Geoff Dyer può scrivere di qualsiasi argomento, senza strafare o senza sembrare incompetente: entra subito nel cuore di ogni possibile contenuto, lo sviscera, lo sminuzza, lo racconta da prospettive inedite, poi si alza e se ne va, sorridente e guascone come solo sa essere lui. È una dote, rara, rarissima, soprattutto in questo mondo di supponenti armati di hashtag, che credono di avere il diritto di parlare di tutto senza conoscere niente.
E poi ha un sense of humor sempre puntuale, mai caciarone, sottile quando è necessario, caotico quanto basta. E in questo libro, di humor ce n'è in abbondanza. Soprattutto perché il film ri-raccontato è così ampolloso e contraddittorio di suo che se non lo presenti con il giusto sorriso, finisce che gli dài o troppa importanza o troppo disprezzo.
Dove osano le aquile è quel tipo di pellicola che appena la incontri durante lo zapping non puoi farne a meno: devi rivederlo di nuovo, confondendo per l'ennesima volta dove accade quello o dove muore quell'altro. Giuro, l'avrò visto trenta volte e ancora non riesco a ricostruirne la trama in ordine... ma perché l'ordine non c'è; e chissenefrega se non c'è, perché è un film amabilmente amabile.
Geoff Dyer ama questo film e lo ama in maniera così totale che le battute folgoranti con cui lo descrive o lo circoscrive sono sempre molto affettuose e mai irriverenti; e se sono irriverenti è perché gli vuole troppo bene.
Peccato che il libro sia così breve, o magari è la sua fortuna, perché maneggiare simili cose troppo a lungo diventerebbe stucchevole.
Certo, dovete conoscere una 'nticchia di trama. Ma, in fondo, alzi la mano chi non ha mai visto Dove osano le aquile.
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16 luglio 2020
04 giugno 2020
Clint Eastwood FEDELE A ME STESSO minimum fax
Un buon compendio, che si legge tutto d'un fiato e che lascia pochissimo spazio al dissimulato egocentrismo degli intervistatori. Viene fuori un ritratto di un grandissimo artista che ha saputo segnare la Storia del Cinema e insegnare come si fa Cinema.
Le interviste raccontano solo l'Eastwood regista, e si fermano fino a J. Edgar. Si dipanano dietro direttrici intuibili e sotto molti aspetti sembrano "pilotate" dolcemente anche da Eastwood, che sa come rispondere e come accompagnare quindi gli intervistatori verso domande interessanti e intelligenti.
Tra gli elementi che arrivano subito al lettore, spicca come venga intesa da Eastwood la praticità: in realtà, è uno strumento per arrivare immediatamente all'autenticità, senza tanti fronzoli; più prove fai, infatti, e più si perderà la spontaneità della recitazione e dell'idea filmica. Eccoli lì che il mantenersi sotto i budget previsti sembra quasi una cifra stilistica; paradossale, insomma, che il punto d'incontro tra i produttori ed Eastwood sia un elemento che sembra una cosa ma che in realtà è ben altro.
Un altro pregio di Eastwood è che non pretende di sapere cosa penserà lo spettatore. E neanche pretende che lo spettatore capisca quello che per lui dev'essere capito; una (doppia) dote rarissima, che solo persone umili ma determinate riescono a mantenere nel giusto equilibrio.
Infine, la serenità: notoriamente Eastwood mette a proprio agio attori e tecnici, creando un ambiente favorevole al buon lavoro, a seguire e arricchire il progetto, a stimolare idee e intuizioni dei professionisti coinvolti. Tant'è che in alcune circostanze, Eastwood per primo ha cambiato idea in corsa, stimolato proprio da quello stesso ambiente così accogliente e proattivo.
Fin qui abbiamo parlato di carattere. Quello che reputo essere il vero talento di Eastwood è saper scegliere il film da girare e come girarlo, seguendo solo i propri gusti, senza compromessi con il voler compiacere ad ogni costo o la ricerca del successo. Il che non significa essere "contro" in maniera gratuita e stucchevole, ma semplicemente attenersi alla propria personalità.
Sono interviste ricche, che in rari casi vedono ribadire alcuni pensieri in contesti diversi: in realtà, è un pregio, perché consente al lettore di mantenere ben saldo nella memoria quel pensiero del regista, per sperimentarlo in ambiti differenti.
Conosco la filmografia e le interpretazioni di Eastwood dagli inizi, quando cioè qui in Italia andava odiato perché "fascista". Ero molto giovane e mi colpiva sia la virulenza di quelle posizioni che il pregiudizio intellettuale che le alimentava. Mai come in questo caso, però, la pochezza della critica militante fece un favore alla persona che insultava, visto che più aggrediva Eastwood e più si gonfiavano le fila dei suoi estimatori. Anzi, invecchiando, Eastwood si è preso una rivincita, visto che anche quei contestatori si sono trasformati in estimatori.
