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29 luglio 2026

LA VIA DEL MARE di Erika Fatland (Marsilio)

Nel XV secolo, dalle coste atlantiche del Portogallo prese avvio un’epoca di grandi cambiamenti: l’età delle scoperte geografiche trasformò un piccolo regno periferico in una potenza coloniale globale. Da qui Enrico il Navigatore pose le basi di un’egemonia marittima senza precedenti che, nella fase di massimo splendore, ha toccato quattro continenti e tre oceani. Cosa può rivelarci la sua storia su come nascono e si disgregano gli imperi, sul potere e sul mondo interconnesso in cui viviamo? A bordo di navi mercantili, sulla scia di quei pionieri portoghesi che fecero vela verso sud aprendo le rotte commerciali con l’Oriente, Erika Fatland ripercorre vicende e paesi, seguendo le tracce e le cicatrici di un impero perduto. Da minuscole isolette dell’Atlantico al Capo di Buona Speranza, dall’Angola a Timor Est, passando per le foreste pluviali dell’Amazzonia e le metropoli brasiliane, l’autrice si spinge fino in Giappone, il più orientale degli scali portoghesi. Interrogando luoghi e persone, fieri combattenti per la libertà e individui oppressi dall’occupazione straniera, romantici e nostalgici, riporta alla luce la controversa eredità di quel passato, impressa in maniera indelebile nei geni della discendenza, nella lingua, nella memoria

Che meraviglia di libro, di quelli che porti addosso per mesi e che vorresti rileggere tutto d'accapo. Non è solo "letteratura di viaggio" (che poi non è una definizione riduttiva), né un saggio storico, né un diario personale intriso di Storia e storie: è tutto questo ma anche molto di più.

La rara capacità che hanno le donne di saper leggere con profondità ed entusiasmo le pieghe degli eventi e delle cronache, è qui rappresentata al meglio, con uno stile e una grazia invidiabili.

Non troverete solo le gesta e le memorie di un popolo e di un Paese che è stato molto più importante di quanto venga raccontato nei libri scolastici: c'è anche la storia delle culture conquistate, spesso umiliate e a volte annientate, cui dovremmo dedicare più rispetto, da cui dovremmo imparare anche come la nostra cultura non sia (stata) così perfetta e innocente di fronte all'altro.

Suggerisco questo libro a chiunque ami leggere, a chiunque ami anche e solo il semplice gesto della lettura, quando cioè ti abbandoni totalmente e con fiducia allo stile e alla cultura di un'autrice che ho scoperto da poco e di cui ho acquistato tutte le traduzioni in italiano

08 maggio 2013

CHARLIE PARKER - Vita e musica, di Carl Woideck (EDT)

Adoro Charlie Parker, uno dei pochissimi jazzisti sempre moderno, sempre attuale, con la rara capacità di essere ascoltabile qualsiasi mood avvolga
il mio status mentale.

Questo splendido saggio di Carl Woideck (edito dalla rigorosa EDT) è decisamente per addetti ai lavori, ricco com'è di partiture e di esempi molto complessi.
Oltretutto, la biografia vera e propria viene sbrigata nel primo sedicesimo; il resto è un'analisi profonda dei quattro periodi artistici di Charlie Parker, arricchita da contestuali riferimenti storici e da una serie impressionante di spiegazioni dettagliate e articolate.
Però la consiglio anche ai neofiti o a chi - come me - ha pochissima confidenza con la scrittura musicale. 
Woideck, insomma, riesce comunque interessante, confortato com'è dai suoi numerosi rimandi biografici, da un'aneddotica mai fine a se stessa, e dal saper collocare esattamente chi/come/dove gli altri grandi del tempo (Davis, Gillespie, Roach...).
E poi - magari! - ti vien voglia di provare a seguire quei pentagrammi, di riascoltare questo o quel brano con accanto la pagina dedicata.
Bel libro, bel libro davvero.

09 agosto 2012

Bolt, e la vittoria della razza

Nella sua bellissima autobiografia, Pietro Mennea fa un ragionamento niente male, che nel riassumerlo potrebbe sembrare poco ortodosso, ma che invece ha un suo fondo di verità oggettiva. 
Partiamo prima da una cifra: gli africani deportati dai bianchi cristiani sono stati in tutto 36 milioni; di questi, solo 18 milioni arrivarono a destinazione (fonte: Nadine Gordimer). 
Ebbene, secondo Mennea è proprio da qui che si sviluppa una lenta ed inesorabile selezione del più forte, una sorta di darwinismo moderno, per cui si è sviluppata una genìa sicuramente più tosta e più motivata. Forse il discorso è più complesso, ma questo punto di partenza non suona poi così male.

