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12 marzo 2025

il personaggio vile in SALVATE IL SOLDATO RYAN di Steven Spielberg

Quando guardo una serie o un film, mi chiedo sempre che fine faranno alcuni personaggi secondari, come potrebbe svilupparsi la loro vita, al di fuori della trama. Può capitare, però, che non riesca a esaudire questa curiosità, forse perché il personaggio è troppo abbozzato, o forse perché ho paura della mia immaginazione.

Mi è capitato con Salvate il Soldato Ryan: lo vidi al cinema fresco di uscita (era il 1998), circondato da persone molto anziane; avevano vissuto la guerra, o come spettatrici (perché giovanissime) o come protagoniste (come il compagno di mia madre, che finì prigioniero dei tedeschi subito dopo l’8 settembre). Una condizione emotiva ottimale, direi.

Tra i protagonisti secondari, spicca Timothy Upham (interpretato magistralmente da Jeremy Davies): è lo scribacchino coartato dalle retrovie perché sa parlare tedesco e francese, lingue utilissime per la rischiosa missione di salvataggio.

Si capisce che è totalmente fuori contesto: timido, impacciato, spaventato dalle armi, incapace di relazionarsi con i compagni, fedele alle asettiche regole d’accademia.

Durante la scena che precede l’incontro con Ryan, il plotone si imbatte in una postazione tedesca: riesce ad annientarla, ma al prezzo della vita del medico (interpretato altrettanto magistralmente da Giovanni Ribisi).

Il plotone riesce a catturare l’unico superstite dei tedeschi. Asfissiati dal dolore per il compagno ucciso, i nostri eroi vogliono fucilarlo sul posto, senza tanti problemi. Il timido scribacchino cerca di far rispettare le regole: un prigioniero non va ucciso impunemente. Lo dice il regolamento. Lo suggerisce la morale. Lo impone l’etica.

Dopo un parapiglia tra commilitoni, perfettamente disegnato da Spielberg, l’uomo viene lasciato libero, a patto d’onore che si consegni agli americani delle retrovie (cosa che non farà, come immaginabile e come vedremo nell’epilogo).

Dopodiché, passate alcune scene, arriviamo alla battaglia finale, tra le più cinematograficamente intense che abbia mai visto in vita mia, addirittura migliore di quella dello Sbarco in Normandia che ha aperto egregiamente il film.

Potrei riassumere brutalmente che muoiono quasi tutti i buoni. Uno di loro, guarda caso, viene ucciso proprio da quel tedesco - e nella maniera più feroce e raccapricciante (con un coltello): il nostro scribacchino potrebbe salvarlo, ma non riesce neanche a salire una rampa di scale, restando letteralmente pietrificato dalla paura.

Dopodiché, arrivano i nostri: i nemici battono in ritirata, alla rinfusa e senza meta. Lo scribacchino ne ferma un manipolo e uccide arbitrariamente solo quel tedesco, con rabbia e arbitrio, proprio come non voleva venisse fatto dai suoi commilitoni.

Due domande: contro chi ha veramente sparato per il suo subconscio? Di conseguenza: che uomo diventerà questo scribacchino?

Sono anni che mi pongo questa domanda e sono anni che mi rispondo sempre allo stesso modo: non diventerà una bella persona, ma ancora ho paura di definirla bene

06 giugno 2024

UN SOGNO PER VIVERE di Steven Spielberg (Wudz)

Mancava un libro del genere, soprattutto perché qui in Italia ci sono state troppe pubblicazioni critiche e nessuna, invece, dalla bocca/penna del diretto interessato. 
Steven Spielberg, insomma, è quel tipo di regista che va fatto parlare, va ascoltato, va stimolato, perché sarà sempre interessante, rigoroso, anche spiritoso, e sempre rispettoso nei confronti dell'intervistatore e del pubblico.
Un libro di interviste nodali, tranne due capitoli che potete tranquillamente saltare, che accarezzano l'intera carriera del nostro genio, dove ogni esperto sa comporre domande azzeccate e documentate.
Un piccolo gioiello che inaugura una nuova casa editrice, Wudz, che ha ancora bisogno di rodare il suo rapporto col pubblico. 
L'unico appunto è sulla traduzione: sembra senza personalità e con dei passaggi che ne arrotolano la lettura; visto che gli intervistatori sono sempre diversi, una tale omogeneità di stile non può che essere responsabilità della curatela italiana.

