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07 ottobre 2014

Le biciclette bianche di Joe Boyd

La mia musica e gli anni Sessanta, recita il sottotitolo.
Ma più che un noioso elenco di nostalgie, questo piccolo gioiello autobiografico è un voler indicare al lettore cosa veramente siano stati gli anni Sessanta extra bitols; senza cioè quella fastidiosa celebrazione ad oltranza dei quattro di Liverpool, di cui francamente non se ne può più.
Joe Boyd ha incrociato, prodotto o masticato personaggi come Jimi Hendrix, Bob Dylan, Nick Drake, Fairport Convention, Muddy Waters, Martin Carthy, John Martyn, Richard Thompson, Bob Marley, Steve Winwood, Steve Howe, Miles Davis, The Incredible String Band... e i primissimi Pink Floyd.
Per il suo UFO Club passarono i giovanissimi Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, pronti a regalare al mondo del cinema pellicole indimenticabili. Sua fu anche la produzione del film Scandal - Il caso Profumo, dove sostanzialmente si respirava proprio il periodo di cui parla questo libro.
Onnivoro e curioso, Boyd incrocia anche Chris Blackwell, il papà della etichetta Island che darà spazio anche ai primi King Crimson e agli oggi sputtanati U2 (allora, invece, preziosi e genuini).
Insomma, queste pagine sono una gradevole passeggiata in un mondo che non c'è più: chi è meno nostalgico ma anche realista, capirà pure quanta differenza ci sia tra l'odierno proporre e produrre arte e quel modo invece originale e innovativo in cui vinceva ancora l'uomo e non la meccanica.
Unico difetto, una traduzione decisamente dozzinale.

31 dicembre 2012

#UmbriaJazz Jimi Quintorigo Hendrix

Difficile parlare dell'omaggio a Hendrix da parte dei Quintorigo, per almeno due motivi: lui scrisse musica comunque eccezionale, che difficilmente può essere eseguita male; loro sono uno dei pochissimi complessi italiani che meriterebbe gli spazi di notorietà che in troppi regalano invece a certe nullità.
Stimare quindi entrambi non rende l'approccio serenamente oggettivo.
L'operazione proposta è eccellente, specie tenendo conto che le due voci si sono dimostrate all'altezza delle più esigenti aspettative: Moris Pradella (nero figlio di bianchi), eccellente nel restituire la intenzioni vocali del Jimi più intimista; Eric Mingus (bianco figlio di cotanto nero), spavaldo nel ritrovare l'anima blues dell'Hendrix più aggressivo (con quale estensione, poi!).
Ad essere pignoli, ogni tanto sono mancati i Quintorigo: è come se la devozione verso Hendrix abbia preso il sopravvento nei confronti di un modo tutto loro di stravolgere e ricomporre i brani dei grandi.
Per darvi un'idea: ricordate come fecero la porteriana "Night & Day"? C'erano delle quintorigate di disarmante bellezza.
Ecco, ieri si è percepito questo approccio solo durante il meno noto (ma divenuto classico anche grazie a Pastorius) "Third Stone From The Sun". Lì erano i Quintorigo all'ennesima potenza.
Attenzione, sto parlando di quisquilie, perché il concerto merita - e anche il disco, e loro restano un meritevole faro di musica di qualità e popolare al tempo stesso.
Tutti molto bravi. Due estremi da sottolineare: ottimo Valentino Bianchi al sax; sacrificato Stefano Ricci al contrabasso (quando ha raccontato "Little Wing " con sola campionatura seriale, ha dimostrato tutte le sue doti, piuttosto celate durante il resto dello show).