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08 ottobre 2017

Blade Runner 2049, quando il cinema esce sconfitto

Onestamente mi sfugge perché debba avvisare che incontrerete spoiler: dopo 8 minuti e mezzo, infatti, il "grande segreto" viene rivelato da Sapper Morton, un ormone grosso così, ovviamente androide, fatto a pezzi da Ryan Gosling dopo una westernosa colluttazione.
Se non ve ne accorgete, vuol dire che siete distratti; ma di brutto, eh!
Il resto, è una trama che fa di tutto per discostarsi dal vero Blade Runner, riuscendoci perfettamente: pessima sceneggiatura, dialoghi patetici, musica di rara bruttezza, buone inquadrature (a sprazzi va detto) uccise però da una scelta di luci monocromatica e senza identità.
E neanche gli attori si salvano: Ryan Gosling sta lì inebetito ad aspettare l'ultima danza di La La Land; Harrison Ford è ritornato nella carbonite di Star Wars; Robin Wright fa di tutto per sembrare se stessa; Ana De Armas è impresentabile... Sylvia Hoeks rovina tutto ma proprio tutto quello che poteva essere rovinato; il suo personaggio - nodale e pompato all'inverosimile, è la nemesi di Scott, colei che uccide e annienta definitivamente questo film già così arido e inconcludente di suo. E Jared Leto? Quando aveva cinque anni, mio nipote sparava cazzate più profonde e verosimili.
I testi e le situazioni, insomma, puntano pervicacemente verso un obbligo filosofico che nel primo non c'era, ma che scaturì naturale proprio perché non voluto. Basta leggere i saggi in merito e rivedere i numerosi making of per capire quanto Ridley Scott avesse puntato sulla trama e sulla qualità, potenze narrative che inevitabilmente avrebbero portato al solo e unico Blade Runner che meriti di portare questo nome.
Intendiamoci: non è che mi sia seduto pronto a fare confronti; né tantomeno ho preteso forzatamente di vedere ripetuta la magia del primo; oltretutto, la mia passione e competenza per il cinema mi hanno insegnato a essere aperto a tutto. 
Qui siamo di fronte a un film brutto! Chissenefrega se è collegato al Blade Runner originale. È un film fatto male. Punto.
Ora, cerchiamo di trovare una morale: al di là della bruttezza intrinseca del film, ha senso rincorrere e quindi insistere su successi fantascientifici del passato fortuiti ma leggendari?
Il franchising di Alien ci ha insegnato che è possibile usare un buon canovaccio e produrre ottimi seguiti (i prequel neanche li considero). Quello di Star Wars, invece, no: una volta visto il Quarto, tanto vale restare in casa. Star Trek, invece, ha alti e bassi: però, e alla fine, funziona e sa destreggiarsi bene tra novità e tradizione.
Ricapitolando: un personaggio (Alien) funziona quando ha con sé una forza narrativa intrinseca. Una storia (il Quarto di Star Wars), invece, funziona se inserita in un contesto che coniuga sapientemente tradizione e tecnologia. In mezzo troviamo l'ibrido Star Trek: funziona solo quando personaggi nitidi sanno convivere dentro la tradizione commista alla tecnologia.
E Blade Runner dove lo mettiamo?
Escludiamo il fatto che Scott l'abbia fatto per soldi (ha un conto in banca che risanerebbe l'Alitalia e la Rai in in sol colpo; e ne avrebbe in avanzo), cosa spinge un personaggio così intelligente a perdersi in queste inutilità?
Escludiamo pure che Villeneuve abbia agito in preda al timore reverenziale (anzi, troppo supponente è).
Dov'è l'errore?
Bella domanda.
L'errore forse sta nel fatto che noi siamo cambiati. Noi come pubblico. Non pretendo il ritorno del pubblico "militante", perché sarebbe una cazzata; né tantomeno mi sento dire che siamo di bocca facile (anche se in parte è vero).
Io sono convinto che l'intero "contesto cinema" sia così modificato da aver reso possibili e accettabili e benvenuti film orribili come questo Blade Runner 2049: tutto forma (peraltro noiosa), poca sostanza, trama incoerente ma speciosa, filosofia zen stracollaudata, inquadrature da iPhone comprato dai cinesi, dialoghi scritti col WhatsApp, religiosismi e fondamenti spirituali derivati da letture frettolose di guide religiose tradotte col translator.
Un disastro, altro che lacrime nella pioggia!

