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12 dicembre 2021

IL CREPUSCOLO DEL MONDO di Werner Herzog

Considero Werner Herzog l’ultimo dei grandi autori di ogni tempo. Ogni sua opera, filmica o letteraria che sia, porta con sé un senso della spiritualità e dell’assoluto che raramente ho incontrato così costantemente in altri artisti. 
Forse in Rilke, sicuramente in Mozart e Bach. 
Ma l’immanenza di Herzog è paradossalmente migliore di questi, perché sempre più messa alla prova da una modernità che ci sta trasformando tutti nei ritratti di Dorian Gray di noi stessi. 
L’ultimo suo romanzo/cronaca è bello, molto bello, dotato di quella consueta magia che solo possono averti i testi di questo immenso artista: è la storia di Hiroo Onoda, il proverbiale ultimo giapponese che continuò la sua battaglia personale contro gli Stati Uniti, nonostante la guerra fosse finita da tempo.
Herzog non interpreta il protagonista, né tantomeno restituisce un racconto epico o etico: semplicemente, racconta la storia di un soldato leale che svolge il suo compito perché deve essere svolto, senza la ricerca del consenso, senza la bramosia di un premio, senza volersi ergere a eroe di una morale a buon mercato.
Onoda fa quello che farebbe un buon soldato: combattere il nemico e farlo nel miglior modo possibile.
È un romanzo asciutto, che si legge d'un fiato, che si assapora all'ombra di una quercia, in un frizzante pomeriggio autunnale, sorseggiando un superacolico leggero e torbato, scrutando ogni tanto il cielo, nell'attesa che il tramonto esali la sua ultima luce.

04 maggio 2020

il libraio

Ero indeciso se raccontare o no questa storia, perché temevo che il protagonista potesse offendersi. Poi ho avuto un'illuminazione, grazie paradossalmente a un difetto di Repubblica. Io non ne posso più delle narrazioni di questo quotidiano, quando cioè spiega a noi lettori cosa proviamo noi lettori durante questa quarantena, con irritanti frasette salottiere tipo: la fragilità della donna, la libertà negata ai bambini, gli uomini riscoprono la famiglia... ma che palle!
Insomma, a me non piacciono queste narrazioni prefabbricate, e la cosa divertente è che ci stavo cascando io per primo. Per cui vi racconto Roberto. E soprattutto di come restai invischiato nel Repubblica's Theory di cui sopra.
Testaccio ha una libreria molto bella. Non ha tutti i libri che cerchi, ma per fortuna ha tutti quei libri che non immaginavi esistessero. E se poi sei un lettore vorace, puoi anche ordinare quello che non trovi.
Il paradosso di questa libreria è che i ragazzi non sembrano né negozianti né lettori voraci: non hanno l'insistenza del negoziante né la boria dell'intellettuale che fa finta di consigliare libri che neanche lui ha letto.
Per cui io so che posso entrare e comprare, oppure entrare e guardare, oppure entrare e farmi una chiacchierata, oppure tutte queste cose insieme o parte di esse. E senza sentirmi vincolato, obbligato, forzato. 
Roberto è chiaramente quello più quadrato, attento, scrupoloso, preciso e sotto molti aspetti la pietra angolare sia della parte amministrativa che di quella organizzativa. Non è che gli altri siano da meno, ma Roberto ha quel qualcosa che si fa vedere subito.
Ogni tanto chiacchieriamo. Spesso scherziamo. Comunque ha sempre quel pregio di farmi sentire importante ma senza lecchismo.
Un giorno comprai un piccolo libro della Guanda in cui Werner Herzog presenta testo e appunti del suo Fitzcarraldo. Mentre stavo pagando, dissi a Roberto che quell'immagine mi emozionava in maniera quasi commovente. Nel 1991, infatti, ero stato in Brasile per un mese, e in quel del Rio delle Amazzoni vidi una barca pressoché identica, accroccata su un colle vicino alla riva.
Insomma, promisi a Roberto che gli avrei fatto vedere la mia foto, così che il mio languore non fosse solo una rappresentazione della mia nostalgia, ma un fatto realmente accaduto. Roberto annuì, sapendo che avrei mantenuto la mia parola. E, infatti, il giorno dopo gli feci vedere la mia foto... e lui la sua: la Disneyland di Parigi!
Io restai bloccato un microsecondo, ma poi prontamente gli chiesi perché e cercai di seguirlo nella sua nostalgia. Insomma, portando i figli a vedere quel parco incredibile si era commosso lui: era come fosse diventato reale tutto quello che Disney gli aveva fatto vivere quando era piccolo.
Ancora oggi mi dò del deficiente: perché ebbi quel sussulto? Perché ritenevo il mio Fitzcarraldo superiore al suo Topolino! Stavo seguendo il Repubblica's Theory, ca@@o! Ero caduto in quella trappola salottiera, ma soprattutto in maniera istintiva!
Due giorni fa, ho incontrato Roberto durante la fila per la Farmacia. La prima cosa che mi ha chiesto è: come sta tua moglie? È riuscita a rientrare prima che chiudessero Milano?
Roberto 2 - Alessandro 0

