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09 aprile 2025

SUL VIDEO FAKE DI ALESSANDRO BARBERO / LUCA BOTTURA

Qualche giorno fa, il fine umorista Luca Bottura (non sono ironico) ha postato su Twitter/X un fake video di quattro minuti in cui lo storico Alessandro Barbero professa dichiarazioni verosimili, ma totalmente inventate. Solo alla fine dei quattro minuti viene chiarito l’inganno. Uno scherzo, insomma. Satira, insomma.

A questo, ha risposto sulla stessa piattaforma il direttore de Le Scienze, Marco Cattaneo, chiedendo prudenza: bastava avvisare in apertura di video e non in chiusura, oppure mantenere costante un avviso in sovrimpressione semitrasparente, visto che nessuno ha la pazienza di sorbirsi quattro minuti di video e quindi sapere che è un fake.

Dopo un cortese botta-e-risposta, Bottura ha scritto un pippone generico in cui si rifugia dietro tutti i suoi piùcchesacrosanti diritti, dimenticando però che esistono anche dei doveri, gli stessi che lui pretende dagli altri, quando agita il ditino da professorino casto e puro.

Appunto acido: direttamente, i due si sono trattati con le molle (sono colleghi e soprattutto ex vicini di stanza); quando, però, si sono rivolti al popolo, hanno usato ben altri toni.

Torniamo a noi. C’è un elemento che i due hanno dimenticato: quel video resta e resterà. Non basta allisciare i propri follower scrivendo che il “pubblico intelligente” capisce o ha capito l’operazione di Bottura o la replica di Cattaneo (a seconda delle fazioni); innanzitutto, perché anche il più intelligente a volte scrolla pigramente senza approfondire; ma, soprattutto, perché il video resterà online in quell’“eterno mentre” che è internet

In futuro, chi si imbatterà in quel video composto in quel modo, che sia tra un mese o tra trent’anni, non avrà gli strumenti, o il tempo, o la voglia, per capire che era un fake. Ma è così difficile da capire?

Quando entriamo in rete, dobbiamo sempre ricordarci che non esiste un prima o un dopo quello che poi faremo, ma solo quello che facciamo, avulso, indipendente, eterno, senza contorni o chiarimenti o approfondimenti o spiegazioni o contesti. Quella cosa fatta verrà compresa così com’è e rappresenterà quello che sembrerà in quel momento; una rappresentazione che il giorno dopo potrà essere opposta.

Aggiungo due corollari un po’ provincialotti: il primo, la calunnia è un venticello e quel video “sembra” qualcosa che non è, ma che basta a generare anche pettegolezzi e dicerie. Il secondo corollario, sono i commenti sotto i tre tweet coinvolti: la quantità di affermazioni benealtriste o lassiste o menefreghiste, fa paura. E, paradossalmente, dimostra l’assunto di partenza: questo modo di usare la tecnologia fa solo e solamente male

20 febbraio 2020

illuminare i fari più in alto

Da mesi vivo questa sensazione di torbido vuoto, di cui non vedo il fondo né uscita.
E come se mi rendessi conto che c'è solo rumore ovunque: rumore, rumore, rumore, nient'altro che rumore.
Il peso delle parole, il peso dei silenzi, il peso della luce e il peso dell'oscurità, sono dispersi in questo vuoto: tutto è senza peso.
Più passa il tempo e più sento l'angosciante e impellente necessità di stare in silenzio, di sentire il peso del silenzio. 
I social, il web, questi nuovi linguaggi del cazzo, hanno ridotto le sensazioni a leggerezze senza senso, e nello stesso tempo le hanno appesantite di urla e retorica, perché alla fine conta solo far finta di essere, che però in realtà è un far finta di stare insieme.
C'è questo equivoco mortificante per cui tutto debba essere condiviso. Ma a me non me ne frega nulla di sapere cosa siete: a me interessa capire cosa sapete! Questa è la condivisione!
Cosa sai? Come l'hai saputo? Cosa possiamo fare insieme - questo sì - per conoscerlo meglio? E cosa dobbiamo fare per metterlo in dubbio?
E, invece, no! Meglio urlare, urlare e urlare.




31 luglio 2018

bighellonando dentro Netflix (1)

Dedicato a chi ama estremamente il cinema, oppure solo agli appassionati di quasi-fantascienza... con qualche spoiler involontario.
Il primo titolo che vi suggerisco di guardicchiare è SPECTRAL. Non è un granché, ma ha qualche intuizione niente male.
Una supersquadra di militari superaddestrati va a combattere contro un nemico... invisibile, letteralmente.
Finisce come finisce, ha dei momenti di ottima tensione, una recitazione fatta coi piedi e un epilogo quasi sensato. Però funziona, e tiene l'attenzione per più tempo rispetto alla media dei filmetti da birra e pizza.

Il secondo titolo che vi consiglio di guardare a pezzettini ini ini ini è ANNIENTAMENTO
La solita supersquadra (al femminile) deve entrare dentro un bosco occupato da un'entità in continua espansione. Finale con sorpresa, ma non tanto.
Consiglio di guardare i primi e gli ultimi quindici minuti. Il resto è lento e ovvio. Però il pre-finale è molto intrigante, quasi inquietante. Da sottolineare l'asettica presenza di Natalie Portman, più vegana che mai.