02 dicembre 2020

LA REGINA DEGLI SCACCHI

Vista dalla prospettiva di un maschio, La regina degli scacchi è una miniserie molto elegante, divertente, con humor dissimulato e un certo nonsoché di impalpabile che la rende addirittura seducente.
Ho volutamente premesso con "dalla prospettiva di un maschio" perché nel commentario femminile che ho finora incrociato è stato un coro unanime di approvazione per il femminismo che la miniserie emana. 
Ecco, se per femminismo intendiamo rivendicazioni, denuncia, narrazione del gap di genere, dimostrazione della pochezza maschile, è vero: è un film veramente femminista. Prepotentemente femminista. 
Il suo gran pregio è di essere un femminismo liquido e nel contempo netto, senza compromessi, senza fronzoli, senza nevrosi, senza grida, senza ditini moralisticheggianti, senza sentenze etiche, senza machismi forzati. 
Ed è anche femminile. Ed in questo suo essere femminile si dimostra una storia ancor più forte e potente, di quelle cui in futuro si riconosceranno meriti sicuramente più profondi di quanto non si stia facendo in questi giorni.
Anya Taylor-Joy è di una bravura eccellente: lavora sempre per sottrazione, non ammicca, non esagera, non cerca il gesto totale. Recita il suo ruolo: recitandolo, gli rende merito. Grande, grandissimo pregio.
Tutti i personaggi comprimari sono sempre alla pari: non lavorano, cioè, per dare spazio alla protagonista, ma fanno parte della sua vita. Due lacrime di commozione in più per il primissimo mentore e per la madre adottiva.
Musiche originali forse troppo inclini a Eric Satie (peraltro citato un paio di volte) e al Michael Nyman del "periodo Greenaway"; quelle degli anni '60, invece, a volte di nicchia, ma comunque azzeccate.
Il montaggio di Michelle Tesoro è ben congegnato, e sempre attento ai tempi delle recitazioni e a quelli delle pause.
La fotografia di Steven Meizler mi è sembrata pastosa, a volte troppo. Prendete, ad esempio, quella di The Crown: guardate come vengono curati dettagli e insieme allo stesso tempo. Qui, invece, c'è troppa mappetta cromatica. In più, non si distinguono i momenti reali e quelli onirici; il che confonde, togliendo un po' di leggerezza ai momenti interiori raffigurati anche dagli scacchi sul soffitto. È la prima prova di rilievo di un antico primo operatore di numerosi film di Spielberg. Insomma: bravo, "ma".
La sceneggiatura di Scott Frank è addirittura propedeutica per chi volesse praticare la sua professione: riesce ad appassionare anche se non si conoscono bene gli scacchi. Restituisce, cioè, la percezione della battaglia in corso, delle difficoltà tecniche, della competizione. L'unica sbavatura è nella sesta puntata, dove ad un certo punto sembra fermarsi per poi riprendersi solo alla fine: in effetti, erano previste sei puntate iniziali; e lo script ne ha risentito.
Un saluto anche all'autore del romanzo di riferimento: quel Walter Tevis che regalò perle come L'uomo che cadde sulla Terra e Lo spaccone (con tanto di sequel). Tutti tradotti con successo anche per il cinema.
Mi raccomando, guardatelo in originale.

