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07 giugno 2012

#Bradbury sbagliò solo arma: tablet invece del fuoco

Parte della mia biblioteca è ammucchiata a casa di mia madre. Giorni fa, mia moglie mi ha detto che voleva dare un'occhiata a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Ci ho messo dieci minuti per ritrovare la mia copia, accastonata com'era tra decine di volumi stropicciati, da leggere, da rileggere, da odiare, che non leggerò mai ma che posso dire di avere e fortissimamente volli... una libreria è sempre un viaggio emotivo, bello o brutto che sia.
Ho trovato la mia copia e l'ho data religiosamente a mia moglie. Curioso che non è quella che lessi da giovane, un Garzanti verde-vomito-di-cinghiale, con quello sfondo arancione-da-aula-scolastica-di-periferia, e quella scritta con carattere nazionalpopolare ma autorevole. La mia copia, invece, è figlia della biblioteca di Repubblica che a volte ha banalizzato autori eccellenti ed altre volte ha enfatizzato emeriti cretini. Però, e appunto, la comprai perché anche se avevo già letto il lavoro di Gadda, dovevo possedere le sue righe.
Mia moglie i libri li mangiucchia, ci fa gli angolini come segnalibro, strappicchia le sovracoperte, li ammucchia senz'ordine alfabetico, ci lascia tracce di crema solare e di olio; trasmette a loro quella deliziosa impudenza e impertienza che me la fa comunque adorare. Glielo faccio fare anche ai miei libri. Gli unici intoccabili, però (e lo sa), sono quelli di foto o di fumetti, che io tratto veramente coi guanti (di cotone: stanno nel cassetto dei calzini).
Bradbury queste cose le sapeva. 
Tutte. 
E forse noi lettori del suo libro (o spettatori del bellissimo film di Truffaut... fateci caso: i titoli di testa sono detti e non scritti) ci sentiamo colpiti dalla trama più per quello che rappresentano i libri che per i libri stessi. Vedere bruciato un libro, significa perdere una parte densa e consistente della nostra anima.
Io i miei 600 libri persi o distrutti durante un trasloco li ricordo tutti, uno per uno, titolo su titolo. Ancora oggi li rivedo con la mente, li accarezzo con l'immaginazione.
Ebbene, nel mondo dei tablet tutto quello che ho scritto non avrebbe senso. Anzi: non avrei mai scritto questo post, neanche una riga.
Nel mondo dei tablet, l'unico lampo di memoria e suggestione che mi avvolgerebbe per pochissimi secondi sarebbe una strana nostalgia del non vissuto, scrutando magari macchie di crema solare e di olio sullo schermo capacitivo.
Ma ancora non ho comprato un tablet; per un bel po' non lo farò: altrimenti, come farà mia moglie a fargli gli angolini come segnalibro? 

05 giugno 2012

la guerra è dichiarata, un signor film

Adoro questo tipo di film, perché sono l'esempio di come si possa fare cinema senza palle al piede. Un cinema serio, ma non serioso; che omaggia senza fare il paraculo; che s'immerge nel dolore senza farne scempio o speculazioni; che fa ironia senza essere crasso.
Insomma, il cinema che vorresti vedere ogni santo giorno, ma che almeno in Italia non esiste più, se non nell'armadio dei ricordi di chi adora questo mondo dalle viscere.
La storia è vera, e ancor più veri sono i protagonisti (ottimi sceneggiatori insieme; lei sola alla regia), considerando che hanno vissuto veramente quanto raccontano, stemperandolo in un finale che sa molto di Truffaut (senza adagiarcisi sopra, però).
C'è ritmo, ironia, un ottimo montaggio, una scelta delle musiche veramente azzeccata (si va da Vivaldi a Laurie Anderson, passando per Delerue e Offenbach, o per Von Pohel e Bach), una coreografia di personaggi e di stili eterogenei, intriganti e ricchi di sapore.
Ma, soprattutto, c'è un elemento cui penserete distrattamente quando uscirete col sorriso da ebeti stampato in fronte (ATTENZIONE! SPOILER!): il film inizia con la fine, e quindi siete già preparati all'evoluzione della storia, già siete rasserenati che tutto andrà bene; eppure, i nostri riescono a darvi mazzate e sorrisi in egual misura, a farvi trepidare, a subire/vivere insieme a loro ogni singolo passo di dolore e speranza... eppoi, diciamolo chiaramente, cari maschietti: lui è proprio un uomo. Un uomo vero. Altroché!
Insomma: un gran bel film!


12 gennaio 2010

Éric Rohmer, amico algido ma essenziale

Se cinematografare significa "scrivere con la luce", quella di Rohmer era una signora luce, di quelle che apparentemente non dicevano nulla, ma senza la quale i suoi film avrebbero perso di sostanza.
Se recitare significa interpretare, Rohmer muoveva gli attori in base a logiche inconsuete, senza preoccuparsi della recitazione: lui inseguiva i dialoghi, la sostanza del non cinema, dove cioè non conta la luce ma il suono e l'attitudine dell'espressività (quindi una sorta di bozza, completata solo dalla complicità del pubblico).
Eppure l'unione tra la sua fotografia così spolverata - priva di guizzi e di virtù, e i dialoghi - spesso essenziali ma mai gratuiti e ridondanti, sono la chiave per vivere la magia dei suoi film.
Non l'ho amato come invece stravedo per Truffaut (suo esplicito ammiratore), ma il suo stile e la sua eleganza così tardo borghesi sono stati la cifra più intellettuale e apparentemente meno prorompente della nouvelle vague.
Mancheranno quei suoi momenti filosofici così sospesi tra il banale e l'assoluto, mancheranno i suoi personaggi così consueti e quindi veri, mancheranno quelle sue regie così impercettibili in cui al movimentismo sfrenato di macchina si preferisce la giusta inquadratura per una prospettiva psicologica che accompagni lo spettatore verso la miseria (o il mistero) della realtà.
So long, Eric, so long.