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02 novembre 2023

i bambini di Zerocalcare

Zerocalcare ha partecipato a numerose edizioni di Lucca Comics.

Scorrendo l’archivio della manifestazione, trovate tutti i patrocini e i finanziamenti, suddivisi per anno: figurano anche banche, case automobilistiche, società di telefonia, rappresentanti di quel capitalismo tanto osteggiato a parole e disegni dallo stesso fumettista, che però partecipò senza porsi problemi.

Ma c’è di più: in quella del 2014, era presente anche l’Ambasciata d’Israele in Italia; Zerocalcare era tra le guest star e vide bene di non rinunciare.

Ebbene, dell’Ambasciata si conosceva il patrocinio gratuito dell’edizione di quest’anno, almeno dall’inizio del 2023. Ora, se è vero che, secondo la vulgata, Israele si comporta male con i palestinesi da tempo immemore, perché Zerocalcare si è accorto solo la scorsa settimana di questo patrocinio? E perché non rinunciò anche nel 2014?

Ma c’è di più: in questa edizione, avrebbe incontrato anche i colleghi israeliani Asaf e Tomer Hanuka, che vantano un impegno concreto e tutt’altro che strombazzato per la pace in Medio Oriente, per il riconoscimento reciproco di entrambe le parti. Nel loro curriculum figura anche la collaborazione al film animato Valzer con Bashir, opera critica nei confronti di una certa Israele.

Zerocalcare avrebbe potuto costruire qualcosa proprio con loro, grazie a loro, dare un senso etico alla sua presenza, mettendosi in gioco, perorando una causa che lui ritiene giusta, diventando esempio di concretezza e coraggio soprattutto per i giovani che lo seguono con passione.

Non partecipare, in quel modo e con quei toni poi (come fosse tra pochi amici, mentre gusta il gelato del pomeriggio), ha solo e inutilmente inasprito gli animi. Così inaspriti, che anche i due gemelli israeliani hanno preferito non partecipare.

La crisi del Medio Oriente non è un semplice “buoni contro cattivi”, dov’è facile schierarsi. La crisi del Medio Oriente va maneggiata con estrema cura, specie ricordando che, perlomeno in Italia, nessun pacifista è sceso in piazza dopo il 7 ottobre; che pochissimi manifestanti sono equidistanti e veramente pacifisti; che buona parte della gente non conosce o non sa o non vuole sapere la vera storia di quel pezzetto di terra così complicato.

Israele per primo ha bisogno di un pacifismo vero, anche per indebolire Netanyahu; e certo non l’aiutiamo trasformandoci in masse armate di una sola bandiera (che non è quella della Pace).

A essere ottimisti, poi, il vero pacifista dovrebbe fare anche uno zoom out con la mappa in dotazione del suo smartphone (simbolo dell’imperialismo che disprezza a parole): scoprirebbe cosa veramente sia in gioco, anche e solo ragionando sul fatto che alcuni paesi arabi e Israele stavano seriamente lavorando per un credibile percorso di avvicinamento, inviso ad Hamas e Iran.

In una situazione così disperata e disperante, dove noi “spettatori” dovremmo partecipare in maniera responsabile, dove il pacifismo dovrebbe essere strumento di sensibilizzazione e di riferimento per una Pace vera e sentita, piagnucolare frasi contraddittorie, per poi mascherarle con la propria fragilità intima e umana (vera o presunta), scomparendo pergiunta dal radar del conseguente dibattito, è infantile e intellettualmente disonesto.

01 febbraio 2021

IL LIBRO DI TUTTI I LIBRI di Roberto Calasso (Adelphi)