Terzo titolo, delusione totale: MUTE. Io voglio tanto bene a Duncan Jones, perché è figlio di David Bowie e grande autore in fasce. Però la trama è una schifezzina totale: un quasi Blade Runner dei poveri, senza arte né parte.
Se avete tempo da perdere, guardatelo solo per ammirare il protagonista, Alexander Skarsgård, perché quattro-espressioni-quattro le tira su bene, specie tenendo conto che per buona parte del film non può parlare.

Quarto titolo, non fantascientifico, è una sorta di western post moderno ambientato nel Medio Oriente del 2012: 13 HOURS: THE SECRET SOLDIERS OF BENGHAZI. Michael Bay racconta il realmente accaduto attentato di Bengasi, con ritmi e trovate narrative di notevole spessore. Crudo, eroico, retorico al punto giusto, teso e tagliente, senza fiato e con adrenalina a mille. Un ottimo film, insomma.
Quinto titolo, quasi horror, che sfida il mondo degli zombi: LA RAGAZZA CHE SAPEVA TROPPO. Il titolo italiano è una cazzatissima sciocchezza, ma anche quello originale non scherza: la ragazza con tutti i doni
In un mondo assediato dagli zombi, un gruppo di vivi cerca di sopravvivere portando con sé anche una ragazza ibrida, metà umana e metà zombie. Trama lineare, recitazione sgangherata, ma finale geniale e decisamente insolito in cui i concetti di "cattivi" e "buoni" si frantuma nella sequenza conclusiva. 
Fosse stato girato da qualche regista di nicchia, avreste gridato al capolavoro; purtroppo, però, è pieno di ingenuità che ne compromettono la portata storica.
Comunque, dategli una visione: ne vale la pena.
Ultimo titolo che vi consiglio di vedere è il recente EXTINCTION. Come il precedente, le cose non sono quelle che sembrano... qui, letteralmente.
Un tizio ha continue visioni di eventi drammatici che coinvolgeranno la sua famiglia. Quando questi eventi si manifestano veramente, non saranno esattamente come li aveva preconizzati. E perché?
Perché non ve lo dico.

L'elemento che mi ha fatto letteralmente impazzire è che la trama procede a blocchi di citazioni: questo l'ho visto qui, quest'altro l'ho visto di qua... proprio mentre mi stavo stancando delle troppe soluzioni apparentemente furbette, la trama si sposta verso una minuzia originale, perlomeno per come poi evolve verso un finale decisamente inconsueto.

29 aprile 2015

gli eroi di iiro rantala

Fossimo finlandesi non avrei dovuto scrivere tutto minuscolo il titolo di questo post: da quelle parti, infatti, sanno che Iiro si legge "iiro" e non "liro". Fatta questa premessa - stupida ma essenziale, passiamo oltre.
Parliamo di pianisti: ne conosco così tanti che trovo perlomeno ingiusto stilare una classifica. Se, però, insistete, possiamo pensare che il mondo del pianoforte jazz sia un po' come una piramide, la cui punta è Keith Jarrett e tutto il resto scende giù... Allevi? Nessun problema: non è un pianista.
Ebbene, dove andrebbe collocato Rantala? Eh, è una bella domanda. Perché se dovessimo basarci solo sul singolo ascolto di questo Lost Heroes ci verrebbe istintivo collocarlo vicino all'entrata dei visitatori di questa ipotetica piramide.
Certo, alcuni brani sono comunque - e chiaramente - complessi o tendenti al complesso: però, poi, è chiaro che Rantala tenti più di comunicare qualcosa direttamente e senza fronzoli, piuttosto che restare pervicacemente rinchiuso in se stesso, costringendo l'ascoltatore ad entrare chissà in quale antro mistico. Del resto, nell'intervista che trovate alla fine di questo post, il nostro amico dichiara esplicitamente questa attitudine.
Il cd è un evidente omaggio ai compositori (o amici) più amati da Rantala. Molti sono noti: Bill Evans (il pianista, ovviamente), Toots Thielemans, Michel Petrucciani, Jaco Pastorius, Errol Garner, Art Tatum, Oscar Peterson. Un paio sono "classici": Sibelius e Pavarotti; un altro paio di nicchia: Pekka Pohjola e Esbjörn Svensson.
L'etichetta che lo rappresenta ne decanta la misura e l'eleganza: e in effetti sono due pregi che si sentono e si vivono con dolce intensità; soprattutto colpisce l'esattezza delle note, che è un'attitudine che a me piace moltissimo.
Ebbene, non sono riuscito ad appassionarmi totalmente a questo lavoro, finché non ho incrociato il secondo video che trovate qui sotto: è l'elegia dedicata a(l mio amatissimo bassista) Pekka Pohjola, riproposta dal vivo con l'intrigante chitarra di Marzi Nyman e... il beatbox di Felix Zenger. Surreale quanto eccezionale.



