08 ottobre 2017
Blade Runner 2049, quando il cinema esce sconfitto
Se non ve ne accorgete, vuol dire che siete distratti; ma di brutto, eh!
Il resto, è una trama che fa di tutto per discostarsi dal vero Blade Runner, riuscendoci perfettamente: pessima sceneggiatura, dialoghi patetici, musica di rara bruttezza, buone inquadrature (a sprazzi va detto) uccise però da una scelta di luci monocromatica e senza identità.
E neanche gli attori si salvano: Ryan Gosling sta lì inebetito ad aspettare l'ultima danza di La La Land; Harrison Ford è ritornato nella carbonite di Star Wars; Robin Wright fa di tutto per sembrare se stessa; Ana De Armas è impresentabile... Sylvia Hoeks rovina tutto ma proprio tutto quello che poteva essere rovinato; il suo personaggio - nodale e pompato all'inverosimile, è la nemesi di Scott, colei che uccide e annienta definitivamente questo film già così arido e inconcludente di suo. E Jared Leto? Quando aveva cinque anni, mio nipote sparava cazzate più profonde e verosimili.
I testi e le situazioni, insomma, puntano pervicacemente verso un obbligo filosofico che nel primo non c'era, ma che scaturì naturale proprio perché non voluto. Basta leggere i saggi in merito e rivedere i numerosi making of per capire quanto Ridley Scott avesse puntato sulla trama e sulla qualità, potenze narrative che inevitabilmente avrebbero portato al solo e unico Blade Runner che meriti di portare questo nome.
Intendiamoci: non è che mi sia seduto pronto a fare confronti; né tantomeno ho preteso forzatamente di vedere ripetuta la magia del primo; oltretutto, la mia passione e competenza per il cinema mi hanno insegnato a essere aperto a tutto.
Qui siamo di fronte a un film brutto! Chissenefrega se è collegato al Blade Runner originale. È un film fatto male. Punto.
Ora, cerchiamo di trovare una morale: al di là della bruttezza intrinseca del film, ha senso rincorrere e quindi insistere su successi fantascientifici del passato fortuiti ma leggendari?
Il franchising di Alien ci ha insegnato che è possibile usare un buon canovaccio e produrre ottimi seguiti (i prequel neanche li considero). Quello di Star Wars, invece, no: una volta visto il Quarto, tanto vale restare in casa. Star Trek, invece, ha alti e bassi: però, e alla fine, funziona e sa destreggiarsi bene tra novità e tradizione.
Ricapitolando: un personaggio (Alien) funziona quando ha con sé una forza narrativa intrinseca. Una storia (il Quarto di Star Wars), invece, funziona se inserita in un contesto che coniuga sapientemente tradizione e tecnologia. In mezzo troviamo l'ibrido Star Trek: funziona solo quando personaggi nitidi sanno convivere dentro la tradizione commista alla tecnologia.
E Blade Runner dove lo mettiamo?
Escludiamo il fatto che Scott l'abbia fatto per soldi (ha un conto in banca che risanerebbe l'Alitalia e la Rai in in sol colpo; e ne avrebbe in avanzo), cosa spinge un personaggio così intelligente a perdersi in queste inutilità?
Escludiamo pure che Villeneuve abbia agito in preda al timore reverenziale (anzi, troppo supponente è).
Dov'è l'errore?
Bella domanda.
L'errore forse sta nel fatto che noi siamo cambiati. Noi come pubblico. Non pretendo il ritorno del pubblico "militante", perché sarebbe una cazzata; né tantomeno mi sento dire che siamo di bocca facile (anche se in parte è vero).
Io sono convinto che l'intero "contesto cinema" sia così modificato da aver reso possibili e accettabili e benvenuti film orribili come questo Blade Runner 2049: tutto forma (peraltro noiosa), poca sostanza, trama incoerente ma speciosa, filosofia zen stracollaudata, inquadrature da iPhone comprato dai cinesi, dialoghi scritti col WhatsApp, religiosismi e fondamenti spirituali derivati da letture frettolose di guide religiose tradotte col translator.
Un disastro, altro che lacrime nella pioggia!
28 febbraio 2015
quello che Spock ha portato con sé
26 febbraio 2015
io non temo Breaking Bad in sé, temo l'Heisenberg in me
Anzi, il più delle volte non mi mancava il personaggio o la serie tv in sé, ma cosa ero io quando queste andavano in onda (Il prigioniero, Spazio 1999, Star Trek, Ai confini della realtà...).
