosanta retorica del momento: è uno stratagemma alla Moretti che non ho mai amato.

A mio avviso, a questo film è mancato un produttore, uno che sapesse dire i giusti “no”, valorizzando con forza, invece, le parti nobili di un prodotto che alla fine appare confuso e poco al di sopra della sufficienza. Purtroppo, in Italia quella del produttore capace è un figura che manca da molto tempo, così come mancano autori e registi veramente bravi e coraggiosi.

Per essere un’opera prima, brava la Cortellesi, perlomeno per il tentativo. Ma non parliamo di miracolo né di capolavoro, per favore. Oltretutto, l’accusa di aver semplificato un tema forte e radicato quale la violenza maschile (non solo fisica) diventa più consistente proprio perché il linguaggio filmico nel suo complesso non funziona: è ingenuo, didascalico e friabile.

A latere, con quasi 5 milioni e mezzo di biglietti staccati, viene da chiedersi: ma dov’è ‘sta gente? Chi vota? Voglio dire che con questa desertificazione dell’etica, della morale, meraviglia una fame civica così apparentemente diffusa.

Post scriptum La premier non ha partecipato alla proiezione in Senato: eppure, i diritti di cui parla il film sono anche i suoi e dei componenti il suo partito, e sono frutto del sangue versato dalle donne e dagli uomini di PCI, DC, PRI, PLI, PSI… antifascisti, ricordiamolo

16 marzo 2024

FAIR PLAY, un film che arriva "dopo"

Fair Play (2023) è un film strano: presi singolarmente gli elementi che lo compongono non funzionano; ma la loro somma, invece, segna la mente dello spettatore a distanza di tempo.

Interpretato da due attori sottotono (lei, l’avete vista su Bridgerton; lui, su Solo), con una fotografia didascalica, una regia sommessa e una musica che dimentichi dopo un minuto, ha una trama prevedibile e senza ritmo: “un disastro”, penserete.

Eppure, la storia di una donna in carriera che riesce a sfondare, con un fidanzato che invece non sa accettare quei successi, colpisce proprio perché è tutto così banale e finto e mal raccontato, che il guizzo finale (veramente alla fine: dura cinque secondi, neanche) sembra “solo” un rimedio narrativo per salvare il film.

Poi, però, dopo accade qualcosa dentro la mente dello spettatore, qualcosa che lavora inesorabilmente e con dissimulata caparbietà, che riempie gli spazi delle giornate, che pone dei dubbi e falsa tutte le risposte, che rende esattamente l’angoscia della donna, la sua difficoltà di realizzarsi, la pochezza del maschio “ferito” (da cosa? vallo a capire).

Insomma, io vi consiglio di vederlo perché sono convinto che lavorerà nella vostra anima così come ha scavato nella mia

06 marzo 2024

NYAD

In questi giorni, Jodie Foster è in cima all’attenzione dei media perché coinvolta nel quarto True Detective. Tra i tanti film che ha impreziosito con la sua eccellente recitazione, segnalo uno tra gli ultimi, Nyad (dov’è candidata all’Oscar come non protagonista, peraltro), perché si presta a qualche ragionamento.

Leggendo la scheda sul Wikipedia inglese, infatti, in coda vengono indicate molte e consistenti polemiche che sminuiscono la portata dell’impresa raccontata: una donna ormai 64enne riesce a nuotare, in solitaria e senza gabbia di protezione, da Cuba fino alla Florida; 177 chilometri faticosi e rischiosissimi.

Il film è così potente e credibile, che alla fine poco importa se le cose non siano andate proprio come vengono raccontate, poco interessa sapere che l’impresa non sia stata catalogata perché non conforme al regolamento vigente del Guinnes dei Primati. Il film racconta una storia, punto.

E lo sottolineo perché i temi narrati sono universali, la tenacia e la credibilità delle due protagoniste va ben oltre le personalità rappresentate, perché le imprese impossibili riescono solo quando sei circondato da chi sa criticarti e appoggiarti al tempo stesso.

Nyad non celebra una donna, ma la potenza insita della femminilità. Nonostante non voglia essere femminista, è molto più femminista di certi film dichiarati, perché delinea le sfumature delle incertezze che le donne vivono sulla propria pelle ogni giorno, anche quelle combattute contro sé stesse.

E il finale, così vivo e palpitante, strappa più di una lacrima di commozione, perché sono convinto che ogni spettatrice vi intraveda le proprie battaglie quotidiane - e quella rara capacità di rialzarsi immediatamente, costi quello che costi

06 luglio 2023

L'ITALIA IN UN TWEET

Parlare dei social non significa parlare del mondo intero; però, a volte, certi comportamenti così evidenti e lampanti dentro i social rappresentano in maniera chiara, anche semplicistica, un certo modo di essere.