26 marzo 2015

Manu Katché - Live in concert

Un capolavoro, un autentico capolavoro.
Sensuale, caparbio, aggressivo, dolce, romantico, languoroso, moderno, tradizionale, intrigante, raffinato, sofisticato... impossibile trovare un solo binario entro cui costringere questa splendida opera di uno dei più dotati batteristi degli ultimi vent'anni.
Ed è ancora più sorprendente come lavoro perché è riuscito inaspettatamente a lib(e)rarsi da certi lacci seriosi e ammiccanti dei precedenti ultimi due cd, dove secondo me l'eccesso di "stile ECM" aveva sempre più congelato l'animo dell'ex batterista di Peter Gabriel, Pink Floyd, Dire Straits, Jan Garbarek e di mille altri.
Forse il passaggio alla ACT, forse il pubblico presente (una sorta di dodicesimo giocatore in campo), forse l'attitudine live, o forse tutte queste cose messe insieme, regalano all'ascoltatore un'esperienza musicale di rara bellezza.
Da evidenziare l'elegante timidezza di Luca Aquino, trombettista leggermente legato al suo vate Paolo Fresu, che riesce però ad inserirsi con scioltezza nel combo senza temere il confronto con Tomasz Stańko, Mathias Eick o Nils Petter Molvær (suoi autorevoli predecessori alla corte di Katché). 
Riuscitissimi il pianoforte e l'hammond di Jim Watson. Contenuto e sobrio il sassofonismo gotico di Tore Brunborg.

La sequenza dei brani (tutti di Katché) 
1 Pieces Of Emoion - 06:18
2 Shine And Blue - 05:12
3 Song For Her (di cui potete ammirare l'esecuzione qui sotto) - 07:44
4 Loving You - 02:48
5 Clubbing - 09:45
6 Springtime Dancing - 05:17
7 Walking By Your Side - 06:54
8 Beats And Bounce - 07:55
9 Drum Solo - 04:56
10 Snapshot - 09:03


19 marzo 2015

“103 EP”, il nuovo disco di Gianluca Petrella

Ci vuole coraggio a suonare jazz in Italia, e ancor più coraggio a sperimentare, e ancor più coraggio a sperimentare le vie dell'elettronica con un'attitudine jazz
Con questo 103 EP Gianluca Petrella lo ha fatto, e alla grande.
Devo dire che mi sono avvicinato a quest'opera con molta circospezione, proprio perché voglio bene a Petrella e mi piace il suo modo di avvicinarsi alla musica, di rispettarla, di corteggiarla, di aggredirla, sempre con quel suo stile elegante, curioso e impertinente. 
In più, adorando io l'elettronica e una parte consistente delle sue contaminazioni (spesso in campi insospettabili), non credevo fosse possibile per un jazzista entrarci dentro e dettare legge con brani così interessanti.
Quattri brani alla corte dell'ascoltatore, che può decidere di sfidare i propri limiti e lasciarsi cullare da ogni singola nota (ed è dolcissimo), oppure può lasciarli come sottofondo di una lettura spiluccata, di un buon laphroaig o di una sigaretta fatta a mano con del buon tabacco della Virginia.
Devo dire che mi sono innamorato a prima vista del brano che vi allego qui in fondo. Ma li ho trovati tutti molto intriganti, specie tenendo conto che Petrella non sgomita col suo trombone, non lo piazza sopra il tappeto sonoro tanto per farlo; sa quando suonarlo e quando farlo stare in un cantuccio. E non è poco.
Purtroppo nel caos musicale che ci circonda, questa esperienza resterà di nicchia. Spero solo di avere acceso la vostra curiosità. Credetemi, ne vale la pena.



03 febbraio 2015

Senza frontiere. Vita e musica di Peter Gabriel

Finalmente Arcana azzecca una buona biografia musicale, mantenendo al minimo i refusi (meno gravi del solito), poco più che decente la traduzione, e soprattutto aggiungendo alla fine un indice analitico (la discografia completa, invece, è implicitamente e chiaramente schematizzata all'interno del libro). Insomma, un eccellente passo avanti rispetto alle ultime uscite.
Daryl Easlea ha scritto un'ottima biografia su un personaggio musicale che io personalmente ho sempre amato/odiato, trovandolo forse troppo sopravvalutato; sicuramente pionieristico nell'aggiornare o precedere i linguaggi, ma abbastanza statico nello stile. In fondo, ragionandoci sopra con un po' di onestà intellettuale, basta prendere la quarta opera di PG (nota anche come Security) per avere un'idea precisa dei sei/sette paradigmi della sua scrittura musicale. Infatti, escludendo la mirabile eccezione di Passion, le altre opere sembrano abbozzi e tentativi (i primi tre lp), o stanche ripetizioni (da So ad Up passando per lo sconnesso Us)
Al di là del gusto personale, va detto che il libro riesce con raro e preciso equilibrio a raccontarci un'era (più ere) musicale, un complesso storico (i Genesis), personaggi musicali di assoluto rilievo o importanza (Ezrin, Fripp, Rodhes, Levin e altri), il progresso tecnologico, le tecniche musicali, la vita privata di PG (senza esagerare con i pettegolezzi)... insomma, un gioiello di biografia che scade nell'agiografia solo una volta - a pagina 396 (l'ho volutamente segnata) - e che non rincorre mai i difetti della critica italiana, dove il relatore invece tende a parlare solo di se stesso e delle sue pippe mentali.
C'è solo un errore storico da chiarire: Easlea scrive che Levin si unì a Gabriel per il suo primissimo lp, proveniendo dai King Crimson.  In realtà, Levin iniziò la collaborazione con il Re Cremisi nel 1981 (preceduto da un tour nel 1980), quando Car era già uscito da tempo (nel 1977).
Detto ciò, è un libro godibile e fluente che ha la rara capacità di farti venire voglia di riascoltare tutta la discografia di PG più e più volte; cosa che io ho appena finito di fare.