Decimo dei (per ora) undici pannelli della gustosa e multiforme opera in corso di Roberto Calasso, questo Libro di tutti i libri è denso, ricco, evocativo: tra tutti quelli del progetto, forse è il più lineare, senza quelle digressioni, quelle variazioni sul tema - o al di fuori di ogni schema, che intarsiano i pannelli precedenti. 
Non è "solo" un racconto della Bibbia, ma anche il manifesto di un modo di raccontare la religione in una maniera tutt'altro che dogmatica o laica, e nemmeno da studioso asettico: porta in sé, insomma, un metodo di approfondimento che si evolve nel suo stesso approfondire; un libro che cerca se stesso mentre lo leggi, insomma. 
La mia non è solo un'affermazione funambolica: è lo stesso autore che in un'autointervista ha chiarito come questo libro - concepito subito dopo Ka, obbligava a una tale vastità di capitoli così complessi e vasti, che a loro volta meritavano pannelli a parte, più strutturati, che si realizzeranno a partire da K. per finire con L'innominabile attuale
Siamo di fronte, insomma, a una "libro cornice", sulla cui lettura grava (o aiuta) l'aver letto l'intera opera fin qui pubblicata. Se, quindi, Kasch è il dito che indica la Luna - e l'intero opus generato è il percorso tra il dito e la Luna - questo Libro è la Luna stessa, nel disperato tentativo di capire «cosa vi accade» da un punto di vista che non si lasci influenzare dagli altri punti di vista.
Sin dai primi capitoli, che trascendono dall'analisi biblica, sono protagonisti Iahvé (ben oltre il suo simbolo religioso) e il suo complesso rapporto con la futura Israele: dall'imposizione di un re iniziale - che di fatto trasforma gli ebrei da popolo sacerdotale a un regno (con tutti le contraddizioni del caso), al concetto di popolo "eletto" - dove quell'eletto è in relazione al saper «far procedere le storie e la Storia».
Dal "peccato" del censimento ai tempi di David - che di fatto espone i viventi anche al male, all'autentica soggezione provata nei confronti della sapienza degli egizi. Dalle incredibili similitudini con l'India vedica, all'idea di libero arbitrio che tale in realtà non è.
Dal fatto che Iahvé abbia scelto un popolo minuscolo per una gigantesca opera di espansione religiosa prim'ancora che militare, all'idea che la parola "ebreo" non delimiti solo i figli d'Israele. E che dire della potenza simbolica della circoncisione? Circoncisione che però è anche limite al piacere sessuale... E che dire dell'assenza di Giobbe, più che della sua presunta pazienza?
Incredibili, poi, sono le ri-letture di alcuni temi biblici così potenti: l'idea del figlio primogenito come ripetizione del rapporto tra Iahvé e il suo popolo; il peso specifico della Pesaḥ (la futura Pasqua, insomma); il vero significato dell'Esodo o del vitello d'oro o delle proverbiali tavole della Legge; il triste destino di Mosè, che a un'attenta lettura può non essere considerato ebreo ma egiziano!
E qui si apre il primo dei due capitoli che apparentemente escono fuori dalla base di questo saggio: una digressione su Freud e la sua visione di simbolico cannibalismo paterno, che in un suo saggio mira proprio a minare le basi dei postulati ebraici. La figura di Mosè viene dilaniata e riproposta in una versione che nulla ha a che vedere con la tradizione d'Israele. A questo si aggiunge l'idea che non sia stato il popolo ebraico il primo a forgiare il metallo del monoteismo. 
Il secondo dei capitoli fuori dal sentiero di questo testo fa cenno all'undicesimo pannello, che inizierò a leggere tra qualche giorno.
Il saggio chiude con l'inizio della Bibbia e la sua naturale conclusione nell'idea di Messia come necessità antropologica prim'ancora che cristiana.
Calasso, insomma, ha dato l'ennesima prova della sua capacità di mettere in dubbio, di destrutturare, di risvegliare l'anima, ma senza lasciare macerie al suo passaggio o addirittura idee di plastica o convenienti: l'autore obbliga il lettore stesso a rivedere ogni possibile forma di conoscenza, non importa da quale prospettiva.



18 gennaio 2015

Exodus, quali dèi e quali re

Onestamente, mi aspettavo qualcosa di noiosetto. Invece, questa ennesima fatica di Ridley Scott scorre che è un piacere: a tratti quasi diverte; in alcuni momenti, poi, fornisce addirittura limpidi spunti di riflessione. Certo, non è il migliore Scott: se però vi state annoiando, potete pur sempre gustarvi l'eccellente scelta delle inquadrature, una mirabile lezione di fotografia.
Checché se ne dica, la sceneggiatura non rincorre il modello del Gladiatore, anzi. Sicuramente, e però, i dialoghi profondi sono rari e radi, sin troppo diluiti da una bellissima scenografia deliziosamente ridondante, da (necessari) effetti comunque strabilianti, da un doppiaggio incoerente (si passa dal bravo Giannini all'irritante Lorenzo D'Agata).
Peccato doppiamente, perché qua e là si respira l'intento di restituirci l'idea di un Ramses più umano e interessante del solito, un Mosè presuntuoso e nevrotico (Bale, poi, non sembra al meglio), un Malek arrogante e violento (mirabile l'idea di rappresentarlo come un insolente moccioso).
Sicuramente si anche è condizionati dal fatto che si conosce sin troppo bene la trama (o comunque le sue parti più favolistiche): a furia di pensare "vediamo come mi rappresenta questo o quest'altro", perdiamo di vista il blando tentativo di analisi psicologica.
Considerato che trovo importanti le scelte dei titoli, il fatto che questo contempli anche il sottotitolo Gods and Kings lascia pensare che Scott abbia voluto giocare cou un (bel) po' di significati: visto che il faraone era considerato sia re che dio, considerato anche che il dio ebraico è a sua volta un re, il gioco del plurale sta tutto nel voler capovolgere significanti e significato. E se questa è una facile speculazione ontologica, non lo è la semplice domanda: che razza di dio uccide i bambini? Cui dobbiamo aggiungere: che razza di dio ignora il suo popolo per poi farsi vivo solo dopo 400 anni?
Per i più curiosi, vengono rappresentate otto delle dieci piaghe: le tenebre, infatti, sono quasi accennate; l'arrivo di zanzare e mosche avviene contemporaneamente. A tutte Scott fornisce una più che plausibile spiegazione scientifica, tranne che sulla morte dei primogeniti: per restare nella laica coerenza, forse sarebbe bastato ricordare che i nobili egiziani si sposavano tra fratelli con una certa frequenza, che facilitava tare e problemi genetici di ogni tipo. 
Anche se non siamo esperti di cose egizie, ci sono almeno tre incongruenze eclatanti che saltano subito all'occhio: la camminata del primo Mosè, quello "egiziano" per intenderci, troppo in stile cowboy; la confidenza che in troppi si prendono quando parlano con Ramses; il gesto da marine dell'attendente di Ramses quando gli indica il precipizio (si porta indice e medio verso gli occhi e poi indica il pericolo, manco fosse un agente dellFBI).
Un po' dispersiva la musica di Alberto Iglesias, che peraltro nel leit-motiv che accompagna le intemperanze di Malek ha imitato il Parsifal wagneriano: nel caso di una storia ebraica, non mi è sembrata una scelta proprio felice.