Piccola premessa: il post sarà lungo. In questi tempi in cui ci si distrae dopo otto secondi anche senza volerlo, è quasi una scommessa, se non addirittura una follia, pensare che verrà letto - e che verrà letto fino in fondo. Ma il potere che ha internet è di essere un "eterno mentre"; quindi, quello che scriverò potrebbe essere ricicciato alla bisogna o risultare rappresentativo anche tra qualche anno.

Innanzitutto, parliamo di endogruppo. È la parte più noiosa, abbiate pazienza. Ma senza questo chiarimento, non avremo chiaro tutto il resto.
L'endogruppo non è composto da iscritti o da persone che si conoscono o frequentano. L'endogruppo è qualcosa di impalpabile, che ci può vedere protagonisti, o come "vittime", o come "carnefici", o come semplici spettatori.
Se, per esempio, in un consesso molto vasto dite una cosa, chi sa usare l'endogruppo come "arma" può delegittimarvi facendo leva sui bias di chi lo circonda: "lascialo perdere, non vedi che è un perfettino?". Oppure: "ha parlato il saputello, ha parlato".
Se non siete conosciuti da tutti i presenti, per voi è finita, perché da ora in poi siete intrappolati nel framing di quella definizione (incasellati, per dirla in italiano).
È un espediente che Berlusconi sapeva usare molto bene, tanto che la Sinistra ancora oggi ci casca con tutte le scarpe, non avendo capito che, quando sei dentro un frame, è meglio non rafforzarlo con comportamenti che lo confermino.

[Del resto, c'è un errore di fondo quando diciamo che Berlusconi ha prima fatto le televisioni rincretinenti, soggiogando le nostre menti, ottenendo quindi facili vittorie elettorali. Di fatto, stiamo dicendo che chi guardava le sue televisioni è un cretino. Mentre, invece, lui immaginava un prodotto vincente perché ad altezza popolo: è nata prima la gallina, cioè i telespettatori, e poi l'uovo, il prodotto televisivo]

All'interno dei social, il framing ha rovinato ogni forma di dibattito, di confronto. Insomma, basta stimolare un potenziale endogruppo per zittire il tuo interlocutore, senza mai entrare nel merito del suo dibattere.

Vi porto un esempio pratico, che avrà corollari a iosa. Ricordatevi, però, che è un esempio; e, come tutti gli esempi, semplifica, e si focalizza su una parte del tutto. L'insieme, cioè, è difficile da descrivere integralmente, proprio perché le parole scritte sono pietre spigolose e non sfere raffinate.

Come sapete, pochi giorni fa è venuta fuori una storia raccapricciante: in una società di marketing sussisteva una chat maschile e maschilista in cui i componenti facevano classifiche bestiali sulle colleghe. Roba veramente fuori da ogni possibile immaginazione.

Una influencer... attenzione, per i non addetti ai lavori: i numeri non restituiscono lo potenza di fuoco di una influencer. Voglio dire che la Ferragni (29 milioni di follower su Instagram) deve costantemente aggiornarsi e aggiornare, vivendo dei suoi follower; Taylor Swift (265 milioni di follower su Instagram) potrebbe persino non postare più, visto che la sua attività è soprattutto fuori dalla bolla social.
E quindi, è più influencer Ferragni o Swift? 

Dicevo, una influencer commenta la terrificante vicenda, scrivendo:
Sentite i vostri fidanzati mariti amici fratelli se vi fan dare un’occhiata veloce alle chat [...]
[Quello che è accaduto] è alla base della cultura maschile di tutti. 

La prima frase ricorda molto certe grida tipiche dei tempi medievali (o il monito finale de La cosa da un altro mondo), in cui si ammoniva la popolazione tutta, con conseguenze che conosciamo bene. Un po' alla Berlusconi de' noantri, ammettiamolo.

Ma nella seconda frase c'è un framing che non dà speranza: TUTTI i maschi sono potenzialmente come quella masnada di maiali! TUTTI. 

Prima domanda che dovrebbe porsi chi segue una influencer simile: ma lo sa che peso hanno le sue parole rispetto a chiunque altro? Parliamo anche di "peso" algoritmico, visto che i sistemi daranno più visibilità a lei piuttosto che a chi ha pochi follower/interazioni.
Seconda domanda: quantunque e qualora avesse ragione, dove stanno i dati? Per fare un'affermazione del genere, quando sei una influencer (non importa quanto influente), devi produrre dati certi, statistiche certe.
Terza domanda: la tua indignazione è la mia indignazione, ma se non sai misurare la tua rabbia e non sai confortarla con i numeri, stai solo urlando. Se urli, nessuno ti ascolterà, fuorché l'endogruppo cui implicitamente ti stai rivolgendo (ottenendo la sola attenzione di chi non sa argomentare, non sa dibattere), fuorché chi non sa muoversi in maniera concreta dentro il mondo dei social - che può consentire anche azioni concrete (ci arriverò alla fine).

