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27 novembre 2016

cercando la Cuba che è in noi

Cuba, otto anni fa, forse nove.
Avevamo appena terminato di pedalare per oltre 300 chilometri, lungo tutto il nord dell'isola, incontrando un mondo che neanche il migliore Hemingway avrebbe mai saputo raccontare... oddio, forse le mani piene di dita de Il vecchio e il mare conservano gelosamente sotto la pelle arrugginita quell'idea di Cuba che mi porto addosso da sempre ma che non so interpretare.
Un'idea romantica, forse inesistente, sicuramente non isterica e opportunista alla Yoani Sánchez, o - viceversa - retorica e zeccosa di quelli che inneggiavano a Cuba Libre senza ricordare che quella castrista è stata una feroce e sanguinosa dittatura.
Però: girare dentro quel mondo, partendo dal basso - quello "vero" - incontrando volti e realtà che neanche il turista meno plastificato riuscirebbe a incontrare... quei volti pieni di grazia e di fierezza, ma anche colmi di un'oscurità che si respirava anche nell'aria, dentro quegli occhi pieni di domande, come fossimo dentro uno zoo... noi gli animali, però.
Il gruppo aveva deciso di prendersi una mezza giornata di riposo ai bordi di una piscina senz'acqua, di un albergo ex glorioso, ma in quell'oggi con gli ascensori guasti e le stanze consunte da cui uscivano insetti apocalittici. Una giornata di riposo, ma non per me.
Decisi di seguire il Malecón fino a dove sarei potuto arrivare, quella lunghissima arteria stradale con meno buche di Roma, che accarezza l'Oceano, da dove leggenda vuole che nei giorni limpidi si possa vedere distante Miami ma vicinissima la libertà americana. Basta un barcone, una chiatta, e puoi rincorrere il benessere senza tanti sforzi.
Armato di una reflex digitale e di un pacchetto di sigarettini cubani alla crema, cominciai a mischiarmi dentro la quotidianità della gente. Vestito da turista lo ero, per carità. Ma dovevo avere una faccia così affamata di tutto, che quasi passavo inosservato: ero troppo oltre ogni standard turistico.
E, come ti sbagli, incontrai il parente di un parente di un parente di Bologna che mi chiese soldi e ospitalità in Italia; notoriamente, a Bologna è pieno di parenti cubani... poi mi fermò una prostituta più giovane di mia nipote: due occhi verdi che avrebbero imprigionato persino Ulisse... alla fine arrivai nella piazza antistante l'ambasciata USA, dove strozzavano il vento del persempre delle triangolari bandiere cubane dedicate ai caduti della primissima ora. Anziché di nero, come recita Google, erano listate con i colori cubani, perché quello era l'anno del cinquantenario. Ogni pilone porta con sé nomi evocativi: da Marx ad Engels, passando per gli eroi più o meno locali.
E poi mi si avvicina un vecchio, i cui denti erano ormai dispersi, sparpagliati durante qualche rissa di lustri fa. Biascicò qualcosa che il mio finto spagnolo non poteva certo comprendere. Gli offrii un sigaretto, anzi due. Mi sorrise e si chinò leggermente: da ora in poi saremmo stati fratelli... e mi fece fotografare di tutto: amici pescatori, case catapecchiose, strade oscure, realtà misteriose, occhi, volti e racconti... avevo Cuba ai miei piedi. Tornai in albergo dopo un'ora, con la memoria colma di storie. Ciao ciao, Hemingway!
La sera stessa, Raul Castro fece il suo discorso commemorativo. Restai ammaliato davanti al televisore, pensando alla mia Cuba inesistente, alla Rivoluzione eterna, Eterna Rivoluzione Insanguinata.
E forse proprio in quel momento, rimembrando da lontano il volto di quel vecchio - con il sottofondo delle parole di Raul, compresi cosa fosse la mia Cuba e quale invece poteva essere la realtà. Ma non riuscivo a scriverla, a raccontarla, a darle un senso.
Otto anni dopo, magari nove, cioè ieri, ho trovato forse una risposta. 
Appena saputo della morte di Fidel, ho posto una domanda 2.0 dentro una chat d'ufficio (in cui sicuramente si parla di cose più sensate): che differenza c'è tra come vivono i cubani e come viviamo noi? Solo nelle "cose" possedute o anche nella libertà? Per carità, noi siamo "liberi"... però: da cosa? E come?
Lo so, sono domande stupide, apparentemente da irritantissima zecca che non ha il minimo rapporto con la realtà. Una collega ha risposto così
Le "cose" che abbiamo sono spesso la scusa migliore per arrendersi alla libertà surrogata. Lavoriamo per conquistarci alibi che presupporrebbero un coraggio superiore. La libertà ha un prezzo altissimo da pagare. Quella vera non è uno stile di vita, è una conquista. E parlo principalmente a nome mio che ho scelto liberamente come gestire il tempo e il lavoro e dietro a questa scelta nascondo paure più grandi. A volte semplicemente si sceglie di non essere completamente liberi perché certe regole, certi spazi confortano paure più grandi. Non so se è questo che intendevi, però ecco, per me è così.
Hasta la victoria. Siempre...

