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10 aprile 2020

Coronavirus, l'avevo previsto

Adesso, a distanza di tempo, posso dirlo senza sembrare cinico o opportunista: tutto quello che stiamo vivendo, io l'avevo previsto nel mio romanzo "L'ombra dietro al muro".
A suo tempo la presentazione puntava sulle reali intenzioni del mio testo: raccontare a mio modo quello che provo per la mia signora; e l'unico modo che conosco è usare le mille passioni che affollano il mio psicostrambo cervello e disporle come un romanzo fantapoetico.
Va detto che fantapoetico è una definizione di una mia collega, che peraltro mi garantì grande pubblicità tra le sue amicizie influenti, ma poi se ne dimenticò.
Certo, adesso potrei modificare la presentazione con un furbo ammiccare a quanto sta accadendo, magari con un riferimento letterario che ancora nessuno ha usato: l'amore ai tempi del coronavirus... originale, eh?
In estrema sintesi: per non si sa quale motivo, tutte le persone cominciano a sparire; al loro posto, delle amimiche entità che io chiamo "quelli là". Purtroppo, però, sparisce anche mia moglie.
Nella seconda parte del testo, la cerco disperatamente finché non mi imbatto in un gruppo di resistenti, che però... eccetera eccetera.
Onestamente, sembra più avventuroso a raccontarlo così che a leggerlo. Anzi, abuso di varie sperimentazioni letterarie e di citazioni più o meno colte (l'aereo che passa, il telefono che squilla, l'elenco telefonico), che ai più possono (giustamente!) sfuggire, ma che a me diverte un mondo buttare là... addirittura l'orario della sveglia è un omaggio a un filmetto di Zack Snider, butto dentro anche una frase di Byron e molte altre cose.
La grande soddisfazione che registrai fu una richiesta di mio suocero: per il suoi 70 anni volle regalarne una copia ad ognuno degli invitati... da quel giorno non gli rivolgono più la parola :-)
Il romanzo finisce e non finisce. Ma non è questo il punto: il punto è che molte cose che rendo come allegoriche, qui stanno accadendo sul serio.
Non è un invito all'acquisto, per carità, ma almeno mi sono tolto la soddisfazione di dirlo. 
Del resto, in un altro romanzo di molti anni fa ipotizzavo lo streaming e l'e-book prima ancora che se ne parlasse così diffusamente come in questi ultimi lustri.
Una cosa è certa: auguriamoci che nella realtà non si finisca tutti qui assediati a Testaccio, come nel romanzo, perché col cavolo che smonto le mie librerie per farvi dormire a casa mia...

19 dicembre 2013

L'autAintervista (parte seconda)

David Blue - Le musiche, parliamo delle musiche. Come mai hai segnato addirittura una colonna sonora per leggere l'ombra dietro al muro?

Alessandro Loppi - Non è proprio così... nel senso che l'ordine proposto non è relativo ai capitoli, ma semplicemente alfabetico. 
Per venire alla tua domanda: io non ho mai collegato un brano musicale a un evento preciso; le mie sorelle, sì, per esempio

DB - Cioè?

AL - Per mesi, una delle mie sorelle si accartocciava su un pezzo dei Pooh perché era la colonna sonora del suo amore... poi, quando si lasciavano, diventava il motivo della nostalgia, condito da lacrime amare... due palle (ride)

DB - E quindi?

AL - E quindi a me piace la musica. Punto. 
Ho usato certi brani perché cercavo un mood, un approccio, una sorta di ritmo che solo quello specifico brano sapeva darmi, senza però lasciarmi influenzare da quello che dice nel suo specifico o da quello che mi suscita in altre circostanze

DB - E David Sylvian che (ri)canta i Blonde Redhead?