Ordunque, ho la pessima idea di controbattere:
Non mi riconosco nella “base della cultura di tutti”. Provo (e ho provato) irritazione e rabbia contro questa “cultura”. Chi mi frequenta, neanche si azzarda ad accennarla.
Non posso essere l’unico a pensarla così.
Fossi in te direi “della maggioranza dei maschi”; suona meglio
[il grassetto è mio]

Mi sembra un'obiezione chiara e diretta. Peraltro, scritta anche con punteggiatura accurata e un italiano conciliante.
Per me, qualsiasi forma di generalizzazione non funziona. Mai.
E chi frequenta questo blog dagli inizi, sa perfettamente che anche io generalizzavo; ed è per questo che ho addirittura cancellato migliaia di miei post vecchi perché ridicoli e fuorvianti (ammettendolo pubblicamente: basta guardare il sommario sotto il nome del blog).

Ma la influencer usa la tattica del framing stimolando l'endogruppo che stava sia tra i suoi follower sia tra i follower dei suoi follower. E lo fa usando la tecnica del tweet con citazione che onestamente ho sempre trovato disonesto. 

Per chi non usa Twitter: il tweet con citazione consiste nel proporre ai propri follower un tweet di un'altra persona, ma guarnito con un commento. E quel commento aggiuntivo pesa tantissimo, perché cambia totalmente la prospettiva al tweet originale: di fatto, il tuo indicare NON è neutro, ma di parte, proprio perché commentato a priori.
La cosa non va bene, anche per un motivo che ormai conoscono bene anche quelli che non frequentano i social: nessuno legge l'originale, nessuno legge i commenti, nessuno approfondisce un estraneo all'endogruppo.
E se mi chiedete i dati che confortano queste mie sentenze, basta googolare per trovarne a iosa.
Certo è che, qualora fossi stato drastico, potete togliere "nessuno" e metterci "buona parte delle persone", e siamo tutti più contenti.

Il tweet con citazione che ha incorniciato la mia risposta ha come testo:
Ecco il primo: si aprono le danze
C'è già tutto qui dentro: giudizio, scherno, pregiudizio, disprezzo, rabbia, livore e tanta, tanta, incapacità di accettare un confronto.

Non mi metto qui a tirare giù uno per uno i vari commenti che ho subito - e tralascio quelli in cui si dice che tutti i maschi sono stupratori, picchiatori eccetera, solo perché sono maschi.
Vorrei proporvi dei topos abbastanza prevedibili, perché esemplari (e anche inquietanti).
La classifica è per ordine di memoria, non quindi qualitativa. Ogni tanto ho messo tra parentesi alcune rapide considerazioni che mi sono venute in mente adesso.

Primo commento: tu cosa fai per non essere come TUTTI?
(Ergo, devi sempre tenere a portata di mano un curriculum, credibile per chissà quali parametri)

Secondo commento: nessuno voleva generalizzare...
(Scrivendo TUTTI? E qui è evidente un corollario: c'è chi si fa involontario portavoce dell'influencer o dell'endogruppo, oppure di entrambi)

Terzo commento: perché ti senti chiamato in causa?
(C'è scritto TUTTI)

Quarto commento: non fare la vittima!
(Framing che funziona molto bene nel contesto latino, perché i maschi, TUTTI, sono mammoni e affetti da vittimismo)

Quinto commento: leggi questo XYZ e impara!
(Non ha mai importanza che testo sia, per un semplice motivo: chi lo brandisce, minimo ci si riconosce; confutarlo significa finire sempre più giù nella gora dell'eterno fetore)

Sesto commento: l'intero sistema è marcio, tu fai parte del sistema, se lo capisci sei bravo, se non lo capisci sei complice.

Settimo commento: Dire “io no” ci fa sentire bene con noi stessi
(Il portavoce involontario introduce l'uso del plurale, tipico della cultura italiana. Del resto, noi italiani usiamo raramente "io" quando significa assumersi un coraggio, un ruolo e una posizione. Una certa cultura nazionalpopolare ormai radicata non accetta quando l'"io" è sé stesso e che quindi si assume le sue responsabilità, perché se ti assumi le tue responsabilità non puoi temere la colpa, e senza concetto di colpa, sei fuori da ogni gruppo, e quindi pericoloso).

Ottavo commento: Inconsciamente, stai dicendo che...
(Quando una premessa allude al tuo inconscio, vince su tutto, perché chi ti sta parlando sa come la pensi, descrive la tua essenza, conosce ogni microscopico elemento delle tue sinapsi).