19 febbraio 2018
hanno attaccato tre manifesti sul post del treno di Eastwood chiamandolo col mio nome
SPOILER OVUNQUE, siete avvertiti
Tre manifesti a Ebbing, Missouri dovrebbe essere un film grottesco, o almeno sembra aspirare a tanto. Però: se non lo è, la trama fa acqua da tutte le parti; se lo è, la trama fa acqua da tutte le parti.
Io credo che se hai deciso di girare un film grottesco devi per forza abusare della realtà, dandole però un senso... grottesco, appunto.
Frankenstein Junior, per dire, ha sequenze impossibili ma coerenti e sensate: ogni cosa torna al suo non-posto senza mietere dubbi nel cervello dello spettatore (cervello ab-normal, come si conviene...).
Hollywood Party è inverosimile, ma le scene impossibili del party hanno un inizio, un arco narrativo e una fine; hanno, cioè, una direzione.
In questi Tre manifesti, invece, un poliziotto butta dalla finestra un disgraziato, ma non viene arrestato né processato. La protagonista tira molotov contro un distretto di polizia, ma le indagini si riducono a una chiacchierata condominiale.
Ma soprattutto: il presunto sospetto dello stupro entra ed esce dal negozio della protagonista... senza alcun nesso narrativo.
Più in generale, la sceneggiatura è sfilacciata, si perde in almeno tre finali diversi, non crea alcuna empatia tra protagonista e spettatore, si perde in alcune sequenze prevedibili quanto lente.
Il Post è un bel film già scritto: doveva essere girato come l'ha girato Spielberg, doveva essere interpretato da due monumenti quali la Streep e Hanks.
C'è un elemento nodale che forse è sfuggito ai critici: in questo film non si parla solo della libertà di stampa; si parla anche del coraggio dei politici, di qualunque fazione.
Quando, cioè, un ideale assoluto viene messo in crisi o addirittura minacciato, non importa a quale partito appartieni: devi schierarti in difesa del principio, costi quello che costi.
Ore 15:17 - Attacco al treno è un bel film, non il migliore di Eastwood, ma è asciutto, nitido, pulito e senza autocelebrazioni.
C'è un netto ed evidente contrasto tra la tecnica di ripresa che prepara all'evento drammatico e quelle che lo raccontano con misurata quanto rapida dovizia di particolari. Ed è una bella scelta: nonostante sappiamo come va a finire, ci raggomitoliamo sulla sedia in attesa della vittoria dei buoni.
Colpisce il fatto che i tre protagonisti siano quelli veri, anche per un motivo tutt'altro che banale: a volte, non c'è bisogno delle accademie per interpretare un dramma.
Certo, non vedremo mai più (?) i tre eroi recitare altri ruoli, però c'è un dubbio che mi attanaglia: fosse stata una produzione italiana, lo avremmo elogiato parlando di neo-neo-neorealismo?
Chiamami col tuo nome è, invece, un film brutto e noioso, senza speranza alcuna: dopo un'ora volevo già andar via dalla sala.
Ed è anche un film presuntuoso, perché parte dal presupposto che parlare dei sentimenti in quel modo consenta automaticamente la loro strumentale banalizzazione.
Purtroppo è un film che deve piacere, perché il timore borghese suggerisce che certe tematiche non possano essere criticate.
Come nella Stanza del figlio di Moretti o nella Grande bellezza di Sorrentino, non ci si appassiona, non si entra in empatia con i personaggi: si vivono i momenti drammatici solo riferendoli a noi stessi e alle nostre esperienze. Ebbene, io credo che quando costringi uno spettatore a sopperire alla tua sceneggiatura, vuol dire che sai solo mostrare senza saper raccontare. Hai fallito nel tuo scopo, insomma.
E spero vivamente che abbiano sbagliato la lente del proiettore della sala. Raramente ho visto inquadrature così pervicacemente sbagliate: più volte mi sono sorpreso a spostare la testa in alto sopra lo schermo, alla ricerca di un frammento di spazio altrimenti soffocato.
Tre manifesti a Ebbing, Missouri dovrebbe essere un film grottesco, o almeno sembra aspirare a tanto. Però: se non lo è, la trama fa acqua da tutte le parti; se lo è, la trama fa acqua da tutte le parti.
Io credo che se hai deciso di girare un film grottesco devi per forza abusare della realtà, dandole però un senso... grottesco, appunto.
Frankenstein Junior, per dire, ha sequenze impossibili ma coerenti e sensate: ogni cosa torna al suo non-posto senza mietere dubbi nel cervello dello spettatore (cervello ab-normal, come si conviene...).