AL - Quando vidi 28 giorni dopo (un ca-po-la-vo-ro) mi colpì l'inizio, quando il protagonista gira per una Londra abbandonata, e il commento musicale di John Murphy accompagna la sua inquietudine con un canone musicale per chitarra, basso e batteria - un canone quasi grunge, se vogliamo - molto ostinato ma anche molto semplice... ho cercato - e trovato - qualcosa di analogo: che non fosse però lo stesso brano; altrimenti, avrei subito l'approccio di Danny Boyle

DB - In effetti, la Messenger da te usata ha un non so che di ipnotico

AL - Già... la trovai per caso, girando dentro iTunes

DB - Passiamo ad altro: è vero che appena ingrani e la tua idea funziona, molli tutto e lo lasci in sospeso?


AL - Sì... considerato che quando parlo accade l'esatto contrario, quando scrivo (o quando componevo canzoni) tendo sempre a fermarmi appena mi accorgo che la cosa sta andando bene, molto bene. Altrimenti, se continuo, mi crogiolo sul successo e quindi lo ripeto, lo ribadisco, insisto a dire sempre le stesse cose... e rovino il risultato

DB - E come fai a ritrovare il bandolo quando torni sul pezzo?

AL - Riprendo il tutto dall'inizio, controllo se c'è coerenza o uniformità, e poi riparto da dove l'ho lasciato.
Non solo funziona, ma mi consente di ritrovarmi, e soprattutto di snidare eventuali sbavature e incongruenze

DB - Come fai a fermarti? Voglio dire: sei notoriamente un precisino perfezionista; quand'è che stabilisci l'esatto punto d'arrivo?

AL - Non esiste un punto d'arrivo, perlomeno dalla mia prospettiva. Spesso è l'insieme che mi suggerisce di fermarmi; più frequentemente, è la noia... se mi sto annoiando della situazione - o di me stesso - allora capisco che è arrivato il momento di dire basta, che va bene così... anche se non mi piace e non mi soddisferà mai

DB - Forse è per questo autolimite che non hai aggiunto i due capitoli che dici di avere sempre avuto in mente?

AL - Esatto... la parabola narrativa era arrivata alla sua fine precisa: incastonare i due capitoli che avevo in mente, significava far rimbalzare il tutto... avrei aggiunto un inutile di più che poi non mi sarebbe piaciuto, e che avrebbe distolto il lettore dallo scopo finale... cioè, e appunto, la fine del romanzo (come ho detto l'altra volta)

DB - Ecco perché non sopporti chi si chiede ci siano quelli là

AL - Infatti! Perché significa che non sono riuscito totalmente nel mio scopo. 
La realtà del romanzo, insomma, è un'altra: quelli là sono un pretesto, e nulla più

DB - Come mai hai depubblicato Cronache di un uomo a riposo

AL - Perché l'idea era buona, ma l'ho resa malissimo e senza pensare che se due capitoli isolati funzionano, non è detto che messi insieme raddoppino la propria forza. 
In più, ho strapeccato di presunzione, buttando dentro riferimenti inutilmente colti... un vizio molto italiano che critico negli altri e che ho invece praticato per primo

DB - Autocritica benvenuta ma curiosa, visto che poi sei un solitario, e sembri non curarti molto del giudizio altrui

AL - Sono due cose diverse... comunque, il mio solpsismo è stato in parte alimentato da un'attitudine evidentemente in nuce sin da bambino, in parte perché nessuno ha osato combattere e scoraggiare questa fame di dolore.
La colpa mia è stata di averlo foraggiato con una passione per la decadenza che è stata chiusa in un armadio solo grazie a mia moglie

DB - Non c'è pericolo che ritorni?

AL - E infatti fa un sacco di casino da quell'armadio... non la senti?

05 dicembre 2013

L'autAintervista (parte prima)

David Blue - Perché hai deciso di pubblicare il tuo romanzo anche su e-book?

Alessandro Loppi - Perché me l'ha consigliato mia moglie. Anzi, era tempo che insisteva, sbattendo però contro la mia riluttanza.