Nono commento: Da omo a omo...
(Il richiamo all'altro endogruppo, in cui vieni messo dentro forzatamente).

Decimo commento: quindi sei così... quindi la pensi così...
(Il quindismo andrebbe abolito con multe severe. Tu dici A, quindi hai detto B. Ergo, tu perdi tempo a dimostrare che non hai detto B, anziché poter approfondire A. Il suo corollario è il quindismo ad personam: sei favorevole a X e quindi sei come FascioCaio, che è invece quanto di più lontano da te).

Undicesimo commento: Con tutto quello che sta accadendo, non puoi fare questi commenti.
(Non si sa per quanto tempo ci sarà un embargo a qualsiasi forma di commento fuori dal coro).

Dodicesimo commento: Noooo, non puoi dire questo.

Tredicesimo commento: non so niente dell'argomento, però girando in rete (variazione: ho letto che)...
(Se premetti che non sai nulla, sta zitto. Se credi che girare in rete o leggere a caso siano due modalità propedeutiche, stai messo proprio male).

Quanto è accaduto alle ragazze vittime di quelle chat ripugnanti dovrebbe stimolare ben altro.

Sei una influencer?
Hai una certa visibilità?
Conosci o sai come contattare altri influencer?
Fai una campagna per bannare questa società da tutti i social.
Oppure: fai una campagna di sensibilizzazione, contattando TUTTI i clienti della società, consigliando loro di rescindere i contratti di consulenza.
Oppure: fai da tramite per trovare un nuovo posto di lavoro alle donne di quella società che vogliono legittimamente cambiare aria.
Oppure: contatta tutte le voci femminili famose affinché si adoperino in prima persona per denunciare questa terribile storia.
Oppure, più semplicemente, proponi una raccolta di fondi per pagare un buon avvocato a queste ragazze.
Tutto il tempo impiegato a crogiolarti nel livore gratuito, potevi impiegarlo a fare qualcosa di concreto.

In tutto questo, la influencer in questione ha messo un lucchetto al suo account: di fatto, solo chi la segue può leggere le sue affermazioni contro TUTTI... 

22 dicembre 2021

THE LAST DUEL di Ridley Scott

Sconsiglio di andare a leggere la storia da cui è tratto questo film. L'unico elemento necessario per godere la trama - più che altro la sceneggiatura, è che si basa su un fatto realmente accaduto: l'ultima ordalia occorsa in terra francese (1386) le cui cause vengono rappresentate da tre prospettive diverse.
E anche se non conoscete il contesto o certe battaglie e alcuni nomi, poco male: li andrete a leggere dopo, altrimenti vi rovinate quell'impercettibile afrore di meraviglia e di partecipazione che si respira durante la visione, nonostante non siamo certo di fronte al capolavoro
.
C'è molto "Rashomon" in questo film, assai poco di Pirandello, anzi nulla. 
Sicuramente, non è il migliore Ridley Scott. Ma qua e là ci sono momenti di assoluta qualità, come anche un insieme che funziona e rende la visione piacevole e costante, senza guizzi evidenti ma nemmeno senza momenti di evidente stanca.
Per quanto riguarda la direzione della fotografia, ho trovato incoerente la scelta delle luci, questo sì: ogni tanto televisiva, spesso stridente nei controcampo, credibile ed efficace solo nei set all'aperto. Le inquadrature, invece, funzionano, obbligate come sono a rispettare certe angolazioni, soprattutto nei capitoli successivi al primo; altrimenti lo spettatore non riesce a percepire i diversi punti di vista. 
Il montaggio funziona abbastanza bene, soprattutto perché la sceneggiatura impone scelte ritmiche così precise che non sono consentite sbavature.
Musica quasi inesistente o comunque di contorno: ottima scelta stilistica, perché contano solo i dialoghi e i rapporti interpersonali; il resto è inutile.
È sulla scelta degli attori che avrei da ridire: non funzionano.
Tranne Jodie Comer, che riesce ad aderire a un'idea del suo personaggio - e a restituire ottimamente il terribile mondo femminile dell'epoca, sia Matt Damon che Adam Driver sono fuori contesto; più il primo che il secondo. Non so se sia il trucco/parrucco o la loro attitudine, ma sembrano veramente due tipi dell'Alabama, scesi per caso da un treno del 2021, per far finta di essere due cavalieri del Medioevo.
Paradossalmente, funziona meglio Ben Affleck, nonostante abbia una scopa di saggina in testa e quel suo approccio scocciato e monocorde di recitare.
Segnalo questo film, perché mi ha colpito il punto di vista di Ridley Scott: c'è, si sente, e sotto sotto si vede pure. È come se dicesse al pubblico che lui ha preso una posizione e che crede fermamente a una e una sola versione dei fatti. E lo fa alla sua maniera: con mestiere e professionismo, riuscendo a raccontare anche momenti scabrosi senza scadere mai nel pruriginoso.
Il mio voto è 6: il buon Ridley se ne farà una ragione? 

