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08 maggio 2025

il sacrificio secondo QUIET PLACE

 

A Quiet Place è un franchise solo cinematografico che resiste alle insidie dell’ovvio, con tre film di qualità intorno all’invasione di alieni brutti e feroci e invincibili (sono allergici solo all’acqua), capaci di percepire ogni possibile suono/rumore e di fare a pezzi chi lo fa: il primo (il più bello) ha una tensione e un tessuto narrativo molto potenti, con recitazioni e regia di livello; il secondo è un sequel più d’avventura, che per fortuna non ricalca gli schemi del primo.

Il terzo è un prequel, lo dichiara anche il titolo: Quiet Place - Giorno Uno (anche in inglese). I protagonisti sono solo due: una lei, malata terminale di cancro, interpretata da un’ottima attrice che sa alternare film profondi con altri di evasione; un lui, educatissimo studente di legge, interpretato dal ragazzo che veste le panni dell’outsider in Stranger Things (lo ricordate perché si riscatta morendo per la causa).

Subito dopo che gli alieni cattivissimi hanno spappolato Manhattan e sbudellato migliaia di umani (dalle urla che fanno, non dev’essere una morte piacevole), i due ormai fuggitivi si incontrano per caso, complice un dolcissimo gatto randagio.

Con poche e azzeccate pennellate di sceneggiatura, tra i due nasce una casta amicizia, forse romantica, forse occasionale, che commuove e rende partecipe il pubblico, anche le mogli che avete forzato a vedere il film.

Dopo una serie di peripezie, i due intravedono i barconi che stanno portando in salvo gli umani superstiti. Ma la distanza fino al porto è minata dalla presenza degli alieni. E qui accade qualcosa che spariglia le carte: lei si sposta lontano da lui, e per farsi notare percuote alcune automobili facendo scattare gli allarmi. Gli alieni si buttano a capofitto verso la fonte di quei suoni, lasciando libero il passo verso la salvezza. Lui è titubante perché ha capito che lei morirà sicuramente; poi, per non rendere vano quel sacrificio, corre come un forsennato e si butta in acqua, nuotando disperatamente verso le barche dei marines… col gatto in braccio, tranquilli.

Perché lei si è sacrificata? Il cancro le ha lasciato pochi mesi di vita, lo sappiamo: visto che comunque sarebbe morta, ha preferito farsi sbudellare per salvare una persona, un perfetto sconosciuto. In condizioni analoghe, lo avrei fatto? Lo avreste fatto?

28 settembre 2024

la terribile domanda di 28 SETTIMANE DOPO

In questi giorni, è ritornato in auge il raffinato franchising nato con 28 giorni dopo (2002), perché l’imminente e attesissimo terzo film è stato girato esclusivamente con una serie di iPhone 15 Pro Max adattati per l'occasione.

Ne approfitto allora per raccontarvi una scena del sequel, perché pone un interrogativo potente.

28 settimane dopo (2007) inizia con tre famiglie rinchiuse in un cottage tipicamente inglese, con le finestre sbarrate e oscurate, e la paura asfissiante di fare una brutta fine. Là fuori, infatti, c’è la rabbia: basta un minimo rumore per attirare le persone infette, violentissime, affamate, feroci e crudeli.

Il tempo di accogliere un bimbo fuggito da chissà dove, che uno dei mostri sfonda la porta d’ingresso, portando con sé altri mostri. Subito le famiglie si sparpagliano in disordine, annientate dal panico, ma senza speranza: ognuno viene sopraffatto con una rapidità - e un’estetica filmica - che lascia lo spettatore senza fiato.

Resistono solo una coppia e il bimbo. Il marito fugge nel fienile, passa in un bagno e finisce in una stanza da letto; la moglie e il trovatello, invece, sono riusciti ad arrivare in quella stessa stanza da letto, ma dall’entrata principale. Tra l’uomo e la donna si intromette un infetto, seguito da molti altri. L’uomo potrebbe provare a salvare almeno la donna, ma sicuramente morirebbe… e allora scappa, abbandonando l’amata moglie e il piccolo al loro destino: una scena terribile che fa veramente male, in cui Robert Carlyle dimostra eccellenti qualità recitative, rendendo palpabile la battaglia interiore tra la viltà dimostrata e lo spirito di sopravvivenza.