DB - E perché eri riluttante?

AL - Ho uno strano rapporto con la tecnologia: nonostante ne faccia parte, e nel mio piccolo stia contribuendo fattivamente alla sua esistenza, sono convinto che sia usata male e che ci stia portando in bruttissimi posti

DB - Pessimista o cosa?

AL - No, realista. Fare parte di questo sistema consente di capire molte cose; molte più di quanto non ne vengano dette/lette...

DB - Cosa ti aspetti da questa pubblicazione più immediata?

AL - Onestamente, poco o quasi nulla... nel senso che se il lettore si ferma alle prime pagine, rischia di trovarsi spaesato e di non voler andare oltre; e non credo che l'e-book modificherà quest'attitudine. 
Io credo nel lettore curioso, ma in tutta sincerità non conosco per nulla il mondo del selfpublishing; quindi, non saprei neanche immaginare cosa diamine potrebbe accadere

DB - E se tu dovessi riassumere la trama?

AL - Ecco, qui - proprio qui - mi dimostro incapace di essere seducente. Di primo acchitto, potrei fare il piacione, dicendo che è una dedica a mia moglie... 
... c'è chi l'ha definito un romanzo fantapoetico; mio scuocero si è sperticato in mille complimenti; un mio amico libraio l'ha etichettato come una vittoria contro la depressione...

DB - Quanto cinema c'è nel romanzo?

AL - Ah, tantissimo, anche non esistente... voglio dire che io immagino gli eventi come fossero riprese, inquadrature. Non riesco a farne a meno... anche quando parlo

DB - Eppure non sembra una sceneggiatura, né tantomeno credo sia fattibile in maniera così lineare com'è accaduto a cose tipo La strada di McCarthy

AL - Forse perché non so scrivere sceneggiature, e forse perché non c'ho pensato

DB - Eppure, la tua privacy sembra un pretesto

AL - Effettivamente, per me è facilissimo usare le mie esperienze per scrivere d'altro. 
Infatti, le persone che non mi conoscono e l'hanno letto, hanno dato definizioni ancor più disparate, addirittura non credendo che certi riferimenti fossero personali

DB - Roma sembra una protagonista quasi nascosta

AL - È uno scenario straordinario, specie d'ottobre o a maggio: ha luci e sapori unici. Certo, i romani per primi sembrano volerla umiliare: è un'antica polemica su cui non voglio soffermarmi, perché poi nel romanzo riesco a risolverla in qualche modo

DB - Effettivamente, prima dell'arrivo dei pericolosi quelli là, Roma è sporca e trasandata; quando arrivano loro, diventa linda e vivibile... come mai?

AL - È un gioco al paradosso che mi diverto spesso a fare anche quando parlo di cose stupide

DB - Se tu dovessi indicare un punto di svolta nel romanzo, quale pensi che sia?

AL - Il finale... se il lettore lo legge bene, si rende conto che ho detto qualcosa di molto forte, proprio all'ultima riga. 
Anzi, mi viene da pensare che io abbia scritto una sorta di premessa a un qualcosa che poi maturerà nell'immaginazione del lettore... o almeno lo spero

DB - Cosa rispondi a chi ti dice "è solo fantascienza"?

AL - Innanzitutto non lo è... altrimenti mia moglie non l'avrebbe neanche aperto (ride)
Generalmente, chi lo dice non ha mai letto la fantascienza e/o comunque la relega in uno scantinato che puzza di disprezzo. 
Insomma, tra Heinlein e Saramago o tra Matheson e Camus c'è solo il buon scrivere, il concettualizzare a fondo: ma le idee, lo sfondo, i pretesti, sono identici
Anzi. Mentre Saramago e Camus dovevano rendere conto anche alla propria immagine, alla propria aura, Heinlein e Matheson puntavano dritti allo sviluppo dell'idea, fregandosene dei salotti americani.
Senza Matheson, metà della fiction degli ultimi 50 anni non sarebbe mai esistita. C'è Matheson anche in Mad Men o in 24 o nei Soprano...