28 febbraio 2015

quello che Spock ha portato con sé



Pigiamini, tre uomini con i pigiamini.
Se pensate che Star Trek sia solo questo, potete anche chiudere il pc e tornare nella vostra comoda realtà.
Dietro a quei pigiamini non c’è solo l’inizio della fiction moderna (con metodi e idee innovativi che neanche potete immaginare), ma la storia di almeno due generazioni (tra cui la mia), con una visione della vita e del futuro ancora romantica e illuminista.
Là dove l’avventura del nostro giocare e della nostra immaginazione non riuscivano ad arrivare, ci arrivava però lo spirito; lo spirito di voler scoprire qualsiasi cosa in qualsiasi modo sempre e solo col sorriso di un fanciullo, ideale quanto impossibile; un fanciullo che nessuno di noi è mai stato, ma che guardandosi indietro cerca disperatamente di ricordare, di rivivere.
E Star Trek è stato il nostro manifesto. Proprio perché indossavano solo banalissimi (e scomodi) pigiamini, circondati da dozzinali e balorde scenografie, quei tre piccoli eroi erano ancora più credibili e autentici: nonostante tutto, cioè, riuscivano a trasmettere qualcosa di seriamente profondo, non solo grazie a ottimi testi e credibili sceneggiature, ma perché - forse per la prima volta - indicavano a noi spettatori cosa sarebbero state le nostre impossibili aspirazioni, le nostre visioni, il nostro anelito. Sapevano renderle concrete, tangibili, visibili, nonostante fosse così smaccatamente evidente quell’essere una fiction nella fiction.
Ma soprattutto riuscivano a farci capire quanto fosse difficile reagire ed agire mantenendosi umani, illuministi e romantici, ma anche uomini del futuro.
Kirk (la “chiesa” del nostro spirito) incarnava la sbruffoneria, l’ardimento, il coraggio senza pudori; Bones rappresentava lo scetticismo, la cura per ogni follia, la casa cui fare riferimento; Spock eravamo noi, proprio noi. Non c’è personaggio più reale, più umano e più vero di Spock: la sua passione per la scienza, la sua capacità di strutturare l’impossibile, la sua innata attenzione per i dettagli, per le piccole cose, la sua arguzia, la sua fame di conoscenza, il suo disdegnare ogni forma di passione ricomponendola nel solo sentimento del dover vivere…
Star Trek, è stato un salto in un possibile futuro, sicuramente meno arido e grossolano di quello che stiamo costruendo. La morte di Spock, di Leonard Nimoy insomma, ci porta con i piedi per terra. Ci dice che in fondo è stato tutto uno scherzo. Solo stamattina, per la prima volta in vita mia, ho scoperto che manca poco ai miei 50 anni.
Live long and prosper

26 febbraio 2015

io non temo Breaking Bad in sé, temo l'Heisenberg in me

Da pochi, pochissimi giorni ho terminato di vedere Breaking Bad. E mi manca, come raramente mi sono mancati certi languori di alcuni telefilm
Anzi, il più delle volte non mi mancava il personaggio o la serie tv in sé, ma cosa ero io quando queste andavano in onda (Il prigioniero, Spazio 1999, Star Trek, Ai confini della realtà...).
Qui, invece, sono rimasto sconvolto e deliziosamente avvolto dalla superba qualità della scrittura, dalle ottime interpretazioni, dalla fotografia, dal montaggio, dalla regia e dalle scelte musicali. Una serie tv, insomma, che ha mantenuto sempre livelli eccellenti, senza mai strafare e senza mai uscire dalla sua linea "non lineare".
In più, il lento e inesorabile progresso degli eventi non ha mai avuto scarti eccessivi o movimenti bruschi. Si è passati da una commedia grottesca e un dramma devastante senza apparente sforzo.
Ma la cosa che più non riesco a togliermi di dosso è la seducente e costante trasformazione di Mister White nel suo crudo alter ego, Heisenberg (dal nome dello scienziato che enunciò il celebre principio di indeterminazione... gli autori hanno dimostrato una mente fina). Generalmente, in linguaggi così liturgici come quelli televisivi, anche se si vuole essere innovativi, si è comunque costretti ad esagerare o la figura del dottor Jekyll o quella del mister Hyde del momento; narrativamente parlando, non se ne può fare a meno. 
Qui, invece, tra il plot piùccheperfetto e la qualità recitativa di Bryan Cranston, siamo di fronte a un personaggio tondo, credibile, profondo e soprattutto autentico, che ha la rara capacità di rendere le due parti simbiotiche, lineari e conturbanti. 
Raramente mi è capitato di supportare o comunque di giustificare il comportamento di un personaggio così poco esemplare.  
Dexter, per dire, era così fuori che la fine del finale l'ho accettata quasi come un sollievo: finalmente è finito, mi venne da pensare. Jack Bauer di 24, per esempio, è così televisivo e sfigato che lo segui più per vedere cosa gli capita che per la trama in sé.
Dietro Mister White, invece, c'è una storia (spesso non detta, e quindi ancor più credibile), e le storie degli altri (spesso non dette, e quindi ancor più credibili). In più di una circostanza mi sono detto forse anche io farei così oppure che male c'è?
Il "male", insomma, assume dimensioni terrene, necessarie, ineludibili, che anche quando si trovano di fronte al nostro moralismo sfrenato, sentiamo comunque dentro una vocina realista che mette in dubbio tutte le fondamenta della nostra etica.
Anzi, la cosa che più mi ha disarmato è che se fino al penultimo episodio il cancro ai polmoni dava senso anche alle sue peggiori efferatezze, quando poi Mister White confessa la sua voglia di rivalsa prima dell'inevitabile epilogo, il tutto mi ha messo con le spalle al muro.
Avevo avallato il peggio del peggio da un personaggio comunque debole e meschino, ma nello stesso tempo forte e ardimentoso.
Ho chiuso il confanetto dei dvd quasi vergognandomi dei miei sentimenti. Ogni tanto, ci vorrebbe un Breaking Bad nella nostra vita: serve come esame di coscienza. E fa molto male.