20 dicembre 2014

una mia Cuba

Non ho mai sognato i leoni africani, forse perché nutro così tanto rispetto per la figura di Hemingway, o forse perché quando andai in Kenya li sfiorai più volte senza vederli dal vivo (leggenda vuole che abbiano dormito esattamente sotto il lodge sospeso dove mia moglie ed io passammo la notte a ridosso del disneyano Lion's Rock).
Non sono mai stato così comunista da immaginarmi quel tipo di comunismo tanto ambito da Che Guevara e tanto temuto da Fidel Castro.
Ma, soprattutto, quando viaggio non porto con me nessuna aspettativa, ma un filtro di enfasi predigerita che mi porta a vedere tutto dagli occhi di un ebete sognatore piuttosto che di un patetico chtawiniano borghese.
Eppure, io di Cuba ho dei ricordi densi, tondi, lunghi come lunga fu la lunga vacanza che ci passai a cavallo di una festività natalizia come questa, con una temperatura marzolina che ancora non ha tarato il proprio orologio emotivo.
Di Cuba ricordo il milione di pipistrelli che ci passò sopra la testa ma che non vedemmo quasi per nulla, considerato che erano piccoli piccoli piccoli così.
Di Cuba ricordo la piscina sperduta nel nulla, con l'acqua alta un metro e che io credevo più profonda tanto da sbattere le ginocchia del giusto, senza rischiare la paralisi ma portando con me il terrore che sarebbe potuto accadere il peggio.
Di Cuba ricordo gli insetti che ci rimbalzavano sul materasso di notte: io avrei pure dormito se non fosse per il fatto che la mia piccola principessa teme anche l'idea stessa di un insetto, figuriamoci uno vero che ti cammina addosso.
Di Cuba ricordo un immenso ragno fermo in mezzo alla strada, che la mia piccola signora vide per prima reputandolo morto, ma che appena fu fotografato dal sottoscritto, decise di muoversi da quell'atelier improvvisato fatto di asfalto dozzinale.
Di Cuba ricordo i bambini dei villaggi sperduti. Ai primissimi che incontrai, regalai uno dei numerosi pacchetti di tic-tac preventivamente acquistati proprio per questa evenienza. Al villaggio successivo, gli altri bimbi già sapevano tutto e me ne chiesero in abbondanza. In un paese con pochissimi telefoni e una manciata di cellulari, mi chiedo ancora come abbiano fatto a passarsi parola.
Di Cuba ricordo il mare, trasparente e operaio: pieno di mangrovie e di celeste, lontano lontano una barca che sembrava quella di Spencer Tracy di ritorno dalla pesca.
Di Cuba ricordo la vecchietta fiera ed orgogliosa del saper computare perfettamente la tessere mensile.
Di Cuba ricordo le tracce del Che, come fossero state lasciate pochi minuti prima... de tu querida presiencia, Comandante che non abbiamo mai incontrato.
Di Cuba ricordo un paesino sperduto, assediato da un fiume e con un ponte lungo così, in lontananza alcune scimmie sugli alberi e davanti a me un lungo palazzo tipo Corviale in cui non abitava nessuno... ottimo come location per un film distopico.
Di Cuba ricordo un lago usato per la gita fuori porta, un lago circondato da un bosco e con una cascata alta poco più di un metro. Intorno, esuli cubani e gente comune, tutti insieme a ridere e a bere, immersi nei propri dignitosissimi vestiti senza tante velleità.
Di Cuba ricordo un bellissimo bimbo di L'Avana. Lo fotografai e poi gli allungai qualche spiccio. La mamma si offese. Giustamente: il mio fu un gesto di rara cafoneria.
Di Cuba ricordo un vecchio che mi accompagnò lungo tutto il Malecon: l'avevo conquistato con sigaro che gli avevo offerto senza alcun fine elemosinante. Per lui era oro, e io un amico per la pelle. Ho fatto più foto belle in quell'occasione che in tutto il resto della mia vita.
Di Cuba ricordo le bandiere davanti l'ambasciata americana. Era il cinquantenario della Rivoluzione: invece di essere solitamente nere - a significare uno dei tanti lutti di martiri senza tempo, erano le bandiere di Cuba, le bandiere di un'idea.
Di Cuba ricordo profumi, colori, odori, strade e alberi, uccelli e mare, salite e persone. Tante persone.
Di Cuba ricordo tante cose. Ma sono mie, solo mie. Non saprei dire se siano accadute oppure no. Però mi piace pensarlo.