Per quanto sia una scena breve, utile per introdurre un elemento fondamentale per il prosieguo della trama, io l’ho vissuta e la vivo da una prospettiva realistica, ponendomi sempre la stessa domanda: io, cosa avrei fatto?

06 luglio 2024

DONALD SUTHERLAND, tre ricordi

In Italia, di alcuni scrittori americani non conosciamo i libri, ma le trasposizioni cinematografiche: uno di questi è Jack Finney; leggendo la sua scheda su Wikipedia, vi farete un’idea.

Una delle sue opere più riuscite è Gli invasati (1955), la cui prima trasposizione cinematografica, L’invasione degli ultracorpi (1956), fu affettuosamente descritta da noi italiani come “il film coi baccelloni”. La regia è di Don Siegel, regista controcorrente noto soprattutto per i suoi duri film con Clint Eastwood.

La trama ricalca quella del libro (tranne che per il finale): per invadere la Terra, gli alieni mantengono un basso profilo, iniziando da un’isolata tipica cittadina della provincia americana. E lo fanno tramite questi ciccionissimi baccelloni, che contengono in nuce un abbozzo di copia del nostro corpo: come ti addormenti, ZAC!, vieni sostituito da una copia identica a te, ma priva di sentimenti e di empatia. La parte dolente è che chi è stato sostituito farà di tutto per farvi sostituire, approfittando della nostra fisiologica necessità di dover dormire; oltretutto, non è facile reagire violentemente contro chi somiglia perfettamente a un nostro caro. Chiara denuncia contro il maccartismo, vede un finalone buonista, poco amato dallo stesso regista.

La terza traduzione cinematografica (1993) è di Abel Ferrara, dimenticabile quanto noiosetta. La quarta, invece (2007) vede tra i protagonisti la plastica amimica di Nicole Kidman e un distratto Daniel Craig, appena rinfrancato dal suo primo 007; ed è poco sopra l’asticella del trascurabile.

Non mi sono dimenticato della seconda trasposizione (1978, remake dichiarato del primo film): Terrore dallo Spazio profondo, un gioiello. A mio avviso, mantiene la tensione dell’originale, con la sapiente aggiunta di una certa alienazione tipica dei film anni ‘70, che rende la visione angosciante dall’inizio alla fine. Al contrario del libro (dove i baccelloni scappano via, verso lo Spazio) e degli altri film (dove comunque l’Umanità se la cava), qui il finale fa male, malissimo. Ed è perfettamente rappresentato da Donald Sutherland, recentemente scomparso: anche senza conoscere la trama nel dettaglio, guardate questo frammento.

E visto che ci piacciono i gradi di separazione (la cui traduzione cinematografica vede come protagonista sempre Sutherland)…
- lo scrittore Robert Heinlein aveva scritto qualcosa di simile agli Ultracorpi qualche anno prima: Terrore dalla Sesta Luna (1951). Ora, è vero che il timore che qualcuno controlli le nostre menti e le renda remissive è frequente nella narrazione moderna, ma è curiosa la quasi contemporaneità dei due testi, come anche la “novità aliena”
- la coincidenza incredibile è che Sutherland reciterà anche nella traduzione cinematografica del libro di Heinlein (1994)
- a questo, aggiungiamo che proprio il testo di Heinlein ispirerà il 29esimo episodio della prima stagione di Star Trek TOS (1967), in cui recita anche Leonard “Spock” Nimoy. Indovinate? Nimoy apparirà accanto a Sutherland in Terrore dallo Spazio profondo
- il protagonista del romanzo di Heinlein beve solo Martini “agitato, non mescolato”… chi vi ricorda? Già, Ian Fleming: ne farà tesoro, infatti, quando dovrà caratterizzare il suo James Bond (1953)

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Quando uscì sulla mia rassegna settimanale l’aneddoto che chiude questo post, mia moglie mi propose di andare a visitare Bomarzo. 

Durante il tragitto, dal suo Spotify uscì una canzone che gli appassionati della serie Stranger Things (2016) conoscono molto bene: “Running Up That Hill” (1985), dolce capolavoro di Kate Bush.