20 marzo 2020

Pat Metheny presenta FROM THIS PLACE

From This Place è un piccolo capolavoro, uno di quei dischi che funzioneranno anche a distanza di anni. Non c'è una sbavatura o un tentennamento. È vero che suona come "un disco di Pat Metheny", ma è anche vero che c'è molta roba viva, interessante, che va al di là dell'ovvio.
Musica Jazz parla di conceptal contrario di certi concept, però, questo gioiello non è impastato, non sente il peso di un fil rouge più o meno dissimulato. Più che altro, è concept per come è stato composto: in maniera lineare, in un alto momento di ispirata illuminazione.
Sempre nell'intervista a Musica Jazz, Metheny sottolinea come le parti con gli archi siano state arrangiate successivamente a una prima registrazione per solo quartetto; il bello è che non si sente. Non si sente, cioè, quell'aggiuntinismo cui spesso indugiano le opere che contengono degli archi in postproduzione. 
Ogni nota, ogni strumento, sono perfettamente incastonati dentro una sfera, ma anche distinti e distanti tra loro, con eguale dignità ed identica forza narrativa.
Il primo brano, American Undefined, funge quasi da ponte con la precedente produzione più illuminata. Sotto molti aspetti armonici ricorda certe cose di American Garage, ma con il conforto di non so quanti lustri di esperienza in più sulle spalle; esperienza che ha fatto più che bene.
Segue Wide and Far, dove la leggerissima penna di Metheny si mette al servizio del pianismo di Gwilym Simcock e di Antonio Sanchez, che accarezza l'ascoltatore con un multiritmico drumming di rara leggerezza. Nota a parte per il basso di Linda May Han Oh: in men che non si dica, l'ascoltatore finisce il repertorio dei complimenti. 
Arriviamo a You Are, che resta forse la perla pregiata di quest'opera: un canone aperto da un piano, cui rispondono gli altri strumenti con dolcezza e dolore e imponenza e silenzi e pieni e suoni. Veramente, non c'è scampo alla bellezza di questo brano. 
Same River arriva come un ruscello di acqua fresca che ci disseta dopo il disarmante ascolto precedente. Qui il lavoro dell'orchestra è fondamentale: molto americano, con un arrangiamento vicino a certe aperture del Metheny di Sacred Story. Qui Simcock insegue Scott Cossu con un certo gusto per l'essenzialità. 
Pathmaker sembra un gioco quasi spagnoleggiante di Chick Corea. Piano e chitarra introducono amabilmente un tema in crescendum, per poi delegare all'orchestra e a Sanchez il ruolo di tappeto sonoro sul quale Metheny cerca ostinatamente il cristallo perfetto. Dopodiché torna Simcock che non lascia proprio spazio alla banalità. Una delizia. 
The Past In Us sembra porsi molte domande, come se le note così dolci e dolenti volessero chiedere qualcosa all'ascoltatore. Vero è che forse è la meno riuscita tra tutte le composizioni, ma forse perché io non amo molto l'armonica, e quella di Gregoire Maret fa il suo dovere ma nulla più. 
Everything Explained è chiaramente più che un omaggio a un certo flamenco contaminato. Nonostante la struttura molto intuitiva, è un brano splendido: Metheny regala momenti a metà tra il rigore stilistico e la follia tecnica. 
Altra perla indimenticabile è il brano che dà il titolo all'album: From Ths Place. Ad un ascolto ripetuto, mi ha ricordato il main title di Band Of Brothers, la serie di Spielberg in sei parti sulla Compagnia E. Ma è solo una mia impressione. Certo è che la voce di Meshell Ndegeocello è avvolgente, sofisticata, strabiliante. Un brano da conservare nel cuore. 
Segue quindi Sixty-Six, che sembra partire male con quel ritmo rubato a Last Train Home. In realtà è un trampolino per regalare momenti quasi perfetti. Il contrabbasso di Linda May Han Oh si conferma tra i più interessanti del panorama musicale di questi anni. E si sente, perché sia Metheny che Sanchez si muovono con fiducia e agilità, senza pensarci due volte. 
Finiamo con Love May Take Awhile, che ci porta via, insieme a Hemingway, McCarthy, Roth, nell'assoluta e timorosa reverenza per il tornado che sovrasta la copertina.