DB - Quindi la tua è fantascienza?

AL - No, assolutamente no (ride)... è che non ho i tempi per saper prolungare alcuni stilemi fantascientifici (vedi che parlo difficile anche io?), ma soprattutto a me interessava arrivare al finale, in un modo ben preciso

DB - Vuoi dirmi che hai scritto prima il finale?

AL - Sì, ci ho pensato per due anni, ogni giorno e ogni ora: poi ho scritto quelle dodici righe in 30 secondi... come il pittore giapponese nelle lezioni di Calvino (ride)

DB - Poi hai costruito tutto il resto

AL - Sì. In quelle dodici righe c'era un ritmo ben preciso che mi ha convinto - quasi obbligato - a strutturare il romanzo in sette capitoli di sette pagine ognuna

DB - Però è leggermente più lungo, di poco

AL - Colpa del sistema de ilmiolibro che ha rimesso mani alla configurazione... meglio così: almeno ci faccio una bella figura, no?

DB - Tra qualche giorno mi racconti come mai hai indicato una sorta di colonna sonora e anche tutte quelle comparse che però... non compaiono mai?

AL - Alla prossima, dài

 

15 maggio 2012

L'invasione è vicina? Ne parlarono in molti

Irritato com'era dal fatto che ogni volta che diceva essere qualcuno tra il pubblico rispondeva non-essere, un attore scespiriano invitò il saputello del momento a continuare lui sul palco per perpetuare quel delizioso monologo - un monumento della pura dialettica, va detto.
Ecco, quand'ho fatto cenno ad alcuni che questi cosi che invadono la principali città italiane sono il prologo dell'invasione, subito mi hanno risposto i-baccelloni!!!!... dico io: ma non avete capito la serietà del fenomeno?
Innanzitutto, a cosa servono questi cosi (per Madre Natura intendo)? A nulla! Orbene, esiste il nulla in Natura? No!
E poi, avete fatto caso a quanta gente vi guarda strano quando siete per strada? Sono aumentati!
Io non dico che ci sia qualcosa di strano. Semmai c'è qualcosa di strano.
Però, se proprio vogliamo fare i saccentoni, di situazioni simili se ne sono viste nel cinema. Qualcuno si è ricordato del Terrore dalla sesta luna del mio Heinlein. Il libro era più ficcante; il film, meno (anche se servirà a Fleming per rubare qualche caratterizzazione per il suo James Bond). Solo che in questa storia gli alieni hanno attitudini comunque emotive; i-baccelloni!!!! proprio non lo erano. Anzi.
Il soggetto originale era un romanzo del 1955 di Jack Finney, che sostanzialmente finisce con la fuga de i-baccelloni!!!!. Ottima scrittura, trama decisamente ficcante.
Il primo film che smanazza la suddetta trama è L'invasione degli ultracorpi. Classe 1956, ha come regista il "lanciatore" dell'Eastwood più tosto, il grande Don Siegel, regista definito "difficile" solo perché coerente fino al midollo (insomma, non avrebbe mai lavorato per Berlusconi, come fanno SavianFazio, per dire). Finale possibilista, forzatamente aggiunto dalla produzione, che nulla toglie però all'allarme urlato dal povero disgraziato di turno (il cui protagonista ritroveremo tra una riga, in un delizioso quanto sanguinolento cameo).