Hollywood Party è inverosimile, ma le scene impossibili del party hanno un inizio, un arco narrativo e una fine; hanno, cioè, una direzione.
In questi Tre manifesti, invece, un poliziotto butta dalla finestra un disgraziato, ma non viene arrestato né processato. La protagonista tira molotov contro un distretto di polizia, ma le indagini si riducono a una chiacchierata condominiale.
Ma soprattutto: il presunto sospetto dello stupro entra ed esce dal negozio della protagonista... senza alcun nesso narrativo.
Più in generale, la sceneggiatura è sfilacciata, si perde in almeno tre finali diversi, non crea alcuna empatia tra protagonista e spettatore, si perde in alcune sequenze prevedibili quanto lente.
Il Post è un bel film già scritto: doveva essere girato come l'ha girato Spielberg, doveva essere interpretato da due monumenti quali la Streep e Hanks.
C'è un elemento nodale che forse è sfuggito ai critici: in questo film non si parla solo della libertà di stampa; si parla anche del coraggio dei politici, di qualunque fazione.
Quando, cioè, un ideale assoluto viene messo in crisi o addirittura minacciato, non importa a quale partito appartieni: devi schierarti in difesa del principio, costi quello che costi.
Ore 15:17 - Attacco al treno è un bel film, non il migliore di Eastwood, ma è asciutto, nitido, pulito e senza autocelebrazioni.
C'è un netto ed evidente contrasto tra la tecnica di ripresa che prepara all'evento drammatico e quelle che lo raccontano con misurata quanto rapida dovizia di particolari. Ed è una bella scelta: nonostante sappiamo come va a finire, ci raggomitoliamo sulla sedia in attesa della vittoria dei buoni.
Colpisce il fatto che i tre protagonisti siano quelli veri, anche per un motivo tutt'altro che banale: a volte, non c'è bisogno delle accademie per interpretare un dramma.
Certo, non vedremo mai più (?) i tre eroi recitare altri ruoli, però c'è un dubbio che mi attanaglia: fosse stata una produzione italiana, lo avremmo elogiato parlando di neo-neo-neorealismo?
Chiamami col tuo nome è, invece, un film brutto e noioso, senza speranza alcuna: dopo un'ora volevo già andar via dalla sala.
Ed è anche un film presuntuoso, perché parte dal presupposto che parlare dei sentimenti in quel modo consenta automaticamente la loro strumentale banalizzazione.
Purtroppo è un film che deve piacere, perché il timore borghese suggerisce che certe tematiche non possano essere criticate.
Come nella Stanza del figlio di Moretti o nella Grande bellezza di Sorrentino, non ci si appassiona, non si entra in empatia con i personaggi: si vivono i momenti drammatici solo riferendoli a noi stessi e alle nostre esperienze. Ebbene, io credo che quando costringi uno spettatore a sopperire alla tua sceneggiatura, vuol dire che sai solo mostrare senza saper raccontare. Hai fallito nel tuo scopo, insomma.
E spero vivamente che abbiano sbagliato la lente del proiettore della sala. Raramente ho visto inquadrature così pervicacemente sbagliate: più volte mi sono sorpreso a spostare la testa in alto sopra lo schermo, alla ricerca di un frammento di spazio altrimenti soffocato.
11 gennaio 2015
American Sniper, una recensione obbligatoriamente parigina
Diventa attuale il contesto di questo film. All'improvviso.
Ancor più penetrante se si pensa che Eastwood ha raccontato una realtà senza aggiungere moniti o messaggini di sorta: la storia sta lì, nuda e vera e realmente accaduta, senza che si possa fare nulla per cambiarla, senza che lo spettatore possa aggiungere qualcosa di presuntuosamente proprio.
E il filo rosso che unisce i fatti di Charlie Hebdo e la vita di Chris Kyle è assimilabile in un solo punto: il nostro modello di vita. I morti del settimanale ne rappresenta(va)no l'essenza estrema, perché il nostro modello di vita glielo consentiva; disegnare, fare satira, passare il tempo cioè a cazzeggiare sulle nostre contraddizioni, sulle nostre inutili inutilità.
Chris Kyle, invece, rappresenta l'estremo difensore di questo modello. Il primo baluardo in difesa del nostro diritto di cazzeggiare.
Può piacere o non piacere, ma le cose stanno così.
Onestamente, non conoscevo la vicenda - soprattutto il tristo epilogo: ho potuto, quindi, godermi al meglio l'intera parabola narrativa senza perdermi dietro a preventive analisi tecniche ed estetiche. Certo, il film soffre di "troppa" asciuttezza; si sente, poi, un tentativo di evitare l'agiografia ad ogni costo, soprattutto perché i supermacho reali hanno stancato, relegati ormai - e necessariamente - nelle tutine dei supereroi... però si percepisce nitidamente il crescendum del disagio psicologico del nostro erore, in tutta la disarmante semplicità delle sue possibilità culturali.