15 gennaio 2015

pensieri sparsi intorno a Charlie Hebdo (io, che non so il francese)

Durante la manifestazione di Parigi, erano presenti Neta­nyahu, Abu Mazen, il Re di Giordania, il Presidente del Mali, il Califfo del Qatar... i premier turco, tunisino, georgiano, bulgaro, greco, sloveno, polacco... i ministri degli esteri egiziano, russo, algerino, del Bahrain... l'ambasciatore saudita in Francia... tutti rappresentanti di paesi con serie difficoltà ad accettare le più banali regole democratiche.
Erano comunque Charlie Hebdo?
Ebbene, se eravamo tutti Charlie Hebdo, come avrebbe reagito la nostra Italia alla pubblicazione della vignetta qui a fianco? 
Il Comune di Manfredonia ha organizzato un concorso per vignette satiriche intitolato - guarda un po' - Je Suis Charlie; l'unica discriminante è che non saranno accettate vignette che offendano il decoro pubblico e la religione.
Va bene, la religione va rispettata. Ma quale, una, due o tutte? E, soprattutto: quanto laicamente?
Insomma, a me viene in mente il giornalista robottino che ogni volta che un arabo fa anche e solo una scoreggia, prende il suo bel microfono e va sotto una Moschea chiedendo al fedele di passaggio: "ma lei si dissocia dall'arabo che ha scoreggiato? Cosa ne pensa l'Islam?".
C'è qualcosa non mi torna, insomma. Mia moglie direbbe che amo fare il "bastian contrario". Ma forse la risposta a una domanda che ancora non riesco a farmi proviene dalla battuta di una mia collega: "noi non mitragliamo chi non la pensa come noi".
Quindi, il problema sta nella violenza?
Non voglio ricordare la condizione dei gay in Italia (figuriamoci in ben altri paesi), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare quanto sia difficile per una donna lavorare e avere figli contemporaneamente (per non parlare del fare carriera), anche se è comunque una forma di violenza.
Non voglio ricordare il predominio economico e culturale del Vaticano in Italia... né tantomeno - per dirne una - che gli USA hanno una moneta (e il giuramento del Presidente) esplicitamente devoti al dio cristiano.
Dimentichiamoci pure che la cultura cristiana ha massacrato le popolazioni americane. È un evento troppo lontano, ed è ridicolo ricordarlo (oddio, 80 milioni di morti... ma chissenefrega).
Dimentichiamoci pure che la cultura bianca ha umiliato gli africani, annientando le loro culture e deportandone in abbondanza (18 milioni ridotti in schiavi, 18 milioni spariti nel nulla).
Dimentichiamoci pure che la cultura europea ha anche ideato 6 milioni di ebrei gassati, etnie inventate come Hutu e Tutsi che poi si sono massacrate col nostro beneplacito, un milione di armeni uccisi, due guerre mondiali, la divisione arbitraria dell'intera Africa e di buona parte dell'Asia.
Dimentichiamoci di tutto questo, dài: altrimenti facciamo la figura delle zecche rompicoglioni e "bastian contrarie" (che poi lo sono veramente, per carità). 
La domande vera è: sul serio non è un problema con l'Islam? 
Ditemelo chiaramente, però!
Tutto il resto mi sembra una cornice di comodo, un'ipocrita e contraddittoria cornice di comodo.