Qui, invece, sono rimasto sconvolto e deliziosamente avvolto dalla superba qualità della scrittura, dalle ottime interpretazioni, dalla fotografia, dal montaggio, dalla regia e dalle scelte musicali. Una serie tv, insomma, che ha mantenuto sempre livelli eccellenti, senza mai strafare e senza mai uscire dalla sua linea "non lineare".
In più, il lento e inesorabile progresso degli eventi non ha mai avuto scarti eccessivi o movimenti bruschi. Si è passati da una commedia grottesca e un dramma devastante senza apparente sforzo.
Ma la cosa che più non riesco a togliermi di dosso è la seducente e costante trasformazione di Mister White nel suo crudo alter ego, Heisenberg (dal nome dello scienziato che enunciò il celebre principio di indeterminazione... gli autori hanno dimostrato una mente fina). Generalmente, in linguaggi così liturgici come quelli televisivi, anche se si vuole essere innovativi, si è comunque costretti ad esagerare o la figura del dottor Jekyll o quella del mister Hyde del momento; narrativamente parlando, non se ne può fare a meno.
Qui, invece, tra il plot piùccheperfetto e la qualità recitativa di Bryan Cranston, siamo di fronte a un personaggio tondo, credibile, profondo e soprattutto autentico, che ha la rara capacità di rendere le due parti simbiotiche, lineari e conturbanti.
Raramente mi è capitato di supportare o comunque di giustificare il comportamento di un personaggio così poco esemplare.
Dexter, per dire, era così fuori che la fine del finale l'ho accettata quasi come un sollievo: finalmente è finito, mi venne da pensare. Jack Bauer di 24, per esempio, è così televisivo e sfigato che lo segui più per vedere cosa gli capita che per la trama in sé.
Dietro Mister White, invece, c'è una storia (spesso non detta, e quindi ancor più credibile), e le storie degli altri (spesso non dette, e quindi ancor più credibili). In più di una circostanza mi sono detto forse anche io farei così oppure che male c'è?
Il "male", insomma, assume dimensioni terrene, necessarie, ineludibili, che anche quando si trovano di fronte al nostro moralismo sfrenato, sentiamo comunque dentro una vocina realista che mette in dubbio tutte le fondamenta della nostra etica.
Anzi, la cosa che più mi ha disarmato è che se fino al penultimo episodio il cancro ai polmoni dava senso anche alle sue peggiori efferatezze, quando poi Mister White confessa la sua voglia di rivalsa prima dell'inevitabile epilogo, il tutto mi ha messo con le spalle al muro.
Avevo avallato il peggio del peggio da un personaggio comunque debole e meschino, ma nello stesso tempo forte e ardimentoso.
Ho chiuso il confanetto dei dvd quasi vergognandomi dei miei sentimenti. Ogni tanto, ci vorrebbe un Breaking Bad nella nostra vita: serve come esame di coscienza. E fa molto male.
13 gennaio 2015
Locke, una recensione tardiva (ma ancora attuale)
Ma dopo averlo visto in questo Locke, l'ho rivalutato anche sul piano della profondità mimica e del saper non dire: un attore eccellente, veramente eccellente.
In più, ricordiamoci che è stato girato in doppio real time, che certo non è una passeggiata di salute per un attore. Sia registicamente che nella cronologia della finzione, infatti, sono stati seguite pedissequamente le scansioni della sceneggiatura: di fatto, ci sono voluti otto take da 80' l'uno per ottenere il risultato finale. È come se l'attore l'avesse recitato otto volte pressoché consecutive, pressoché integralmente. Un'impresa.
Insomma, il film è una perla di rara bravura. Ma la trama, i concetti, il cosiddetto "messaggio"?
Se non l'avete visto SPOILER
Chapeau al personaggio! Un uomo che guadagna bene, che ha un lavoro soddisfacente, che è rispettato da tutti, con due figli che lo adorano e una moglie che lo ama... molla tutto per rimediare a un errore che nessuno potrebbe mai sapere!
Nonostante possa voltarsi dall'altra parte e fare finta di nulla, non solo decide di assumersi le sue responsabilità, ma le confessa chiaramente alla donna della sua vita, perdendola inesorabilmente!
Un esempio di senso del dovere e di rispetto per l'onore che diventa quasi una necessità psicologica per lo spettatore; non tanto perché ci si chiede se avremmo seguito il suo esemplare esempio, ma quanto saremmo stati tentati di far finta di niente!