19 febbraio 2018

hanno attaccato tre manifesti sul post del treno di Eastwood chiamandolo col mio nome

SPOILER OVUNQUE, siete avvertiti

Tre manifesti a Ebbing, Missouri dovrebbe essere un film grottesco, o almeno sembra aspirare a tanto. Però: se non lo è, la trama fa acqua da tutte le parti; se lo è, la trama fa acqua da tutte le parti.
Io credo che se hai deciso di girare un film grottesco devi per forza abusare della realtà, dandole però un senso... grottesco, appunto.
Frankenstein Junior, per dire, ha sequenze impossibili ma coerenti e sensate: ogni cosa torna al suo non-posto senza mietere dubbi nel cervello dello spettatore (cervello ab-normal, come si conviene...).
Hollywood Party è inverosimile, ma le scene impossibili del party hanno un inizio, un arco narrativo e una fine; hanno, cioè, una direzione.
In questi Tre manifesti, invece, un poliziotto butta dalla finestra un disgraziato, ma non viene arrestato né processato. La protagonista tira molotov contro un distretto di polizia, ma le indagini si riducono a una chiacchierata condominiale.
Ma soprattutto: il presunto sospetto dello stupro entra ed esce dal negozio della protagonista... senza alcun nesso narrativo.
Più in generale, la sceneggiatura è sfilacciata, si perde in almeno tre finali diversi, non crea alcuna empatia tra protagonista e spettatore, si perde in alcune sequenze prevedibili quanto lente.

Il Post è un bel film già scritto: doveva essere girato come l'ha girato Spielberg, doveva essere interpretato da due monumenti quali la Streep e Hanks. 
C'è un elemento nodale che forse è sfuggito ai critici: in questo film non si parla solo della libertà di stampa; si parla anche del coraggio dei politici, di qualunque fazione. 
Quando, cioè, un ideale assoluto viene messo in crisi o addirittura minacciato, non importa a quale partito appartieni: devi schierarti in difesa del principio, costi quello che costi.

Ore 15:17 - Attacco al treno è un bel film, non il migliore di Eastwood, ma è asciutto, nitido, pulito e senza autocelebrazioni. 

C'è un netto ed evidente contrasto tra la tecnica di ripresa che prepara all'evento drammatico e quelle che lo raccontano con misurata quanto rapida dovizia di particolari. Ed è una bella scelta: nonostante sappiamo come va a finire, ci raggomitoliamo sulla sedia in attesa della vittoria dei buoni.
Colpisce il fatto che i tre protagonisti siano quelli veri, anche per un motivo tutt'altro che banale: a volte, non c'è bisogno delle accademie per interpretare un dramma.
Certo, non vedremo mai più (?) i tre eroi recitare altri ruoli, però c'è un dubbio che mi attanaglia: fosse stata una produzione italiana, lo avremmo elogiato parlando di neo-neo-neorealismo? 

Chiamami col tuo nome è, invece, un film brutto e noioso, senza speranza alcuna: dopo un'ora volevo già andar via dalla sala.

Ed è anche un film presuntuoso, perché parte dal presupposto che parlare dei sentimenti in quel modo consenta automaticamente la loro strumentale banalizzazione.
Purtroppo è un film che deve piacere, perché il timore borghese suggerisce che certe tematiche non possano essere criticate. 
Come nella Stanza del figlio di Moretti o nella Grande bellezza di Sorrentino, non ci si appassiona, non si entra in empatia con i personaggi: si vivono i momenti drammatici solo riferendoli a noi stessi e alle nostre esperienze. Ebbene, io credo che quando costringi uno spettatore a sopperire alla tua sceneggiatura, vuol dire che sai solo mostrare senza saper raccontare. Hai fallito nel tuo scopo, insomma.
E spero vivamente che abbiano sbagliato la lente del proiettore della sala. Raramente ho visto inquadrature così pervicacemente sbagliate: più volte mi sono sorpreso a spostare la testa in alto sopra lo schermo, alla ricerca di un frammento di spazio altrimenti soffocato.