18 giugno 2021

OXYGÈNE, il film

Una giovane donna si ritrova dentro una cella criogenica. Non ricorda chi è, né tantomeno perché e come sia finita là dentro; sa solo che l'ossigeno sta per esaurirsi. L'unico che la può aiutare è M.I.L.O., un'intelligenza artificiale di supporto. Una donna, una voce metallica, un mistero che si dipana coerentemente lungo tutta la trama del film.

Per essere girato da un geniaccio degli splatter di ultima generazione, è un film adulto e pulito, con una sceneggiatura di ferro ben strutturata, che fino alla fine regge il confronto con tutte le domande che lo spettatore più smaliziato si fa durante la visione. 
Non c'è espediente fantascientifico che non trovi una sua chiusura: ogni possibile variazione sul tema o incidente di percorso sono credibili e plausibili.
Pur restando sempre e solo l'unica protagonista inquadrata (a parte qualche rapido flashback, ovviamente), Mélanie Laurent sostiene egregiamente il suo ruolo senza mai strafare, senza gigionismi e senza nevrosi; come se tutto stia realmente accadendo e come se veramente fosse rinchiusa dentro uno spazio così angusto e claustrofobico.
Musica e montaggio reggono benissimo la lenta ascesa verso la verità, mantenendosi ben distanti da soluzioni di comodo o ripetizioni dissimulate. 
Ad essere pignoli, è leggermente lungo: parte come un episodio del primissimo Ai confini della realtà, sfiora leggermente - e temporaneamente - il virtuosismo fine a se stesso, ma poi prende il giusto binario del film cinematografico; ecco, questo leggero traballare iniziale si sconta a metà del film, quando ad un certo punto tutte le spiegazioni cominciano a dipanarsi.
Insomma, più che qualche taglio studiato, avrei cercato di rivedere l'inizio oppure di rivedere le pagine che portano al quasi-spiegone.
Un film da 7, che va visto rigorosamente in lingua originale (è francese, pazienza 😀).
Ah, dimenticavo: attenzione alla cicatrice... e non dico altro.

10 giugno 2021

AWAKE, una recensione (con spoiler)

Uno schiccherone micidiale del Sole fa saltare la corrente della Terra (tutta?) e sconvolge il cervello dei suoi abitanti, impedendogli di dormire. Solo pochissimi fortunati possono continuare a dormire, tra cui una bambina, la cui mamma farà di tutto per proteggerla. L'umanità soccomberà, tranne...?

Protagonisti: Mamma con passato oscuro, Figlio imbambolato, Figlia che può dormire, Assistente che butta giù lo Spiegone, Scienziata Incazzata, Carcerato Redento, Prete che la butta sull'etica religiosa.
Un film che parte bene, benissimo, ma che dal 18esimo minuto in poi la tira per le lunghe per oltre un'ora. Il bello è che il tutto dura 90', ma sembrano almeno il doppio.
Altro difetto, non di poco conto: generalmente, le storie di fantascienza hanno mille e uno sbraconi che però accetti perché comunque o la storia o l'insieme funzionano; qui è tutto così noioso che ti accorgi subito quanto le contraddizioni cozzino troppo tra di loro, generando solo domande e non il gusto per un'avventura che comunque poteva funzionare.
Procediamo con ordine: la Mamma è una guardia giurata che arrotonda svendendo medicinali scaduti. Che senso ha sfiorare questo reato, senza dare poi uno sviluppo a quei medicinali? 
Durante la notte, quando ancora non è accaduto nulla, il Figlio osserva il cielo e spiega alla Mamma che quella luce che vedono transitare tra le stelle è la Stazione Spaziale. Poi, è ovvio, resta il sospetto che sia invece il flare solare che causerà il drammone. Ma non ha senso, perché accade di notte - e comunque la luce solare impiega 9 minuti scarsi per arrivare sulla Terra, mentre invece l'incidentone accade ore dopo quell'avvistamento. Comunque, non c'è alcun sviluppo alla frase del ragazzo.
Durante lo Spiegone, ci viene detto che dalla privazione del sonno si sopravvive per un massimo di quattro giorni; alla fine del film, scopriamo che sono passati almeno sette giorni. Come la mettiamo? Attenzione: è vero che ai militari sono stati iniettati degli eccitanti, ma alla Mamma, al figlio e al carcerato, no. E quindi? 
Durante l'intera anabasi dalla città al laboratorio (salvifico ma anche cattivone), i tre protagonisti incontrano: un gruppo di persone nude intento ad osservare/venerare il Sole (ma non porterà nessuno sviluppo o variazione); due criminali che riescono ad avviare un'auto (per quanto ne sappia io, dopo un EMP di tale portata, l'induzione elettrica è impossibile anche a distanza di tempo, ancorché stimolata con espedienti meccanici di fortuna); un gruppo di carcerati che potrebbe fare un casino incredibile e invece si dissolve nel nulla, visto che servono solo a introdurre il Carcerato Redento; una barriera notturna, presidiata da sadici incazzosi, che viene superata dopo qualche schiaffone alla volemosebene, ma nulla di più.
Gran finale delle contraddizioni. Al 18esimo minuto, la Scienziata Incazzata aveva detto che è stato il Sole a causare i due drammoni - elettricità che salta e privazione del sonno; quindi, un fenomeno elettromagnetico. Bene, nel prefinale, la bambina spiega che il fratello è tornato in vita - e può di nuovo dormire - grazie alla scarica elettromagnetica del rianimatore. Domanda: ci vuole una scienza per capire che bastava schiccherare un po' di persone per restituire loro il sonno? Voglio dire che il film semina questo tipo di indizi e poi non li usa!
Ripeto: questi buconi potrebbero essere ignorati se in cambio funzionassero la sceneggiatura (da 5+), la fotografia (un bel 4), gli attori (si salva il Prete), la musica (da 4 pure lei). E, invece, è tutto troppo dozzinale, amatoriale, improvvisato. Che peccato!