29 gennaio 2015

Solo Piano - Portraits, l'eterna giovinezza di Chick Corea

Arioso e gustoso questo Solo piano di Chick Corea, dove potete scegliere di perlustrare colte note profondissime oppure di lasciarvi cullare in superificie da sorridenti movimenti sonori. C'è tutto lo scibile musicale di questo immenso pianista che proprio perché non se l'è mai tirata più di tanto, forse non viene apprezzato il giusto.
I dischi sono due.
Il primo è dedicato agli standard più evocativi, presentati accuratamente dall'artista sempre con una dolce vena ironica: si spazia da Bill Evans a Thelonious Monk, passando per Bud Powell fino a Stevie Wonder, concludendo la cavalcata con un brano di Corea stesso inspirato/dedicato a Paco De Lucia (la cui versione originale sta nel contraddittorio Touchstone - 1982).
Il secondo disco è meno jazz, forse più contemporaneo: parte con opere di Scriabin e Bartók, poi riassapora alcuni momenti coreani dei Children´s Song più noti (purtroppo manca il bellissimo 6, quello che diventerà Song to the Pharaoh Kings), finisce con dieci improvvisazioni decisamente fascinose.
Grande interazione col pubblico e azzeccata sequenza dei brani. Unica nota dolente, un missaggio a volte distratto. Da comprare assolutamente. 

18 gennaio 2015

Exodus, quali dèi e quali re

Onestamente, mi aspettavo qualcosa di noiosetto. Invece, questa ennesima fatica di Ridley Scott scorre che è un piacere: a tratti quasi diverte; in alcuni momenti, poi, fornisce addirittura limpidi spunti di riflessione. Certo, non è il migliore Scott: se però vi state annoiando, potete pur sempre gustarvi l'eccellente scelta delle inquadrature, una mirabile lezione di fotografia.
Checché se ne dica, la sceneggiatura non rincorre il modello del Gladiatore, anzi. Sicuramente, e però, i dialoghi profondi sono rari e radi, sin troppo diluiti da una bellissima scenografia deliziosamente ridondante, da (necessari) effetti comunque strabilianti, da un doppiaggio incoerente (si passa dal bravo Giannini all'irritante Lorenzo D'Agata).
Peccato doppiamente, perché qua e là si respira l'intento di restituirci l'idea di un Ramses più umano e interessante del solito, un Mosè presuntuoso e nevrotico (Bale, poi, non sembra al meglio), un Malek arrogante e violento (mirabile l'idea di rappresentarlo come un insolente moccioso).
Sicuramente si anche è condizionati dal fatto che si conosce sin troppo bene la trama (o comunque le sue parti più favolistiche): a furia di pensare "vediamo come mi rappresenta questo o quest'altro", perdiamo di vista il blando tentativo di analisi psicologica.
Considerato che trovo importanti le scelte dei titoli, il fatto che questo contempli anche il sottotitolo Gods and Kings lascia pensare che Scott abbia voluto giocare cou un (bel) po' di significati: visto che il faraone era considerato sia re che dio, considerato anche che il dio ebraico è a sua volta un re, il gioco del plurale sta tutto nel voler capovolgere significanti e significato. E se questa è una facile speculazione ontologica, non lo è la semplice domanda: che razza di dio uccide i bambini? Cui dobbiamo aggiungere: che razza di dio ignora il suo popolo per poi farsi vivo solo dopo 400 anni?
Per i più curiosi, vengono rappresentate otto delle dieci piaghe: le tenebre, infatti, sono quasi accennate; l'arrivo di zanzare e mosche avviene contemporaneamente. A tutte Scott fornisce una più che plausibile spiegazione scientifica, tranne che sulla morte dei primogeniti: per restare nella laica coerenza, forse sarebbe bastato ricordare che i nobili egiziani si sposavano tra fratelli con una certa frequenza, che facilitava tare e problemi genetici di ogni tipo. 
Anche se non siamo esperti di cose egizie, ci sono almeno tre incongruenze eclatanti che saltano subito all'occhio: la camminata del primo Mosè, quello "egiziano" per intenderci, troppo in stile cowboy; la confidenza che in troppi si prendono quando parlano con Ramses; il gesto da marine dell'attendente di Ramses quando gli indica il precipizio (si porta indice e medio verso gli occhi e poi indica il pericolo, manco fosse un agente dellFBI).
Un po' dispersiva la musica di Alberto Iglesias, che peraltro nel leit-motiv che accompagna le intemperanze di Malek ha imitato il Parsifal wagneriano: nel caso di una storia ebraica, non mi è sembrata una scelta proprio felice.