05 maggio 2014

rivedere "La guerra dei mondi" di Spielberg

Un film quasi perfetto, con un cast eccellente e un ritmo decisamente avvolgente. Con un'unica pecca: l'assedio nello scantinato presidiato da un misurato Tim Robbins. Lì Spielberg tira il freno a mano e sembra avere notevoli difficoltà a riprendere la giusta via. In generale, comunque, non fa rimpiangere la versione originale (omaggiata con un breve cameo dei due protagonisti di allora, qui nelle vesti dei suoceri di Tom Cruise).
In realtà, parlo di questo film per un altro motivo: qualora vogliate avventurarvi nel mondo del cinema, vedete e rivedete più e più volte i primi 25'; per intenderci, fino alla scena del barcone (non aggiungo altro per evitarvi spoiler). 
Segnatevi tutto, ma proprio tutto. Inseguite i movimenti della macchina da presa, le scelte musicali, gli stacchi e le inquadrature. Prestate il vostro orecchio ai dialoghi, ai loro tempi. Entrate dentro gli effetti visivi, sempre misurati e mai eccessivi. Guardate i movimenti delle comparse. "Osservate" attentamente l'uso intrigante della musica.
Insomma, La guerra dei mondi di Spielberg ha un inizio che è un compendio di come si possa fare dell'ottimo cinema, senza strafare e senza abusare dei propri mezzi. Ma soprattutto è una lezione immediata, che non ha bisogno di un critico borioso che si esibisca in termini oscuri. Oltretutto, è divertente e leggero: perché solo Spielberg riesce a rendere divertente e leggera la fine del mondo; quasi quasi ne vale la pena.

08 febbraio 2013

Lincoln e il coraggio di Spielberg

È sempre piacevole vedere una persona decisamente matura capace ancora di mettersi in discussione, rivoluazionando addirittura il suo inconfondibile stile. E con questo intenso Lincoln, il nostro Steven Spielberg è riuscito addirittura ad andare oltre, regalandoci un'ottima prova di teatro cinematografico, senza sbomballarci con la staticità del primo, senza sparare gli effettismi necessari del secondo.
Una regia in punta di fioretto, insomma, confortata ed aiutata da un sublime Daniel Day-Lewis, che ancora una volta sacrifica se stesso pensando solo al personaggio.
L'unico difetto palpabile, traditore e irritante, è il pessimo doppiaggio italiano, nevrotico e privo di sfumature, che penalizza - e di molto - l'insieme dell'opera.
Ad essere petulanti, non mi sono piaciuti certi bruschismi del montaggio; mentre, invece, la direzione della fotografia è stata addirittura raffinata. John Williams, poi, parla quel poco - e quel giusto - che deve fare, affidandosi spesso al solo flicorno, con note a metà tra il Dixie e il più noto Star-Spangled Banner.
Scene da incorniciare: quella estetica, quando Lincoln apre la finestra dello studio per godersi la vittoria annunciata dalle campane fuori campo; entra il figlio, e insieme svaniscono dietro la tenda in un gioco retorico e tenero di luci e amore paterno (chissà se c'entra qualcosa la nota foto di Kennedy con figlia).
L'altra scena, tipicamente teatrale, vede Lincoln ragionare su squisiti principi di diritto, perché sa che il suo emendamento potrebbe essere surrogato da una più incisiva imposizione presidenziale, che però negherebbe quella visione della purezza democratica che fa parte dell'humus dei futuri Stati Uniti. 
Bello e importante come momento, anche perché i critici si sono soffermati sui mezzucci usati da Lincoln per coercizzare i deputati meno solidi, anziché ragionare su questo nodo più edificante: la democrazia si difende con la democrazia; anche la legge più nobile deve passare il vaglio del voto parlamentare. Altrimenti è una negazione in essere.
Già...