13 gennaio 2015

Locke, una recensione tardiva (ma ancora attuale)

Già il fatto che Tom Hardy abbia recitato prima nei minuscoli panni diabolici del Pretore Shinzon e poi qualche anno dopo in quelli bestiali e muscolosi di Bane, la dice lunga sulle sue camaleontiche qualità recitative, "fisiche" direi. 
Ma dopo averlo visto in questo Locke, l'ho rivalutato anche sul piano della profondità mimica e del saper non dire: un attore eccellente, veramente eccellente.
In più, ricordiamoci che è stato girato in doppio real time, che certo non è una passeggiata di salute per un attore. Sia registicamente che nella cronologia della finzione, infatti, sono stati seguite pedissequamente le scansioni della sceneggiatura: di fatto, ci sono voluti otto take da 80' l'uno per ottenere il risultato finale. È come se l'attore l'avesse recitato otto volte pressoché consecutive, pressoché integralmente. Un'impresa.
Insomma, il film è una perla di rara bravura. Ma la trama, i concetti, il cosiddetto "messaggio"? 
Se non l'avete visto SPOILER
Chapeau al personaggio! Un uomo che guadagna bene, che ha un lavoro soddisfacente, che è rispettato da tutti, con due figli che lo adorano e una moglie che lo ama... molla tutto per rimediare a un errore che nessuno potrebbe mai sapere!
Nonostante possa voltarsi dall'altra parte e fare finta di nulla, non solo decide di assumersi le sue responsabilità, ma le confessa chiaramente alla donna della sua vita, perdendola inesorabilmente!
Un esempio di senso del dovere e di rispetto per l'onore che diventa quasi una necessità psicologica per lo spettatore; non tanto perché ci si chiede se avremmo seguito il suo esemplare esempio, ma quanto saremmo stati tentati di far finta di niente!
Da segnalare l'ottima fotografia e la "giusta" colonna sonora.

