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04 settembre 2024

DUNKERQUE di Franco Cardini e Sergio Valzania (Mondadori)

C'è più del resoconto storico dentro questo accurato libro su uno dei drammi più avvincenti della Seconda Guerra Mondiale: ci sono ipotesi aggiornate, ricostruzioni inedite, una certa attenzione per la "ragione" degli eventi (i buoni e i cattivi ci sono, ma nel loro ruolo esatto, non di parte), una capacità di analizzare il contesto e le sue conseguenze, andando ben oltre le ideologie o le faziosità di comodo.
È anche un viaggio dentro la mente dei protagonisti, con una voglia estrema di chiudere tutti i punti in sospeso, ma con l'implicita consapevolezza che qualche spiffero resterà comunque aperto. 
Ci sono stati momenti in cui se i francesi avessero osato, avessero creduto nella loro forza, fossero stati comandati da militari capaci, avrebbero potuto respingere il nemico. 
Così come ci sono stati momenti in cui i tedeschi, anziché fermarsi per qualche giorno (tra timori tattici e invidie tra ufficiali) per poi riprendere l'assedio, avrebbero potuto annientare immediatamente gli esuli di quelle spiagge, seppellendo sul nascere il mantra churchelliano della riscossa e della rivincita, che pochi anni dopo lo porterà a conquistare la Normandia.
I capitoli finali affrontano temi ancora irrisolti sulle reali intenzioni di Hitler, sul suo essere forse consapevole che da dopo l'invasione della Polonia, ogni singolo passo successivo avrebbe sicuramente portato la Germania verso la distruzione.
La Seconda Guerra Mondiale era evitabile? La Germania partiva già sconfitta? Mussolini avrebbe potuto gestire meglio il suo iniziale ruolo di mediatore?
Domande curiose, forse oziose, ma che nulla tolgono agli eroi (anche civili) che con mille barchette e velieri salvarono migliaia di uomini da morte certa.

18 giugno 2021

OXYGÈNE, il film

Una giovane donna si ritrova dentro una cella criogenica. Non ricorda chi è, né tantomeno perché e come sia finita là dentro; sa solo che l'ossigeno sta per esaurirsi. L'unico che la può aiutare è M.I.L.O., un'intelligenza artificiale di supporto. Una donna, una voce metallica, un mistero che si dipana coerentemente lungo tutta la trama del film.

Per essere girato da un geniaccio degli splatter di ultima generazione, è un film adulto e pulito, con una sceneggiatura di ferro ben strutturata, che fino alla fine regge il confronto con tutte le domande che lo spettatore più smaliziato si fa durante la visione. 
Non c'è espediente fantascientifico che non trovi una sua chiusura: ogni possibile variazione sul tema o incidente di percorso sono credibili e plausibili.
Pur restando sempre e solo l'unica protagonista inquadrata (a parte qualche rapido flashback, ovviamente), Mélanie Laurent sostiene egregiamente il suo ruolo senza mai strafare, senza gigionismi e senza nevrosi; come se tutto stia realmente accadendo e come se veramente fosse rinchiusa dentro uno spazio così angusto e claustrofobico.
Musica e montaggio reggono benissimo la lenta ascesa verso la verità, mantenendosi ben distanti da soluzioni di comodo o ripetizioni dissimulate. 
Ad essere pignoli, è leggermente lungo: parte come un episodio del primissimo Ai confini della realtà, sfiora leggermente - e temporaneamente - il virtuosismo fine a se stesso, ma poi prende il giusto binario del film cinematografico; ecco, questo leggero traballare iniziale si sconta a metà del film, quando ad un certo punto tutte le spiegazioni cominciano a dipanarsi.
Insomma, più che qualche taglio studiato, avrei cercato di rivedere l'inizio oppure di rivedere le pagine che portano al quasi-spiegone.
Un film da 7, che va visto rigorosamente in lingua originale (è francese, pazienza 😀).
Ah, dimenticavo: attenzione alla cicatrice... e non dico altro.