14 gennaio 2011

the pacific

Sull'onda delle emozioni che provai vedendo Band of Brothers, mi son fatto regalare la serie sorella The Pacific: se il primo, infatti, raccontava le gesta europee della mitica Compagnia E, The Pacific racconta le gesta della Prima Divisione dei Marines durante la Guerra del Pacifico, tema spinoso e mai ben raccontato, cui forse questa serie restituirà quel minimo di riconoscimento che merita (ad entrambe le parti, va detto). 
Finora l'unico regista che era riuscito più che dignitosamente a sfiorare quei momenti dolorosi era stato Clint Eastwood.
Fatto sta che mentre Brothers si dipana agevolmente, approfittando forse del fatto che gli eventi europei sono stati già masticati, e le gesta della Compagnia E abbastanza omogenee (secondo le antiche categorie aristoteliche), The Pacific è abbastanza frastagliato, e poco lineare. In un certo senso è anche colpa del Generale McArthur che coordinò la guerra contro i giapponesi con scelte a volte assurde, a volte originali, ma sicuramente sanguionose.
Il pathos e la commozione aleggiano continuamente, ma le sceneggiature ogni tanto singhiozzano, come se volessero dire tanto in così poco tempo. Una cosa è certa: le scene di sesso stridono nel loro essere sin troppo concessive ai gusti del grande pubblico: non voglio solo pistolettate, per carità; ma un quadro sentimentale non può essere sempre risolto solo da una scopata accennata. E qui forse sta l'unico difetto di fondo: ogni tanto gli sceneggiatori si affidano a schemi semplici per rimettere i sentimenti in una carreggiata digeribile.
Sicuramente è una grande produzione (Spielberg ed Hanks in testa), con dei titoli di testa straordinari e una fotografia a dir poco sublime. Musica di mestiere e recitazione addirittura eccellente (anche se le gesta di Basilone sono state addirittura ridimensionate, per evitare troppe truclenze, immagino).
L'edizione italiana pecca di un doppiaggio irritante, con la possibilità di vederla in lingua originale penalizzata da sottotitoli tradotti con i piedi (e a volte autocensurati).


22 febbraio 2010

amabili resti (per appunti e divagazioni)

Questo film si apre con uno dei brani più interessanti di tutta la discografia di Brian Eno: 1/1 dal sottovalutato Ambient 1: Music for Airports (gli appassionati riconosceranno tra i brani non originali anche la quasi frippiana Third Uncle da Taking Tiger Mountain By Strategy). E di questa atmosfera conserva moltissimi aspetti.
Forse non è un film eccellente, ma eccelle in molte cose, specie se teniamo conto che per mandare in frantumi il regno di Lucas e Spielberg, finora Peter Jackson aveva badato solo agli effetti e poco alla storia (in fondo il Signore degli anelli va avanti da solo).

A dispetto di quanto scrive David Denby sul New Yorker (qui in lingua e qui tradotto dai ragazzi di Internazionale) sia il libro che il film non sono un lavoro da "artigiani capaci e opportunisti". Come purtroppo si sa - si dovrebbe sapere (perlomeno tra giornalisti) - la Sebold fu veramente violentata, e Jackson è stato già ampiamente rivestito d'oro per mettersi poi lì a giochicchiare con un argomento così devastante come la pedofilia.


Ad un certo punto i tempi diventano il lato debole dell'intera operazione. Da metà film in poi è come se mancasse un'idea d'insieme: l'intera macchina narrativa tentenna, quasi sbanda, per poi riprendere percorsi diversi a volte incoerenti. Credo forse che la paura di descrivere male il male assoluto, il terrore di scendere nel banale in questa rappresentazione di limbo per anime incomplete, il rischio di diventare noioso o moralistico, abbiano costretto Jackson a continui ripensamenti di sceneggiatura. E il ritmo ne risente. Tanto che è in agguato un quasi triplo finale.