10 gennaio 2011

gocce d'olio su ricordi roventi

All'opposto di quanto recita il noto adagio, tornare "è un po' morire", specie se l'egocentrismo europeo-bianco-inevitabilmentecristiano-occidentale è stato messo in serio bilico.
Sono stato in Marocco, per pochi giorni; ma bruciati con fervida devozione per quell'antico concetto di "viaggio" che ci dovrebbe obbligare a toglierci le nostre vesti e a tuffarci dentro l'"altro" in tutte le sue condizioni possibili ed immaginabili. Certo, senza isterismo tardo borghesi, per cui l'"altro" diventa invece e comunque vittima delle nostre malefatte - l'"altro" non ha mai torti o difetti, e stupidaggini simili. Faccio un esempio con una sciocchezza simbolica: una delle guide che abbiamo catturato durante il nostro pellegrinaggio per le insolite vie di Marrakech, era persona dotta, colta, laureata, di buona famiglia... ma non indugiava nello scaccolarsi apertamente, davanti a una signora poi.
E quindi piantiamola con i luoghi comuni, o - peggio ancora - che il viaggio letterario e quello vero coincidano, così come anche il ritenerci al centro di un'analisi socioantropologica che certo le nostre scelte da turista non possono intraprendere, per propria insita natura.
Quel che voglio dire è che in fondo il viaggiare contemporaneo significa o chiudersi dentro la propria stanza e far finta di guardare con noncurante pigrizia quello che accade, dalla finestra del proprio comodo albergo mentale ricco di preconcetti prefabbricati che ci danno tanta sicurezza, sperando che il caffè e gli spaghetti siano sempre uguali a come li fa mammà. Oppure si può viaggiare ponendosi di fronte alla porta della nostra stanza, tentando disperatamente di aprirla, oppure - e almeno - cercare di catturare odori e visioni dallo spioncino della nostra curiosità, confidando che prima o poi qualcosa di autentico si staglierà davanti al nostro orizzonte così informale.
Certo è che il mondo magrebino, il mondo islamico, il mondo nordafericano, sono entità così diverse dalla nostra, che a volte ci si sente fuori posto pur tentando di esplorarle, di sfiorarle. Ma non nel senso negativo o positivo del termine: semplicemente mi capitava di vedermi dal di fuori, e di dirmi "hey, ma qui ci sono io, in questo preciso momento". Un viaggio nel tempo e nello spazio, dove la ruralità e la tecnologia all'ultimo grido convivono con tale semplicità da sembrare quasi una pubblicità indovinata. Dove trovi un venditore di tappeti che sa parlarti della realtà sociale del proprio paese, ma che ha paura di rispondere a una domanda sul Sahara conteso. Dove trovi bambini svegli e intrigati dal tuo passaggio. Dove in fondo sei e sarai sempre un estraneo, e non avendo le possibilità che ebbe Burton, non potrai mai andare dentro quei suoni gutturali.
E quindi, alla fine, il viaggio lo fai dentro la tua capocciona, e fa male, e fa bene, e ti ha dato tanto... e chissenefrega del posto dove torni...

04 novembre 2010

sugli uomini e sugli dei

Pure sulle semplici traduzioni dei titoli dei film il Vaticano riesce a imporsi, e magari senza neanche aver mosso un dito.
Il titolo originale di questo film dice esattamente l'opposto della furbata ben poco implicita contenuta nella sua traduzione italiana: qui non si parla di "Uomini di dio", ma "Sugli uomini e sugli dei", che è cosa più complessa, più evoluta, più filosofica, e soprattutto... laica, nel senso greco del termine. E l'apologo finale di padre Christian sta lì tutto a dimostrarcelo, porca paletta!
Non credo che sia un grande film, ma un film che può contribuire ad un dibattito sereno e civile, dove però sarebbe impossibile non trovarsi d'accordo perlomeno su un punto: ogni forma di religione, anche la più civile possibile, è un atto di imposizione. Che poi uno la condivida o no, è un'altra cosa; l'importante è che non costringa gli altri a quella condivisione.
Ed è forse questa la chiave dell'ottima sequenza in cui Christian e il "terrorista" si incontrano la prima volta.
Più in generale, chi ha sceneggiato questo film sembra consapevole della minaccia della moltitudine di ovvietà che avrebbe potuto incontrare, tanto che il pathos si apre timidamente - e quasi da solo, senza spintarella - solo dopo la sequenza dell'elicottero. Tant'è che ne consiglio una visione distaccata, altrimenti la lentezza iniziale potrebbe risultare addirittura snervante.
Per il resto, grandi attori, fotografia discreta, una regia un po' distratta, un'ottima scelta dei brani religiosi (ti aspetti che arrivi da un momento all'altro il sassofono di Jan Garbarek), e... poca retorica. Vivaddio, è il caso di dire.