08 novembre 2014

#Interstellar, ode alla #scienza accompagnati dall'umanità

C'è qualcosa che mi ha lasciato sospeso in Interstellar, e non ho ancora capito nitidamente cosa sia; e magari non lo capirò mai, per carità. 
Il rischio è che questa sospensione abbia a che vedere con la qualità del film: però io sento profondamente che mi è piaciuto, anche se (per indole e per necessità) non me la sento di dire che deve piacere o che è bello.
Sicuramente è la dimostrazione che si può fare fantascienza anche senza spocchiose sovrastrutture tipicamente e polverosamente europee. Anzi, la forza della storia sta nel suo essere comunque lineare e potenzialmente ricca di tante letture e opportunità.
Certo, ci sono alcuni momenti in cui la sceneggiatura scricchiola (e di brutto pure, come nel cameo di Matt Damon), altri in cui si indugia troppo in dialoghi semplici ma proposti in maniera seriosa (qui, però, mi appello al canonico - pessimo - doppiaggio): però la storia ha un qualcosa che mi ha deliziosamente turbato.
Frettoloso chi crede a un riferimento a 2001. Per vari motivi: primo, quella di Kubrick è un'esperienza irripetibile (tutti i film lo sono); secondo, Kubrick rincorreva un'opportunità altra, qui si torna dentro se stessi; terzo, Kubrick era ebreo e europeo, quindi due volte pregno di sovrastrutture... insomma, i due fratelli Nolan hanno lavorato trascurando Kubrick, o comunque salutandolo con riferimenti addirittura ironici: il robot, guarda caso, sembra un monolito; non si ascoltano i suoni nello spazio (è così, mi spiace per gli amici trekkiani e lucasiani); la pertinenza delle leggi della Fisica che governano una trama che ad un certo punto vira verso una incredibile possibilità; il giocare con certi nomi (il più evidente è quello di Amelia, chiaramente ispirato alla Earhart).
Io ne consiglio una visione senza aspettative; una visione "paziente", se vogliamo. Consiglio anche di non porvi domande e di lasciarvi cullare dalla mirabolante musica di Hans Zimmer (quasi sempre proposta con un "semplice" organo), dalla fotografia e dai continui colpi di scena che ti tengono inchiodato sulla sedia dall'inizio alla fine. Consiglio di seguire bene certi "spiegoni" scientifici presentati amabilmente da momenti di ottima sceneggiatura.
Se poi non vi piace, sono sicuro che salverete tutte le scene tra Cooper e la figlia (lacrimotti garantiti), quelle spaziali più movimentate, quelle sul pianeta d'acqua...
Da qui in giù, rischiate lo SPOILER, ve lo dico subito.
Una delle determinanti protagoniste di questo film è la scienza. Attenzione, non una scienza "dal volto umano" o una scienza fredda e cinica. La scienza, punto.
Eppure, il momento nodale del film coinvolge una libreria, non certo un petulante iPad. Eppure, la chiave di volta della soluzione finale è un orologio a lancette, rotto peraltro, che comunica con un linguaggio ormai desueto (quello morse, mica un whatsapp).
Però, nel contempo Cooper contesta l'ottusità complottistica della professoressa della figlia, difendendo sia la spedizione sulla Luna del 1969 che la scienza dei tempi migliori, che avrebbe scongiurato la morte della moglie.
Anzi, il nostro eroe le dimostra come la loro visione antropocentrica abbia cancellato l'idea stessa del viaggio, del rischio, del migliorare se stessi e l'umanità, dell'anelare verso "strani, nuovi mondi, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima".
Ed è una scienza che comunque riesce a sopraffare persino l'amore (che in questo tipo di film quasi sempre vince alla grande): Cooper impone la scelta del pianeta ben diverso da quello proposto da Amelia, dove invece abitava il suo fidanzato, presumibilmente ancora vivo.
Addirittura, l'amore "perde" una seconda volta perché Cooper non riesce a sconfiggere la scienza che gli impedisce di rimettere a posto il passato. E sarebbe stato sciocco il contrario.
Poi, fateci caso, è l'uomo ad aver causato la "piaga" che sta annientando l'umanità; e la scienza non riesce a sconfiggerla in maniera diretta.
Ed è sempre la scienza che costringe i nostri eroi a perdersi nel tempo, e che quantità di tempo!, e a inventare sempre nuove soluzioni pur di uscire da quell'esplorazione ormai data per persa.
Insomma, i due Nolan hanno un grandissimo rispetto per la scienza, e le restituiscono la giusta dignità, il giusto equilibrio.
Certo è che in due momenti è come se il fattore umano sembra prendere il sopravvento. In realtà, però, quando Cooper si butta dentro il buco nero ne conferma scientificamente la sua totale pericolosità, perché ormai gli è risultato impossibile raggiungere ogni forma di soluzione razionale. Appunto, è con la forza della disperazione che affronta la legge finale, quella che ci dice che oltre il buco nero non c'è più nulla.
Altrettanto in realtà, Murph indugia a restare nel suo nido d'infanzia convinta che troverà una soluzione per far tornare il padre, ma sarà la scienza (dell'impossibile) a fornirle la chiave del tutto.
Sono speculazioni, lo so, che si basano solo su quanto si vede nel film, e non su quello che credo di aver visto.
Forse ci ritornerò, forse no: però, se vi va, andate a vederlo, e poi mi scrivete.