A latere.
Su un fenomeno extraterrestre che causa casini sulla Terra si era già soffermato il capolavoro L'invasione dei mostri verdi (1963, il cui romanzo originale, intitolato Il giorno dei trifidi e uscito nel 1951, è un vero gioiello, credetemi): un passaggio di meteore fa diventare tutti ciechi e trasforma delle piante in mostri assassini. Era di una debolezza imbarazzante, ma funzionava perché puntava sull'emozione, trattenendo il pubblico fino alla fine. 
Sul sonno come leva di destabilizzazione, come non citare L'invasione degli ultracorpi (film del 1956, basato sull'omonimo romanzo uscito l'anno prima - e che vanta almeno altri quattro remake). In questo caso, però, sono dei non meglio identificati alieni a sostituirci mentre dormiamo: se stai sveglio, resti umano; se t'addormi, ti risvegli anaffettivo e alienissimo. 

Consiglione: 
NON fatelo guardare ai ragazzi da soli.
Prima di ritrovare il sonno, infatti, la Mamma deve essere affogata dai suoi stessi figli. 
Come ca@@o possano passare leggerezze simili, mi sfugge. 
Il rischio di emulazione c'è, e va scongiurato col presidio di un adulto attento.

01 giugno 2021

LA DONNA ALLA FINESTRA (con spoiler)

Anna Fox è una psicologa agorafobica (che è un po' come parlare di Siffredi casto). Segue la vita quotidiana dei vicini di casa: mamma simpatichella, padre snob e incazzoso, figlio con i canonici problemi adolescenziali. 
Tutto fila liscio, compatibilmente con il suo indugiare tra pillole e vino rosso, quando ad un certo punto vede l'incazzoso pugnalare la moglie. 
Di lì segue una serie di rivelazioni ed equivoci che si concludono con un colpo di scena finale che il pubblico aveva già capito durante i titoli di testa.

Chiaramente a Hitchcock hanno fischiato le orecchie, tipo trombe del giudizio. Però è un film che prova a dire anche altro, andando avanti con qualche tentone di troppo.
Innanzitutto, parliamo di cosa salvare: la fotografia. Eccellente. Affascinante. Sperimentale, ma anche agée. È sicuramente aiutata da una intrigante scenografia, ma la sa rendere pulsante e viva... persino troppo.
E già, la regia, infatti, si avvita sopra le inquadrature, senza mai riuscire a imprimere un ritmo adeguato. Si ha l'esatta sensazione che il regista sia rimasto beato di fronte allo splendidume delle luci e che non abbia saputo reagire in alcun modo. 
Per carità, del piattume monocorde è responsabile anche la sceneggiatura: si accontenta del mestiere, senza minimamente preoccuparsi che sa tutto di già visto e provato.
Del resto, è l'insieme del ritmo ad essere monotono: non c'è guizzo, non c'è scarto, non c'è un crescendum che sia tecnico o narrativo: anche le recitazioni ne risentono, tanto che a volte mi sembrava di vedere gli attori ansiosi di terminare il set.
La musica sembra promettere bene; poi, durante la prima rivelazione (quella falsa, insomma), è come se il compositore avesse detto: "sai che ti dico? butta 'sta nota qui, 'sta croma qua... fregatene dei cambi di tempo e di spazio". 
Amy Adams è superba, irriconoscibile, quasi puzzolente di vino e miseria. Gary Oldman gigioneggia forse troppo, ma gli si vuol bene. Julianne Moore sembra sempre aspettarsi il ciak di Altman.
Per gli appassionati di cose della Marvel, ci sono due dei tre protagonisti della serie-tv appena uscita, The Falcon and The Winter Soldier.
5 e mezzo stiracchiato, da vedere con qualche pischello, per poi spiegargli che Hitch, Argento e De Palma facevano 'ste cose meglio e a occhi chiusi.