16 marzo 2010

Invictus



Oltre la notte che mi copre, nera
come nero il pozzo da cima a fondo,
per l’anima mia inviolata e altera
ringrazio ogni dio che esista al mondo
Nella selvaggia morsa degli eventi
io non ho disperato o barcollato.
Sotto la sorte e i suoi percuotimenti,
nel sangue, il capo Io non ho chinato
Oltre quest’inferno di pianto e d’ira
non v’è che delle tenebre l’Orrore.
Se pure contro me il tempo cospira
mi trova e troverà senza timore
L’impervia uscita non mi fa impressione,
né la spietata pena che mi sfida,
del mio destino io sono il padrone:
dell’anima mia io sono la guida
Un film che ti alzi in piedi affaticato, provato, con un dolore intrigante che percorre le ossa e la coscienza. Perché questo è il film che riesce a far capire quanto spirito e corpo debbano sempre camminare insieme, tenendosi per mano, magari ogni tanto litigando, per poter affrontare meglio la vita, nei momenti bui, nei momenti felici, ma soprattutto nei momenti del dubbio. E quando sei un nero che per secoli hai subito le ignominie dell’uomo bianco, è difficile ricordarti di essere uomo e saper convivere serenamente con il tuo ex nemico.
Eppure Nelson Mandela è questo. Eppure Clint Eastwood è questo. Eppure Invictus è una straordinaria lezione su moltissime cose, per tutti noi.
Ho trovato infantile questo criticismo all’italiana che ha voluto trovarci pecche stilistiche, o una retorica esagerata o cose simili. In realtà i tromboni dell’appuntino ad ogni costo sono invidiosi degli anglosassoni: per noi italiani la retorica è cosa tronfia pesante, ridicola, asfissiante e dedicata a qualcosa di temporaneo e individualistico; per gli anglosassoni, invece, la retorica è una missione, è un’aspirazione, è un’attitudine, è essere come il capitano della squadra sudafricana e saper guidare i suoi verso l’assoluto, perfettamente consapevole che all’inizio in molti aderiranno per inerzia; ma è proprio in questo modo che i meno convinti si rendono conto che ogni mondo è possibile… praticandolo.
E il rugby è l’allegoria perfetta per tutto questo.
Un film straordinario che ti resta appiccicato addosso come un profumo suadente. Un film nobile che sa raccontare le cose esaltanti in maniera soffusa o le banalità quotidiane con humor quasi serioso.
Dispiace solo uscire dalla sala e rendersi conto che in Italia tre personaggi simili (Eastwood, Freeman/Mandela e Damon/Pienaar) siano impossibili da trovare, per un difetto culturale di fondo che proprio non vogliamo scardinarci. Guardate il film e fatevi questa banalissima domanda terra terra: quando mai in ufficio ho avuto un “capo” capace di rendersi conto dei propri limiti? Quando mai qualcuno si è preoccupato di sapere cosa fossi in realtà? Quando mai un leader italiano ha saputo guidare il paese andando oltre le convenzioni, le ipocrisie, comprendendo le ragioni delle minoranze e quietando l’entusiasmo della maggioranza? 
Invictus andrebbe proiettato nelle scuole, per insegnare ai ragazzi che è possibile essere persone per bene, che è possibile coltivare gli ideali, che è possibile costruire qualcosa di concreto anche grazie all’enfasi, allo spirito di squadra, all’onesto rispettare le regole, alla coerenza tra il nostro dire e il nostro fare…

28 maggio 2008

la nostra Africa (ciao, Sidney Pollack)