Già...
Chris Kyle, cioè, non fa ragionamenti a colpi di Proust, di dotte enunciazioni, di salottiere mistificazioni. Chris Kyle difendeva un modello e difenderà poi le vittime che difendono questo modello. Il suo è un altruismo da soldato, e da soldato dovrà necessariamente morire.
Grande fotografia.
Intrigante la scelta di non incastonare musica nella colonna sonora: l'eccellente epilogo di Morricone dirà tutto (curiosamente non originale: preso, cioè, da uno spaghetti "minore").
Ancor più penetrante se si pensa che Eastwood ha raccontato una realtà senza aggiungere moniti o messaggini di sorta: la storia sta lì, nuda e vera e realmente accaduta, senza che si possa fare nulla per cambiarla, senza che lo spettatore possa aggiungere qualcosa di presuntuosamente proprio.
E il filo rosso che unisce i fatti di Charlie Hebdo e la vita di Chris Kyle è assimilabile in un solo punto: il nostro modello di vita. I morti del settimanale ne rappresenta(va)no l'essenza estrema, perché il nostro modello di vita glielo consentiva; disegnare, fare satira, passare il tempo cioè a cazzeggiare sulle nostre contraddizioni, sulle nostre inutili inutilità.
Chris Kyle, invece, rappresenta l'estremo difensore di questo modello. Il primo baluardo in difesa del nostro diritto di cazzeggiare.
Può piacere o non piacere, ma le cose stanno così.
Onestamente, non conoscevo la vicenda - soprattutto il tristo epilogo: ho potuto, quindi, godermi al meglio l'intera parabola narrativa senza perdermi dietro a preventive analisi tecniche ed estetiche. Certo, il film soffre di "troppa" asciuttezza; si sente, poi, un tentativo di evitare l'agiografia ad ogni costo, soprattutto perché i supermacho reali hanno stancato, relegati ormai - e necessariamente - nelle tutine dei supereroi... però si percepisce nitidamente il crescendum del disagio psicologico del nostro erore, in tutta la disarmante semplicità delle sue possibilità culturali.
Già...
Chris Kyle, cioè, non fa ragionamenti a colpi di Proust, di dotte enunciazioni, di salottiere mistificazioni. Chris Kyle difendeva un modello e difenderà poi le vittime che difendono questo modello. Il suo è un altruismo da soldato, e da soldato dovrà necessariamente morire.
Grande fotografia.
Intrigante la scelta di non incastonare musica nella colonna sonora: l'eccellente epilogo di Morricone dirà tutto (curiosamente non originale: preso, cioè, da uno spaghetti "minore").
01 agosto 2013
#Jazz - Nils Landgren: Sentimental Journey
Quando uno vuole fare il fighetto ad ogni costo, prende certe cantonate da vergogna perenne.
Un bel giorno, l'amico Troiano mi passa alcuni mp3 con musica variopinta ed eterogenea; sempre di qualità, ovviamente (considerati i suoi invidiabili gusti musicali).
Ne clicco a casaccio il primo che mi asconfinfera, e mi parte una I Will Survive da paura. Un po' di funk, un bel po' di ironia, molto jazz, e un'eleganza quasi perfetta. Insomma, una versione decisamente affascinante.
Mia moglie ed io a gareggiare per decidere se fosse la Sarah Vaughan o Nina Simone: "somiglia a questa", "no, È questa", "è vero, è la Simone... però le manca qualcosa"...
Be', più che mancarle qualcosa, ne aveva qualcuno di troppo: a cantare era Nils Landgren, decisamente maschietto.
In questo stesso sobrio Sentimental Journey (categoricamente ACT) troverete: una splendida cover della Fragile di Sting; una perfetta lettura sdrammatizzante del mio standard preferito, Nature Boy; una This Masquerade che potrebbe sembrare arrangiata da Peter Gabriel (ma che per fortuna non ne mantiene il serioso approccio esecutivo); una Everything Must Change notoriamente attribuibile a Nina Simone (aridanghete), qui muovicchiata dentro altri ambiti; c'è anche Clint Eastwood, ma dovrete scoprirlo da soli...
Insomma, è un cd molto divertente, che sa di estivo, di poco pretenzioso, ma che proprio per questo diventa istruttivo durante l'ascolto.
Un bel giorno, l'amico Troiano mi passa alcuni mp3 con musica variopinta ed eterogenea; sempre di qualità, ovviamente (considerati i suoi invidiabili gusti musicali).
Ne clicco a casaccio il primo che mi asconfinfera, e mi parte una I Will Survive da paura. Un po' di funk, un bel po' di ironia, molto jazz, e un'eleganza quasi perfetta. Insomma, una versione decisamente affascinante.