28 giugno 2013

Richard Matheson c'est moi

Forse più di Hemingway, Matheson ha costellato la mia adolescenza. Non tanto per lo stile, quanto per i contenuti e le idee.
Come io abbia incontrato l'autore di Duel l'ho scoperto solo tempo dopo: attraverso, cioè, gli episodi di Ai confini della realtà
Ma fu il film Occhi bianchi sul pianeta Terra ad aprirmi la via alla sua letteratura. Secondo delle tre interpretazioni cinematografiche del suo bellissimo Io sono leggenda, il film che vedeva un grandissimo Charlton Eston alle prese con i miei sogni e i miei incubi.
Sogni e incubi che ho ritrovato, perfettamente scritti e nobilmente delineati, nel romanzo originale (anzi, io ho l'edizione che porta ancora il vecchio titolo I vampiri).
Da sempre, mi scopro ad immaginare situazioni da dopobomba, e del resto il mio romanzo ne è una prova quasi esemplare (nonostante sia in realtà una sorta di fantapoetica dichiarazione d'amore alla mia signora, con ben altra trama ed intenti).
Di Matheson mi ha sempre colpito la capacità di dare senso all'insensato, di dargli dignità, di renderlo addirittura credibile (a volte anche scientificamente), per poi smontarlo pezzo per pezzo alle ultime dieci pagine, con altrettante senso, dignità e credibilità.
Una scrittura, diretta, asciutta, elegante e sotto certi aspetti molto british, con soluzioni narrative molto lineari e possibili (nel contesto costruito, è ovvio) che andavano bel oltre il mostro, l'alieno e l'oscuro demonio che alberga in ognuno di noi. 
Ricordo nitidamente alcuni suoi racconti, con un senso di sgomento che ancora mi sovrasta, e che vi consiglio vivamente di recuperare da qualche rigattiere (prima che il web mortifichi anche queste liturgie): Isolato in partenza, Regola per sopravvivere, Nato d'uomo e di donna, Una chiamata per Miss Keene e Su dai canali.
Ricordo con dolce maraviglia Tre millimetri al giorno. Mi perdo ancora nei meandri della mia Memoria alla ricerca delle sensazioni che mi diede la super-raccolta Shock
Mi beo riassaporando alcune trame di Star Trek da lui sceneggiate (come anche qualcosa per Alfred Hitchcock racconta).
E gli zombi? Be', si sa, si è sempre saputo (per stessa ammissione di Romero) che La notte dei morti viventi deve moltissimo a Io sono leggenda, nonostante lì siano zombi e qui vampiri. Ma - appunto - è il come si comportano i vivi che conta.
E io, che stasera mi andrò a vedere il cafonissimo WorldWarZ, mi sentirò un po' più solo, sapendo che colui che mi ha addolcito l'adolescenza se n'è andato in punta di piedi, dissolvendosi lentamente come in Scomparsa graduale.