Da segnalare l'ottima fotografia e la "giusta" colonna sonora.
08 novembre 2014
#Interstellar, ode alla #scienza accompagnati dall'umanità
Il rischio è che questa sospensione abbia a che vedere con la qualità del film: però io sento profondamente che mi è piaciuto, anche se (per indole e per necessità) non me la sento di dire che deve piacere o che è bello.
Sicuramente è la dimostrazione che si può fare fantascienza anche senza spocchiose sovrastrutture tipicamente e polverosamente europee. Anzi, la forza della storia sta nel suo essere comunque lineare e potenzialmente ricca di tante letture e opportunità.
Certo, ci sono alcuni momenti in cui la sceneggiatura scricchiola (e di brutto pure, come nel cameo di Matt Damon), altri in cui si indugia troppo in dialoghi semplici ma proposti in maniera seriosa (qui, però, mi appello al canonico - pessimo - doppiaggio): però la storia ha un qualcosa che mi ha deliziosamente turbato.
Frettoloso chi crede a un riferimento a 2001. Per vari motivi: primo, quella di Kubrick è un'esperienza irripetibile (tutti i film lo sono); secondo, Kubrick rincorreva un'opportunità altra, qui si torna dentro se stessi; terzo, Kubrick era ebreo e europeo, quindi due volte pregno di sovrastrutture... insomma, i due fratelli Nolan hanno lavorato trascurando Kubrick, o comunque salutandolo con riferimenti addirittura ironici: il robot, guarda caso, sembra un monolito; non si ascoltano i suoni nello spazio (è così, mi spiace per gli amici trekkiani e lucasiani); la pertinenza delle leggi della Fisica che governano una trama che ad un certo punto vira verso una incredibile possibilità; il giocare con certi nomi (il più evidente è quello di Amelia, chiaramente ispirato alla Earhart).
Io ne consiglio una visione senza aspettative; una visione "paziente", se vogliamo. Consiglio anche di non porvi domande e di lasciarvi cullare dalla mirabolante musica di Hans Zimmer (quasi sempre proposta con un "semplice" organo), dalla fotografia e dai continui colpi di scena che ti tengono inchiodato sulla sedia dall'inizio alla fine. Consiglio di seguire bene certi "spiegoni" scientifici presentati amabilmente da momenti di ottima sceneggiatura.
Se poi non vi piace, sono sicuro che salverete tutte le scene tra Cooper e la figlia (lacrimotti garantiti), quelle spaziali più movimentate, quelle sul pianeta d'acqua...
Da qui in giù, rischiate lo SPOILER, ve lo dico subito.
Una delle determinanti protagoniste di questo film è la scienza. Attenzione, non una scienza "dal volto umano" o una scienza fredda e cinica. La scienza, punto.
Eppure, il momento nodale del film coinvolge una libreria, non certo un petulante iPad. Eppure, la chiave di volta della soluzione finale è un orologio a lancette, rotto peraltro, che comunica con un linguaggio ormai desueto (quello morse, mica un whatsapp).
Però, nel contempo Cooper contesta l'ottusità complottistica della professoressa della figlia, difendendo sia la spedizione sulla Luna del 1969 che la scienza dei tempi migliori, che avrebbe scongiurato la morte della moglie.
Anzi, il nostro eroe le dimostra come la loro visione antropocentrica abbia cancellato l'idea stessa del viaggio, del rischio, del migliorare se stessi e l'umanità, dell'anelare verso "strani, nuovi mondi, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima".
Ed è una scienza che comunque riesce a sopraffare persino l'amore (che in questo tipo di film quasi sempre vince alla grande): Cooper impone la scelta del pianeta ben diverso da quello proposto da Amelia, dove invece abitava il suo fidanzato, presumibilmente ancora vivo.
Addirittura, l'amore "perde" una seconda volta perché Cooper non riesce a sconfiggere la scienza che gli impedisce di rimettere a posto il passato. E sarebbe stato sciocco il contrario.
Poi, fateci caso, è l'uomo ad aver causato la "piaga" che sta annientando l'umanità; e la scienza non riesce a sconfiggerla in maniera diretta.
Ed è sempre la scienza che costringe i nostri eroi a perdersi nel tempo, e che quantità di tempo!, e a inventare sempre nuove soluzioni pur di uscire da quell'esplorazione ormai data per persa.