Facendo finta di non aver visto l'inutile pre-epilogo in stile Ghost tra la bimba defunta e il quasi ex fidanzato, va detto che non è una storia di fantasmi. O meglio: non come li intendiamo noi. I loro differenti mondi si sfiorano ma non si toccano, si intuiscono ma non si vedono, si cercano ma non si trovano. E in fondo è più un problema per la defunta che per i vivi, non solo per l'iniziale angoscia della sofferta consapevolezza di essere morta (resa perfettamente sia dall'attrice che dalla regia), ma perché non può far sapere chi sia l'autore dell'omicidio.


Più in generale, Jackson mette la tecnologia al puro servizio della storia, regalandoci momenti veramente incredibili, come quando il padre distrugge le navi in bottiglia e contemporaneamente lei le vede frantumarsi in quei fantomatici scogli, oppure quando l'ambiente reagisce visivamente all'intimità dei suoi stati d'animo più profondi.Certo l'alberello parabiblico disturbicchia (come anche il campo di grano in stile Ade da Gladiatore), ma l'insieme del mondo "altro" ha spessore, oltre che visiva maraviglia. Fa soffrire e sorridere, sperare e anche meditare... e un po' anche diverte, diciamolo.


E nel reale? Anche qui Jackson lavora abbastanza bene: non esagera con le situazioni standard che devono farti affezionare al personaggio e/o alla sua famiglia e/o alla vita da sogno che solo i fanciulli possono vivere. È tutto abbastanza equilibrato, per nulla borghese o leccato o da famiija de' poracci: sembra credibile e vero, proprio perché normale; e normale purtroppo è l'assedio del Male. La sequenza della violenza subita è una perla di rara eleganza e di misuratissima angoscia.


Senza scomodare Viale del tramonto e American beauty (per citarne due) da cui Jackson e la Sebold hanno preso l'idea di una trama che parte dalla fine, dove cioè sappiamo già chi morirà e seguiamo a ritroso gli eventi che hanno portato alla sua fine, di citazioni raffinate (su cui si indugia quel tanto che basta) ce ne sono, eccome: prima di concepire l'ultimo figlio, la sempre brava Rachel Weisz legge L'Exil et le royaume di Albert Camus, attuale e preziosa raccolta di racconti (tradotta in pellicola due anni fa).

La protagonista viene soprannominata Suzie Q, come l'omonima canzone resa famosa dai Creedence Clearwater Revival (e danzicchiata da un paio di ragazzine francesi dall'elicottero di Apocalypse now!).
E poi c'è l' immancabile Der Wanderer über dem Nebelmeer di Caspar David Friedrich (qui a destra) che campeggia su una parete della casa.
E come non dimenticare lo scespiriano Othello nell'allusa interpretazione cinematografica di Laurence Olivier...
Non credo che siano citazionismi saccenti o di converso buttati là; semplicemente fanno parte della storia, e magari artificiosamente dimostrano come Jackson abbia più ciccia in testa di quanto i suoi precedenti lavori non lasciassero intravedere.

Due cose sono certe: la prima, è un film da vedere; la seconda, tale è la rabbia che vi crescerà dentro contro la pedofilia, che all'uscita della sala vi verranno in mente cose terribili pur di punire questi bastardi.

E il bello è che il film non fa mai vedere nulla, quasi neanche intuire. La gaiezza di certe sequenze, l'innocenza di certi dialoghi, la totale assenza di simbolismi sessuali più o meno dissimulati, hanno - però e appunto - l'esatto effetto opposto: creano indignazione, rabbia e sofferenza per uno dei mali più ributtanti che un uomo possa mai concepire.