08 aprile 2013

Come un tuono, ovvero: quando è assente il padre

Non è un film eccezionale, ma ha numerosi momenti di rara intensità, in cui i personaggi e gli attori che li interpretano si confondono in una storia decisamente drammatica.
Sicuramente la sceneggiatura tentennante e una malcelata presunzione del regista non riescono a raccontare bene il tema di fondo. Ma nell'insieme è un film che consiglio di vedere, nonostante si senta l'eccessiva durata; e parecchio, pure.
Forse perché il tema di fondo mi ha colpito; forse perché Ryan Gosling è un eccellente attore (di quelli che escono fuori sempre più raramente); forse perché la trama si dipana per cerchi concentrici (inizio e fine si rincorrono con naturalezza); forse perché i tempi narrativi della seconda parte sono sicuramente più avvicenti della prima (balbettante e ovvia); forse perché si svolge in un'America quasi provinciale, comunque indolente e disarmante... forse, forse, forse...
Quando scrissi la mia tesi sul cinema western americano degli anni '70, trovai più testi concordare sul fatto che lo spirito di frontiera aveva comunque bisogno della sicurezza femminile, della casa cui fare ritorno. Raramente, però, la figura del padre veniva fuori, se non quando si trattava di indicare l'esempio, il punto di riferimento per il proprio futuro, l'eredità da perpetuare... insomma, il padre americano sembrava qualcuno da rincorrere, più che qualcuno con cui vivere l'infanzia e l'adolescenza.
Sicuramente è una formula vincente - perlomeno rispetto al mammismo latino. Ma se dentro il meccanismo finisce il granello di sabbia dell'irresponsabilità paterna, tutto salta. Il tema sta tutto qui, insomma. E che la critica nostrana non l'abbia percepito fino in fondo è perché forse siamo abituati a mangiare i nostri genitori, anziché imitarli e/o rincorrerli.
Grande fotografia, ottime musiche, montaggio irrisolto (tranne un paio di piano-sequenza riusciti, specie quello iniziale), titolo originale che sarebbe piaciuto a Hemingway (The Place Beyond the Pines, che è la traduzione letterale dal nativo Schenectady, la cittadina in cui è ambientato il film).



01 agosto 2011

Hemingway, che non mi lascia mai

Che la percezione tattile di un libro, che il segno dei suoi sapori ed odori, siano solo frutto della nostra anima, è fuori da ogni dubbio: con buona pace dei modernisti ad ogni costo, l'"oggetto" libro è un totem privatissimo e riservato che ci dà così tante sensazioni, spesso struggenti, comunque incontrollabili e indefinibili. 
Non credo che l'aridità di un iPad potrà mai sostituire questo languore: e quando i Montag della situazione, saranno riusciti a far scomparire totalmente i libri di carta, le generazioni che vivranno solo di quelli elettronici saranno più aride, povere, prive del senso fisico della lettura e della scrittura. Non esisterà, cioè, un "altro modo" di assaporare la scrittura: quando strumento e sostanza si confondono,  l'uomo perde l'anima.
In questi ultimi mesi è uscita un'edizione integrale della Festa mobile di Hemingway. 
Già: Hemingway. 
È stato forse il primissimo autore con cui abbia avuto a che fare integralmente: il primo, cioè, di cui ho assaporato e letto tutto, in maniera continuativa e avida. Il primo di cui sento ancora oggi il dolce peso della scrittura perfetta, impossibile da imitare; quella strabiliante capacità di raccontare l'inutilità con nitidezza e precisione, con la voluta intenzione di fare cronaca, ma che indelebilmente diventa calore umano.
Sabato scorso ero sulla spiaggia, circondato da galline sconosciute che si confrontavano sui figli e sul fritto serale, maschi scemi che si scambiavano dati tecnici dell'ultimo iPhone del cavolo, bambini incivili che scambiavano lo stabilimento per un'esclusiva arena dove poter rompere i coglioni a chiunque. Gente che, insomma, aveva parcheggiato fuori la smart, ma che si ostinava a comportarsi come fosse ancora al volante.
Ma io avevo questo libro in mano, di carta, col suo odore di colla fresca, di stampa fresca, di rilegatura fresca. Lo accarezzavo perdutamente, senza alcuna voglia di fare qualcosa di attivo, di sensato, di nobile, di esemplare. Solo accarezzare questo libro, sperando che uscisse magicamente fuori la mia adolescenza, da correggere, da reintepretare, da rivivere in maniera più intelligente... e invece no: non usciva fuori nulla, se non qualche soffusa nostalgia, qualche dolce pensiero, qualche sensazione di cervicale accumulata dal troppo leggere in posture astratte. 
La magia di quel libro era sospesa, ferma, ignobilmente egoista. Perché? Perché diamine non riuscivo a rivivere qualcosa di così lontano, di intimamente mio?
Perché indietro non si torna. Mai. 
E Hemingway me l'aveva detto dagli occhi dell'ingles in Per chi suona la campana, dalle mani striate di sangue del Vecchio e il mare, dalle cavallette nere esposte al sole dei Racconti di Nick Adams, dal Posto tranquillo, illuminato bene dei 49 racconti... per quanto io volessi provare a tornare indietro, dispettosamente quel libro mi manteneva nel presente, caparbiamente nel presente.
Indietro non si torna. Mai!