26 gennaio 2015

Ciao Edgar Froese

Che questo pianeta sia bislacco, lo dimostra il fatto che solo oggi sui giornali è apparsa la notizia della morte di Edgar Froese
Ed è ancora più triste immaginare il vostro legittimo "... e chi è?".
Mettiamola così: se non ci fossero stati i suoi Tangerine Dream, oggi non parleremmo di Pink Floyd e di David Bowie, o di William Friedkin e Werner Herzog... per buttare giù i primi nomi che mi vengono in mente.
I Tangerine Dream non solo sono stati tra i pionieri della musica elettronica, ma qualcosa di più: sono riusciti, cioè, a coniugare con rara sapienza e maestria lo sperimentalismo più estremo con un saper raccontare storie musicali perlomeno in maniera popolare, o comunque virtualmente accessibili a tutti.
Possiamo discutere per ore se la musica elettronica possa essere o no "potabile", ma dovremo sempre e comunque qualcosa ai Tangerine Dream. Ed Edgar Froese ne è stato valido sacerdote e onniscente protagonista (l'unico presente in tutte le multiformi formazioni).
Dai 103 album (più 34 colonne sonore) risulta difficile proporvi qualcosa, per almeno due motivi: le opere degli anni '70 sono molto dilatate e forse datate; fornire degli assaggi musicali è sempre rischioso, perché per essere ammiccanti si rischia di essere scorretti.
Però vi posso assicurare che se provaste a esplorare cose come Logos o come Livemiles potreste già farvi un'idea dei due estremi compositivi. 
Certo, le primissime prove sono più genuine di Thief; però è l'idea Tangerine Dream a essere rimasta sempre intatta, coerente con se stessa. 
Ciao, Edgar Froese, che la terra ti sia lieve.


18 ottobre 2010

survival of the dead,
l'occasione mancata

Come disse una volta il mio padre spirituale Werner Herzog (cito a memoria), i film dell'orrore sono il cinema migliore, perché portano con loro spontanee potenzialità espressive, avvolti come sono nel mondo dell'immaginazione e dell'onirico.
Uno dei più grandi sperimentatori del genere è sempre stato George A. Romero, che, mantenendo costante il parametro dell'invasione dei morti viventi (come accade con la musica di Philip Glass), ha costruito storie che a volte leggevano il presente, ma spesso presagivano l'amaro futuro. Se l'Italia fosse un paese meno bigotto e chiuso, i suoi film sarebbero proiettati nelle scuole e nelle università specializzate.
Certo è che mentre il suo recente Diary Of The Dead mi aveva folgorato, questo Survival Of The Dead si è perso qualcosa per strada, e in maniera anche sciatta, quasi distratta. Come se Romero abbia scientemente voluto inciampare su uno script  che invece in nuce era veramente interessante.
Gli elementi per costruire qualcosa di epico ci sono tutti: il conflitto generazionale tra padre e figlia, il confronto intergenerazionale tra due sorelle gemelle, lo scontro tra due grandi famiglie patriarcali, la vittoria - amarissima - della mentalità militare a discapito di quella "civile", il colpo di scena finale (che quasi passa inosservato).
Partito benissimo, il film - quasi uno spin off del precedente - si perde subito per strada puntando alla rinfusa sulla reiterazione delle classiche costanti del regista.
In più, se in generale, una volta accettato il principio di partenza, le sceneggiature di Romero si autoponevano delle regole da rispettare (per quanto assurde, sempre regole erano), qui ci sta una serie di errori inutili che disorienta anche lo spettatore più distratto.
Che dire? Da tempo si vocifera di una sorta di capitolo finale in cui alcuni astronauti dentro uno shuttle sono gli ultimi "normali" rimasti, mentre sulla Terra hanno ormai vinto gli zombi. Un'idea che potrebbe risultare vincente se accompagnata da un testo forte e innovativo. Speriamo bene...