A questo segue Terrore dallo spazio profondo. Classe 1978, è una sorta di film d'autore, perlomeno nella forma (ottime inquadrature; sceneggiatura in linea). Ci sono pezzi da novanta tipo Donald Sutherland (che ritroveremo nella Sesta luna sopra citata; allora è un vizio), Leonard "Spock" Nimoy, Jeff "La mosca" Goldblum, e quella povera disgraziata della Veronica Cartwright che avrebbe dovuto poi essere la Ripley di Alien, ma la Weaver aveva i genitori che coproducevano Scott, e Scott si piegherà al cambio di protagonistessa. In questo Terrore, si vede esattamente quello che sta accadendo a Roma e Milano: questi cosi che fluttuano nell'aria e invadono una metropoli anonima quanto superamericana. Quando gli umani contagiati ("replicati", va detto... replay, ripley, la Cartwright ci era già vicina) diventano amimici e asentimentici repliche di noi, per riconoscere chi non è infetto lo indicano cominciando ad urlare in maniera che ancora oggi fa fare tanta cacchetta al sottoscritto. Finale amarissimo, com'era giusto che fosse in quegli anni di riflusso (esofageo).
Urla che ritorneranno strascopiazzate nel ridicolo reremake del sopravvalutato Abel Ferrara. Classe 1993, Ultracorpi, l'invasione continua mischia i due episodi precedenti, aggiungendo due cosucce niente male ma sviluppate pessimamente: il tutto si svolge in una base militare... cosa strategicamente logica, come lo sarebbe anche invadere una megametropoli, anziché i paesini di Villaggio dei dannati - libro meraviglioso! - proposti due (forse tre) volte, nel 1960 e nel 1995. E poi i bambini sono stronzettini anzichésì. Finale aperto ma paraculo, che lascia il tempo che trova.
Ultimo, e per fortuna!, è l'orribbbole Invasion. Classe 1997, vede il quasipolacco Daniel "Bond" Craig posseduto e poi redento da Nicole Kidman, perché lei capisce tutto, intuisce tutto, e trova la soluzione all'invasione nebulizzando un sottoprodotto del suo silicone zigomale sulla città ormai infetta. Alla fine, vissero tutti felici e contenti, tranne lo spettatore addormentato.
Ma allora non ve ne siete accorti? Guardate l'escalation delle trame: si passa dalla denuncia al volemosebene. Sì, ci sono parentesi come la doppia Cosa dall'altro mondo (quella del 1951 e quella western di Carpenter), e vocazioni ammonitrici simili. Ma mai nessuna aveva detto chiaramente che è possibile invaderci togliendoci l'anima, il sorriso, lo scazzo, i sentimenti, l'odio, l'amore.
E la cosa sta accadendo. E io il 30 verrò visitato dall'otorino che forse è uno di loro e mi farà fuori perché sto parlando troppo.
Mi direte: proprio tu che sei ateo; tu, che curi il Canale Scienze per mamma Rai?
Appunto.