12 dicembre 2014

Which One's Mule?

Entri in un negozio di dischi, ti guardi intorno e il tuo occhio viene catturato da questa copertina. 
All'inizio pensi a uno scherzo, poi alla solita cover band di palloni gonfiati che prova a imitare quelle quattro note stranote (sbagliando, figurati)... poi scruti il commesso: ha poco più della tua età, ci hai parlocchiato già altre volte, nonostante sia scontrosetto capisce di musica e ha una mente aperta ma non stupida.
Insomma, ti consiglia questo Dark Side Of The Mule, gioiellino dei Gov't Mule, jam band americanissima nata dalla costola dei più gloriosi Allman Brothers
E come può un'accozzaglia di spudorati americani imitare il suono dei Pink Floyd? Domanda sbagliata!
A parte che - lo sanno pure i muli (ehm) - furono semmai Waters e Barrett ad ispirarsi ai nomi di due strasconosciuti bluesmen americani, altroché! Ma poi, e paradossalmente, ad ascoltare questo triplo cd (con l'aggiunta di un pregevole dvd live) ci si rende conto di quanto siano stati blues fino al midollo proprio i Pink Floyd (e non progressive come recita frettolosamente Wikipedia - o psichedelici, come fa comodo dire).
Ad ascoltare questo megaomaggio, si apprezza meglio quella musica che nel conoscerla troppo a memoria avevamo ormai stipato dentro il cassetto delle affettuose e nostalgiche prevedibilità. Insomma, è proprio nel "violentarla", che i nostri muli la nobilitano, la raccontanoo come fosse qualcos'altro, ne ritrovano radici e origini - e forse anche motivazioni: parafrasando Carmelo Bene, sembra quasi che siano stati i Gov't Mule ad essere apparsi a Waters e Gilmour.
Un consiglio: appena acquistato il triplo cd, andatevi ad ascoltare The Great Gig In The Sky. È meglio della versione originale, molto meglio.


26 novembre 2014

il piano dell'Imperatore

Se dovessi dire qual è il mio concerto preferito, non avrei dubbi: l'Imperatore di Beethoven. 
Il secondo movimento, poi, mi destabilizza l'anima, riducendola in finissima polvere.
Ho scoperto da poco questa versione in cui si scontrano il passionale Krystian Zimerman con il brioso Leonard Bernstein. 
Al centro i Wiener che riescono a contenerli entrambi.
Certo, su YouTube l'audio fa schifo (e anche le casse di un computer medio). Però come approccio non è male; specie per chi è un neofita.

13 novembre 2014

Parlando di calcio con Le Roi, Michel Platini

Come (ex) appassionato di calcio, juventino peraltro, sono stato molto fortunato: ho vissuto le gesta calcistiche di Michel Platini all'età giusta, quando mito e passione si fondono senza soluzione di continuità.
Non riesco a dimenticare il dramma di Heysel (e neanche lui, da quel che ho letto), ma non posso neanche dimenticare un lustro epico di calcio assoluto, guarnito da comportamenti sportivi di raro nitore.
E quindi mi sono accostato a questo libro con estrema cautela, spaventato com'ero di rovinare la festa al bimbo che ero. 
E, invece, è un gran bel libro, proprio perché (o forse perché) non accarezza minimamente l'autobiografia più stretta, ma invece racconta la bellezza del calcio, con un giusto equilibrio tra pragmatismo e passione, modernismo e rispetto per la tradizione.
Insomma, chi è limitato perché ci vede un taccuinaccio di appunti stropicciati di uno juventino, si perde la rara opportunità di conoscere la Storia del Calcio, e quel modo di leggerlo e interpretarlo che oggi - diciamolo - manca alle nuove leve.
Un calcio che ama "il gesto", il singolo momento, la passione per arrivare a "quel" gesto e la forza di saper affrontare anche il fallimento di un gol che non arriva.
E poi le tredici regole, gli schemi, il fuorigioco, la mentalità vincente e il rapporto con i compagni prima e con i manager dopo.
Platini, poi, suggerisce una sua visione delle competizioni future decisamente idealista, ma pur sempre attenta alla nostalgia.
Seguite questo libro così prezioso, troverete parole e concetti che vi sorprenderanno.



