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02 gennaio 2016

le eccellenze di The Golden Circle a #UJW23

Compratevi The Golden Circle e infilatelo nel lettore della vostra auto - spenta mi raccomando - e non prima di aver allacciato le cinture!
Visto? Siete partiti a razzo... e chi vi ferma più!
A parte le battute, già conoscevo questo corposo e muscolare omaggio al primo Ornette Coleman, e me n'ero innamorato con rara dedizione, tanto da averlo poi ascoltato più e più volte per oltre un mese.
Mi sono quindi avvicinato a questo concerto cercando temerariamente di liberarmi da ogni possibile aspettativa; oltretutto, adoro Bosso, stimo Giuliani, e credo di potermi definire "amico" di Pietropaoli. Insomma, dentro di me temevo la delusione, la meccanica ripetizione delle partiture del cd
Macchè... questo live è andato oltre ogni possibile possibilità: mi ha preso cuore, cervello e stomaco e li ha scagliati in ogni dove, camminandoci sopra, spolpandoli, mangiucchiandoli con sorridente ironia. Uno di quei concerti che mi porterò addosso per molto tempo. E dire che "nonno" Enzo mi ha poi confessato di aver iniziato il set con un terribile mal di testa. E pensa tu se stavi bene!
Insomma, se dovessi portarmi un supergruppo nella proverbiale isola deserta, oltre ai King Crimson seconda maniera porterei con me Rosario Giuliani al sax alto, Fabrizio Bosso alla tromba, Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Marcello Di Leonardo alla batteria.

31 dicembre 2015

il troppo del duo Steve Wilson Lewis Nash a #UJW23

Li avevo apprezzati due Winter fa, trovandoli eccellenti, interessanti e proposti nell'ambiente giusto e nella misura giusta. 
Questa edizione, invece, quelli di Umbria Jazz hanno esagerato, proponendoli sempre e solo sul palco del Teatro Mancinelli, sempre e solo in apertura di eventi di un certo peso (Bosso, Fresu, Elling, Lawson), costringendo anche il pubblico meno avvertito a "sorbire" un difficile duo sax + batteria che potrebbe legittimamente stancare chiunque.
Oltretutto, tale era l'incrocio di date e orari, che chiunque avesse voluto godere questa edizione, li avrebbe incrociati almeno due volte.
Ora: non appartengo a chi dice che l'arte vada spiegata, perché è un'affermazione idiota; non credo all'arte "alta" e "bassa", anche se ovviamente trovo Allevi dannoso per ogni forma possibile di espressione; non ritengo il pubblico "stupido" per antonomasia. Però difendere a tutti i costi una formula così complicata significa solo dare segni di debolezza. Oltretutto: seguire Umbria Jazz Winter è più oneroso rispetto al Summer; il pubblico è notoriamente meno giovane ma anche più abitudinario. Di ricambio generazionale e di toccate e fuga se ne vedono ben pochi: tirare troppo la corda potrebbe essere controproducente.
Premesso ciò, io ho assistito a due dei quattro concerti: quello del 30, decisamente annodato e autoreferenziale; quello del 31, istrionico ma anche - e finalmente - rispettoso nei confronti del pubblico.
In quello del 30, stanchi e spigolosi omaggi a Domino, Ellington, Monk e Coleman.
In quello del 31, briosi riconoscimenti a Silver, Monk, Gillespie, Giuffrè, Carter, Coleman e Ellington. A questi, va aggiunto un terrificante drum solo in cui Nash ha dimostrato che gli alieni sono tra noi, e suonano la batteria.
Già: Nash si conferma un dio dello strumento, capace di sparare nel giro di pochi secondi palle di fuoco e delicatissime piume; Lewis, invece, resta un eccellente sassofonista, ma con una cifra opaca e priva di guizzi.

01 febbraio 2015

Golden Age di Nir Felder

Aaaaah, che delizia di cd.
C'è New York, ci sono i campi sterminati dell'Oklahoma, c'è l'impegno sociale, c'è Pat Metheny, c'è (un bel po' di ) Coltrane, c'è dell'ottimo drum and bass... e tutto dalla penna di un trentenne chitarrista con le idee molto chiare.
Dopo anni trascorsi come session man, insomma, Nir Felder ha deciso di regalarci un'opera ricca di suggestioni e anche di prodezze tecniche, entrambe sempre misurate, ariose e spontanee.
Si parte con una Lights che lascia spiazzati, perlomeno a chi pratica il jazz in maniera rigorosa. Un giro di chitarra volutamente sporco accompagna citazioni e visioni che forse un americano saprebbe cogliere meglio nella loro ricercata sequenza.
Dopodiché, primo gioiellino, c'è Bandits, dove cominciamo ad apprezzare anche i compagni d'arme (sempre sincroni e in sintonia): Aaron Parks (piano), Matt Penman (contrabbasso), Nate Smith (batteria e percussioni: l'avevo conosciuto a questo concerto di Joe Jackson).
Arriva quindi Ernest / Protector, un po' Metheny e un po' Coleman, ma più lineare e attenta alla ritmica (addirittura, qui e là alcune note ricordano Robert Fripp).
Sketch 2 sembra riprendere l'impostazione iniziale dell'opera: un giro di chitarra che accompagna dichiarazioni registrate dei grandi di ieri e di oggi, con un probante e fondamentale batterismo in eccellente progressione.
Code procede con leggera staticità: è forse il brano più debole del cd.
Memorial ritorna sui passi in stile Metheny/Coleman/Fripp, con un tecnicismo più aggressivo. Va ascoltata con attenzione, proprio perché le note sembrano ovvie; ma poi, e invece, prendono una strada che cattura l'attenzione e non ti molla più.
Lover... che dire? Nella sua totale e sfacciata commercialità, è un brano bellissimo. Lo trovo meraviglioso, soprattutto a volume molto alto, dove si ha la possibilità di percepire meglio certe sequenze di accordi. L'intero gruppo lavora con disinvolta precisione.
Bandits II è una dolce meraviglia, forse scontata nella forma ma non nella sostanza. Da gustare più e più volte.
Slower Machinery è un mirabile esercizio di stile, dove tutti i musicisti si cimentano in un rincorrersi e provocarsi, regalando all'ascoltatore sei minuti abbondanti di liquida frenesia.
Before the Tsars è un soffuso e vaporoso giro quasi ipnotico (à la Satie, per dire; ma non c'entra nulla) dove si sente moltissimo l'influenza tecnicostilistica del maestro di Felder, John Scofield... dopo una breve pausa, il brano riprende brevemente Lights, chiudendo l'ultima nota con una frase ben precisa (quale, lo scoprirete voi).
Insomma, vale un acquisto immediato.
 