Se la serie ha consentito alla mia generazione di incontrare quelle attuali, quelle attuali hanno potuto conoscere una delle voci più incantevoli della nostra adolescenza, scoperta e aiutata insospettabilmente da David Gilmour, chitarra e voce dei Pink Floyd.

Di Kate Bush ricordiamo tanti piccoli gioielli, non ultimo “Cloudbusting” (uscito sempre nel 1985), il racconto commosso ed empatico di un inventore incompreso che avrebbe escogitato un marchingegno per far piovere là dov’è necessario, ma cui nessuno dà credito se non il giovanissimo figlio. 

E chi è il protagonista del video ufficiale? Sempre lui, Donald Sutherland, all’inizio riluttante, ma poi partecipe ed entusiasta

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E veniamo a Bomarzo.

Un'altra curiosità che mi è venuta in mente pensando a Donald Sutherland, riguarda anche un luogo magico dell’infanzia, almeno per i romani della mia generazione.

La prendo alla lontana. Se vi chiedessi chi sono Anthony M. Dawson, Bob Robertson, Hank Milestone, George Eastman e Joe D'Amato, forse impieghereste qualche minuto per darmi una risposta. Ma se vi dicessi che sono i nomi d’arte di Antonio Margheriti, Sergio Leone, Umberto Lenzi, Luigi Montefiori e Aristide Massaccesi?

Era una prassi quasi scontata che registi italiani alle prime armi - o di film di basso costo - firmassero le proprie regie con nomi stranieri, per dare quel non so che alle loro opere. Eravamo ai confini dell’impero: per quanto il nostro cinema fosse migliore di quello USA (fino agli anni ‘80; poi, da “Nuovo Cinema Paradiso” è iniziato il declino), si sentiva il bisogno di darsi un tono.

Raramente, è capitato il contrario: con l’americano Warren Kiefer, per esempio, che usò il nome Lorenzo Sabatini per le sue regie in Italia. Il film per cui lo conoscete inconsapevolmente è “Il castello dei vivi morti” (1964), perché girato in b/n soprattutto tra i mostri di Bomarzo. È un inquietante gotico all’italiana, sicuramente datato, che vede al suo esordio proprio il nostro Donald Sutherland, addirittura interpretando tre personaggi diversi (tra cui una vecchina cattivella).

Da lì, l’attore canadese prese il volo, diventando l’eccellente e poliedrico interprete di numerosi classici. Ma non dimenticherà quel suo esordio, tanto da chiamare uno dei suoi figli con il cognome del regista, Kiefer: Kiefer Sutherland

02 giugno 2024

In-A-Gadda-Da-Vida

Figura ambigua e violenta, Hannibal Lecter è uno dei personaggi più interessanti tra quelli che hanno tormentato i nostri sonni dalla fine degli anni 80.

Sulle sue origini letterarie posso dirvi nulla, visto che raramente leggo questo tipo di romanzi. Sulle sue versioni cinematografiche e televisive, invece, mi trovo a mio agio: oltretutto, l’ho incontrato e inseguito in ordine cronologico.

Quello più noto, interpretato da un gigionissimo/bravissimo Anthony Hopkins, è sicuramente il più strutturato. A questo, aggiungo: la versione di Mads Mikkelsen, che lavora per sottrazione in un’eccellente quanto sottovalutata serie tivù; la sua primissima apparizione cinematografica (poi rifatta da Ridley Scott), dove viene interpretato da un Brian Cox paterno, con il cognome deformato in Lecktor.

Il film s’intitola Manhunter, frammenti di un omicidio (1986), la spigolosa regia è di Michael “Miami Vice” Mann, il profiler è interpretato da William Petersen, che qualche lustro dopo si ripeterà nei panni di Gil Grissom, nella serie CSI (2000-2015).

La bellissima scena finale costringe lo spettatore a restare teso come una corda di violino in pizzo sulla poltrona: accompagnata dall’interludio di sola batteria di In-A-Gadda-Da-Vida (1968) degli Iron Butterfly, grazie a un esemplare montaggio parallelo ci permette di seguire sia i nostri eroi che stanno per risolvere il caso, sia la bella di turno che sta per essere uccisa; in perfetta sincronia con il ritorno del riff del brano, esplode quindi in un insieme di vetri infranti e suoni e colori e spari, per un lieto fine che avrà la canonica coda aperta a nuovi film.