17 agosto 2013

Loira, ultima tappa

Ultima pedalata, breve ma decisa, verso la fine di questo tour e l'inizio dei ricordi.
Le immagini si ammucchiano dentro la Memoria con la stessa serena rapidità con cui le hai intraviste durante il pedalare, e già non ricordi più se quel cameriere ti aveva servito a Orléans o a Amboise, se quel Castello stava dietro quel lago o accanto quell'albero antico.
Arrivando inesorabilmente dentro Saumur, mi è venuta già voglia di sventrare la macchina fotografica e carpirle le intime sensazioni provate mentre scattavo ogni singola foto.
Come diceva Brian Eno, "le fotografie sono vacanze predigerite", e io non vedo l'ora di ricordare quei due capoccioni di Alberto e Silvia che per tutto il viaggio hanno sempre indicato percorsi diversi, sbagliandoli vicendevolmente con rara scienza certosina; oppure Sara, che ha la somma pazienza di sopportare l'esuberanza genuina del suo piccolo grande uomo; oppure Alberto, sempre generoso ed entusiasta, che senza Sara sarebbe perduto ben più di quanto non sembri.
Oppure Silvia, la mia unica ragione di vita che ha trovato in questo modo di viaggiare una delle formule migliori per stanare la mia inquietudine e morderla sul collo come merita.

15 agosto 2013

Loira, 5 tappa: Tours>Chinon

Ci sono giorni nelle vacanze in cui magari fai poco il turista culturale e invece molto quello mentale: oggi è stato così.
Vuoi perché - a parte un tour dentro Tours (erano 47 anni che volevo scriverlo) - abbiamo vissuto momenti tutti importanti, tutti divertenti e tutti senza bisogno di una guida tra le scatole.
Prima, un lungo giro intorno a Tours perché non trovavamo la strada; poi, un viaggio radente al limitare di un campo rom; poi, un pic-nic circondati da volti civili e amici; poi, una birra in compagnia di un cagnetto al balcone; poi, una variante verso il Castello della Bella Addormentata, ma che non era quello, ma il successivo; poi, una splendida vista del fiume Cher con tanti pesci gatto e un tandem di neozelandesi che stratrainavano due figlietti paraculi che facevano finta di pedalare; poi, di nuovo alla ricerca della strada giusta, girando in tondo come pecorelle smarrite; poi, la vista romantica del Castello della Bella Addormentata; poi, una salita sdrumamenischi; infine, la vista della Fortezza di Chinon, che si sviluppa fino all'orizzonte.
Certo, siamo partiti tardi perché Alberto  voleva andare a messa; e noi ad aspettarlo fuori, prendendo il caffè in compagnia di Gandalf e di Nina Simone
... ma, come si sa, questa è la terra dell'antico adagio "pedalare con amici val bene una messa"... o forse era un po' diverso. Chissà...

14 agosto 2013

Loira, 4 tappa: Amboise>Tours

Tappa comicoerotica, iniziata a casa di Leonardo Da Vinci, nel Castello di Clos-Lucé.
Ora, perché i francesi mettano l'aglio ovunque, è un mistero; perché mettano i trattini nei nomi delle loro città, è quasi irritante; ma perché si approprino di geni nostri, fa doppiamente incazzare. Fatto sta che il tutto è molto bello, e merita una visita.
Il Castello di Amboise l'abbiamo saltato perché ci sta venendo la castellite acuta; ma ci dicono che in fondo è bello soprattutto fuori.
Dopodiché, abbiamo percorso la lunga e variegata strada fino al Castello di Chenonceau.
Ad un bel punto, durante una tosta salitona, Alberto ha provato a gareggiare con un tipo belgioso che però si è rivelato più tosto. Ma subito dopo ha forato... se sia stata una vendetta del nostro gigantone, non lo so; certo è che prima l'abbiamo snobbato; poi l'abbiamo soccorso, contribuendo in maniera determinante alla totale foratura della sua già provata bicicletta... il mistero s'infittisce se pensiamo che la sua bici aveva un passeggino vuoto. Che fine abbia fatto il bimbo, resterà un mistero.
Il Castello di Chenonceau è molto bello e suggestivo (si appoggia sul fiume Cher, parente della cantante), ma i visitatori sono tra i più stupidi del pianeta: s'imbambolano di fronte al nulla, bloccando pervicacemente il passaggio a chi ha fame di cose belle.
Fatto sta che il fiume è navigabile, e ho intravisto maschi villosi remare stremantemente lungo le rive del fiume per ricavare, immagino, la trombata serale di rito. Bah...
Dopodiché ricca pedalata lungo una sterrata spaccaculo che non finiva più. Il tempo di elencare smadonnamenti da dispersi disperati, che, all'altezza di un paese anonimo dal nome invogliante (la Città delle Dame), un'improbabile esseroncina si staglia al nostro orizzonte per darci un'indicazione sensata dopo tanto inutile e sculevole pedalare.
Sembrava la figlia del pupazzo di JigSaw, con un alito ai limiti delle leggi di chimica, e tre denti che portavano segni evidenti di mozzicamenti autoinferti.
In più, ha fatto la gaia voluttuosa con Alberto, e a me ha invece toccato il pancino. Brrrrrr...
Insomma, e alla fine, ci ha portati al limitare di Tours.
Sicuramente, questa notte io ed Alberto non dormiremo: lui innamorato, io terrorizzato.