15 maggio 2012

L'invasione è vicina? Ne parlarono in molti

Irritato com'era dal fatto che ogni volta che diceva essere qualcuno tra il pubblico rispondeva non-essere, un attore scespiriano invitò il saputello del momento a continuare lui sul palco per perpetuare quel delizioso monologo - un monumento della pura dialettica, va detto.
Ecco, quand'ho fatto cenno ad alcuni che questi cosi che invadono la principali città italiane sono il prologo dell'invasione, subito mi hanno risposto i-baccelloni!!!!... dico io: ma non avete capito la serietà del fenomeno?
Innanzitutto, a cosa servono questi cosi (per Madre Natura intendo)? A nulla! Orbene, esiste il nulla in Natura? No!
E poi, avete fatto caso a quanta gente vi guarda strano quando siete per strada? Sono aumentati!
Io non dico che ci sia qualcosa di strano. Semmai c'è qualcosa di strano.
Però, se proprio vogliamo fare i saccentoni, di situazioni simili se ne sono viste nel cinema. Qualcuno si è ricordato del Terrore dalla sesta luna del mio Heinlein. Il libro era più ficcante; il film, meno (anche se servirà a Fleming per rubare qualche caratterizzazione per il suo James Bond). Solo che in questa storia gli alieni hanno attitudini comunque emotive; i-baccelloni!!!! proprio non lo erano. Anzi.
Il soggetto originale era un romanzo del 1955 di Jack Finney, che sostanzialmente finisce con la fuga de i-baccelloni!!!!. Ottima scrittura, trama decisamente ficcante.
Il primo film che smanazza la suddetta trama è L'invasione degli ultracorpi. Classe 1956, ha come regista il "lanciatore" dell'Eastwood più tosto, il grande Don Siegel, regista definito "difficile" solo perché coerente fino al midollo (insomma, non avrebbe mai lavorato per Berlusconi, come fanno SavianFazio, per dire). Finale possibilista, forzatamente aggiunto dalla produzione, che nulla toglie però all'allarme urlato dal povero disgraziato di turno (il cui protagonista ritroveremo tra una riga, in un delizioso quanto sanguinolento cameo).
A questo segue Terrore dallo spazio profondo. Classe 1978, è una sorta di film d'autore, perlomeno nella forma (ottime inquadrature; sceneggiatura in linea). Ci sono pezzi da novanta tipo Donald Sutherland (che ritroveremo nella Sesta luna sopra citata; allora è un vizio), Leonard "Spock" Nimoy, Jeff "La mosca" Goldblum, e quella povera disgraziata della Veronica Cartwright che avrebbe dovuto poi essere la Ripley di Alien, ma la Weaver aveva i genitori che coproducevano Scott, e Scott si piegherà al cambio di protagonistessa. In questo Terrore, si vede esattamente quello che sta accadendo a Roma e Milano: questi cosi che fluttuano nell'aria e invadono una metropoli anonima quanto superamericana. Quando gli umani contagiati ("replicati", va detto... replay, ripley, la Cartwright ci era già vicina) diventano amimici e asentimentici repliche di noi, per riconoscere chi non è infetto lo indicano cominciando ad urlare in maniera che ancora oggi fa fare tanta cacchetta al sottoscritto. Finale amarissimo, com'era giusto che fosse in quegli anni di riflusso (esofageo).
Urla che ritorneranno strascopiazzate nel ridicolo reremake del sopravvalutato Abel Ferrara. Classe 1993, Ultracorpi, l'invasione continua mischia i due episodi precedenti, aggiungendo due cosucce niente male ma sviluppate pessimamente: il tutto si svolge in una base militare... cosa strategicamente logica, come lo sarebbe anche invadere una megametropoli, anziché i paesini di Villaggio dei dannati - libro meraviglioso! - proposti due (forse tre) volte, nel 1960 e nel 1995. E poi i bambini sono stronzettini anzichésì. Finale aperto ma paraculo, che lascia il tempo che trova.
Ultimo, e per fortuna!, è l'orribbbole Invasion. Classe 1997, vede il quasipolacco Daniel "Bond" Craig posseduto e poi redento da Nicole Kidman, perché lei capisce tutto, intuisce tutto, e trova la soluzione all'invasione nebulizzando un sottoprodotto del suo silicone zigomale sulla città ormai infetta. Alla fine, vissero tutti felici e contenti, tranne lo spettatore addormentato.
Ma allora non ve ne siete accorti? Guardate l'escalation delle trame: si passa dalla denuncia al volemosebene. Sì, ci sono parentesi come la doppia Cosa dall'altro mondo (quella del 1951 e quella western di Carpenter), e vocazioni ammonitrici simili. Ma mai nessuna aveva detto chiaramente che è possibile invaderci togliendoci l'anima, il sorriso, lo scazzo, i sentimenti, l'odio, l'amore.
E la cosa sta accadendo. E io il 30 verrò visitato dall'otorino che forse è uno di loro e mi farà fuori perché sto parlando troppo.
Mi direte: proprio tu che sei ateo; tu, che curi il Canale Scienze per mamma Rai?
Appunto.