Accade.
Accade ogni santa volta che mi lavo i capelli.
E subito mi viene in mente Robert Redford che li lava a Meryl Streep.
Lei, così bella e sensuale, lontana da ogni maschilista desiderio di possesso fisico, di quelle donne che staresti ad ascoltare per ore, anche quando parlano di cose futili.
Lui, che non sai se invidiarlo perché è bello, o biasimarlo perché è bellissimo.
E l'Africa.
Io in Africa ci sono stato. Sperduto nella savana keniota. Scendo per pochi secondi, pochissimi secondi, dal camioncino che ci stava traghettando tra mille sapori e colori, e guardo davanti, verso l'orizzonte. Un tremore improvviso mi fa sentire uno stronzetto piccolo piccolo: l'Africa è infinita... e non vedo nessun treno sbucare dal nulla. Mannaggia.
E accanto a me, lui, Sidney Pollack. Che mi ha portato a New York sulla bicicletta di Robert "Condor" Redford. Che mi ha convinto come i leoni scappino via anche e solo se li urli contro. Che ha giocato a biliardo contro Tom Cruise. Che ha cazziato Dustin "Tootsie" Hoffmann. Che ha discusso con George "Clayton" Clooney.
So long, Mister Pollack. So Long.
Che la terra ti sia lieve.


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30 novembre 2007

tassisti e buoi
dei paesi tuoi

I post su commissione sono stimolanti e impegnativi al tempo stesso: mentre Benigni mi deliziava col suo irrefrenabile Quinto Canto dantesco, Andrea D. mi manda un sms chiedendomi un post sui tassisti nostrani.
Be', innanzitutto la parola taxi mi rimanda irrimediabilmente a Rilke, uno dei miei poeti preferiti. Le sue mirabili elegie duinesi furono intarsiate durante i soggiorni in quel della magione di Duino, di proprietà della principessa Marie Hohenlohe von Thurn und Taxis. Non ci vuole un genio per intuire che i tassisti di tutto il pianeta prendono il nome da una felice intuizione di quei nobili, ancor oggi una delle casate più raffinate e ammirate d'Europa.
Già, che noi invece li chiamiamo tassinari perché spesso sa più di insulto classista che di riconoscimento professionale. Non voglio fare la mia solita polemica trasversale contro i vari sofrimillescalfarotti, perché tanto non sortisce l'effetto voluto/dovuto: ho notato, però, che nessuno di questi accoliti veltroniani ha speso una parola una su come Valter stia permettendo a questi figuri di comportarsi come si comportano. Se siamo arrivati all'assedio fascistoide è perché finora Veltroni si è dimostrato non credibile. Silenzio per malafede, ipocrisia o censura? Fate voi.
Arrivate a Fiumicino e venite accolti da loschi figuri che impongono cifre scandalose. Alla Stazione Termini è ancor peggio... eppoi fumano, blaterano contro tutto e contro tutti, non rispettano il codice della strada. E dire che hanno sulle portiere il simbolo del Comune di Roma (dico: Roma!).
Ricordate Il collezionista di ossa, film che fece conoscere ai più le michelin di Angelina Jolie? In una scena di raccordo, un tassista taglia impercettibilmente la strada a un'auto. Immediatamente gli si accosta un tipo col tesserino comunale per multarlo; una sorta di poliziotto dei tassisti. Poi si scopre che l'altro è l'assassino... ma l'idea culturale resta, e fa impressione. A New York, infatti, i tassisti rispettano le regole in maniera direi paranoica. Non rompono le scatole coi loro deliri, rilasciano la ricevuta fiscale senza che tu debba chiedergliela; fantascienza forse, ma New York è mille volte più grande di Roma, quindi certi giustificazionismi sinistrorsi nostrani sono indecenti.
Ad Amsterdam era saltata la corrente elettrica: il trenino per l'aeroporto non poteva partire. Nel giro di pochi minuti, decine di taxi hanno prelevato gli appiedati per portarli di corsa alla mèta. Sempre rispettando i limiti di velocità, le strisce pedonali e... il tariffario, visibile e vincolato.
Ad Anversa un tipo silmil Camus si è prodigato a spiegarci i posti più attraenti e quelli più pericolosi dell'intera città. Nessuna ricevuta, ma il tarrifario è regolarmente segnalato da un cartellone grande così dentro la splendida stazione ferroviaria.
A Barbados le cifre/tragitto sono regolamentate da tabelle governative. L'isola è microscopica, non puoi metterti certo a fare il furbacchione. Va detto che anche a Roma ci sarebbero cifre/base su alcuni tragitti ben precisi. Inutile chiedersi quanto vengano rispettate.
A Barcellona il servizio è sobrio, senza pretese, ma preciso e puntuale. Diciamo che litigano col codice della strada, ma quel poco che basta. Comunque impongono tariffe bassissime.
Da Bergen dovevo andare in un hotel disperso tra i boschi norvegesi. Prima di servirmi, il tassista mi ha indicato la cifra approssimativa e la durata del tragitto (così eventualmente potevo prendere il pullmann), offendendosi quando gli ho chiesto se mi avrebbe rilasciato la ricevuta per il mio ufficio. Lì è cosa naturale, con tanto di segnalazione scritta del tragitto e delle aree tariffarie.
A Berlino, codice della strada puntigliosamente rispettato, perfetto inglese, cortesia di circostanza ma ineccepibile.
A Dublino il tipo quasi si scusò per aver rivolto la parola a me e mia moglie. Il bello è che non si è mai permesso di guardarla o di rivolgersi direttamente a lei; passava sempre per il mio sguardo. Uomo di popolo, ma attento al suo ruolo istituzionale.
Nell'alto Egitto (che poi è nel sud, lo sapete) sono gli stessi tassisti ad autotutelarsi, limitando lo spazio ai furbi e agli illegali.
In Kenia i tassisti cattivelli vengono filtrati. A meno che uno non sia un imbecille, è pressoché impossibile farsi raggirare, perlomeno all'uscita dell'aeroporto.
A Lisbona il tassista ci ha portati in loco senza fiatare, guidando civilmente e depositandoci esattamente all'entrata del nostro settore. Ricevuta fiscale e sorriso sbiadito.
A Miami i quattro taxi che abbiamo preso si son comportati egregiamente, rilasciando ricevuta fiscale e abbassando la musica senza che noi lo chiedessimo.
A Toronto nessun problema di sorta. Tassisti discreti e attenti, osservano meticolosamente il codice della strada, tariffario rispettato e nessuna confidenza.
Vi dirò, a Creta ho incontrato l'unico tassinaro veramente cretino: guidava con le ginocchia, contromano in curva, a 130 km orari, agitando il telefonino e guardando dallo specchietto le scollature della mia signora e della sorella... sembrava di stare a Roma.