13 agosto 2013

Loira, 3 tappa: Blois>Amboise

La tappa della fatica e delle meraviglie. Il Castello di Blois è molto bello e ricco di cose belle da vedere. La vista della città dalle rive della spumeggiante Loira, poi, è veramente mozzafiato.
Il tragitto si disperde tra boschi e campi sempre silenziosi e ridenti: non c'è, insomma, quel tenebro fascino che si respirava in Austria.
Sfiorato il maniero di Le Plessis, ci siamo schiantati in un pic-nic con baguette, formaggio di capra e prosciutto pieno di grasso. Accanto a noi, in fondo al parchetto, la sferica moglie di un troglodita si spiaccicava sull'erba in attesa che il marito la colpisse prima con la clava per poi possederla gutturando incomprensibili fonemi preistorici.
Dopodiché abbiamo pedalato quel poco che basta per parcheggiare a ridosso del Castello di Chaumont-sur-Loire. Molto bello fuori, inutilmente pretenzioso dentro. Sicuramente le scuderie sono la ciliegina sulla torta, insieme a tutta la parte botanica.
Salite poco impervie mi hanno costretto a scendere un paio di volte. Qui il saggio e buon Alberto mi ha spiegato una parte dell'uso delle marce che io non conoscevo, perché la mia è da città, e certo non regala trucchi e leggi di fisica.
Incredibile la faccenda: più riduci il rapporto di quella davanti e più è facile affrontare le salite aumentando quella di dietro.
Siamo ad Amboise, un altro gioiello francese. Dico io: se noi tenessimo alle nostre cose come loro fanno con le loro, vivremmo solo di turismo.
Dimenticavo: come noto, la mia Silvia canta molto bene, ma ancora non ci ha regalato la grazia della sua voce.

12 agosto 2013

Loira, 2 tappa: St-Dyé-sur-Loire>Blois

Tappa eccellente sotto ogni punto di vista: tragitto ricco di suggestioni; cibo di qualità; due visite straordinarie.
La prima, il Castello di Chambord. Maestoso, vasto, appetitoso, ricco di cose da vedere e rivedere. Pare una Reggia di Caserta, ma assai più succosa e ben tenuta.
Dopo un tragitto pieno di campi, foreste e cittadine minuscole, abbiamo sfiorato l'entrata del Castello di Villesavin (noto per i suoi fantasmi) per poi mangiare ottimo cibo locale da una rotondetta francesina in quel della vicina brasserie.
E quindi ricca pedalata fino al Castello di Cheverny, i cui proprietari hanno tirato su un'impresa niente male. Insomma, è come se rendeste visitabile casa vostra, cesso compreso. Ma che casa e che cesso.
Immensa e faticosa pedalata fino all'entrata del Castello di Bauregarde. Troppo stanchi, però, abbiamo preferito mangiare delle gustose gallette seccagola che creano arsura al solo immaginarle.
Come faccia Alberto a essere così sereno e sorridente, resta un mistero. Fatto sta che ha la rara capacità di trasmettere giocosa serenità.
Arrivare a Blois è un incanto: l'entrata è decisamente suggestiva e meriterebbe una visita più accurata.
Pazienza, però: le gite in bicicletta hanno questo scotto da pagare; accarezzi le cose belle per poi riviverne subito di nuove.