Mia moglie ed io a gareggiare per decidere se fosse la Sarah Vaughan o Nina Simone: "somiglia a questa", "no, È questa", "è vero, è la Simone... però le manca qualcosa"...
Be', più che mancarle qualcosa, ne aveva qualcuno di troppo: a cantare era Nils Landgren, decisamente maschietto.
In questo stesso sobrio Sentimental Journey (categoricamente ACT) troverete: una splendida cover della Fragile di Sting; una perfetta lettura sdrammatizzante del mio standard preferito, Nature Boy; una This Masquerade che potrebbe sembrare arrangiata da Peter Gabriel (ma che per fortuna non ne mantiene il serioso approccio esecutivo); una Everything Must Change notoriamente attribuibile a Nina Simone (aridanghete), qui muovicchiata dentro altri ambiti; c'è anche Clint Eastwood, ma dovrete scoprirlo da soli...
Insomma, è un cd molto divertente, che sa di estivo, di poco pretenzioso, ma che proprio per questo diventa istruttivo durante l'ascolto.
15 maggio 2012
L'invasione è vicina? Ne parlarono in molti
Irritato com'era dal fatto che ogni volta che diceva essere qualcuno tra il pubblico rispondeva non-essere, un attore scespiriano invitò il saputello del momento a continuare lui sul palco per perpetuare quel delizioso monologo - un monumento della pura dialettica, va detto.
Ecco, quand'ho fatto cenno ad alcuni che questi cosi che invadono la principali città italiane sono il prologo dell'invasione, subito mi hanno risposto i-baccelloni!!!!... dico io: ma non avete capito la serietà del fenomeno?
Innanzitutto, a cosa servono questi cosi (per Madre Natura intendo)? A nulla! Orbene, esiste il nulla in Natura? No!
E poi, avete fatto caso a quanta gente vi guarda strano quando siete per strada? Sono aumentati!
Io non dico che ci sia qualcosa di strano. Semmai c'è qualcosa di strano.
Però, se proprio vogliamo fare i saccentoni, di situazioni simili se ne sono viste nel cinema. Qualcuno si è ricordato del Terrore dalla sesta luna del mio Heinlein. Il libro era più ficcante; il film, meno (anche se servirà a Fleming per rubare qualche caratterizzazione per il suo James Bond). Solo che in questa storia gli alieni hanno attitudini comunque emotive; i-baccelloni!!!! proprio non lo erano. Anzi.
Il soggetto originale era un romanzo del 1955 di Jack Finney, che sostanzialmente finisce con la fuga de i-baccelloni!!!!. Ottima scrittura, trama decisamente ficcante.
Il primo film che smanazza la suddetta trama è L'invasione degli ultracorpi. Classe 1956, ha come regista il "lanciatore" dell'Eastwood più tosto, il grande Don Siegel, regista definito "difficile" solo perché coerente fino al midollo (insomma, non avrebbe mai lavorato per Berlusconi, come fanno SavianFazio, per dire). Finale possibilista, forzatamente aggiunto dalla produzione, che nulla toglie però all'allarme urlato dal povero disgraziato di turno (il cui protagonista ritroveremo tra una riga, in un delizioso quanto sanguinolento cameo).
A questo segue Terrore dallo spazio profondo. Classe 1978, è una sorta di film d'autore, perlomeno nella forma (ottime inquadrature; sceneggiatura in linea). Ci sono pezzi da novanta tipo Donald Sutherland (che ritroveremo nella Sesta luna sopra citata; allora è un vizio), Leonard "Spock" Nimoy, Jeff "La mosca" Goldblum, e quella povera disgraziata della Veronica Cartwright che avrebbe dovuto poi essere la Ripley di Alien, ma la Weaver aveva i genitori che coproducevano Scott, e Scott si piegherà al cambio di protagonistessa. In questo Terrore, si vede esattamente quello che sta accadendo a Roma e Milano: questi cosi che fluttuano nell'aria e invadono una metropoli anonima quanto superamericana. Quando gli umani contagiati ("replicati", va detto... replay, ripley, la Cartwright ci era già vicina) diventano amimici e asentimentici repliche di noi, per riconoscere chi non è infetto lo indicano cominciando ad urlare in maniera che ancora oggi fa fare tanta cacchetta al sottoscritto. Finale amarissimo, com'era giusto che fosse in quegli anni di riflusso (esofageo).