17 marzo 2010

sulla scena del crimine

Quando una settimana fa lessi questa recensione, mi aspettavo un libro tipo quelli bellissimi su Star Trek del compianto Franco La Polla o quello straordinario scritto dal quasi Nobel Lawrence Krauss sulla Fisica di Star Trek (una volta in libreria qualche buontempone cancellò "si" comportando non poca ilarità tra gli avventori della libreria). Insomma, di quei libri che girano intorno ai serial televisivi per analizzarli da punti di vista inconsueti, comunque interessanti, se non addirittura divertenti.
Niente di tutto questo: la recensione è una bufala.
E quindi mi ci stavo arrabbiando di brutto.
Però, e alla fine, il libro è divertente lo stesso, e offre spunti di riflessione lontani dai mitici CSI per schiantarsi dentro sentimenti molto più seri. E gli omicidi rappresentati, le consulenze della "vera" scientifica, il comportamento delle persone comuni, la banalità del male, vengono descritte in maniera molto precisa, nitida, quasi imbarazzante.

11 gennaio 2010

apophis scores

Circondato com'ero dai botti del capodanno stoccolmese, ho avidamente letto in ritardo questa notizia che avrebbe dell'incredibile, se non fosse una rilettura di altrettanti allarmi dipanati nel tempo giornalistico, dove le cose durano un giorno, e poi vengono sapientemente riciclate quando scarseggiano le novità.
La "notizia" inizia così:
Un gruppo di scienziati studia mappe astronomiche, pianifica missioni spaziali e di tanto in tanto si ripassa in dvd il kolossal hollywoodiano "Armageddon". Perché per salvare l'umanità dalla catastrofe sarà necessaria tanta tecnica, nuove tecnologie ma anche quello che qualcuno ha già definito "stile cinematografico". L'obiettivo non è da poco: bisogna impedire che si schianti sulla terra il gigantesco asteroide Apophis. E il pericolo esiste davvero. Esperti di tutto il mondo hanno calcolato che Apophis potrebbe schiantarsi sulla Terra tra ventisei anni. Esattamente il 13 aprile 2036, domenica di Pasqua.
L'appassionato di cinema che è in me, mentre leggeva ha rivisto mentalmente decine di film sul tema. E del resto, anche l'autore dell'articolo celebra il più facile Armageddon (1998), dimenticando il grezzo Meteor (1979) in cui Brian Keith e Sean Connery fanno a cazzotti contro una meteora appunto, usando quei missili che sovietici e statunitensi avevano già messo in orbita per scopi intimidatori... l'un contro l'altro armati, insomma.
E come non dimenticare l'ancor giovanissimo John Carpenter con il suo disarticolato e divertentissimo Dark Star: per far prima si distruggono direttamente i pianeti considerati "dannosi" nel senso più vasto del termine.
Ma la cosa che ha ancor più deliziato la mia memoria è stato questo passaggio:
Ma qual è il progetto russo per evitare l'Armageddon del 2036? Tra le tante ipotesi fatte negli ultimi anni, forse la più credibile è quella del "trattore gravitazionale": un'astronave lanciata il più vicino possibile all' asteroide che aggancerebbe "il distruttore" solo con la propria forza di gravità. A questo punto, come in un film, gli astronauti trainerebbero l'asteroide killer lontano, per poi abbandonarlo al suo destino. Più complicata da immaginare l'idea delle vele solari da agganciare all'asteroide. Il vento solare farebbe il resto, portandosi via la minaccia. E non manca una proposta in apparenza fantasiosa che pare venga invece presa sul serio da Perminov e i suoi: cospargere la faccia esposta al sole dell'asteroide di vernice bianca. Sembra incredibile ma gli scienziati giurano che, se si trovasse la soluzione tecnica per questo lavoro da "imbianchini spaziali", i raggi solari verrebbero respinti dal corpo celeste con una forza tale da deviarne la traiettoria.
I "trattori gravitazionali" li ritroviamo genericamente sia in Spazio 1999, che in Star Trek.
Sempre in Star Trek viene sviluppata l'idea di "vela solare" in maniera molto dettagliata: nell'episodio Il vascello solare (Deep Space Nine, terza stagione, episodio numero 22) il mitico Benjiamin Sisko costruisce un'astronave il cui solo viaggiare dimostrerà l'unica (e quindi pacifica) discendenza tra gli "intellettuali" bajoriani e gli "spartani" cardassiani.
Sulla vernice che grazie al riflesso della luce sposterebbe l'asteroide ormai imbiancato, vengono in mente certe cose di Georges Méliès come anche una vecchia storia di Paperino in cui viaggia nello spazio proprio grazie a una vernice riflettente.
Tutto questo per dimostrare che la fantascienza ha una dignità straordinaria, e una preveggenza che supera di gran lunga il cinismo dei suoi detrattori. Per carità, non cado nel tranello astrologico per cui mi accorgo e segnalo solo le cose da lei azzeccate; però è vero che quando la fantascienza è fatta bene, diventa addirittura un insegnamento morale a priori, da seguire prima ancora che la vittoria scientifica si manifesti.
E se a voi viene in mente il mortificante Grande Fratello televisivo, io penso invece ad un antico racconto di fantascienza (credo di Clarke) in cui un'esplorazione spaziale di umani atterra in un pianeta deserto e senza vita, in cui però è evidente che la civiltà che lo abitava era perfetta e superiore a tutte le altre finora scoperte dai nostri eroi. Dopo una serie di rapidi calcoli, il protagonista scopre la terrificante verità: quella straordinaria civiltà fu disintegrata dal passaggio di un'enorme cometa, quella che per noi era l'annuncio della nascita di Cristo. Il che - senza scomodare il mio cinico ateismo - mi porta a pensare: dovessimo respingere quest'enorme asteroide, attenzione alla direzione che poi gli imporremo... non si sa mai.