11 agosto 2013

Loira, 1 tappa: Orléans>St-Dyé-sur-Loire

Conviene visitare Orléans la sera in cui arrivate, sia per la bellissima luce che regalerà degli arancioni notevoli sia perché la vedreste comunque poco.
Di lì, arrivare poi a Meung-sur-Loire è uno scherzo. Il mercatino è così così, ma molto ordinato e pulito. La cittadina è deliziosa, ma il castello costa troppo, e sembra che alla fine il meglio sia quello che avrete già visto da fuori.
Non mangiate sul localino che si vede sulla sinistra appena entrati in paese; non è nulla di eccezionale, e vi spella vivi.
Nel mercatino, invece, c'è dell'ottima frutta. Sara ha acquistato albicocche e ciliegie da un signore truffautiano con le mani piene di dita.
La ciclabile si sviluppa poi dolcemente sino a Beaugency, nota per il lungo ponte che la unisce all'altra riva. Leggenda vuole che fu costruito da un forestiero che però in cambio voleva l'anima del primo che l'avrebbe attraversato. Gli abitanti fecero passare per primo un gatto, e il tipo la prese in saccoccia.
Il posto è notevole, ma le auto sono stranamente ovunque, mentre di gatti non v'è traccia.
Qui Alberto ha perso i suoi superguanti da bici. Sono... erano belli. Qualche abitante se li sarà fregati per vendicare Zidane.
Per arrivare a destinazione abbiamo percorso un bellissimo tratto costeggiando la Loira e una centrale nucleare. Spettrale e affascinante al tempo stesso, è circondata da natura rigogliosa e silente. Un cartello avverte che chi passa lì vicino lo fa a proprio rischio. Eppure, proprio lì abbiamo divorato la frutta di Sara; buona, decisamente buona.
Ora siamo in un albergo di altri tempi. Una signora ci ha accolti con un fare a metà tra un personaggio di Haneke e uno di Tavernier. Confido conosca solo il secondo.

10 agosto 2013

Loira, preludio: Parigi

Più che un gruppo di amici, pronti ad avventurarsi lungo la ciclabile della Loira, sembriamo la Compagnia della buona sorte: io ho il ginocchio sinistro con la sinovite cronica, quello destro dolente da un mese; Silvia ha un ginocchio affaticato e una spalla sifulina; Alberto ha un occhio solo, ed è reduce da una caduta dalla bicicletta, con tanto di frattura del naso e ginocchia sbucciate come quelle di un dodicenne... e Sara? Mi sa che confermerà l'atavico urlo di Highlander: "ne resterà soltanto uno... ehm, una".
Dimenticavo: sono appena caduto da fermo mentre mi sedevo in un vagone della metro.
Metro che mantiene costante quell'odore di detersivo dozzinale... metro che trovi ad ogni angolo della strada... metro che accoglie cantori, poeti e musicisti...
Parigi che sono 14 anni che non vedevo, ma lei non se n'è curata.
Stasera si arriva a Orleans, Ingrid Begman compresa.... spero.

28 agosto 2012

fate silenzio!

Una delle piazze di Friburgo ospita i giovanissimi che frequentano l'Università.
Belle facce, bei volti, colori, suoni... ecco, suoni.
Fateci caso: non spicca un urlo, un vociare, un suono sgarbato. Nulla. Solo un costante e allegro brusìo.

Appena tornato a lavoro, un caro collega mi ha raccontato che quando guidò per tutto il Belgio in compagnia di un locale, questi gli fece poi notare che quel giorno aveva suonato il clacson più lui di quanto non lo faccia un belga medio in tutta la sua vita.

Gli ha fatto eco un montatore: quando stava a Parigi chiese ad un francese che conosceva se per caso i cellulari non fossero arrivati lì, visto che nessuno sembrava possederli: "ce li abbiamo, ce li abbiamo; li usiamo per telefonare".