12 maggio 2012

sono nell'aria, sono ovunque: vogliono invaderci

In genere nei film accade sempre a ridosso di luoghi isolati, come se altri volessero sperimentare la propria forza su piccoli gruppi di persone, prima di sferrare l’attacco finale contro le grandi città.
Ma sono film menzonieri e faciloni (e quindi comodi per mascherare le verità) per due motivi: nei piccoli paesi tutti si conoscono, ed è facile riscontrare anomalie come anche unirsi per combatterle andando contro i microproblemi della quotidianità. Nelle grandi città, invece può accadere qualsiasi cosa e la gente è così egoista che si volta dall’altra parte. Potete infastidire una fanciulla come rapinare una vecchietta, e nessuno interverrà.
In più, colpire una grande città ha un tornaconto immediato, strategicamente parlando: una volta colpiti i gangli vitali di una capitale, immobilizzi un’intera nazione; e non ci vuole nemmeno un grande spreco di forze.
Per gli sconfitti, poi, riprendersi la propria città è sempre complicato, specie perché nelle grandi città le responsabilità sono così territorialmente divise e dipanate, che la gente proprio non sa cosa fare e come farlo. Insomma, un colpo ben assestato è più spendibile in seguito; sotto ogni punto di vista.
Andiamo più a fondo: se qualcuno volesse conquistare un paese senza farsi del male, come potrebbe agire? Be’, in Italia sarebbe facile, codardi e ipocriti come siamo. Ma facciamo finta che siamo italiani di pasta buona - quella dei nostri nonni: ebbene, per prima cosa dovremo sempre tenere a mente quel film di cui non ricordo il nome, in cui “loro” conquistano i buoni… entrandogli nella capoccia, nella coscienza, nell’agire.
Ed è quello che sta accadendo in questi giorni. E voi non ve ne state accorgendo!
No, non parlo di Berlusconi prima o di Monti poi: sono nullità in confronto, che peraltro abbiamo creato da soli, e che in fondo ci servono per piagnucolare, per promuovere gente altrettanto inutile come Grillo, Saviano, Vendola…
L’avete visto, in questi giorni nell’aria di Roma e Milano circola qualcosa di veramente strano e insolito, perlomeno in queste massiccie quantità: circola una sostanza stranissima, tipo lana di vetro, semiappiccicosa, che qualcuno scambia per resina di querce o platani… oggi il mare di Ostia ne era ricoperto, anche la via del Mare, anche i nostri polmoni.
Gli esperti non sanno cosa dire, tanto che non c’è un’occorrenza che sia una su google. Perché è un fenomeno “strano” che però accettiamo, anche senza conoscerlo; un po’ come la fanciulla molestata o la vecchietta rapinata di cui ho fatto cenno sopra.
Oggi, sguardo controluce, la quantità di questo pulviscolo era scioccante: migliaia, milioni di questi “cosi” affollavano l’aere, infastidendo persino gli insetti che si posavano istericamente sopra i bagnanti, subendo morte certa da ceffoni distratti
È da ottobre che mi cola il naso, si tappa sempre di più, non respiro. Uno dei migliori otorini di Roma mi sta seguendo da mesi, improvvisando cure e rimedi che si rivelano buoni per pochi giorni, ma poi il naso riprende a intralciarmi ogni respiro, il sonno, la vita sociale… non ne posso più. Il 30 maggio mi farà visitare da un esperto in materia per capire cosa mi sta accadendo.
Stiamo oltre la mia sarcoidosi; anzi forse proprio la sarcoidosi mi sta salvando la vita col suo sistema immunitario scazzato e incontrollabile. Evidentemente, da mesi ho dentro la testa qualcosa che si vuole espandere, che vuole conquistare la mia mente, la mia ragione…
Intanto questi “cosi”  volano ovunque, ed entrano in ogni dove. Sono già nelle vostre case, nelle vostre stanze, nei vostri letti, nei vostri cervelli.
Il 30 maggio prossimo verrò finalmente visitato dal superesperto… e ho paura: se è stato già sottomesso da questi “cosi”, mi ucciderà, simulando chissà quale incresciosa complicazione patologica.
Io so che l’invasione sta iniziando. 
Lo so. 
E vi ho avvertiti.
Poi, problema vostro…

21 dicembre 2010

FilmTv segnala il mio romanzo

Mi rendo conto che mentre infuria la battaglia, parlare di se stessi è quasi ridicolo: però, a volte, quando qualcuno ti descrive con due sostantivi azzeccati e precisi ("indipendente e appassionato"), la doverosa discrezione viene accantonata senza remore.
Insomma, nella rubrica dei libri del FilmTv appena uscito, tra i libri di narrativa consigliati figura anche il mio. Cosa non richiesta, non pretesa, né tantomento "aiutata".
Se volete approfondire meglio la natura del mio testo, quelli del miolibro.it ne consentono una preview di una tredicina di pagine: non è "leggere" un libro, né tantomento farsi un'idea della sua essenza; però vi consentirà di entrare dentro il mio mondo letterario.
Che poi sia "solo" un libro autopubblicato è cosa ovvia: ma è mio, e ci credo.