Insomma, i due Nolan hanno un grandissimo rispetto per la scienza, e le restituiscono la giusta dignità, il giusto equilibrio.
Certo è che in due momenti è come se il fattore umano sembra prendere il sopravvento. In realtà, però, quando Cooper si butta dentro il buco nero ne conferma scientificamente la sua totale pericolosità, perché ormai gli è risultato impossibile raggiungere ogni forma di soluzione razionale. Appunto, è con la forza della disperazione che affronta la legge finale, quella che ci dice che oltre il buco nero non c'è più nulla.
Altrettanto in realtà, Murph indugia a restare nel suo nido d'infanzia convinta che troverà una soluzione per far tornare il padre, ma sarà la scienza (dell'impossibile) a fornirle la chiave del tutto.
Sono speculazioni, lo so, che si basano solo su quanto si vede nel film, e non su quello che credo di aver visto.
Forse ci ritornerò, forse no: però, se vi va, andate a vederlo, e poi mi scrivete.
15 maggio 2012
L'invasione è vicina? Ne parlarono in molti
17 marzo 2010
sulla scena del crimine
Niente di tutto questo: la recensione è una bufala.
E quindi mi ci stavo arrabbiando di brutto.
Però, e alla fine, il libro è divertente lo stesso, e offre spunti di riflessione lontani dai mitici CSI per schiantarsi dentro sentimenti molto più seri. E gli omicidi rappresentati, le consulenze della "vera" scientifica, il comportamento delle persone comuni, la banalità del male, vengono descritte in maniera molto precisa, nitida, quasi imbarazzante.
11 gennaio 2010
apophis scores
La "notizia" inizia così:
Un gruppo di scienziati studia mappe astronomiche, pianifica missioni spaziali e di tanto in tanto si ripassa in dvd il kolossal hollywoodiano "Armageddon". Perché per salvare l'umanità dalla catastrofe sarà necessaria tanta tecnica, nuove tecnologie ma anche quello che qualcuno ha già definito "stile cinematografico". L'obiettivo non è da poco: bisogna impedire che si schianti sulla terra il gigantesco asteroide Apophis. E il pericolo esiste davvero. Esperti di tutto il mondo hanno calcolato che Apophis potrebbe schiantarsi sulla Terra tra ventisei anni. Esattamente il 13 aprile 2036, domenica di Pasqua.L'appassionato di cinema che è in me, mentre leggeva ha rivisto mentalmente decine di film sul tema. E del resto, anche l'autore dell'articolo celebra il più facile Armageddon (1998), dimenticando il grezzo Meteor (1979) in cui Brian Keith e Sean Connery fanno a cazzotti contro una meteora appunto, usando quei missili che sovietici e statunitensi avevano già messo in orbita per scopi intimidatori... l'un contro l'altro armati, insomma.
E come non dimenticare l'ancor giovanissimo John Carpenter con il suo disarticolato e divertentissimo Dark Star: per far prima si distruggono direttamente i pianeti considerati "dannosi" nel senso più vasto del termine.
Ma la cosa che ha ancor più deliziato la mia memoria è stato questo passaggio:
Ma qual è il progetto russo per evitare l'Armageddon del 2036? Tra le tante ipotesi fatte negli ultimi anni, forse la più credibile è quella del "trattore gravitazionale": un'astronave lanciata il più vicino possibile all' asteroide che aggancerebbe "il distruttore" solo con la propria forza di gravità. A questo punto, come in un film, gli astronauti trainerebbero l'asteroide killer lontano, per poi abbandonarlo al suo destino. Più complicata da immaginare l'idea delle vele solari da agganciare all'asteroide. Il vento solare farebbe il resto, portandosi via la minaccia. E non manca una proposta in apparenza fantasiosa che pare venga invece presa sul serio da Perminov e i suoi: cospargere la faccia esposta al sole dell'asteroide di vernice bianca. Sembra incredibile ma gli scienziati giurano che, se si trovasse la soluzione tecnica per questo lavoro da "imbianchini spaziali", i raggi solari verrebbero respinti dal corpo celeste con una forza tale da deviarne la traiettoria.I "trattori gravitazionali" li ritroviamo genericamente sia in Spazio 1999, che in Star Trek.