06 agosto 2014

quando la Grimaud incontrò Rachmaninov

Non prendetemi per un maschilista, ma io sono convinto che alcuni strumenti musicali non siano adatti a una donna. Ma non per motivi meccanici, quanto per la resa.
Per dire: per quanto sia (stata) bbbona e brava, la Mutter ha sempre suonato ai limiti del fastidio, perché il violino non può essere solo acquetta buttata là, ma anche birra e vino, superalcolici e lava. Le sue dita, invece, campicchiavano di una buona diteggiatura ma con una mediocre resa artistica.
Oddio, alcuni strumenti musicali non potrebbero mai passare per mano maschile... ma il ragionamento è troppo lungo e ardimentoso.
Tra gli strumenti che io reputo maschili c'è anche il pianoforte. Certo, c'è la Argerich che fa eccezione. Ma è un caso isolato di un mondo femminile, invece, pervaso di zuccherini e melensità.
Eppure, da qualche giorno ho scoperto Hélène Grimaud. E l'ho messa alla mia prova tutta personale con un classico di Rachmaninov, il fatidico secondo concerto per pianoforte, che qualcuno ricorda allbaimaiselfato da Eric Carmen, e qualcun altro come "sigla" di apertura dell'ormai conclusa La Storia siamo noi.
Incredibile ma vero, la Grimaud fa l'operazione opposta, che proprio non ti aspetti: taglia di netto certi languori troppo Russia-sofferente-in-salsa-taiga, per buttarsi invece dentro un'austera visione della vaga ispirazione anche ottomana della partitura, là dove l'oriente uralico e quello mediorientale si fondono e confondono.
Insomma, vale la pena concentrarsi su questa non più ragazza, fenomeno dei tempi andati, poi sparita e quindi ritornata.


31 luglio 2014

potremo mai imparare dalle formiche?

Saul Bass
è uno di quei geni del cinema e della grafica che conoscete tutti quanti, senza sapere di conoscerlo. Tra manifesti, storyboard e idee varie, ha deliziato la storia del cinema (e della grafica) per parecchi lustri.
Per farvi capire cosa ha curato, basta ricordare i titoli di testa di Anatomia di un omicidio, le scene di massa di Spartacus, la sequenza della doccia in Psyco... così, presi nel mazzo (chi lo conosce, sa che ho trascurato palate di collaborazioni illustri).

Ebbene, il nostro si è cimentato una sola volta nella regia con un film di rara bellezza che purtroppo non riscosse il successo dovuto, vuoi perché ai limiti della fantascienza, vuoi perché ai limiti del film allegorico; alla fine, non ha soddisfatto il pubblico dell'una e dell'altra sponda.
Eppure Fase IV è un capolavoro, leggermente condizionato dai tempi lenti del periodo in cui fu girato (1974), ma con espedienti narrativi e di fotografia di rara bellezza (per dire: una formica viene ripresa mentre cammina tra un braccio e un tessuto... da brividi).
In sintesi, per un casino astronomico che piacerebbe tanto ai grillini, le formiche di una zona semiarida dell'America più recondita subiscono una brusca evoluzione del proprio comportamento: restano piccole piccole come sono già (quindi niente film b.e.m. all'orizzonte, insomma), ma cominciano a sfruttare al massimo le proprie potenzialità di superorganismo (ho citato volutamente l'ottimo e omonimo saggio di mirmicologia edito da Adelphi).
Due scienziati che studiano il fenomeno (più una fanciulla scampata a una strage - l'interprete fu l'ultima e bellissima moglie di Peter Sellers), sono costretti a numerose peripezie per tenere testa a una siffatta e precisa organizzazione.
La spiegazione della trama procede per fasi (da qui il titolo del film, splendidamente romanzato poi da Barry Malzberg), e ha una conclusione allegoricamente efficace, anche se forse troppo allusiva.
Fatto sta che la scena di cui vorrei parlarvi, e che motiva il titolo del post, ha a che vedere con l'inizio dell'assedio. I nostri due eroi hanno installato un laboratorio supertecnologico ai piedi delle torri che le formiche usano come nido. Laboratorio che ha delle difese ben congegnate per resistere a un assedio così microscopico (in fondo, stiamo parlando di formiche).
Ad un certo punto, il capo della spedizione preme il suo bel pulsantino e irrora il circondario di giallo, un insetticida potente che fa strage di insetti per un'area molto vasta.
Cosa fanno le formiche superstiti?Accompagnata da una musica tipicamente anni '70 che ricorda un po' i Soft Machine e un po' i Pink Floyd di Saucerful of secrets, una formica stacca un pezzettino di insetticida e lo trascina con sé verso il nido. Ma poi, inevitabilmente muore. Ne arriva un'altra che prende con sé quel pezzettino, e dopo pochi metri muore. Ne arriva un'altra che prende quel pezzettino di insetticida, e poi muore. Insomma, alla fine, sacrificio dopo sacrificio, il frammento di giallo viene consegnato alla formica regina che inizia ad analizzarlo, lo seziona accuratamente e lo ingerisce. Dopo pochi secondi, dal suo addome escono delle uova gialle, future formiche che sapranno resistere alla terribile arma "nemica".