12 ottobre 2010

orso e uomo per me pari son


Per una serie di curiose coincidenze, in queste due ultime settimane ho avuto molto a che fare con gli orsi, sia per motivi di lavoro che per diletto.

Quand'ero convalescente, mi sono avventurato dentro la visione di Grizzly Man, la vera storia di Timothy Treadwell raccontata da Werner Herzog, mio padre spirituale da qualche anno ormai. Un quasi film quasi documentario straordinario, ricco di cose da gustare con dolore ma anche col sorriso. Un'altra pietra miliare per comprendere meglio sia la poetica di Herzog che il suo straordinario modo di intendere la vita.
In questi giorni, poi, spinto da un'inesauribile fame di lettura, mi son fatto regalare Uomini e orsi di Bernd Brunner, un piccolo libro ricco di cose da gustare con sorrisi, curiosità e anche qualche timore culturale nei confronti di una bestia così brutale (come direbbe Herzog) ma anche così fondamentale nella storia di tutte le culture del pianeta.
Be', son cose da non lasciarsi sfuggire, credetemi.

02 settembre 2010

quando il cinema perde i suoi più intimi amici

Nel giro di due mesi ci hanno lasciato Bernard Giraudeau, Bruno S. e Alain Corneau.
Il primo ha interpretato decine di film in maniera sempre eccelsa, balzando però nella nostra memoria con Un affare di gusto e poi - soprattutto - con Gocce d'acqua su pietre roventi. Film potenti nella trama, un po' deboli nella messa in scena, ma incredibilmente benedetti dalla presenza anche e solo scenica del nostro elegantissimo Giraudeau. Uomo ricco di sfumature e di capacità, sapeva centellinare le sue doti con rara dissimulazione, togliendo gli eccessi con noncurante facilità, regalando cenni di sapienza con distratta partecipazione.
Il secondo è stato prima il Kaspar Hauser e poi lo Stroszek del mio padre spirituale Werner Herzog, di cui vi ho parlato più volte. Ragazzo "maledetto" per eccellenza, Bruno S. è un esempio di come cinema e realtà possano incontrarsi in un mondo altro, e, passando per la strada del dolore e dell'autentico, sappiano emanare arte eccellente e di rara qualità.
Il terzo è il regista da film unico, perché tutti gli altri li dimentichi o non li hai mai visti. Tutte le mattine del mondo è infatti un film così totalizzante e potente che avrebbe svuotato qualsiasi gigante, figuriamoci un minuto e piccolo regista come Alain Corneau.
Di queste morti, e di queste opere, raramente si parla, perché un tempo le sensazioni erano cose intime e andavano condivise intimamente; da queste parti, in questi oggi sempre uguali e sempre urlati, l'intimità è diventata un evento volgare e le persone di classe o quelle complesse non trovano spazio neanche nelle cornicette dei giornali più audaci.
So long, Bernard.
So long, Bruno.
So long, Alain.

20 novembre 2009

la parola artista

Nell'ormai lontano aprile di quest'anno avevo raccontato come mi fossi irritato al sentire un mio amico definirsi "artista". Implicitamente questo sacro termine l'aveva riferito anche a me. Per carità, scrivo, compongo musica, fotografo, lui dipinge; ma da qui a definirsi artisti ce ne vuole.
Personalmente non credo ci siano più artisti in giro da molto molto tempo. Ma non sono mai riuscito a concretizzarmi il perché di questa mia intuizione, sia mentalmente che in maniera comprensibile per gli altri.
Poi dal testo di Herzog che ho segnalato poco meno di un mese fa, ho letto una sua risposta (pagine 167-8) e ho capito tutto.

Detesto profondamente perfino il concetto di artista in quest'epoca. L'ultimo re dell'Egitto, Farouk, ormai in esilio e tremendamente obeso, mentre divorava una coscia d'agnello dopo l'altra, ha detto una cosa bellissima: «Ormai non ci sono più re al mondo, solo il re di cuori, il re di quadri, il re di picche e il re di fiori».
Il concetto stesso di artista è per certi versi anacronistico al giorno d'oggi. È rimasto un solo posto in cui si possono trovare artisti: il circo. Lì ci sono il trapezista, i giocolorie, persino l'artista del digiuno.
Il film non è analisi, è agitazione della mente; il cinema proviene dalla fiera del villaggio e dal circo, non dall'arte e dall'accedimismo. Penso davvero che nel mondo dei pittori, dei romanzieri e dei registi cinematografici non ci siano artisti. Si tratta di un concetto che appartiene a secoli passati, in cui c'erano cose come la virtù, i duelli con le pistole all'alba tra uomini innamorati e le fanciulle che svenivano sui divani.