Sono esempi buttati là, è ovvio, indicativi però di un'insofferenza esistenziale di chi non ne può più di subire l'italianità peggiore.
Direte voi: ma una bella dittatura? Di quelle che se sbagli ti taglio le dita? Eh... il problema è che le dittature si affermano avallando la mentalità popolare preesistente. E la nostra non mi sembra così incline al civismo. Anzi.
Quindi, lasciamo perdere: godiamoci l'estero; e quando siamo in Italia, tappiamoci le orecchie e il naso.

17 agosto 2012

da Friburgo ad Heidelberg - 6. Heidelberg

Siamo arrivati. Tra boschi oscuri ed evocativi, una dolcissima traversata del Reno, e pedalate lungo una Germania sempre pulita ed ordinata... siamo arrivati.
Grazie ad Alberto, il gigante emiliano sempre dal cuore aperto al mondo, con un occhio offeso e uno felice, ci ha guidati - a modo suo, si sa - lungo questa bellissima storia.
Grazie a Sara, la sua fiera compagna, che dissimulatamente muore di preoccupazioni dietro l'animo vivace del marito, e che si è spappolata dalle risate con mia moglie.
Grazie a Silvia, che ha sempre il sorriso sulle labbra e gli occhi veeerdi su cui disperdere la passione.
Grazie al professor Massobrio, che mi salvò letteralmente la gamba destra.
Per ora mi vien da dire che finisco qua questo tipo di vacanze: troppo dolore e troppe fitte.
Poi, domani, si vedrà.

16 agosto 2012

da Friburgo ad Heidelberg - 5. Bruchsal

Giornata pedalosa, ma arida di fiammate, se non quando siamo finiti dentro Karlsruhe. Ricca, moderna e austera, ha un castello con un parco così immenso che termina chissà dove.
Natura a perdifiato, circondata dalla modernità. Tutto è limpido e pulito, civile e grazioso. Si può essere moderni e civili: ma vallo a spiegare a un romano medio.
Il gruppo ha delle dinamiche così oliate che quasi ci si cerca e ci si stimola a vicenda per vederle confermate.
Domani, ultima pedalata. Poi tutto resterà chiuso nella nostalgia.

15 agosto 2012

da Friburgo ad Heidelberg - 4. Rastaff

Là dove Strasburgo finisce sul Reno, e ritorni in Germania, dopo un'ora decisa di pedalata, entri in un bosco interrotto da campi, stradine, ponticelli; e qui incroci il nostro gruppo che incontra due giovani.
Siamo italiani, e ci s'intende: perché gli italiani perbene sanno che quella della gita ciclistica è cosa rara, non per cecioni o fighetti o sfigati travet come certi miei colleghi della Rai.
Lui è di Asti, lei di Colonia. Da un anno non vede i suoi. Hanno deciso di percorrere in bici l'intero percorso. Da Asti fino a Colonia!
Ci si scambia pareri, una mappa; il gigante emiliano apre il suo cuore anche a loro, come solo lui sa fare. Le donne, invece, cigolano parlate intorno alla ragazzina. È giovane ed entusiasta, appena uscita da un telefilm tedesco; forse un po' naive... un po' troppo, ecco.
Si prosegue lungo il Reno: è un fiume sornione ed elegante. Si sente che ne ha viste tante. Fa impressione essere dentro la Storia e vedere fi-si-ca-men-te un confine che si sviluppa all'infinito.
Paesaggio monotono ma affascinante: ero così preso dall'armonia che per venti minuti ho pedalato come un folle in compagnia di Lucio Battisti... già, proprio lui.

14 agosto 2012

da Friburgo ad Heidelberg - 3. Strasburgo

Pedalata delicata, tra boschi di altri tempi, cittadine ordinate e tenute agricole dissimulate. 60 chilometri accanto a un fiume/palude/torrente, immersi nel silenzio più totale, dove anche il ritmico rumore del pedalare diventa reato.
Tutto è in armonia, regalando momenti di estasi quasi imbarazzanti per quanto sono assoluti.
Strasburgo è un gioiellino, quasi affettato, ma molto bello. Sembra una Bruges un po' più sorniona, ricca di inquadrature leggere e romantiche.
Domani forse passeremo a Baden-Baden.