08 gennaio 2015

l'unico amico di Charlie

Il 12 ottobre del 2010, quelli di Spinoza raggiungono il fondo con un post ributtante. Nel nome, cioè, della libertà di essere liberi, gettano fango e letame contro quattro dei nostri ragazzi saltati in aria su una mina del "nemico" (o comunque di quello che il governo da noi eletto democraticamente ha considerato come tale, perlomeno in quel momento).
Io scrivo le mie rimostranze, e mi becco risposte stupide e sciocche che hanno il significato che hanno. Da quel giorno, non li leggo più. Neanche si accorgeranno di aver perso un lettore, figuriamoci: però ho un cervello e una dignità, e non posso certo sprecarli nel sito di quattro deficienti.
Però: non sono entrato nel loro palazzo, non ho sparato all'impazzata contro nessuno di loro, non li ho nemmeno presi a calci nel culo come avrebbero decisamente meritato.
Perché?
Perché siamo occidentali, un paese democratico, uno Stato libero, ricco di contraddizioni e di storie perlomeno originiali, ma pur sempre dignitoso almeno nella sua essenza teorica. 
Certo, per quelli di Spinoza vale l'antica regola del Marchese del Grillo: problema loro (e dell'intelligenza di chi li legge, è ovvio). Per un paese serio e civile, invece, quello di Spinoza è il tipico sacrificio dell'intelligenza: dare spazio anche a loro, per confermarsi e confermare che la democrazia non può buttare via nulla di se stessa, neanche gli sfinteri.
Vero è che la satira si misura proprio dall'essere capace di spararla grossa senza avere bisogno di appellarsi a un diritto; se la tua parola è forte, il tuo diritto è la tua parola.
Veniamo alla strage di ieri: è vero che la memoria e il rispetto che si deve ai quattro morti di cui sopra non è dialetticamente comparabile con l'importanza ontologica della figura religiosa di Mamometto o di Allah (che poi, non dimentichiamo, per alcuni raffigurare questa figura è già considerato blasfemo); è vero anche che un conto è la sensibilità dei singoli verso i singoli, un conto il rispetto - anche e solo strategico - che si deve nei confronti di un simbolo venerato una un miliardo e mezzo di esseri umani.... ma se tu manchi di rispetto nei confronti di un morto o di un dio, sei solo un coglione. Punto.
Non è che io vengo lì e ti sparo a bruciapelo. Tutt'al più non ti compro.
Su questo, immagino, non ci piove.
Qualche derelitto dirà che sto scrivendo "se la sono cercata". Non è vero. Anzi, prima di aprire bocca, verifichi la sua copia di Lotta Continua di qualche lustro fa: scoprirà chi urlò "se l'è andata a cercare", e avrà qualche simpatica sorpresa.
Né tantomeno voglio mettermi lì a scrivere i "sì, ma" che hanno smosso certi intellettuali da strapazzo.
Però c'è qualcosa che va detto: non aggrappiamoci a delle vignette stupide e blasfeme per difendere la nostra libertà di pensiero. 
Già... perché quella satira è stata "solo" libertà di pensiero, ma non di pensare. Già... pensare significa anche capire che se tu disegni Maometto a pecorina con il buco del culo a forma di stella di David, non hai aggiunto o tolto nulla alla causa democratica né dell'Islam né del mio paese: hai dato visibilità solo alla tua volgarità, peraltro abbastanza facilotta. Punto.
Chi dimentica queste cose per scrivere stronzate come questa (è del 2006, ma è stata ribadita poco fa dall'autore stesso), o come questa, o come questa, sta solo dando spazio al proprio ego, non a un dibattito. Anzi: c'è addirittura chi twitta una sciocchezza come questa 
dimostrando una irritante malafede.
Dov'è che voglio arrivare?
Che adesso sarà più facile difendere i "valori" dell'Occidente, come faceva istericamente la superfascista Oriana Fallaci, non distinguendo diritti e doveri. 
Sarà più facile st(r)ingersi intorno al Vaticano che fino a pochi secondi fa vantava una storia di abomini e di stragi analoghi. 
Sarà più facile ricicciare l'antica idea di Europa superiore all'Islam (ricordate la gaffe di Christian Rocca che blaterò sull'inconsistenza di un'opposizione interna all'integralismo, beccandosi reprimenda da tutti... tanto che ci ha bloccati in massa?).
Sarà più facile uscirsene come il sucitato Costa, pretendendo reciprocità culturale, di obblighi culturali al femminismo, di tante altre cose, ma senza dare un'occhiata al contesto.
Credo si debba affrontare il tutto partendo da altre premesse.
Se è un problema di religione, ogni religione è un problema. Del resto, è anche nelle nostre chiese che mi sento imporre che il dio cristiano è anche mio (che sono ateo) o di un ebreo o di un islamico. E anche "loro" fanno così dalle "loro" parti.
Se è un problema di coerenza democratica, l'Italia ha qualche problema in merito: la nostra reciprocità si è dimostrata leggermente debole, mi sembra.
Se è un problema di difesa dell'identità, mi chiedo a quale identità facciamo riferimento: qui ci si ricorda di essere bianchi-cristiani-occidentali solo in queste occasioni.
Se è un problema di terrorismo, va combattuto come tale. Quindi: militarmente prima, culturalmente poi. Né in Afganistan né in Irak ci stiamo riuscendo, mi sembra.
Se è un problema di convivenza culturale, togliamoceli dai coglioni allora, nella stessa misura però in cui dobbiamo toglierci noi dai loro coglioni. Però, poi, addio libero mercato.
Se è un problema di progresso, il progresso sta nell'essere progrediti e non nel progredire. E allora un Mamometto che la prende nel culo da chissà chi, non mi sembra una prova di satira.
Se è un problema di modernità, vedrete che il popolo italico si sveglierà solo quando si sentiranno cantare i primi razzi israeliani e/o statunitensi.
Quello che voglio dire è che l'11/9 non ci ha insegnato un tubo. Dovevamo uscire da certi vortici, costruire un mondo nuovo e diverso, e invece abbiamo fatto di tutto per peggiorare la situazione.
Se devo ragionare come un giornalista snob rinchiuso nella mia torre d'avorio, provo pena e dolore senza fine per Ahmed Merabet, prima ferito e poi "giustiziato" da uno dei killer. Merabet stava proteggendo con la propria divisa un valore di cui immagino non sapesse neanche l'origine: un valore che per puro gusto della provocazione irrideva la sua stessa religione... un valore che si basava sul capovolgimento di un'antica (presunta) regola volteriana: gli altri devono morire per difendere le mie idee, che se poi mi danno fama e gloria e visibilità eterna, meglio. Del poliziotto di quartiere Merabet, però, non ne parleremo mai più.