Michelangelo, Caspar David Friedrich e Hercules Segers: questi sono artisti. L'«arte» è un concetto pienamente legittimo nelle loro epoche. Sono come gli imperatori e i re, che rimangono le figure decisive nella storia dell'umanità e la cui influenza è avvertita anche ai nostri giorni. Con le attuali monarchie non accade niente del genere.
Non sto parlando della morte dell'artista; credo soltanto che la creatività sia concepita in una prospettiva piuttosto datata e antiquata. Per questo detesto la parola «genio». Anch'essa è una parola che appariene a epoche passate e non alla nostra. Al giorno d'oggi è diventata un concetto malato.

[...]
L'espressione in sé e il concetto di cui essa è portatrice provengono dal tardo XVIII secolo e non sono adatti al nostro tempo.
[...]
Ho sempre pensato che un creatore non ha nessun rilievo intrinseco e questo vale anche per quanto concerne il mio lavoro.

20 ottobre 2009

Werner Herzog: Incontri alla fine del mondo

Raramente ho letto un libro così intenso: è come un vino raffinato, un piatto prelibato, un dolce ricercato.
Incontri alla fine del mondo non è solo l'intervista a Werner Herzog, vero e proprio monumento del cinema tedesco, ma è una lezione di vita, in tutti i sensi possibili.
Si parla di giovinezza, di curiosità, di viaggi, di avventure, di estetica, di arte, di umiltà, di fierezza, di passione, di pazienza, di cinema, di film, di regia...
Herzog mi aveva già abbagliato con una sua cronaca di lavorazione veramente succosa. Ma qui siamo di fronte a ben altro: perché un'intervista se è fatta bene, scava fino in fondo ma senza violentare l'intervistato; soprattutto rimette in linea le errate interpretazioni di critici distratti, quando cioè vedevano cose che magari un regista neanche apprezza; ridà anche una sorta di speranza a chi sta nel nulla e vorrebbe esprimere la propria arte in un contesto così affollato qual è quello del cinema odierno.
Insomma, è un testo che va oltre il prevedibile, e che consiglio caldamente a chiunque abbia un minimo di curiosità in corpo, di apertura mentale e spirituale.
Di gente come Herzog ce n'è poca in giro: perlomeno frequentiamola con questo bellissimo libro.

26 marzo 2008

la conquista dell'inutile, il libro di Werner Herzog

Werner Herzog è una rara perla nel panorama del cinema mondiale. Ha diretto straordinari capolavori sempre intrisi di forma, di estetica e di significati profondissimi, eppure sempre immediati, privi cioè di quelle banali sovrastrutture che spesso la contorta mente borghese elabora per dissimulare la propria ipocrisia.
Si sa, Herzog ha anche collaborato con uno straordinario monumento alla geniale psicosi qual era Klaus Kinski, con cui - tra i tanti film - ha girato Fitzcarraldo.
Di questa lavorazione parla in un suo libro che ha veramente del'incredibile: a differenza dei noiosi diari di registi saccenti che siamo abituati a sorbirci, è un testo bellissimo, pieno di evocazioni, di forza, di strutture nascoste. C'è anche una tenera e teutonica capacità di arrendersi spiritualmente alla bellezza limpida della natura più selvaggia, ma non per questo senza regole.
Chi è stato in Brasile, crede sempre di aver visto qualcosa di unico, di intimo e di privato che nessun altro è capace di capire e di poter vivere allo stesso modo. Ma poi, leggendo questo libro, si dovrà ricredere, perché Herzog ha saputo raccontare quei sentimenti meglio di chiunque altro, rendendoli veri e vivi e patrimonio di chiunque voglia riviverli.
Viene quasi il sospetto che l'Amazzonia sia un bluff che si manifesta per quello che sembra solo quando qualcuno voglia osservarla affettuosamente, per poi riprendere le sue sembianze reali, fatte di immaginazione e non di realtà.
Non credevo che un libro potesse prendermi a tal punto. Adesso è quasi un febbrile appuntamento serale, prima di crollare inesorabilmente dal sonno per poter dolcemente sognare formiche verdi che cantano opere liriche in compagnia di Nosferatu...