08 settembre 2010

come va a fine "l'ombra dietro al muro"?

Onestamente non sopporto l'idea di trama. Voglio dire che ho sempre pensato che ormai sia più importante come vengono dette le cose, e che poi la "fine" di un romanzo sia solo una scusa per chiudere baracca e burattini e non perderci più tempo sopra.
Eppure, la sfida di trovare qualcosa che concludesse questo romanzo senza chiuderlo, era una sfida straordinaria; la possibilità, cioè, di terminarlo fisicamente senza però che il lettore non sentisse il vincolo di una fine o - all'opposto - di una continuazione immaginata.
Spero di esserci riuscito... e se poi ci state un po' attenti, vedrete pure che la fine lascia e lancia un dettaglio perlomeno sospettoso. O almeno credo.

07 settembre 2010

"l'ombra dietro al muro",
il perché del titolo

Per un breve periodo ho indugiato nei giochi sparatutto, perdendomi nei meandri delle prime due versioni di Doom, e, non avendo ancora un computer mio, mi affidavo a quello stracraccato di un mio amico. Così craccato di tutto e di più che di certi giochi non c'era l'audio; il che significava doversi immaginare i versi mostruosi dei mostri mostruosi, ma soprattutto rischiare di prendere sberle inattese, perché l'audio invece serviva anche a segnalarti una mefitica presenza nelle vicinanze.
Quello che mi divertiva un mondo era fare capoccella, dare cioè un'occhiata fugace e veloce agli angoli bui degli ambienti per cercare di evitare chissà quale minacce. Spesso le prendevo comunque, ma ogni tanto mi consentiva di cavarmela, e allora fissavo fugacemente i mostri, così fugacemente che spesso era più quell'immagine a regalarmi sogni terribili ma divertenti che tutto il gioco in sé.
L'idea cioè di un'ombra dietro al muro, di una minaccia vicina ma non visibile, contro cui non sai ancora come reagire e comportarti ma che ti tiene in altissima tensione, questo tipo di situazione in sospeso, insomma, mi ha sempre affascinato.
Anche i film più seri - tipo Gruppo di famiglia in un interno - sono ricchi di suggestioni simili. Il non palese, il dissimulato, l'accennato, l'ignoto che c'è ma che non sai quando si paleserà... tutti elementi che ritornano in numerose esperienze letterarie, cinematografiche, pittoriche, addirittura musicali.
E quindi il titolo del mio nuovo romanzo nasce proprio dall'esigenza di costringere il lettore a sentirsi sempre suscettibile, avvolto da un qualcosa di cui ancora non sa dare forma, valore e significato.
Come tutte le cose che mi piacciono (intendiamoci, quel poco che riesce a difendersi dal mio essere eterno insoddisfatto), questo titolo mi ha accompagnato per quasi tutta la stesura del romanzo. Non ricordo se sia nato insieme allo scritto, ma diciamo che appena ho iniziato a scrivere, era l'unico titolo possibile.


26 maggio 2009

ilmiolibro punto mistero (lo pseudoselfpublishing di Repubblica)

Continuo ad avere persone che su ilmiolibro.it continuano a cooptarmi come loro amico. Francamente mi sfugge il perché.
Per carità non mi irrita né tantomeno mi interessa più di tanto. A conti fatti così tante adulazioni e così tante amicizie dovrebbero comportare grandi vendite.

Invece è solo il canonico tenativo di avere una contropartita. Ma io non ne sono capace.
Insomma: l'unica cosa veramente intelligente di tutto questo è che io posso chiedere a uno che neanche guarderò mai in faccia di stamparmi tot copie delle mie nevrosi letterarie; il che non è roba da poco. Quando finivo di stampare qualcosa e mi rivolgevo poi al rilegatore di turno diventavo tutto rosso dalla vergogna: chissà cosa mai avranno pensato dei miei testi.
Brrrrr meglio non saperlo.