16 dicembre 2009

ateismo è libertà

Mi sfugge come sia sfuggito il 10 dicembre scorso il lungo intervento di Vito Mancuso su Repubblica. Scritto a ridosso di un convegno internazionale promosso dal Progetto Culturale della Cei con il patrocinio del Comune di Roma, ripassa la lezione del difficile rapporto che la Chiesa ha con il progresso.
Tra le premesse della lunga prolusione, il compagno di libri di Augias scrive:
La sfida della postmodernità alla fede in Dio non è più l'ateismo materialista. Tale era l'impresa della modernità, caratterizzata dal porre l'assoluto nello stato-partito o nel positivismo scientista, ma questi ideali sono crollati e oggi gli uomini sono sempre più lontani dall'ateismo teoreticamente impegnato. Gli odierni alfieri dell'ateismo vogliono distruggere la religione proprio mentre si connota il presente come "rivincita di Dio", anzi la vogliono distruggere proprio perché ne percepiscono il ritorno, ma i loro stessi libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di Dio.
Non immaginavo si potessero scrivere tante sciocchezze in così poche righe, credetemi.
Andiamo per brevi punti:
  • confondere l'ateismo materialista tipico del sovietismo con le ragioni di chi non crede in dio, è un'operazione furba e maliziosa, che relega le antiche motivazioni degli atei solo dentro al ristretto fulcro della dittatura stalinista
  • confondere la modernità con l'afflato negativo del sovietismo materialista è un'altra scorrettezza dialettica e storica. Ateismo e stalinismo e modernità si saranno pure incontrati, ma ridurre tutti e tre nella stessa stanza, in spazi storici limitati e limitanti, è addirittura ipocrita
  • a latere: modernità e modernismo (brechtianamente parlando) sono due cose diverse. La confusione di Mancuso è sinonimo o di povertà di argomenti o di scorrettezza in nuce, voluta e ricercata (e quindi dialetticamente o giornalisticamente immorale, fate voi)
  • l'"ateismo teoricamente impegnato" NON è l'ateismo vero e proprio che il signor Mancuso butta in caciara alla grande. L'ateismo se è "impegnato" non può essere ateismo, perché l'ateo non si impegna ad imporre niente a nessuno, e vuole/pretende/ha-diritto che anche le religioni facciano lo stesso (cioè che non entrino nelle nostre case a giudicarci di continuo)
  • "Impegnarsi" significherebbe, insomma, il voler stabilire dei parametri di idoneità e priorità morale che l'ateo non può praticare: sconfesserebbe il suo non voler vivere sotto credenze (o non credenze) e di conseguenza il suo non volerle imporre
  • "Gli odierni alfieri dell'ateismo" NON vogliono "distruggere la religione", caro il nostro Mancuso. La religione è cosa nobile e rispettabile: il cattolicesimo, invece, è un'ipocrisia che di religioso ha ben poco, anzi (e di popoli ne ha distrutti, haivoglia)
  • e comunque l'ateo non vuole neanche "distruggere" il cattolicesimo. Riportiamo l'Italia ai tempi sociali di Federico II, e Mancuso vedrà come sia possibile una civile convivenza tra le varie religioni, e anche con atei, sufisti e agnostici. L'ateismo è una scelta privata come privata dovrebbe essere la scelta religiosa. Solo che i religiosi s'impongono al mondo; gli atei non fanno nient'altro che difendere i propri spazi (peraltro in ordine sparso e senza fare i furbetti con l'otto per mille dei cittadini)
  • questa religione cattolica non è certo la "rivincita di dio", anzi: la chiesa è in crisi, il Vaticano è in crisi. Non solo per questioni pedofile (che sarebbe facile tirare in ballo), ma per un'incongruenza visibilissima tra ciò che esiste e ciò che dovrebbe esistere: in mezzo c'è un papa troppo dotto per capire la quotidianità, troppo chiuso per saperla interpretare, troppo arrogante per capire che sarebbe ora di dare spazio alle diversità (non solo quelle omosessuali, s'intende)
  • e se Mancuso vuole vedere invece tra i soli credenti la presunta "rivincita di dio", sbaglia della grossa: politicamente, eticamente e geopoliticamente i paesi con il più alto tasso di credenti dichiarati, sono anche i più retrogadi scientificamente, socialmente e legislativamente... e poco attenti alla moralità (vere e necessarie, s'intende) dei propri governanti