29 gennaio 2010

Obama in italiano

A chi è pigro e pur sapendo l'inglese se l'è tradotto male senza arrivare alla fine, a chi crede che l'inglese sia solo un personaggio di Hemingway, rimando a questa agile traduzione dal Sole24Ore.
È un gran bel discorso, specie per questo gran finale da brividi:
Ma io mi sveglio ogni mattina sapendo che nessuno di questi contrattempi è paragonabile a quelli affrontati dalla famiglie americane di tutto il Paese durante quest'anno. E quello che mi fa andare avanti, che mi induce a continuare a lottare, è che malgrado questi smacchi e contrattempi, quello spirito di determinazione e ottimismo, quel senso di dignità fondamentale che è sempre stato nel cuore del popolo americano, vive ancora.
Vive nel proprietario di una piccola azienda in difficoltà che mi ha scritto: "Nessuno di noi è disposto a prendere in considerazione, nemmeno lontanamente, l'idea che noi si possa fallire".


Vive nella donna che ha detto che anche se lei e i suoi vicini hanno avvertito il duro colpo della recessione, si sentono "forti, resilienti, americani".
Vive nel bambino di otto anni che in Louisiana mi ha appena spedito la sua paghetta pregandomi di darla al popolo haitiano.
E vive in tutti gli americani che hanno lasciato tutto quello che stavano facendo per andare là dove non erano mai stati per tirare fuori dalle macerie persone che non avevano mai conosciuto, tanto da far gridare con gioia "USA!USA!USA!" ogni volta che salvavano una nuova vita.


Lo spirito che ha sostenuto e guidato questa nazione per oltre due secoli sopravvive in voi, nella sua popolazione. Abbiamo appena chiuso un anno difficile. Abbiamo superato un decennio difficile. Ma un nuovo anno è appena iniziato. Un nuovo decennio si prospetta davanti a noi. Noi non cederemo. Io non cederò. Cogliamo questa occasione per ricominciare, per portare avanti il nostro sogno, per rafforzare ancora una volta la nostra unione.
Grazie. Che Dio vi benedica e benedica gli Stati Uniti d'America.