09 maggio 2021

NOMADLAND, una stroncatura

Fern ha perso tutto: marito, lavoro, persino la propria città, visto che è stata letteralmente chiusa dopo il fallimento dell'industria che dava lavoro agli abitanti. 
E quindi viaggia, accettando lavori occasionali, incontrando persone occasionali, godendo paesaggi occasionali, rifiutando di fatto ogni possibile soluzione a questo nomadismo metà forzato e metà voluto. 
Tornerà nella città ormai deserta, per poi riprendere il proprio cammino verso chissà dove.

Premetto che l'ho visto poltronosamente a casa, in condizioni tecnologiche eccellenti, confortate dal potere del telecomando e dalla totale assenza della maleducazione del pubblico romano.
L'ho trovato un film lungo, inutilmente lungo. Attenzione, non "lento", perché i cambi di scena sono numerosi - con costanti e variazioni equamente incastonate; intendo "lungo" nel senso che la sceneggiatura prova a incrementare la tensione emotiva puntando sulla durata di una narrazione... che, alla fine, narrazione proprio non è.
Innanzitutto, ha uno stile documentaristico più che filmico. Si "assiste" senza "partecipare", tanto che non ci si affeziona ai personaggi, Fern compresa. 
Già: la McDormand recita col mestiere ma non con il cuore, restituendo un personaggio algido, senza empatia, che esegue bene il compitino assegnatole dal "ciak" della regista.
Gli altri personaggi sembrano più una rassegna di sfigati costretta al nomadismo, piuttosto che un qualcosa tipo il ragazzetto di Into the Wild, che il nomadismo lo aveva scelto perché romantico. L'unico che si salva è Bob, perché è sorridente e sereno e ha "scelto" di essere nomade perché gli piaceva; e guarda caso è un nomade vero.
Attenzione: non è che esista un modo di essere nomadi, per carità; però se il presunto messaggio di questo film era restituire un'aura nobile del nomadismo, poteva scegliersi personaggi (e dialoghi e sceneggiatura) diversi. 
Se, poi, è un modo dissimulato per presentare un'elegia della bellezza che ci circonda e che la modernità sta annientando, che dire? Smettiamola con questa mortificazione della comodità! Si è in contatto con la Natura solo se puzziamo e rinunciamo a una casa sudata col proprio lavoro? Sembra proprio di sì, visto che nella storia gli unici personaggi che lavorano seguendo i parametri del preconcetto sono degli avventurieri del real estate, un mestiere che negli USA è spesso speculativo, che vive sulle spalle di chi crede alle false promesse e spende più di quanto guadagna. Troppo facile limitarsi a queste macchiette preconfezionate, e anche un po' ridicolo: Marx è morto e il Muro è caduto da un pezzo. Se vogliamo contestare il modernismo dobbiamo trovare altri linguaggi, magari costruttivi, magari alla portata di tutti, magari senza il ditino che indica tutto e tutti.
C'è poi un aspetto che non rende credibile l'autenticità di questa visione del nomadismo: possibile che non ci sia un bullo, un malintenzionato, un cretino insomma, che non faccia qualcosa contro questa gente? A parte il guardiano notturno che intima a Fern di andarsene perché in quel parcheggio è vietato dormire in auto, il resto della storia si dipana senza un incontro malevolo che sia uno. Non volevo l'effettaccio criminale, ma un minimo di realismo sì.
La fotografia è buona. Siamo dalle parti della Grande bellezza (altro film brutto pesante) che di fronte alla bellezza romana non poteva sbagliare una virgola estetica. Qui abbiamo degli effetti cartolina niente male - specie tra le concrezioni dell'Arizona, ma con un'idea della sezione aurea che sta tutta nella mente del direttore della fotografia; in più, sembrano più inquadrature da Instagram che da film che ambisce al Valhalla dei premi mondiali.
Il montaggio è dignitoso, ma non prova a trovare un ritmo. Certo, era cosa difficile di fronte a questa noia ammantata da luddismo per borghesi pentiti; ma un tentativo di stacchi coraggiosi andava fatto.
Oscar totalmente immeritato: già che gli do 5 è grasso che cola, ma giusto perché mi sono piaciuti i paesaggi.