  • gli atei vorrebbero "distruggere la rivincita di dio" proprio perché ne percepiscono il ritorno? E quando mai! L'ateo spera anche nella spiritualità e nella religione, perché l'ateismo è una forma di sperimentazione continua, di viaggiare infinito, di porsi continuamente dubbi, di approfondire ogni singolo atomo delle cose esistenti e di quelle che potranno esistere. Più religiosità c'è nel mondo, e più sarà possibile frequentare i cuori e le menti di chi non conosciamo; più invece i granitici monoteismi continueranno la loro strada verso l'arroganza e la protervia, e con più facilità la povertà spirituale spargerà il proprio sale tra le menti delle persone
  • i "libri anti-religiosi, trattando a piene mani di religione, finiscono per alimentare la rivincita di dio"?!? Vorrei scomodare Bombolo, se premettete (tanto è la profondità dell'argomentare di Mancuso): se mi documento me meni, se non mi documento mi meni; allora menami e la facciamo finita. La prima sciocchezza che mi dicono le persone quando scoprono che sono ateo è "prima devi leggere la Bibbia; poi dopo puoi dire di essere ateo". Al che ci si chiede se loro l'abbiano già fatto... In realtà a me sembra che i libri usciti in questi anni non abbiamo mai attaccato la religione ma gli abusi e l'arroganza del Vaticano (c'è un libretto sui rapporti tra Mafia e chiesa, tra Nazismo e chiesa, tra speculazioni finanziarie (e non solo) e chiesa, tra Berlusconi e chiesa). La domanda è: dov'è l'"attacco" alla religione? Dov'è la "rivincita di dio"? Eppoi: quantunque e qualora fossero veri i deliri di Mancuso, se dio è forte, se una religione è forte, se i suoi credenti sono forti, perché scomodarsi a denunciare un attacco che non potrebbe sortire effetto alcuno? 
  • al di là di queste considerazioni, Mancuso crede che parlare di qualcosa significhi attribuirle una "rivincita"? E allora gli ebrei che parlano della Shoah fanno "rivincere" Hitler? Ma che razza di argomentazioni di partenza usa, signor Mancuso?
Il resto del testo lo trovate qui. Vivaddio (è il caso di dirlo) ci sono meno fesserie di queste di partenza. Ma se questa è la profondità delle persone che devono parlare di fede e ateismo, siamo veramente messi male. Certo, c'è il citato equivoco che per farlo bisogna esserne competenti. Due allora sono le considerazioni: Mancuso non conosce l'"altra sponda"; l'"altra sponda" sa perfettamente che la stretta competenza, il teologismo bibliotecario, la polverosità della dottrina, non hanno lo stesso sapore delle strade e delle genti.
A volte le istruzioni pr l'uso della spiritualità sono così strumentalmente complesse e complicate, che viene voglia di ridere in chiesa durante la funzione.
Ancora una volta Repubblica ha dato fiato a chi poteva dire la sua: avessi scritto io certe cose, o voi, Ezio Mauro ci avrebbe sbattuto la porta in faccia.
E se dio esistesse, in questo preciso istante farebbe saltare la corrente per qualche minuto a casa di Vito Mancuso. Così s'impara.

11 ottobre 2006

ricordi al plurale

Oltre ad essere un carissimo amico della mia futura sposa, Andrea Troiano è un giovanotto di 40 anni estremamente intelligente, dotto, simpatico, dotato di rare capacità culturali. Lavora in un mondo, quelle delle banche, lontano mille miglia dai sentimenti emanati da quanto segue.
L'avete conosciuto tempo fa, quando pubblicai i suoi brevi reportage dal Libano, quando cioè Israele la stava bombardando a passo di carica, e lui, con i suoi colleghi e altri nostri connazionali, fu costretto a un forzato rimpatrio. Lui, straniero in terra straniera là, è tornato qui, di nuovo straniero in terra straniera.
Oggi certi nostri aizzatori hanno già dimenticato quello che ieri impugnavano come arma di antiamericansionismo mascherato da buone intenzioni. Andrea non dimentica invece, non dimentica le persone con cui ha condiviso la propria quotidianità, di uomo privilegiato direte voi... è vero, aggiungo io, privilegiato perché ha un cuore e una memoria. "Difetti" che mancano a troppi strumentalizzatori delle nostre anime.
Buona lettura.