25 gennaio 2015

Hamburg '72, un brutto cd di jazz

Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto, ma lo speravo lontano e ben oltre l'orizzonte. E, invece, quel giorno è arrivato: parlerò male di un lavoro di Jarrett, datato 1972 ma uscito dalla sapiente produzione di Eicher solo alla fine dello scorso anno.
Insomma, è un po' come quando Fonzie doveva dire "ho sbagliato" ma non ci riusciva. Eppure, fatemelo dire prima che ci ripensi: questo Hamburg '72 è brutto forte. 
Pretenzioso, serioso, allusivo, senza alcun afflato innovativo, vecchio nell'anima e anziano nell'ascolto, è un'opera senza capo né coda che ammicca al futuro senza entusiasmo e coraggio. 
Un'opera, insomma, che se fosse uscita dalla penna di un qualsiasi altro musicista sarebbe stata stroncata di netto come solo meritano opere così pretenziose.
Keith Jarrett strimpella il piano, sofficchia sul sax soprano e sul flauto, prendendosi la libertà di contribuire ad alcune (inutili) percussioni. L'ombra di Charlie Haden smanazza il contrabbasso quel tanto che basta. Paul Motian riesce ad essere più "motian" del solito, senza cioè dare un senso a un batterismo già di suo poco felice (conosco la discografia migliore del tipo, e non mi ha mai detto un granché; lo preferisco come session man silente). 
Si sentono chiaramente la devozione e i rimandi a Ornette Coleman, ma nella sua parte strutturale e non artistica. Voglio dire che non si buttano note in caotica caciara se non c'è anima; altrimenti, è tutto molto pungente e noioso.
Qua e là sguscia via il Bill Evans più sperimentale. Ma sono fuochi fatui di un Jarrett decisamente fuori registro.
E dire che le ultime finestre dal passato remoto di Jarrett mi erano piaciute, sia da solo che in trio: ma qui mi sono sentito preso in giro, quasi mortificato, specie perché la critica lo ha incensato senza difficoltà alcuna. Forse ci vorrebbe un po' più di coraggio e di onestà intellettuale: se un'opera è brutta, tanto vale dirlo. E questa è un'opera da non comprare.

19 giugno 2009

il libro che non t'aspetti

La famiglia Marsalis ha tanti componenti quanti sono gli strumenti basilari di un'orchestra jazz (basso escluso, ma poco importa): Branford (sassofoni), Jason (batterie), Delfeayo (trombone), papà Ellis (piano) e Wynton, trombettista di cui parlerò brevemente in questa sua curiosa veste di saggista.
Come il jazz può cambiarti la vita è uscito qualche mese fa. Ma finché non era uscita la recensione entusiasta di Musica Jazz non mi ero azzardato ad acquistarlo, tanti sono i saggi scritti da jazzisti notevoli che poi però si rivelano essere pessimi scrittori.
Qui, invece, siamo di fronte a un testo che oserei definire addirittura essenziale dal punto di vista musicale, sociale, e della cultura più in generale. Non solo per la ricercatezza dei termini usati (vivaddio passati indenni da una traduzione curata male), ma per la pertinenza delle critiche e delle analisi, sia sui grandi musicisti di sempre che su alcuni elementi fondamentali del jazz. È veramente una gioia dello spirito intrattenersi con questo umile ma consapevole artista, veramente una gioia.
Non manca un capitolo dedicato ai grandi maestri verso i quali Wynton sente di avere più di qualche debito: Louis Armstrong («Il suo suono ha il potere di guarire»); Duke Ellington («Un tocco della sua mano sul pianoforte e la luna entrava in una stanza»); Billie Holiday («Se metti del sale in una bevanda dolce la rendi più dolce, ma se aggiungi zucchero all’amaro diventa ancora più amaro: così era Billie»); John Coltrane («Qualcosa nel suo suono ci penetra con la compassione della bellezza più pura e sublime»).
Grande riconoscenza anche per Ornette Coleman, per John Lewis e per Thelonious Monk, ma nessun cenno verso il gigante Charles Mingus.
Qualche spigolo verso Miles Davis, cui Wynton riconosce grande genialità, ma anche l'essere un carnefice «dell’adulazione e del mercantilismo». Insomma, il Davis del grande ritorno non dice nulla, anzi è addirittura deleterio e poco esemplare Il meglio, quando è corrotto, diventa il peggio»).
E - diciamolo - ci vuole coraggio a saper cogliere un aspetto così visibile di Davis ma che in pocchi hanno avuto l'onestà intellettuale di dire apertamente.