08 aprile 2014

dopo Terje Rypdal, il silenzio

Terje Rypdal è un chitarrista eccellente, dotato di rare intuizioni sonore e di tecnica squisita quanto discreta.
I suoi detrattori gli hanno spesso attribuito una scarsa propensione al caos, al far "vedere" di cosa sia capace; ma chi ama la musica sa che a volte l'eccellenza sta dietro l'accennato, quel minimo necessario per lasciar trasparire rade ed esatte note.
Il silenzio, insomma, è la vera sfida per il vero musicista. 
Del resto, per fare un esempio tra i tanti, chi ama veramente Hendrix, si commuove più ad ascoltare il legnoso incipit di Little Wing che certe schitarrate più immediate.
Ebbene, prendete un'orchestra da camera, una soprano misurata, una tromba raffinata e un organo da chiesa appena installato, un tocco di minimalismo meno ovvio, jazz moderno e tanto (ma tanto) Ligeti, e avrete questi bellissimi 5 movimenti di Lux Aeterna.
Con questo cd, Rypdal ha superato se stesso. Onestamente, se fosse possibile, lo pagherei per non suonare mai più. Quando regali alla Musica un'opera come questa, hai raggiunto lo scopo della tua esistenza.
Il resto, è silenzio.


5th Movement , Lux Aeterna -- Terje Rypdal from libertinesurrealist on Vimeo.

07 aprile 2014

il miracolo di Robert Fripp

Dai musicisti che stimo veramente, pretendo sempre qualcosa, anche quando - come nel caso di Robert Fripp - da oltre 40 anni comunque regalano al mondo perle di rara qualità, sempre interessanti, sempre vive, sempre pronte a mettersi in discussione, in costante discussione.
Fripp, poi, gode di quella rara opportunità storica di essere stato protagonista attivo di così tanti successi nei generi musicali più disparati, che non esiste musicista, compositore o esecutore che non gli debba qualcosa, anche inconsapevolmente.
Mi diverte osservare i colleghi entrare nel mio ufficio, vedere il suo ritratto alle mie spalle, deridermi o chiedermi chi sia, e poi essere costretti ad ammettere la propria ignoranza - con battute fuori luogo o sguardi meravigliati - nello scoprire che "sì, ha suonato in quel brano lì, ha prodotto quel tizio là, ha ispirato quel complesso indie", e via dicendo.
Fripp ha sperimentato quasi tutti i generi, ne ha inventati di nuovi, ne ha abbandonato uno ancor prima che uscisse il primissimo LP dei King Crimson (il rock progressivo), ha svincolato la musica non-colta da quella suprema rottura di coglioni che era/è il vetero discepolismo nei confronti di Bitols, ha raccontato strade elettroniche inusuali, ha addirittura regalato al cielo un irripetibile "jazz squadrato" ben prima che Sting facesse il fighetto con gli alfieri di Miles Davis, ha ucciso il liocorno della musica romantica per aggredire la modernità a testa bassa, ha aperto la strada a numerosi post-generi, ha addirittura suggerito musica per reading... ma, saggiamente - e umilmente (?), non si era mai cimentato con la cosiddetta musica colta, quella classica insomma; chiamatela voi come più vi aggrada.
Dicevo, appunto, che comunque pretendo sempre qualcosa. E le ultime frippate mi avevano inquietato, perché dopo Thrak (ma forse anche solo con l'ep Vroom), Fripp sembrava ripetersi, quasi stanco di essere se stesso; tanto che il suo quasi-ritiro dalle scene mi era sembrata l'unica giusta conclusione di un'èra, di un modo di essere musicista che oggi proprio non esiste più, per quanto ci si possa sforzare di credere il crontrario.
Ebbene, da giorni sto ascoltando questo The Wine of Silence, un'esperienza incredibilmente meravigliosa da cui non riesco proprio a staccarmi.
È la rielaborazione in forma orchestrale di alcuni dei soundscapes che Fripp ci ha regalato nel tempo (nove cd in tutto dal 1999; in realtà, il triplo se calcoliamo anche le edizioni flac/mp3). Orchestrazione affidata al compositore inglese Andrew Keeling, su fedele trascrizione di Bert Lams (già, quello del Californian Guitar Trio), ed eseguita nel 2003 dal vivo dalla Metropole Orkest diretta da Jan Stulen; naturalmente poi remissata da David Singleton, noto amico e co-produttore del nostro chitarrista.
L'avevo comprato due settimane fa giusto per buttarlo distrattamente nella mia collezione, ma niente di più. 
E, invece, è un'opera notevole perché non è "solo" un'orchestrazione, non è "solo" un giochetto per archi (e voci, in Miserere Mei), non è "solo" una serie di loop ben assemblati... è musica, musica fresca, bellissima, viva. 
È musica nuova.
 

