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23 luglio 2026

LE NOVE VITE DI STEVE WINWOOD di Pasquale Boffoli (Arcana)

Ben pochi, o forse lui soltanto, hanno attraversato la storia della musica inglese con tre gruppi epocali come lo Spencer Davis Group (1963-1967), i Traffic (1967-1974) e i Blind Faith (1969). Steve Winwood è senza dubbio una delle figure di maggior talento, eleganza e visione che il pop abbia mai partorito. Ragazzo prodigio nello Spencer Davis Group (co-autore di un grande classico come Gimme Some Lovin’ alla tenera età di 18 anni), leader dei Traffic e mattatore nei Blind Faith, resta anche in seguito da solista un autore ricco di inventiva, un versatile polistrumentista, intrattenitore di lusso, musicista provetto, abilissimo nel giocare su più tavoli

Finalmente un libro che racconta le gesta musicali di un enorme genio della musica di ogni tempo, di cui i nostri gggiovani neanche possono lontanamente immaginare l'importanza tecnica ed estetica. 

Una voce pazzesca, composizioni sempreverdi, una rara capacità di tirar fuori il meglio da ogni strumento suonato, un'intelligenza e un acume capaci di strutturare ogni brano come fosse l'unica maniera giusta per esaltarlo e per mantenerlo sempre fresco, lontano dalle insidie del tempo.

È un libro molto agile, senza sbavature e senza chiacchierismi inutili, che suggerisco di leggere anche e solo come guida musicale per trovare o ritrovare brani che ancora oggi vengono imitati se non addirittura plagiati senza ritegno


04 aprile 2008

amici e chitarre: ciao, Jeff Healey

Sembra quasi fatto apposta: l'altro giorno salutavo Arthur Clarke con un'antica mia recensione al 2001 kubrickiano, e proprio ieri erano passati 40 anni da quel film.
Qualche giorno dopo
recensivo l'autobiografia di Clapton
, e stamane su Musica Jazz scopro che Jeff Healey è morto giovanissimo per quel tumore che già lo aveva reso cieco dalla nascita.
Dice: che c'entra Jeff con Eric?
A parte che sono due ottimi chitarristi (il secondo di più, è ovvio), ma sono intrecciati almeno da due circostanze. La prima è che Healey rilesse egregiamente l'unica vera bella canzone dei Beatles, guarda caso quella While My Guitar Gently Weeps scritta proprio dal compianto George Harrison, amicissino di Eric Clapton (con cui condivise anche l'amore per Patty).
La seconda è la collaborazione con un altro "maledetto/benedetto" del blues. Quel funambolico Stevie Ray Vaughan, morto durante un incidente elicotteristico in quel di un tour proprio di Clapton.
Insomma, sei gradi di separazione ci fa un baffo.
La morte di Healey, invece, un gran dolore.
So long, Jeff.

27 marzo 2008

ta ta ta tà
tta taaaaaa (il libro di Clapton)

Ci sono artisti cui vuon bene d'istinto, anche quando non li frequenti o non ami totalmente quello che fanno. Uno di questi è Eric Clapton. Che poi, per la sua tecnica apparentemente immediata, mi sono sempre allenato seguendo le sue parti soliste: poche note, ma di quelle giuste; magari non sempre innovative, ma comunque intriganti e che si fanno ascoltare.
Ricordo quando una volta, seguendo l'amico Pennacchini (già cantante dei romanissimi Occhei Pears) sulle note della Cocaine di J. J. Cale, gli sparai la tipica claptonata copiata da un live. In maniera così precisa che ne restai impressionato anch'io, tanto che subito dopo il plettro mi cadde nel foro della cassa acustica della mia Alhambra.
Clapton ha suonato con tutti, tranne che con Miles Davis: fatevi venire in mente un nome di un qualsiasi musicista dagli anni '60 fino a ieri, e lui c'ha suonato (Hendrix, Joplin, Rolling Stones, Dylan, Roger Waters, Yvonne Ellimann...). E ha pure composto materiale veramente immortale, di quelli che canticchi senza magari neanche sapere da dove venga. Del resto, in quel del mio viaggio in Belgio vi proposi un video amatoriale in cui un vecchietto senza età suonava una Layla da paura.
In questi giorni Slowhand ha pubblicato la sua autobiografia. Io le leggo sempre le autobiografie. Non lo so perché lo faccio, ma è il genere che amo di più insieme ai diari e alle lettere. Che magari son sparsi di pagine inutili e ridondanti. Ma è come far parte di nuove famiglie, senza l'onere della quotidianità o l'impegno di un sorriso alle 11 di sera quando sei stanco.
Intendiamoci, Clapton non è Proust (altrimenti Sunshine of your love tramonterebbe dopo due mesi), però è onesto, lineare, limpido, semplice e con un spirito (auto)critico molto acuto ma mai autocommiserativo.
Una lettura piacevole, insomma, che ci fa vedere un mondo - quello musicale di quel periodo - che purtroppo non c'è più, e una spiritualità che vorremmo incontrare più spesso.



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