Urla che ritorneranno strascopiazzate nel ridicolo reremake del sopravvalutato Abel Ferrara. Classe 1993, Ultracorpi, l'invasione continua mischia i due episodi precedenti, aggiungendo due cosucce niente male ma sviluppate pessimamente: il tutto si svolge in una base militare... cosa strategicamente logica, come lo sarebbe anche invadere una megametropoli, anziché i paesini di Villaggio dei dannati - libro meraviglioso! - proposti due (forse tre) volte, nel 1960 e nel 1995. E poi i bambini sono stronzettini anzichésì. Finale aperto ma paraculo, che lascia il tempo che trova.
Ultimo, e per fortuna!, è l'orribbbole Invasion. Classe 1997, vede il quasipolacco Daniel "Bond" Craig posseduto e poi redento da Nicole Kidman, perché lei capisce tutto, intuisce tutto, e trova la soluzione all'invasione nebulizzando un sottoprodotto del suo silicone zigomale sulla città ormai infetta. Alla fine, vissero tutti felici e contenti, tranne lo spettatore addormentato.
Ma allora non ve ne siete accorti? Guardate l'escalation delle trame: si passa dalla denuncia al volemosebene. Sì, ci sono parentesi come la doppia Cosa dall'altro mondo (quella del 1951 e quella western di Carpenter), e vocazioni ammonitrici simili. Ma mai nessuna aveva detto chiaramente che è possibile invaderci togliendoci l'anima, il sorriso, lo scazzo, i sentimenti, l'odio, l'amore.
E la cosa sta accadendo. E io il 30 verrò visitato dall'otorino che forse è uno di loro e mi farà fuori perché sto parlando troppo.
Mi direte: proprio tu che sei ateo; tu, che curi il Canale Scienze per mamma Rai?
Appunto.
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13 gennaio 2011
hereafter, perché io il cappello me lo tengo
L'argomento non è poi così spinoso: o si crede agli asini che volano, o si crede alle cose concrete; la via di mezzo si chiama religione, che allontana il mondo dei morti con sgradevoli ricatti che iniziano appena siamo nati.
Fatto sta che Eastwood è uomo pratico, pragmatico e anche (molto) laicamente spirituale, e ha buttato dentro a questo film (potenzialmente incline alle ridicolitudini) qualcosa di diverso dall'ovvio, riuscendo a far dimenticare certe ingenuità stilistiche e anche una certa fretta nel non incorrere nella frettolosità (quando vedrete il film, capirete cosa intendo).
Insomma, Hereafter è un film straordinario, leggero e potente, dolce e elegante; privo forse di quella maschia potenza che avevo ammirato nell'ottimo Gran Torino, ma pur sempre film da riporre tra le pieghe della nostra memoria migliore, per conservarne a lungo languori e sensazioni.
Un film in cui Eastwood non gioca con il suo essere vicino a una possibile fine (effettivamente lo è... a 80 anni suonati) come blaterano certi critici frettolosi e menagrami; semmai si diverte a dirci quanto possa essere unica una vita vissuta con coraggio e dedizione, con volontà e coerenza, con sorriso e determinazione.
Hereafter è un film sospeso... che va rigorosamente visto in lingua originale (ci sono i sottotitoli, a volte però su campo bianco - complimenti!), per assaporare meglio le intensità recitative, come anche le differenze tra americani, inglesi, francesi e i loro modi di esprimere sentimenti così comuni ma così individuali.
Un film che evita tutte le scempiaggini del caso, da contemplare in compagnia di pochi fortunati, con il solo rumore del proiettore, e la luce dell'uscita d'emergenza che ci ricorda che alla fine torneremo alla realtà. Purtroppo, forse. Ma sicuramente pieni di qualcosa di nuovo.
14 aprile 2010
GRAN gran torino
Ho visto Gran Torino.
Se dovessi trovare una giusta definizione mi verrebbe da dire "perfetto"; sotto ogni punto di vista, sia tecnico che artistico.
Regia asciutta, con quel non so che personale che però non s'intrufola, non dà fastidio, non è saccente.
Una fotografia esatta.
Una sceneggiatura con tempi precisi, nitidi, essenziali ma esaustivi al tempo stesso, da lezione per nuovi iniziati.
Dialoghi mai sbavosi, sempre puntuali.
Figure tonde, sferiche, che cioè non ti dici "e mo' perché di botto sei così?", perché alla fine il personaggio di Clint non cambia, e comunque non nelle forme radicali che subiamo spesso in film troppo strombazzati.
Il tutto, però, con un sapore di libertà artistica che ricorda il jazz: perché una grande disciplina porta sempre a grandi possibilità di uscire fuori dall'ovvio (una lezione che il cimicioso cinema italico non pratica più da tempo).
E quello che alla fine viene fuori è una storia straordinaria e semplice, propedeutica ma non didascalica, di monito ma che non giudica, di dolore ma non autocompiaciuto.