03 febbraio 2006

dentro la Tanzania, oltre il mistero

Nel mio post dedicato al Kenya, mi ero dimenticato di segnalare un fatto che mi ha molto colpito. Adoro fare foto quando viaggio, perché cerco sempre di raccontare agli altri quello che ha visto il viaggiatore che è in me... uno spirito fatto di mille letture, non ultime quelle di Hemingway, Salgari, Bonelli e Pratt. Sono testi che vanno oltre la semplice avventura, perlomeno per come la concepisce la maggioranza della gente... ma andiamo oltre.
In Kenya ero finito dentro un villaggio masai, non so quanto turistico, ed ero riuscito a fare belle foto: sembra una volgare battuta, ma non è semplice fotografare un uomo di colore sullo sfondo di una capanna marrone, credetemi.
Ebbene, ero riuscito ad immortalare un bellissimo bambino... che mi ha mostrato il suo bel dito medio. Me ne sono accorto solo ora, a distanza di un mese, dopo un banalissimo blow up. Non ci vedo nulla di strutturato, e sarei ridicolo a pensarlo. Semplicemente avrà pensato: "sei er millesimo che mme fotografa, ma piantatela un po' tutti quanti che è meijo...".
Io, l'ingenuo idealista, guerriero di mille lotte per i diritti umani, sono rimasto colpito. In fondo è vero: il nostro modo di lottare per gli altri è borghese, siamo lontani mille miglia dalle realtà che pretendiamo di comprendere, capire, addirittura riferire ai nostro simili, cristiani, bianchi e occidentali come noi.
Ebbene, a ridosso di questa esperienza ci si è messo anche l'ultimo bellissimo numero del National Geographic. Un articolo parla del Parco Nazionale del Serengheti, in quel della Tanzania. Naturalmente noi bianchi non ci facciamo bella figura, ma - soprattutto - vien fuori la ormai sbiadita figura del guerriero masai... che forse, per sopravvivere, non può accettar altro che esser fotografato per poi tirar fuori un timido dito medio di rivalsa.