15 novembre 2007

diverso ad ogni costo

I due principi enunciati qui a destra sono di un uomo di colore e di un omosessuale. La piattaforma che ospita questo blog nasce dall'intuizione di un ebreo. Le prime idee sulla programmazione appartengono a una donna dell'800.
Le mie origini vanno divise in quattro: da parte di mio padre, il cognome può essere riferito o ad antiche origini marrano/spagnole/ebraiche oppure a recondite origini slave; da parte di mia madre, metà è siciliana - con sensibili influssi arabi e svevi, l'altra metà può tranquillamente reputarsi romana.
I miei scrittori preferiti sono un inglese bisessuale (Byron), un alcolizzato fanfarone (Hemingway), un portoghese impotente (Pessoa), un mercenario greco (Senofonte), un giapponese ultranazionalista nonché morto suicida (Mishima), un tossicodipendente uxoricida (Burroughs), un buddista anarchico (Salinger), un fascista convinto (Celine) e un comunista intelligente (Camus)... e altri simpatici amici che ora non ricordo.
Ascolto musiche di vario genere: il rock, strumento del demonio per eccellenza; il jazz, anarchico ed individualista; la classica, il canone ormai per pochi eletti; la contemporanea, la logica dei furbi.
I miei registi preferiti sono o ebrei, o gay o conservatori.
Il mio cellulare è finlandese, il mio pc è taiwanese, la mia macchina fotografica è giapponese con lenti tedesche, le mie scarpe spagnole, il mio cappotto newyorchese, parte dei miei orologi svizzera, magliette cinesi...
La mia donna di servizio moldava, l'operaio di fiducia polacco, il commercialista e l'avvocato romanisti, il cognato napoletano, l'unico amico non gay è laziale... e una moglie femminista, anarchica, in carriera, con un cuore e due occhi verdi grandi così.
Insomma: sono un maschio italiano eterosessuale di sinistra - ahimé persino cresimato - di razza bianca, puramente doc. Qualcosa da ridire?



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03 febbraio 2006

dentro la Tanzania, oltre il mistero

Nel mio post dedicato al Kenya, mi ero dimenticato di segnalare un fatto che mi ha molto colpito. Adoro fare foto quando viaggio, perché cerco sempre di raccontare agli altri quello che ha visto il viaggiatore che è in me... uno spirito fatto di mille letture, non ultime quelle di Hemingway, Salgari, Bonelli e Pratt. Sono testi che vanno oltre la semplice avventura, perlomeno per come la concepisce la maggioranza della gente... ma andiamo oltre.
In Kenya ero finito dentro un villaggio masai, non so quanto turistico, ed ero riuscito a fare belle foto: sembra una volgare battuta, ma non è semplice fotografare un uomo di colore sullo sfondo di una capanna marrone, credetemi.
Ebbene, ero riuscito ad immortalare un bellissimo bambino... che mi ha mostrato il suo bel dito medio. Me ne sono accorto solo ora, a distanza di un mese, dopo un banalissimo blow up. Non ci vedo nulla di strutturato, e sarei ridicolo a pensarlo. Semplicemente avrà pensato: "sei er millesimo che mme fotografa, ma piantatela un po' tutti quanti che è meijo...".
Io, l'ingenuo idealista, guerriero di mille lotte per i diritti umani, sono rimasto colpito. In fondo è vero: il nostro modo di lottare per gli altri è borghese, siamo lontani mille miglia dalle realtà che pretendiamo di comprendere, capire, addirittura riferire ai nostro simili, cristiani, bianchi e occidentali come noi.
Ebbene, a ridosso di questa esperienza ci si è messo anche l'ultimo bellissimo numero del National Geographic. Un articolo parla del Parco Nazionale del Serengheti, in quel della Tanzania. Naturalmente noi bianchi non ci facciamo bella figura, ma - soprattutto - vien fuori la ormai sbiadita figura del guerriero masai... che forse, per sopravvivere, non può accettar altro che esser fotografato per poi tirar fuori un timido dito medio di rivalsa.

14 gennaio 2006

dal Kenya con furore

Come sicuramente saprete, sono stato in Kenya, non nella villa di Briatore né tantomeno conoscevo alla lontana quella poveraccia che è stata uccisa. Intendiamoci: è più facile essere investiti da una Smart in via del Corso che essere aggrediti a Malindi. Ma questo i giornali non lo diranno mai. È anche vero, però, che se vai in giro alle due di notte, in uno dei posti più malfamati del mondo, vestito in maniera vistosa, con ammennicoli vari al collo, magari vociando… prima o poi ti fanno a pezzi. Oltretutto gli italiani non sono ben visti in Kenya, come invece si usa dire. Il motivo è semplice: allora i craxisti ne han fatte di cotte e di crude; oggi i kenioti continuiamo a sfruttarli fino al midollo; eppoi in fatto di turismo sessuale siamo i primi della lista.