07 agosto 2009

don't you forget about
John Hughes

Immagino siate in molti ad amare Dead Zone. Per quel 40 % che ho visto finora, a me dice veramente poco. Forse perché Anthony Michael Hall ha zero espressioni, forse perché Nicole de Boer aveva già abbassato i toni del fino ad allora ottimo Star Trek - Deep Space Nine, forse perché semplicemente non mi prende. Càpita.
Ebbene, proprio Anthony Michael Hall divenne famoso per un filmetto che da noi durò poco, ma che amammo indirettamente grazie ai Simple Minds. Ricordate? Dont iu forghet abaut mi... il titolo del film era Breakfast Club, e il regista si chiamava John Hughes.
E scrivo "chiamava" perché purtroppo è morto. Giovanissimo peraltro.
Ecco come ne parla Federico Soncini su America 24.

Morto John Hughes, regista di commedie di culto anni '80
Aveva diretto successi come "Breakfast Club" e "Bella in rosa"
Federico Soncini 06 Agosto 2009, 19:33
John Hughes, il regista di film che hanno definito la cultura popolare degli anni '80 come "Breakfast Club" e "Una pazza giornata di vacanza", è morto oggi a Manhattan per un attacco di cuore.

Aveva 59 anni. Lo ha reso noto una sua portavoce, dicendo che Hughes è morto questa mattina durante una passeggiata. Si trovava a New York per visitare dei famigliari.

Hughes aveva lanciato diversi giovani attori che negli anni '80 fecero parte del cosiddetto "brat pack". Molly Ryngwald, Anthony Michael Hall, Judd Nelson, Ally Sheedy, Matthew Broderick devono molto a lui per il loro successo in quegli anni.

Le sue commedie per teenager sono stati grandi successi ai tempi e sono diventate oggetto di culto nei decenni successivi. Negli Stati Uniti, più che in Italia, hanno avuto enorme successo anche "Bella in rosa" e "Un compleanno da ricordare". In Italia ha avuto una certa notorietà "Un biglietto in due" con Steve Martin e John Candy. Hughes è stato anche lo sceneggiatore di "Mamma ho perso l'aereo", il film che ha lanciato Macaulay Culkin.

John Hughes viveva a Chicago, dove ha ambientato gran parte dei suoi film. 

13 maggio 2009

hanno ucciso Kirk

È dal 7 gennaio scorso che non vado al cinema.
Io, che vedo almeno film 150 l'anno... non so se mi sono spiegato.
Allora mi son detto: se devo provare a vedere quanto reggo con la gamba/tutore piegata per due ore, proviamo con i miei amici di sempre.
Appartengo a quelli che hanno avuto il privilegio di vedere la nota primissima puntata della Serie Originale su TeleMonteCarlo, nel lontanissimo 1978.
Ho tutte le serie, libri, curiosità, roba più o meno rara. Recito a memoria interi capitoli della saga... e mi aspettavo di tutto, ma non quest'immensa schifezza.

Questo non è Star Trek!
Il bello è che non è nemmeno un prequel, come dicono i meno avvertiti.
Anche i muri sanno che i Romulani non erano mai stati visti in volto prima della missione quinquennale (14 esimo episodio della prima stagione della Serie Originale), così come il cambio di comando con Pike accade in ben altre circostanze (cfr Lo zoo di Talos, poi riproposto con montaggio differente sempre nella Serie Originale ma con altro titolo), così come la sala di comando non è dove l'hanno messa...
E che dire dei dialoghi dotti, delle avventure semplici ma coinvolgenti, delle idee futuristiche (il cellulare per esempio), e di Shalespeare e Matheson (saccheggiati a man bassa), del rigore deontologico (Spock che bacia una donna? mapperfavore).
... e se qualcuno mi dice che è un
prequel su un futuro parallelo, potevano chiamarlo tranquillamente Pizza e Fichi e facevano prima.