14 gennaio 2006

dal Kenya con furore

Come sicuramente saprete, sono stato in Kenya, non nella villa di Briatore né tantomeno conoscevo alla lontana quella poveraccia che è stata uccisa. Intendiamoci: è più facile essere investiti da una Smart in via del Corso che essere aggrediti a Malindi. Ma questo i giornali non lo diranno mai. È anche vero, però, che se vai in giro alle due di notte, in uno dei posti più malfamati del mondo, vestito in maniera vistosa, con ammennicoli vari al collo, magari vociando… prima o poi ti fanno a pezzi. Oltretutto gli italiani non sono ben visti in Kenya, come invece si usa dire. Il motivo è semplice: allora i craxisti ne han fatte di cotte e di crude; oggi i kenioti continuiamo a sfruttarli fino al midollo; eppoi in fatto di turismo sessuale siamo i primi della lista.

Del resto i beach boys (non i cantanti… vengono chiamati così i bambini poveri di quelle parti) ti vengono incontro da ogni dove e ti propongono di tutto: dal portachiavi in mogano al safari sòla, passando per il loro corpicino… in più, nei resort gestiti da italiani, nessuno ti avverte cosa è intelligente fare e cosa no (al di là delle precauzioni di rito). Se dici che prenderai un taxi per andare di sera a Malindi o a Mombasa, tutt’al più ti chiedono le chiavi della stanza, ma nessuno si sogna di scoraggiarti o di darti delle linee guida. “Ci son tanti italiani”, ti vien detto, “è pericoloso né più né meno che a Roma”, ti vien sussurrato...

Diciamola tutta: sarà pure da coglioni fare certe vacanze, ma è anche vero che ai tour operator interessa ben poco la tua sorte, anche a quelli ritenuti seri. Per dirne una: vi siete mai chiesti perché tutti gli italiani che in questi anni son stati rapiti in Yemen erano con Avv*****...?

Ma adesso parliamo di cose divertenti. Se andate nel resort dove siamo stati io e Silvia, dovete essere accompagnati da qualcuno con cui avete molta confidenza, perché il primo dramma accade proprio in bagno: qualsiasi cosa espletiate… resta là. Non c’è verso di tirare l’acqua: lui vi guarda sorridente e non si schioda.

A noi è capitato pure un capovillaggio con psoriasi a passo di carica, forfora a sacchi, piedi con unghie ricurve. Un bel tipo, insomma, che amava lumare le pupe rifatte, mentre ignorava tutte le altre. Vi chiederete se fosse un postaccio. No! C’era pure la Sciarelli, quella di “Chi l’ha visto?”. Una giornalista, quindi. E da che mondo e mondo i giornalisti queste cose non le sbagliano.

La spiaggia fa paura, nel senso buono del termine. Il perché è semplice. L’Oceano Indiano (perché si chiami così anche in Africa è un mistero) ha delle maree spaventose. La barriera corallina dove eravamo noi era lunga 4 km: beh, quando c’era la bassa marea, per 4 km non c’era acqua! Quindi cammini per due ore in mezzo a granchi rincoglioniti, murene rattrappite dal caldo, stelle grosse come meloni e ricci di mare grossi come palle da calcio. Uno spettacolo notevole… al che ho pensato che avrei dovuto tirare l’acqua dello sciacquone solo quando c’era l’alta marea. Ma questo m’è venuto in mente adesso, peccato…

Vi chiederete: hai fatto il safari? Uh, eccome. Oltretutto ho avuto la fortuna di avere un’ottima guida. Ad altri è andata così: un gruppo si è perso nella savana, un altro ha forato tre volte, un altro ancora si è beccato una guida ubriaca che per poco non si schiantava contro un baobab.

Il problema vero son le strade. In confronto, quelle di Roma son rose e fiori. La profondità di una buca keniota varia dai trenta al settanta centimetri, la sua larghezza dai venti centimetri ai due/tre metri. Per fare 250 chilometri abbiamo impiegato quasi quattro ore. Non solo: spesso l’amico al volante andava contromano, fuori strada, ritornava indietro, entrava nei marciapiedi (oddio: parlar di marciapiedi è da filosofi)… roba normale, che lì fanno tutti. Il bello è che ogni tanto incontri camion ribaltati, corriere capovolte, pedoni spiaccicati (non li ho visti, ma fa scena). Le strade, insomma, è come se fossero un’idea, un abbozzo buttato là. L’autista ci ha detto che è colpa dei politici al governo, perché son degli incapaci. Io mi son sentito più sfortunato di lui, visto che da noi anche l’opposizione è piena di incapaci.