Veniamo al dibattito.
Qualche giorno fa, su Repubblica una lettrice ha scritto papale papale che non le era piaciuto e che si era un po' stancata dei critici che "decidono" cosa debba piacere, che non dicono la verità eccetera eccetera
Dal suo trono un po' impertinente, Merlo le ha risposto in maniera quasi sibillina, citando la famosa "cacata pazzesca" della Corazzata Potemkin. Non sto nella mente di Merlo, però una doppia domanda me la sono fatta: se alludeva al motivo di tale insulto, Villaggio chiarì che ce l'aveva proprio contro il criticume nostrano, ma non certo contro il film... e quindi, Merlo, il film ti è piaciuto!
Oppure Merlo ha trovato il film quella "cacata" che è, e ha voluto citare solo l'apparenza della citazione fantozziana? Boh, vallo a sapere.
Certo è che la critica italica è così intrisa di antiamericanismo dai capelli bianchi, di un'arte "necessaria" o addirittura che va capita (e quindi ce la spiega il critico stesso, figuriamoci), che non se ne può più.
Io credo che il critico debba scindere il gusto personale dalla qualità di un prodotto; soprattutto, deve conoscere i film, la tecnica, la tecnologia, la fotografia, intervistare, chiedere, mettersi in dubbio, mettere in dubbio il proprio sapere, approfondire, aggiornarsi... obblighi etici che chiaramente i critici di oggi (ma anche parte di quelli di ieri) praticano ben poco, pochissimo.
Sicuramente, una parte di essi è condizionata anche dalla convenienza di elargire una critica che soddisfi un mercato asfittico e privo di concrete prospettive per il futuro dell'arte cinematografica.
Che poi "arte" lo è fino a un certo punto: è anche industria; e non c'è niente di male a parlare male di un prodotto industriale se copia o non funziona.
Voi uno smartphone che non prende la linea lo comprereste? No. Ecco: Nomadland è un telefono a ghiera abbandonato che deve piacere "per forza", mentre invece fa tenerezza, quasi pena.

04 maggio 2021

ESTRANEO A BORDO, una recensione (spoiler)

In mezzo allo Spazio, i tre dell'equipaggio HARP con destinazione Marte devono fare i conti con l'inaspettata presenza di un tecnico, svenuto a bordo a sua insaputa: significa maggior peso, uno stomaco in più, maggior anidride carbonica da smaltire, minor ossigeno a disposizione.
Più che una questione di sopravvivenza, è una lotta disperata tra etica e senso di responsabilità di ognuno dei quattro - ciascuno nel suo ambito, dove anche la scelta più leggera può diventare motivo di dibattito (o di sospiro rassegnato).
Finale un po' prevedibile, ma nell'insieme è un film che si fa vedere.

La trama ricalca molto da vicino Le fredde equazioni di Tom Godwin, racconto uscito nel 1954 in cui la clandestina è una donna, consapevole però della sua infrazione.
L'inquietudine che sottende il titolo italiano è sicuramente più efficace di quello originale, Stowaway - clandestino, che invece rovina la sorpresa, svelando di fatto la specie con cui si avrà a che fare: umana, umanissima.
E di inquietudine parliamo almeno finché non viene svelato chi è l'estraneo. Il pathos c'è e funziona, le citazioni non mancano ma sono eleganti, fino a quel momento l'equipaggio è simpatico (ma non troppo).
Il politically correct si fa sentire pochissimo: comandante donna, medico ragazza, scienziato coreano. Stranamente, il clandestino è nero, ma le legittime rivendicazioni del blacklivesmatter non si fanno sentire perché non è responsabile dell'infrazione: è rimasto intrappolato suo malgrado.
Certo, però, è un film inutilmente lento. La sceneggiatura viaggia sempre alla stessa velocità. Sarebbe stato sensato descrivere l'"indifferenza" delle macchine mantenendo quelle belle inquadrature transitorie (ci sono Kubrick e Scott che sorridono), quei lentissimi zoom out, quelle panoramiche circolari; mentre, invece, la foga degli uomini (che rischiano la morte ogni pié sospinto), andava raccontata con tempi più serrati.
Anche la musica non aiuta, perdendosi dentro un freddo autocompiacimento che nulla a che vedere con la trama.
Buona la fotografia, anche se pastosa e tutt'altro che differenziata tra il dentro e il fuori l'astronave.
Al netto che è un film che usa la Fantascienza come pretesto, sulle leggi di Fisica che sembrano così fluide e valide, ho qualche dubbio. Purtroppo non ricordo più nulla dei miei trascorsi liceali, ma mi sembra strano che il cilindro di ossigeno d'emergenza possa girare in sincrono con l'astronauta che lo tiene con una corda, a sua volta in sincrono con quello strano sistema di propulsione. Anzi, se qualcuno di voi ci capisce qualcosa, mi scriva per favore.