Purtroppo l'ho potuto vedere adesso e solo in dvd; diciamo che gli ultimi venti mesi sono stati problematici e non l'ho potuto godere in una giusta sala cinematografica... e per fortuna, aggiungo! E già: sull'onda della canzone che Clint canta sui titoli di coda in compagnia di Jaime Cullum, io che non piango da trent'anni mi sono trovato un groppo in gola senza neanche accorgemene, e senza neanche capire bene "cosa" mi avesse mosso così tanto.
Da adesso anche per me Clint Eastwood è una moral guidance; e chissenefrega se è da infantili.
Se dovessi trovare una giusta definizione mi verrebbe da dire "perfetto"; sotto ogni punto di vista, sia tecnico che artistico.
Regia asciutta, con quel non so che personale che però non s'intrufola, non dà fastidio, non è saccente.
Una fotografia esatta.
Una sceneggiatura con tempi precisi, nitidi, essenziali ma esaustivi al tempo stesso, da lezione per nuovi iniziati.
Dialoghi mai sbavosi, sempre puntuali.
Figure tonde, sferiche, che cioè non ti dici "e mo' perché di botto sei così?", perché alla fine il personaggio di Clint non cambia, e comunque non nelle forme radicali che subiamo spesso in film troppo strombazzati.
Il tutto, però, con un sapore di libertà artistica che ricorda il jazz: perché una grande disciplina porta sempre a grandi possibilità di uscire fuori dall'ovvio (una lezione che il cimicioso cinema italico non pratica più da tempo).
E quello che alla fine viene fuori è una storia straordinaria e semplice, propedeutica ma non didascalica, di monito ma che non giudica, di dolore ma non autocompiaciuto.
Purtroppo l'ho potuto vedere adesso e solo in dvd; diciamo che gli ultimi venti mesi sono stati problematici e non l'ho potuto godere in una giusta sala cinematografica... e per fortuna, aggiungo! E già: sull'onda della canzone che Clint canta sui titoli di coda in compagnia di Jaime Cullum, io che non piango da trent'anni mi sono trovato un groppo in gola senza neanche accorgemene, e senza neanche capire bene "cosa" mi avesse mosso così tanto.
Da adesso anche per me Clint Eastwood è una moral guidance; e chissenefrega se è da infantili.
16 marzo 2010
Invictus
Oltre la notte che mi copre, nera
come nero il pozzo da cima a fondo,
per l’anima mia inviolata e altera
ringrazio ogni dio che esista al mondo
Nella selvaggia morsa degli eventi
io non ho disperato o barcollato.
Sotto la sorte e i suoi percuotimenti,
nel sangue, il capo Io non ho chinato
Oltre quest’inferno di pianto e d’ira
non v’è che delle tenebre l’Orrore.
Se pure contro me il tempo cospira
mi trova e troverà senza timore
L’impervia uscita non mi fa impressione,
né la spietata pena che mi sfida,
del mio destino io sono il padrone:
dell’anima mia io sono la guida
Un film che ti alzi in piedi affaticato, provato, con un dolore intrigante che percorre le ossa e la coscienza. Perché questo è il film che riesce a far capire quanto spirito e corpo debbano sempre camminare insieme, tenendosi per mano, magari ogni tanto litigando, per poter affrontare meglio la vita, nei momenti bui, nei momenti felici, ma soprattutto nei momenti del dubbio. E quando sei un nero che per secoli hai subito le ignominie dell’uomo bianco, è difficile ricordarti di essere uomo e saper convivere serenamente con il tuo ex nemico.
Eppure Nelson Mandela è questo. Eppure Clint Eastwood è questo. Eppure Invictus è una straordinaria lezione su moltissime cose, per tutti noi.
Ho trovato infantile questo criticismo all’italiana che ha voluto trovarci pecche stilistiche, o una retorica esagerata o cose simili. In realtà i tromboni dell’appuntino ad ogni costo sono invidiosi degli anglosassoni: per noi italiani la retorica è cosa tronfia pesante, ridicola, asfissiante e dedicata a qualcosa di temporaneo e individualistico; per gli anglosassoni, invece, la retorica è una missione, è un’aspirazione, è un’attitudine, è essere come il capitano della squadra sudafricana e saper guidare i suoi verso l’assoluto, perfettamente consapevole che all’inizio in molti aderiranno per inerzia; ma è proprio in questo modo che i meno convinti si rendono conto che ogni mondo è possibile… praticandolo.
E il rugby è l’allegoria perfetta per tutto questo.
Un film straordinario che ti resta appiccicato addosso come un profumo suadente. Un film nobile che sa raccontare le cose esaltanti in maniera soffusa o le banalità quotidiane con humor quasi serioso.