Entrati nella savana, diventate tutti più buoni. Il mondo è un’altra cosa, più bello, misterioso… e tu sei piccolo piccolo e di botto ti entra in testa… la musica di John Barry. Cazzo, il cinema colpisce ancora: “La mia Africa” mi ha tormentato per tutto il viaggio. Ma poi, in fondo, è bello vivere queste cose con un po’ di ingenuità cinematografica nelle viscere.

Ho visto il tramonto da una microvilletta in legno appesa su un albero, le cui pareti erano solo zanzariere. Ho visto zebre, giraffe, elefanti, bufali, macachi, facoceri… no, non sto descrivendo la Via del Corso del sabato pomeriggio, ma la savana di Tsavo Est!!!!!! Felini? Niente da fare. Abbiamo ascoltato il guaire dei leoni, abbiamo visto le loro orme, ma niente unghiette pericolose. Peccato… ma poco importa: è stata un’esperienza fantastica, con un tramonto da paura e canti tradizionali kenyoti attorno al fuoco (cui noi, e gli ottimi italiani con cui stavamo, abbiamo risposto con robbbbaccia irripetibile), il respiro della natura tutt’intorno e cose simili…

Abbiamo pure visitato il canonico villaggio Masai, che dalla puzza di letame che promanava non era certo scena per turisti. Certo: ci si chiede come mai vivano vicino alle strade (sempre che si possano definire “strade”). In realtà siamo noi europei che abbiamo costruito le strade accanto a loro, non il contrario. Silvia ha danzato insieme a un gruppo di giovani masai. Loro son alti due metri, Silvia un po’ meno… oltretutto fan salti alti così e atterrano sui talloni (!).

Qualche giorno dopo ci han proposto il safari blu: una sòla colossale. Veniam buttati in una barca piccola così, tipo quella che Doré disegnò con Caronte dentro. Venti persone appiccicate al caldo secco, con un mare egoista di bellezze e pieno di alghe. Veniamo catapultati sopra una lingua di sabbia che vien sopra ad ogni marea, insieme ad altre decine di queste orribili barchette. La chiamano Sardegna 2… pensa te cosa potrà essere la numero 3. Ci vien detto di tuffarci mentre loro corrono in lungo e in largo con questi barchettoni, disputandosi le tre-boe-tre su cui attraccare. Per ben tre volte abbiamo rischiato di essere speronati…

Noi ci siam rifiutati di subir oltre una simile pazzia. Hanno provato ad ammansirci col cibo fresco, servito senza posate e su piatti puliti letteralmente con sputo e fazzoletto per il naso! E dire che qualcuno di noi non voleva usare i loro snorkel per evitare chissà quali malattie! Alla fine, dopo aver sgranocchiato un’aragosta più piccola di un francobollo, ci siam guardati negli occhi e siamo scesi dalla barca per farcela a piedi fino al resort. E l’acqua? Semplice: c’era la bassa marea. Sembravamo tutti alla ricerca del Dottor Livingstone… e in un certo senso l’abbiam trovato.

E già: quando abbiamo fatto il safari terrestre, abbiam pranzato in un possedimento privato immerso nella savana. A cento metri da noi c’erano giraffe e zebre che pascolavano placidamente, incuranti della nostra presenza. Uno spettacolo unico! Mentre eravamo a pranzo, si avvicina una sorta di David Bowie sui 70 anni che, con un inglese da BBC, ci saluta e ci augura ogni bene. Un uomo di altri tempi che di botto aveva cancellato tutte quelle buche infinite e il water sempre pieno e le unghie del capo villaggio e chissà cos’altro.

Beh, prendetemi per un romantico, ma la mia vacanza è negli occhi di quell’uomo fuori dal tempo. Chissenefrega di tutto il resto, le cose brutte e quelle belle, il mio passato e il mio futuro. Io ho visto il Dottor Livingstone, ho visto l’Africa di Hugo Pratt e di Salgari, di Hemingway e di Robert Redford. Un’Africa tutta mia, che magari non esisterà mai… ma che ora rimpiango, qui, da questo computer, da questo piccolo palazzo, affogato in mezzo a mille altri palazzi di Roma.

Che dire? Appena tornato, in edicola c’era la Ballata del Mare Salato con Corto Maltese. Ho tutte le edizioni possibili ed immaginabili, ma alla fine ho comprato anche questa. A qualcuno dovrò pur raccontare la mia Africa, no?

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