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18 giugno 2021

OXYGÈNE, il film

Una giovane donna si ritrova dentro una cella criogenica. Non ricorda chi è, né tantomeno perché e come sia finita là dentro; sa solo che l'ossigeno sta per esaurirsi. L'unico che la può aiutare è M.I.L.O., un'intelligenza artificiale di supporto. Una donna, una voce metallica, un mistero che si dipana coerentemente lungo tutta la trama del film.

Per essere girato da un geniaccio degli splatter di ultima generazione, è un film adulto e pulito, con una sceneggiatura di ferro ben strutturata, che fino alla fine regge il confronto con tutte le domande che lo spettatore più smaliziato si fa durante la visione. 
Non c'è espediente fantascientifico che non trovi una sua chiusura: ogni possibile variazione sul tema o incidente di percorso sono credibili e plausibili.
Pur restando sempre e solo l'unica protagonista inquadrata (a parte qualche rapido flashback, ovviamente), Mélanie Laurent sostiene egregiamente il suo ruolo senza mai strafare, senza gigionismi e senza nevrosi; come se tutto stia realmente accadendo e come se veramente fosse rinchiusa dentro uno spazio così angusto e claustrofobico.
Musica e montaggio reggono benissimo la lenta ascesa verso la verità, mantenendosi ben distanti da soluzioni di comodo o ripetizioni dissimulate. 
Ad essere pignoli, è leggermente lungo: parte come un episodio del primissimo Ai confini della realtà, sfiora leggermente - e temporaneamente - il virtuosismo fine a se stesso, ma poi prende il giusto binario del film cinematografico; ecco, questo leggero traballare iniziale si sconta a metà del film, quando ad un certo punto tutte le spiegazioni cominciano a dipanarsi.
Insomma, più che qualche taglio studiato, avrei cercato di rivedere l'inizio oppure di rivedere le pagine che portano al quasi-spiegone.
Un film da 7, che va visto rigorosamente in lingua originale (è francese, pazienza 😀).
Ah, dimenticavo: attenzione alla cicatrice... e non dico altro.

08 febbraio 2010

il concerto

Se volete vedere una lacrimuccia uscire dal mio viso stramaschio, atletico e giorgcluniano dovete mettere sul piatto del vostro giradischi il Concerto in Re Maggiore per violino e orchestra op. 35 di Tchaikovsky: mi commuove come pochi.
Forse perché collegabile ad alcune scene della mia infanzia, forse - anzi sicuramente - perché tecnica stravirtuosistica e passione de core si incontrano perfettamente, dove l'anima ebraica e quella universale costruiscono la perfezione assoluta.
Poi, certo, se volete fare i sofisticati che escono dal cinema e vogliono documentarsi meglio, dovete assolutamente avere un'edizione con Jascha Heifetz, una con David Oistrakh e una con Itzhak Perlman.
Ecco, il film di Radu Mihaileanu si ferma qui, perché il resto funziona pochino: ironia professionale ma scontata, buoni attori (tranne forse la tarantinata Mélanie Laurent che gioca un po' troppo col presunto significato sessuale di alcuni momenti della partitura), montaggio e regia al servizio della trama... ma la trama è esile e ovvia, "spiegata" oltretutto a ridosso dell'onda emotiva che sconquassa lo spettatore durante la sequenza finale, miscelando sapientemente riferimenti tristi e altri di puro humor ebraico... il che può pure andare bene, ma alla fine suona come mestierato e un po' furbo.
No, non lo sto stroncando, anzi ne consiglio comunque la visione: è che alla fine di cose come questa ne è pieno il cinema, e io pretendevo dall'autore di Train de vie qualcosa di più, perché è nelle sue corde, perché lo sa fare molto bene (viste certe imitazioni oscarate che lo hanno sopraffatto).
Forse è colpa de Concerto in questione, che ruberebbe spazio pure a dio in persona. Forse è la debolezza di alcuni momenti (la sparatoria mafiosa iniziale sa tanto di unghie sulla lavagna). O forse è un filmino leggero leggero senza tante pretese, cui io vorrei attribuire chissà cosa.