Del resto i beach boys (non i cantanti… vengono chiamati così i bambini poveri di quelle parti) ti vengono incontro da ogni dove e ti propongono di tutto: dal portachiavi in mogano al safari sòla, passando per il loro corpicino… in più, nei resort gestiti da italiani, nessuno ti avverte cosa è intelligente fare e cosa no (al di là delle precauzioni di rito). Se dici che prenderai un taxi per andare di sera a Malindi o a Mombasa, tutt’al più ti chiedono le chiavi della stanza, ma nessuno si sogna di scoraggiarti o di darti delle linee guida. “Ci son tanti italiani”, ti vien detto, “è pericoloso né più né meno che a Roma”, ti vien sussurrato...

Diciamola tutta: sarà pure da coglioni fare certe vacanze, ma è anche vero che ai tour operator interessa ben poco la tua sorte, anche a quelli ritenuti seri. Per dirne una: vi siete mai chiesti perché tutti gli italiani che in questi anni son stati rapiti in Yemen erano con Avv*****...?

Ma adesso parliamo di cose divertenti. Se andate nel resort dove siamo stati io e Silvia, dovete essere accompagnati da qualcuno con cui avete molta confidenza, perché il primo dramma accade proprio in bagno: qualsiasi cosa espletiate… resta là. Non c’è verso di tirare l’acqua: lui vi guarda sorridente e non si schioda.

A noi è capitato pure un capovillaggio con psoriasi a passo di carica, forfora a sacchi, piedi con unghie ricurve. Un bel tipo, insomma, che amava lumare le pupe rifatte, mentre ignorava tutte le altre. Vi chiederete se fosse un postaccio. No! C’era pure la Sciarelli, quella di “Chi l’ha visto?”. Una giornalista, quindi. E da che mondo e mondo i giornalisti queste cose non le sbagliano.

La spiaggia fa paura, nel senso buono del termine. Il perché è semplice. L’Oceano Indiano (perché si chiami così anche in Africa è un mistero) ha delle maree spaventose. La barriera corallina dove eravamo noi era lunga 4 km: beh, quando c’era la bassa marea, per 4 km non c’era acqua! Quindi cammini per due ore in mezzo a granchi rincoglioniti, murene rattrappite dal caldo, stelle grosse come meloni e ricci di mare grossi come palle da calcio. Uno spettacolo notevole… al che ho pensato che avrei dovuto tirare l’acqua dello sciacquone solo quando c’era l’alta marea. Ma questo m’è venuto in mente adesso, peccato…

Vi chiederete: hai fatto il safari? Uh, eccome. Oltretutto ho avuto la fortuna di avere un’ottima guida. Ad altri è andata così: un gruppo si è perso nella savana, un altro ha forato tre volte, un altro ancora si è beccato una guida ubriaca che per poco non si schiantava contro un baobab.

Il problema vero son le strade. In confronto, quelle di Roma son rose e fiori. La profondità di una buca keniota varia dai trenta al settanta centimetri, la sua larghezza dai venti centimetri ai due/tre metri. Per fare 250 chilometri abbiamo impiegato quasi quattro ore. Non solo: spesso l’amico al volante andava contromano, fuori strada, ritornava indietro, entrava nei marciapiedi (oddio: parlar di marciapiedi è da filosofi)… roba normale, che lì fanno tutti. Il bello è che ogni tanto incontri camion ribaltati, corriere capovolte, pedoni spiaccicati (non li ho visti, ma fa scena). Le strade, insomma, è come se fossero un’idea, un abbozzo buttato là. L’autista ci ha detto che è colpa dei politici al governo, perché son degli incapaci. Io mi son sentito più sfortunato di lui, visto che da noi anche l’opposizione è piena di incapaci.

Entrati nella savana, diventate tutti più buoni. Il mondo è un’altra cosa, più bello, misterioso… e tu sei piccolo piccolo e di botto ti entra in testa… la musica di John Barry. Cazzo, il cinema colpisce ancora: “La mia Africa” mi ha tormentato per tutto il viaggio. Ma poi, in fondo, è bello vivere queste cose con un po’ di ingenuità cinematografica nelle viscere.