Dispiace solo uscire dalla sala e rendersi conto che in Italia tre personaggi simili (Eastwood, Freeman/Mandela e Damon/Pienaar) siano impossibili da trovare, per un difetto culturale di fondo che proprio non vogliamo scardinarci. Guardate il film e fatevi questa banalissima domanda terra terra: quando mai in ufficio ho avuto un “capo” capace di rendersi conto dei propri limiti? Quando mai qualcuno si è preoccupato di sapere cosa fossi in realtà? Quando mai un leader italiano ha saputo guidare il paese andando oltre le convenzioni, le ipocrisie, comprendendo le ragioni delle minoranze e quietando l’entusiasmo della maggioranza?
Invictus andrebbe proiettato nelle scuole, per insegnare ai ragazzi che è possibile essere persone per bene, che è possibile coltivare gli ideali, che è possibile costruire qualcosa di concreto anche grazie all’enfasi, allo spirito di squadra, all’onesto rispettare le regole, alla coerenza tra il nostro dire e il nostro fare…
21 febbraio 2007
le lettere di Eastwood
C'è aria di capolavoro: Letters from Iwo Jima è un respiro continuo di sensazioni veramente uniche. Clint Eastwood ha segnato l'ennesimo colpo, tenendo in mano - quasi da solo - le sorti del cinema popolare e profondo nello stesso tempo.
I fatti son noti, ed è inutile aggiungermi alle mille scribbacchiate della rete. Ma se dovessi proprio indicarvi qualcosa di diverso, è nella fotografia che punterei tutte le mie carte.
L'equivoco di fondo è che nel cinema si crede la fotografia come un qualcosa di leggermente diverso dal mero scatto fotografico casalingo. Fuori dal cinema, la gente ne parla solo seguendo questo equivoco.
Il direttore della fotografia, in realtà, è il padrone delle cineprese, della luce, dei dettami del regista. Il cinema è arte collegiale, e mai come nel direttore della fotografia si ripone la speranza della buona riuscita di un film. L'altra grande figura è il montatore.
Dicevo: la fotografia. Seguite le prime inquadrature. Segnatevi su un taccuino quello che vedete. Poi andate a casa e ripassate la lezione. Sarete a buon punto.
La storia, invece, in parte è vera, in arte è forzatamente romanzata. Ma forse per la prima volta, i terribili musi gialli ci vengono restituiti con tutta la loro umanità. Non quella filtrata dalle presuntuose lenti dell'uomo bianco, cristiano e occidentale, ma con quelle proprie della cultura nipponica.
Per carità: è uno spiraglio, una fessuretta piccola piccola. Ma speriamo che in futuro ci si renda conto di quanto sia essenziale un approccio simile.
Ecco: quello di Clint Eastwood è un modo di far crescere la nostra società, ma senza presopopea, senza didascalie e senza politicizzazioni inutili.
Fare un film dalla parte di è cosa ardua, e un giorno magari ci ritornerò (visto che era il nodo della mia tesi). Quello che mi preme dire adesso è che questa volta abbiamo di fronte una pietra angolare.
Basta seguirla.
tag: Cinema, Clint Eastwood, Letters from Iwo Jima
I fatti son noti, ed è inutile aggiungermi alle mille scribbacchiate della rete. Ma se dovessi proprio indicarvi qualcosa di diverso, è nella fotografia che punterei tutte le mie carte.
L'equivoco di fondo è che nel cinema si crede la fotografia come un qualcosa di leggermente diverso dal mero scatto fotografico casalingo. Fuori dal cinema, la gente ne parla solo seguendo questo equivoco.
Il direttore della fotografia, in realtà, è il padrone delle cineprese, della luce, dei dettami del regista. Il cinema è arte collegiale, e mai come nel direttore della fotografia si ripone la speranza della buona riuscita di un film. L'altra grande figura è il montatore.
Dicevo: la fotografia. Seguite le prime inquadrature. Segnatevi su un taccuino quello che vedete. Poi andate a casa e ripassate la lezione. Sarete a buon punto.
La storia, invece, in parte è vera, in arte è forzatamente romanzata. Ma forse per la prima volta, i terribili musi gialli ci vengono restituiti con tutta la loro umanità. Non quella filtrata dalle presuntuose lenti dell'uomo bianco, cristiano e occidentale, ma con quelle proprie della cultura nipponica.
Per carità: è uno spiraglio, una fessuretta piccola piccola. Ma speriamo che in futuro ci si renda conto di quanto sia essenziale un approccio simile.
Ecco: quello di Clint Eastwood è un modo di far crescere la nostra società, ma senza presopopea, senza didascalie e senza politicizzazioni inutili.
Fare un film dalla parte di è cosa ardua, e un giorno magari ci ritornerò (visto che era il nodo della mia tesi). Quello che mi preme dire adesso è che questa volta abbiamo di fronte una pietra angolare.
Basta seguirla.
tag: Cinema, Clint Eastwood, Letters from Iwo Jima
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