Mannaggia!

12 giugno 2008

Forza Rettili

In questi giorni, le giovanotte e i giovanotti della mia età, si stanno leccando le baffe e i baffi perché sono usciti i tre cofanetti completi della mitica serie V - Visitors.
In questo delizioso sito potrete leggerne un'analisi attenta, suddivisa in tre pagine.Va detto, e ribadito, che la serie aveva una produzione di modesto livello. Ma non all'itaGliana; semmai all'americana. Perché questo son capaci di fare gli americani: si pongono un limite, e su questo limite fanno comunque miracoli.
Senza forzare tanto la mano, e al di là di certe benvenute ingenuità, le idee iniziali sono assimilabili a qualsiasi contesto nostrano.
Atterrano - anzi si assospendono a pochi metri da terra - con navi magnificenti e supertecnologiche, promettono grandi innovazioni scientifiche, assicurano amicizia, non influiranno sui percorsi sociali e politici del pianeta... peccato però che in realtà sono dei lucertoloni - e fin qui chissene, leggermente cannibali, pronti ad instaurare una plastificata dittatura per dissanguare acqua e materie prime da tutto il pianeta.
La prima mossa che fanno è usare le televisioni per "trasmettere" - è il caso di dirlo - un'Informazione e una visione positiva della loro presenza.
Seconda mossa: far fuori tutti gli scienziati, o comunque tutti i "sapienti", per evitare approfondimenti scomodi sulle loro reali intenzioni...
In tutto questo, tra gli umani non c'è comunione d'intenti. La vecchietta conservatrice è ciecamente "innamorata" della loro essenza. C'è la giornalista servile e serva. C'è lo scienziato imbecille e mollettino. C'è il giovinastro che aderisce alla gioventù amica di questi serpentelli. C'è il prete che vorrebbe rompere i coglioni anche a questi alieni con la storia di Dio, della Bibbia e di tutte queste follie, rovinando di fatto un'azione militare dell'appena nata resistenza.
È una serie che va vista anche per altri motivi di contorno: in alcuni momenti sembra di assistere a Indipendence day (1996) di Roland Emmerich.
In più, la
musica della seconda miniserie (1983) e parte di quella della terza (1984/85) sono di Dennis McCarthy (diventerà grande con la musica di Star Trek - Deep Space Nine). Direte ecchissenefrega. Be', è identica a Rhythm of the heat dal quarto LP di Peter Gabriel (uscito nel settembre 1982).
Chissà se i due si conoscevano.





04 febbraio 2008

Cloverfield, ovvero
del rilancio

Che J.J. Abrams sia un piccolo genio è ormai un dato di fatto.
Nel giro di pochissimi anni è riuscito a imporre due serial di successo (Alias prima, Lost adesso) e a salvare dal disastro un franchising tra i più longevi e amati in tutto il pianeta, Star Trek. Quest'ultimo è ancora in lavorazione, ma intanto è già facile riconoscere i temi nodali dello "stile Abrams":

  • eliminazione totale del riferimento alle due, quattro, sette caratteristiche base dei personaggi fondamentali (niente più fede, speranza, carità, giustizia, fortezza, prudenza, temperanza... anche se in Lost ogni tanto si intravedono)
  • nessuna spiegazione di ciò che è già accaduto: preferisce scendere in altre non spiegazioni edificando di fatto una sorta di sub soap opera che sostenga il thriller, altrimenti nel giro di due secondi uno cambia canale
  • rilancio continuo delle situazioni superficiali: tutto è ma può anche non essere
  • il chi è sempre in relazione al cosa, mai al come

So perfettamente che le sue produzioni sono qualitativamente inferiori a quelle di Jerry Bruckheimer, Michael Bay, Robert Cochran, Shonda Rhimes o Ronald D. Moore, però - e forse purtroppo - Abrams sta cavalcando perfettamente un certo superficialismo didascalico che ormai si è fatto verbo.
In questi giorni sui nostri schermi primeggia il suo Cloverfield in cui questa mia breve analisi si fa quasi dogma di riferimento.
Cloverfield non spiega, non sottolinea, non ha neanche una sottotraccia: prendere o lasciare, punto e basta. L'arte è diventata solo consumo e l'estetismo il suo mezzo.
Non so dire se tutto questo è giusto o sbagliato.
Però mi sconcerta e forse mi spaventa... anche perché Cloverfield mi è piaciuto.

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