Ho visto il tramonto da una microvilletta in legno appesa su un albero, le cui pareti erano solo zanzariere. Ho visto zebre, giraffe, elefanti, bufali, macachi, facoceri… no, non sto descrivendo la Via del Corso del sabato pomeriggio, ma la savana di Tsavo Est!!!!!! Felini? Niente da fare. Abbiamo ascoltato il guaire dei leoni, abbiamo visto le loro orme, ma niente unghiette pericolose. Peccato… ma poco importa: è stata un’esperienza fantastica, con un tramonto da paura e canti tradizionali kenyoti attorno al fuoco (cui noi, e gli ottimi italiani con cui stavamo, abbiamo risposto con robbbbaccia irripetibile), il respiro della natura tutt’intorno e cose simili…

Abbiamo pure visitato il canonico villaggio Masai, che dalla puzza di letame che promanava non era certo scena per turisti. Certo: ci si chiede come mai vivano vicino alle strade (sempre che si possano definire “strade”). In realtà siamo noi europei che abbiamo costruito le strade accanto a loro, non il contrario. Silvia ha danzato insieme a un gruppo di giovani masai. Loro son alti due metri, Silvia un po’ meno… oltretutto fan salti alti così e atterrano sui talloni (!).

Qualche giorno dopo ci han proposto il safari blu: una sòla colossale. Veniam buttati in una barca piccola così, tipo quella che Doré disegnò con Caronte dentro. Venti persone appiccicate al caldo secco, con un mare egoista di bellezze e pieno di alghe. Veniamo catapultati sopra una lingua di sabbia che vien sopra ad ogni marea, insieme ad altre decine di queste orribili barchette. La chiamano Sardegna 2… pensa te cosa potrà essere la numero 3. Ci vien detto di tuffarci mentre loro corrono in lungo e in largo con questi barchettoni, disputandosi le tre-boe-tre su cui attraccare. Per ben tre volte abbiamo rischiato di essere speronati…

Noi ci siam rifiutati di subir oltre una simile pazzia. Hanno provato ad ammansirci col cibo fresco, servito senza posate e su piatti puliti letteralmente con sputo e fazzoletto per il naso! E dire che qualcuno di noi non voleva usare i loro snorkel per evitare chissà quali malattie! Alla fine, dopo aver sgranocchiato un’aragosta più piccola di un francobollo, ci siam guardati negli occhi e siamo scesi dalla barca per farcela a piedi fino al resort. E l’acqua? Semplice: c’era la bassa marea. Sembravamo tutti alla ricerca del Dottor Livingstone… e in un certo senso l’abbiam trovato.

E già: quando abbiamo fatto il safari terrestre, abbiam pranzato in un possedimento privato immerso nella savana. A cento metri da noi c’erano giraffe e zebre che pascolavano placidamente, incuranti della nostra presenza. Uno spettacolo unico! Mentre eravamo a pranzo, si avvicina una sorta di David Bowie sui 70 anni che, con un inglese da BBC, ci saluta e ci augura ogni bene. Un uomo di altri tempi che di botto aveva cancellato tutte quelle buche infinite e il water sempre pieno e le unghie del capo villaggio e chissà cos’altro.

Beh, prendetemi per un romantico, ma la mia vacanza è negli occhi di quell’uomo fuori dal tempo. Chissenefrega di tutto il resto, le cose brutte e quelle belle, il mio passato e il mio futuro. Io ho visto il Dottor Livingstone, ho visto l’Africa di Hugo Pratt e di Salgari, di Hemingway e di Robert Redford. Un’Africa tutta mia, che magari non esisterà mai… ma che ora rimpiango, qui, da questo computer, da questo piccolo palazzo, affogato in mezzo a mille altri palazzi di Roma.

Che dire? Appena tornato, in edicola c’era la Ballata del Mare Salato con Corto Maltese. Ho tutte le edizioni possibili ed immaginabili, ma alla fine ho comprato anche questa. A qualcuno dovrò pur raccontare la mia Africa, no?

tag: Viaggi, Africa