Lettera per gli Almaza.

È un po’ di tempo che volevo postare alcune riflessioni che ho iniziato a scrivere il 20/07/06, cioé quando sono stato “evacuato” da Beirut con il piano organizzato dall’ Ambasciata italiana.
Nel frattempo sono cambiate molte cose: alcuni di noi non sono ancora tornati o hanno cambiato destinazione, è nato Lorenzo Filippo, siamo riusciti a vederci a Roma ed a Livorno in formazioni ridotte, siamo stati in contatto con gli irriducibili Rita e Lorenzo, abbiamo seguito con trepidazione i telegiornali.
La necessità di scrivere mi è venuta – credo – per un desiderio neanche tanto inconscio di fissare quest’esperienza, di trovare un modo, attraverso i ricordi ed il nostro gergo comune, di stare in contatto. O forse, per riacquistare con calma una mia personale dimensione Almaza. Di condivisione Almaza: un po’ risate circensi, un po’ canzoni di Ligabue, un po’ farsi in quattro, un po’ Corto Maltese, un po’ imparare ad accettarsi e volersi bene.
Insomma, come quando mentre guidi alla radio, capita la canzone che non sentivi da tempo, che non ti aspettavi e che ti fa piacere di malinconia.

Ed allora, ecco la…

CRONACA DI UN TRASFERIMENTO

Molte cronache di viaggio o racconti d’avventura esaltano il dinamismo, la spinta verso la prossima tappa, il corpo che trova le energie e resiste fino alla destinazione attesa, la forza di volonta’ che moltiplica la convinzione.
Il viaggio diventa una sospensione tra un’origine ed una meta.
I viaggi piu’ frequenti sono quelli d’affari o per brevi vacanze in paradisi preorganizzati.
Consideriamo un viaggio in questo modo quando ci porta lontano, in luoghi di lingue, colori e sapori inconsueti; e forse gli attribuiamo una qualita’ “romantica”.
Il bisogno di respirare atmosfere cui non siamo abituati, dipinge paesaggi dell’immaginazione.
I viaggi in cui siamo costretti, invece, fanno crescere l’impazienza e la noia. Ci si astrae dal viaggio stesso e si rimane ancorati ad un nervosismo sterile. Ad un impossibile movimento fisico, si accompagna un insopportabile deterioramento dell’interesse verso le cose che ci circondano.
La situazione di “passaggio” diventa, quindi, una regione nebulosa di emozioni, di percezioni che sono reazioni a cose che non ci appartengono: appunto perche’ transitorie.
La mia condizione di “passaggio” è aspettare di arrivare a destinazione, lontano da Beirut, cosi’ incomprensibile.
Tutto mi sembra uno spreco di tempo, mi passano i visi ed i palazzi, i balconi con le bandiere e le automobili. Con una noia grigia. Tutte cose che si mischiano confusamente, alle quali resto prima sordo, poi sento che si accendono e si ricostruiscono sotto forma di suggerimenti visivi. Per costringermi ad “esserci”, a non pensare alla fine del viaggio.
Sono gia’ partito dall’Ambasciata e sto in fila al porto per salire sulla nave. Tutti sicuri perche’ le bombe sono lontane, sotto I cappelli e gli occhiali si spera finisca presto. Chissà se ho chiuso la finestra del bagno… i miei CD!. Si pensa alle cose, alla “roba”; io, che non ho gioielli !!!
Poi ho pensato dove fosse la mia casa, quale fosse il mio posto. Mi sono rivisto in tanti angoli di Beirut durante questi anni, posti da fichetti e manoushe notturni, musica e pizza, chiacchierate tardi, il profumo dei gelsomini di Byblos, il rumore delle onde quando trascinano le pietre della spiaggia a Batroun, il cinema un po’ alternative ad Hamra, la musica a Jemmaize del Bar Louie, il rumore di un tappo di bottiglia, i sandali ed i pantaloni di lino portati fino ad ottobre.
Tutto per costringermi ad “esserci”, a “sentire”. Poi ho pensato per quale motivo le mie impressioni, prima da passeggero malinconico ed annoiato, si fossero trasformate in sorrisi pieni, gustosi, come se davanti al vetro del bus rivedessi il film del mio “passaggio” libanese. I ricordi sono piu’ forti e sereni quando non ti vedi solo tu e le cose che ti circondano. Io ho dei ricordi condivisi, sono fortunato ad avere ricordi al plurale.
Da quando stavo a Londra ho ricordi al plurale. Talvolta sono stati ricordi che hanno percorso molta strada, e tuttora si muovono, con I ricordi di amici cari. E prendono forza dall’essere ricordi intrecciati, che si scambiano energia tra diversi proprietari.
Arrivato a destinazione, certo che stavo bene!! E ho capito che c’era ancora strada da fare dentro di me. Ho il bisogno di continuare a conoscere sempre meglio i proprietari di ricordi come me , per avere ancora voglia di costruire storie, di pensare ad altri viaggi.
Ancora un’Almaza, please. Shoukran.