24 marzo 2014

IDA, quando la fotografia salva dall'ovvietà

Ida potrebbe essere un film esemplare, se non fosse per due elementi che ne minano le basi: un montaggio troppo indulgente e una trama esile esile, con un impercettibile sottofondo di moralismo cattolico che potrebbe addirittura irritare. La fotografia è eccellente: vedo film da quarant'anni, e raramente mi ero imbattuto in inquadrature così belle - e anche coraggiose: sfidano più volte la sezione aurea, con momenti di autentica innovazione. Aggiungeteci che quando i movimenti degli attori ne variano le proporzioni, comunque queste inquadrature mantengono dinamismo e fascino. Complimenti, complimenti davvero.
Il montaggio, purtroppo, sembra distrarsi da cotanta bellezza, senza dare il giusto ritmo alle scene, tanto che non si percepiscono né scarti narrativi, né tantomeno una sorta di suddivisione schematica che dilati o riduca i passaggi della trama. 
Quindi, o la sceneggiatura andava sensibilmente ritoccata, oppure il cinema polacco si conferma tale nonostante l'evoluzione dello strumento e le ipotizzabili influenze esterne (complice la Caduta del Muro) che avrebbero dovuto colpire anche Pawel Pawlikowski, il regista.
La storia è suddivisa in tre sottotrame: il percorso della protagonista da Anna ad Ida (cioè: le sue origini e la trista storia della sua famiglia), il rapporto con la zia (una bravissima Agata Kulesza), il percorso religioso di Ida.
E, nonostante le potenzialità, anziché amalgamarsi, queste tre opportunità narrative sembrano appiccicate, con tanto di esiti scontati e prevedibili. A questa fragilità aggiungerei: una petulante inespressività della protagonista (Agata Trzebuchowska) incapace di restituire le giuste sfumature; un sottofondo di moralismo cattolico che si affretta a dare lezioni di vita con una scelta finale addirittura precipitosa.
E già: nonostante tutto il film abbia tenuto sempre lo stesso ritmo, il finale accelera troppo velocemente, dando una sensazione di frettolosità a livello produttivo anziché estetico.
In conclusione, scelte musicali eterogenee e significative: si va dallo Jupiter di Mozart a 24mila baci, passando per Naima ed Equinox di Coltrane... incredibile ma vero, e gustoso.
Un film da 7 - che poteva decisamente raggiungere la perfezione

11 febbraio 2014

28 gennaio 2014

Gagarin, la biografia documentata (e sorridente)

C'è un sense of humor nella cultura russa che gli assidui frequentatori della sua letteratura sterminata conoscono bene: è divisa a metà tra disincanto e giocosa provocazione, dove tutto quello che è serio diventa grossolano, e quello che è divertimento si trasforma in sarcastico dramma. Insomma, è un gioco delle parti con cui ci si può lasciar andare con sorridente voluttà.
Non immaginavo, però, che un'attitudine del genere potesse essere rivolta anche alla biografia di uno dei più grandi eroi della (ex) Unione Sovietica, uno dei pochissimi inattaccabili (e amati anche da noi oltrecortina): Jurij Gagarin.
L'autore, Lev Danilkin, si è impegnato come pochi a rendere fluido, interessante, coinvolgente e divertente il breve ma intenso vissuto del primo uomo sullo spazio.
Si è documentato alla grande, confrontando le differenti versioni di molti (troppi) aneddoti leggendari, ha verificato puntigliosamente i libri più o meno riconosciuti, ha accuratamente evitato di farsi notare (come fanno troppi biografi), rendendo godibile una lettura che rischiava di restare negli scaffali dei soli appassionati del genere.
Lo so, state aspettando di sapere se sia vera o no la dinamica della morte di Gagarin, se insomma sia stato un omicidio o un vero e proprio incidente. Ebbene, l'autore si supera, evitando ogni possibile speculazione e mantenendosi dentro la cronaca pura. L'incidente c'è stato. Punto. Se sia stato un accidente o un omicidio, non è dimostrabile.
Lunga vita e prosperità.

28 ottobre 2013

c'è un Lou Reed in ognuno di noi, ma è troppo profondo

Che poi tutti questi giornalisti che fanno a gara per definirlo "poeta maledetto". Ma cosa mi significa? Frasi inutili e vuote per relegare un talento mostruoso nella gora dell'eterno borghesismo perbenista.
Lou Reed era una miniera ricca di gemme preziose, a volte seducenti, spesso così ben intarsiate da essere difficili da individuare, che comunque scoprivi lentamente e con gusto, sorseggiando caffè e fumando una Lucky Strike. Ogni tanto ti fermavi accanto alla sua ombra e ti beavi di una sua idea, nel semibuio della tua coscienza, per poi riprendere il cammino là dove volevi, perché tanto la strada da percorrere era senza meta e senza indicazioni.
Potevi tornare indietro, pensando che fosse un indietro; oppure potevi girare forse verso che quella sembrava una svolta; oppure ti fermavi di nuovo e cercavi la cicca semispenta e quel sapore sornione di New York che permeava ogni sua singola ruga.
Lou Reed è nato con le rughe pronte a segnarlo, che poi si sono mostrate come autostrade verso il subconscio, o verso un vizio, un'indulgenza, una rara capacità di essere consapevoli che il mondo è fatto com'è fatto, puoi sperare di cambiarlo, ma in realtà devi evitare di soccombere te stesso nel tentativo inutile di renderlo migliore.
Non c'è un'immagine precisa e decisa di Lou Reed nella mia vita. So solo che c'è sempre stato. Ora che è morto, ho capito che si è portato via una parte di me; il giorno che capirò quale, forse sarà tardi.