13 agosto 2012

da Friburgo ad Heidelberg - 2. Obernai

Secondo giorno con errore strategico: per evitare salite, abbiamo girato intorno a una collinona per poi trovarci dopo - quand'eravamo ormai stanchi - almeno una decina di salitine toste, una dopo l'altra.
Francesi cordiali e puliti.
Organizzazione latita alla grande: neanche ci avevano prenotato la cena già pagata.
Il gigante emiliano ha un'energia mostruosa. Le nostre fanciulle sono stanche. Io deluso da mia lentezza.
Ma i posti sono da sogno. Altroché: da so-gno!

12 agosto 2012

da Friburgo ad Heidelberg - 1. Colmar

Col gigante emiliano e la sua fanciulla, con mia moglie nel mio cuore, abbiamo aspettato oltre tre ore la consegna delle bici.
Girolibero e il suo omologo tedesco hanno combinato un casino da urla di indignazione, anche dal più paziente dei giobbe circolanti.
Ma il peggio sono le mappe: tradotte con Gugul Transaltor, dànno indicazioni che neanche Fantozzi.
Epperò l'Alsazia è una poesia: silenzio e boschi, silenzio e borghi antichi che appaiono dal nulla, silenzio e campi coltivati.
Primo giorno un po' strano: belle le cose viste; scandalosa l'organizzazione.

05 giugno 2012

la guerra è dichiarata, un signor film

Adoro questo tipo di film, perché sono l'esempio di come si possa fare cinema senza palle al piede. Un cinema serio, ma non serioso; che omaggia senza fare il paraculo; che s'immerge nel dolore senza farne scempio o speculazioni; che fa ironia senza essere crasso.
Insomma, il cinema che vorresti vedere ogni santo giorno, ma che almeno in Italia non esiste più, se non nell'armadio dei ricordi di chi adora questo mondo dalle viscere.
La storia è vera, e ancor più veri sono i protagonisti (ottimi sceneggiatori insieme; lei sola alla regia), considerando che hanno vissuto veramente quanto raccontano, stemperandolo in un finale che sa molto di Truffaut (senza adagiarcisi sopra, però).
C'è ritmo, ironia, un ottimo montaggio, una scelta delle musiche veramente azzeccata (si va da Vivaldi a Laurie Anderson, passando per Delerue e Offenbach, o per Von Pohel e Bach), una coreografia di personaggi e di stili eterogenei, intriganti e ricchi di sapore.
Ma, soprattutto, c'è un elemento cui penserete distrattamente quando uscirete col sorriso da ebeti stampato in fronte (ATTENZIONE! SPOILER!): il film inizia con la fine, e quindi siete già preparati all'evoluzione della storia, già siete rasserenati che tutto andrà bene; eppure, i nostri riescono a darvi mazzate e sorrisi in egual misura, a farvi trepidare, a subire/vivere insieme a loro ogni singolo passo di dolore e speranza... eppoi, diciamolo chiaramente, cari maschietti: lui è proprio un uomo. Un uomo vero. Altroché!
Insomma: un gran bel film!


02 marzo 2011

la scimmia e la mora

Il destino è sempre molto attento: dice più cose di quanto uno possa immaginare, anche forzatamente. Nel giro di poche ore sono morte due straordinarie attrici cinematografiche, l'una agli antipodi dell'altra (perlomeno in apparenza).
La prima Annie Girardot, bella in Rocco e i suoi fratelli, devastantemente brava ne La donna scimmia (come anche nel dimenticato Il seme dell'uomo).
L'altra, Jane Russell, conturbante ancor prima che entrassimo in sala ne Il mio corpo ti scalderà, perfetta antitesi della debordante Monroe ne Gli uomini preferiscono le bionde (io amavo la bionda, ma mi sarei sposato la bruna).
Due donne fantastiche, eleganti, pulite, sensualissime e profondamente femminili.
Mancheranno anche a chi non le ha mai ammirate sulla scena.

03 febbraio 2011

ultimo tango

Ci ha lasciati Maria Schneider. A soli 58 anni.
L'unica che abbiamo amato nonostante avesse ucciso Marlon Brando.
Ciao Maria