Sempre in Star Trek viene sviluppata l'idea di "vela solare" in maniera molto dettagliata: nell'episodio Il vascello solare (Deep Space Nine, terza stagione, episodio numero 22) il mitico Benjiamin Sisko costruisce un'astronave il cui solo viaggiare dimostrerà l'unica (e quindi pacifica) discendenza tra gli "intellettuali" bajoriani e gli "spartani" cardassiani.
Sulla vernice che grazie al riflesso della luce sposterebbe l'asteroide ormai imbiancato, vengono in mente certe cose di Georges Méliès come anche una vecchia storia di Paperino in cui viaggia nello spazio proprio grazie a una vernice riflettente.
Tutto questo per dimostrare che la fantascienza ha una dignità straordinaria, e una preveggenza che supera di gran lunga il cinismo dei suoi detrattori. Per carità, non cado nel tranello astrologico per cui mi accorgo e segnalo solo le cose da lei azzeccate; però è vero che quando la fantascienza è fatta bene, diventa addirittura un insegnamento morale a priori, da seguire prima ancora che la vittoria scientifica si manifesti.
E se a voi viene in mente il mortificante Grande Fratello televisivo, io penso invece ad un antico racconto di fantascienza (credo di Clarke) in cui un'esplorazione spaziale di umani atterra in un pianeta deserto e senza vita, in cui però è evidente che la civiltà che lo abitava era perfetta e superiore a tutte le altre finora scoperte dai nostri eroi. Dopo una serie di rapidi calcoli, il protagonista scopre la terrificante verità: quella straordinaria civiltà fu disintegrata dal passaggio di un'enorme cometa, quella che per noi era l'annuncio della nascita di Cristo. Il che - senza scomodare il mio cinico ateismo - mi porta a pensare: dovessimo respingere quest'enorme asteroide, attenzione alla direzione che poi gli imporremo... non si sa mai.
07 agosto 2009
don't you forget about
John Hughes
Ebbene, proprio Anthony Michael Hall divenne famoso per un filmetto che da noi durò poco, ma che amammo indirettamente grazie ai Simple Minds. Ricordate? Dont iu forghet abaut mi... il titolo del film era Breakfast Club, e il regista si chiamava John Hughes.
E scrivo "chiamava" perché purtroppo è morto. Giovanissimo peraltro.
Ecco come ne parla Federico Soncini su America 24.
Aveva 59 anni. Lo ha reso noto una sua portavoce, dicendo che Hughes è morto questa mattina durante una passeggiata. Si trovava a New York per visitare dei famigliari.
Hughes aveva lanciato diversi giovani attori che negli anni '80 fecero parte del cosiddetto "brat pack". Molly Ryngwald, Anthony Michael Hall, Judd Nelson, Ally Sheedy, Matthew Broderick devono molto a lui per il loro successo in quegli anni.
Le sue commedie per teenager sono stati grandi successi ai tempi e sono diventate oggetto di culto nei decenni successivi. Negli Stati Uniti, più che in Italia, hanno avuto enorme successo anche "Bella in rosa" e "Un compleanno da ricordare". In Italia ha avuto una certa notorietà "Un biglietto in due" con Steve Martin e John Candy. Hughes è stato anche lo sceneggiatore di "Mamma ho perso l'aereo", il film che ha lanciato Macaulay Culkin.
John Hughes viveva a Chicago, dove ha ambientato gran parte dei suoi film.
13 maggio 2009
hanno ucciso Kirk
Io, che vedo almeno film 150 l'anno... non so se mi sono spiegato.
Allora mi son detto: se devo provare a vedere quanto reggo con la gamba/tutore piegata per due ore, proviamo con i miei amici di sempre.
Appartengo a quelli che hanno avuto il privilegio di vedere la nota primissima puntata della Serie Originale su TeleMonteCarlo, nel lontanissimo 1978.
Ho tutte le serie, libri, curiosità, roba più o meno rara. Recito a memoria interi capitoli della saga... e mi aspettavo di tutto, ma non quest'immensa schifezza.
Questo non è Star Trek!
Il bello è che non è nemmeno un prequel, come dicono i meno avvertiti.
Anche i muri sanno che i Romulani non erano mai stati visti in volto prima della missione quinquennale (14 esimo episodio della prima stagione della Serie Originale), così come il cambio di comando con Pike accade in ben altre circostanze (cfr Lo zoo di Talos, poi riproposto con montaggio differente sempre nella Serie Originale ma con altro titolo), così come la sala di comando non è dove l'hanno messa...