16 luglio 2006

aggiornamento da Beirut

Notte tranquilla, ma continuano bombardamenti nel Sud. Vengono colpiti esclusivamenti quartieri delle milizie hezbollah, ieri tardo pomeriggio vicino all'aeroporto dove si pensava si nascondesse il leader hezbollah.
Strada Beirut Damasco interrotta.
Stamattina evacuazione circa 300 europei con supporto ambasciate (si tratta in massima parte di personale che lavorava con ONG o altre associazioni nel Sud. Andranno in Sira tramite uscita Nord Tripoli epoi con aerei Aeronautica Militare a Cipro Larnaka.
Situazione Beirut Centro tranquilla.
Saluti a tutti e baci
Andrea


tag: Libano, Israele, Politica, Italia, Libertà, Viaggi, Cronache, Medio Oriente

14 luglio 2006

aggiornamenti dal Libano

Vedette israeliane al largo di Tripoli
Alcune vedette israeliane stazionano stamani a largo del porto di Tripoli, 80 chilometri a nord di Beirut. Lo ha riferito Al-Nur, la radio del movimento sciita libanese, mentre la tv satellitare araba Al-Arabiya ha riferito che dieci navi da guerra israeliane si starebbero dirigendo verso le acque territoriali libanesi.

Da ieri, il blocco navale decretato da Israele è andato progressivamente estendendosi verso nord, in direzione del porto di Tripoli, a ridosso del confine settentrionale con la Siria.


Nuovi raid
Attacchi aerei israeliani sono stati segnalati stamani nei dintorni del centro portuale di Tiro (70 km. a sud di Beirut). Lo ha riferito la Tv libanese Lbc. L'emittente ha precisato che i caccia F-16 hanno bombardato la zona di Abbasiye, a nord-est di Tiro. In precedenza, era stata bombardata anche la zona di Bazuriye, a sud-est della città.

Altri raid israeliani sono stati segnalati stamani nella zona di Khiam, nel Libano sud-orientale. Lo ha riferito Al-Manar, la Tv del movimento sciita libanese Hezbollah. L'emittente ha precisato che caccia F-16 israeliani hanno colpito i dintorni di Khiam, situata a ridosso della zona di confine contesa delle "Fattorie di Shebaa", occupata da Israele nel 1967. Altri raid aerei hanno inoltre avuto per obiettivo le colline di Qadmus, vicino al porto di Tiro (70 chilometri a sud di Beirut).

L'aviazione israeliana ha colpito inoltre le due principali basi aeree libanesi, Rayak e Qoleiat, sordo alle dichiarazioni di protesta provenienti da più parti. La giornata di ieri si è chiusa così con la campagna aerea più violenta che Israele ha lanciato in Libano negli ultimi 24 anni. Ma se la comunità internazionale si è limitata a lanciare un appello a Israele per la fine degli attacchi, la dichiarazione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è suonata come un vero e proprio avvertimento, che ha alimentato il clima di tensione già rovente. "Se commette un'altra idiozia e aggredisce la Siria, questo sarà sinonimo di un'aggressione a tutto il mondo musulmano e avrà una risposta sferzante", ha sottolineato Ahamadinejad.

Nelle ultime ore dunque il Libano ha subito una decisa escalation di violenza cui le forze di Hezbollah hanno risposto attaccando la città di Haifa, la terza piu' grande di Israele. Di qui l'effetto domino innescato a livello mondiale, alimentando tensioni geopolitiche -già esistenti con Iran e Corea del Nord-, scatenando l'impennata del greggio e i forti smobilizzi sulle piazze finanziarie globali.

Andrea


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in diretta dal Libano

Ciao a tutti,
vi ringrazio tutti per esservi interessati ed aver chiamato o provato a chiamare (le linee non funzionano benissimo).
A Beirut centro la situazione è tranquilla, non ci sono obiettivi sensibili e quindi non bombardano.
Nella notte hanno bombardato zone periferia sud a 3 max 4 km in linea d'aria dal centro (aeroporto, depositi carburanti, ponti e autostrada nonché centri di comando di hezbollah).
Ci sono molte vittime anche tra i civili. Hanno colpito anche la strada di accesso verso Damasco. Stanno infatti tentando di isolare il paese con un blocco delle vie di comunicazione. Potrebbero scarseggiare petrolio e luce elettrica nonche' altri generi se continua blocco navale ed aereo.
Si ha la sensazione che la comunità internazionale sia in contatto e spingendo per soluzioni diplomatiche.
I libanesi miei amici sono molto scettici perche' dicono che gli israeliani non finiranno se non quando avranno raggiunto l'obiettivo.
Non c'è da fare allarmismi per la nostra sicurezza, anche gli altri occidentali stanno aspettando cosa succede.
Andrea