E che dire dei dialoghi dotti, delle avventure semplici ma coinvolgenti, delle idee futuristiche (il cellulare per esempio), e di Shalespeare e Matheson (saccheggiati a man bassa), del rigore deontologico (Spock che bacia una donna? mapperfavore).
... e se qualcuno mi dice che è un prequel su un futuro parallelo, potevano chiamarlo tranquillamente Pizza e Fichi e facevano prima.
Mannaggia!
12 giugno 2008
Forza Rettili
In questo delizioso sito potrete leggerne un'analisi attenta, suddivisa in tre pagine.Va detto, e ribadito, che la serie aveva una produzione di modesto livello. Ma non all'itaGliana; semmai all'americana. Perché questo son capaci di fare gli americani: si pongono un limite, e su questo limite fanno comunque miracoli.
Atterrano - anzi si assospendono a pochi metri da terra - con navi magnificenti e supertecnologiche, promettono grandi innovazioni scientifiche, assicurano amicizia, non influiranno sui percorsi sociali e politici del pianeta... peccato però che in realtà sono dei lucertoloni - e fin qui chissene, leggermente cannibali, pronti ad instaurare una plastificata dittatura per dissanguare acqua e materie prime da tutto il pianeta.
La prima mossa che fanno è usare le televisioni per "trasmettere" - è il caso di dirlo - un'Informazione e una visione positiva della loro presenza.
Seconda mossa: far fuori tutti gli scienziati, o comunque tutti i "sapienti", per evitare approfondimenti scomodi sulle loro reali intenzioni...
In tutto questo, tra gli umani non c'è comunione d'intenti. La vecchietta conservatrice è ciecamente "innamorata" della loro essenza. C'è la giornalista servile e serva. C'è lo scienziato imbecille e mollettino. C'è il giovinastro che aderisce alla gioventù amica di questi serpentelli. C'è il prete che vorrebbe rompere i coglioni anche a questi alieni con la storia di Dio, della Bibbia e di tutte queste follie, rovinando di fatto un'azione militare dell'appena nata resistenza.
È una serie che va vista anche per altri motivi di contorno: in alcuni momenti sembra di assistere a Indipendence day (1996) di Roland Emmerich.
In più, la musica della seconda miniserie (1983) e parte di quella della terza (1984/85) sono di Dennis McCarthy (diventerà grande con la musica di Star Trek - Deep Space Nine). Direte ecchissenefrega. Be', è identica a Rhythm of the heat dal quarto LP di Peter Gabriel (uscito nel settembre 1982).
Chissà se i due si conoscevano.
04 febbraio 2008
Cloverfield, ovvero
del rilancio
Che J.J. Abrams sia un piccolo genio è ormai un dato di fatto.
Nel giro di pochissimi anni è riuscito a imporre due serial di successo (Alias prima, Lost adesso) e a salvare dal disastro un franchising tra i più longevi e amati in tutto il pianeta, Star Trek. Quest'ultimo è ancora in lavorazione, ma intanto è già facile riconoscere i temi nodali dello "stile Abrams":
- eliminazione totale del riferimento alle due, quattro, sette caratteristiche base dei personaggi fondamentali (niente più fede, speranza, carità, giustizia, fortezza, prudenza, temperanza... anche se in Lost ogni tanto si intravedono)
- nessuna spiegazione di ciò che è già accaduto: preferisce scendere in altre non spiegazioni edificando di fatto una sorta di sub soap opera che sostenga il thriller, altrimenti nel giro di due secondi uno cambia canale
- rilancio continuo delle situazioni superficiali: tutto è ma può anche non essere
- il chi è sempre in relazione al cosa, mai al come
So perfettamente che le sue produzioni sono qualitativamente inferiori a quelle di Jerry Bruckheimer, Michael Bay, Robert Cochran, Shonda Rhimes o Ronald D. Moore, però - e forse purtroppo - Abrams sta cavalcando perfettamente un certo superficialismo didascalico che ormai si è fatto verbo.
In questi giorni sui nostri schermi primeggia il suo Cloverfield in cui questa mia breve analisi si fa quasi dogma di riferimento.
Cloverfield non spiega, non sottolinea, non ha neanche una sottotraccia: prendere o lasciare, punto e basta. L'arte è diventata solo consumo e l'estetismo il suo mezzo.
Non so dire se tutto questo è giusto o sbagliato.
Però mi sconcerta e forse mi spaventa... anche perché Cloverfield mi è piaciuto.
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