È un brano leggendario che chi ha qualche capello bianco ricorda anche come sigla di RAI Supersonic (qui un assaggio). Della formazione originale del gruppo era rimasto giusto il cantante e tastierista, Doug Ingle: purtroppo è morto il 24 maggio scorso

17 dicembre 2021

UNDERWATER, il film

Una multinazionale ricchissima sta trivellando nientepopodimenoché il fondale della Fossa delle Marianne, ma qualcosa va storto, si rompe tutto e muore quasi tutto l'equipaggio
.

La trama di questo film è Alien incontra Cloverfield, con un pizzico di altre citazioni che è facile recuperare dal taccuino della propria memoria cinematografica. 
Lei è biondarasa Kristen Stewart, costantemente con le labbra socchiuse da un evidente problema alle adenoidi; ma fa bene la sua parte. 
Gli altri sono attori che incitano a raffica il canonico mulierico "dove l'ho visto?", con qualche punta di meraviglia e molte espressioni accondiscendenti.
La trama è meravigliosa fino al 35esimo minuto: ricchissima tensione, tempi meravigliosamente precisi, attori tutti nella parte, regia-montaggio-fotografia serrati e convincenti.
Poi, ci dev'essere stato uno sciopero generale e tutto è andato a fondo, letteralmente (considerata la location).
Si parte dalla scena in cui SPOILER uno dei protagonisti porta nella base subsubsubacquea un piccolo mostro marino... e non succede nulla. Credo che lo sappiano persino i NoVax che a quelle profondità qualsiasi essere vivente esploderebbe se entrasse nella nostra atmosfera. Eppure, non accade nulla di nulla.
E questa è la parte più facile da dettagliare. Tutto il resto è una trama confusa, impossibili impossibilità scientifiche, una fotografia da iPhone in mano a un babbuino, una regia da "Chiquito e Paquito" e un montaggio di quelli da telegiornale di ReteA dei tempi d'oro.
La domanda che vi state ponendo è: ma perché lo segnali se fa così pena?
Perché fino a quel fatidico 35esimo minuto vale proprio la pena.

15 marzo 2020

Coronavirus, da un disastro, la Bellezza

Secondo voi, si può passare da un vulcano e arrivare a Kirk Douglas? 
E, soprattutto: perché?!
Aprile 1815, Indonesia. Il vulcano Tambora esplode, letteralmente, raggiungendo il livello 7 dell’indice di esplosività vulcanica; Pompei fu del 2, così vi fate un’idea. La sua attività dura fino all’agosto dello stesso anno, generando tsunami più o meno rilevanti - nonché una quantità incommensurabile di materiale vulcanico che raggiunge l’atmosfera e lentamente avvolge l’intero globo. Le vittime sono 12.000, ma non possiamo certo calcolare quelle successive al disastro ambientale che ne consegue, come inondazioni e siccità. L’anno successivo, infatti, è il celebre “anno senza estate”. 
In pochi mesi, progressivamente anche il cielo di tutta Europa diventa così terso da ispirare al pittore William Turner quei suoi magnifici tramonti.
Ma non è il solo artista a restare affascinato da quella situazione.
Infatti, nel 1816, nella Villa Diodati in Svizzera , si ritrovano tre letterati e un loro attendente: influenzati da quel clima così evocativo e appassionati da dozzinali racconti gotici tedeschi, vogliono scriverne di nuovi, scambiandosi idee ma anche sfidandosi a chi scriverà l’opera migliore.
Ne parla - molto a modo suo! - Ken Russell nel poco riuscito film Gothic (1986), di cui si salva giusto la colonna sonora di Thomas Dolby, già produttore dei Prefab Sprout e pioniere di un’elettronica senza frontiere e pregiudizi.
Il più noto tra questi è George Byron, immenso poeta, padre di Ada (già, proprio quella cui è dedicato l’omonimo algoritmo). Byron scrive Darkness, uno dei poemi più belli della Storia, non solo inglese. 
Se non siete influenzabili da temi così imponenti, vale la pena leggerlo; altrimenti, aspettate la fine di questa crisi. L’edizione italiana con la migliore traduzione è quella Einaudi, purtroppo fuori catalogo.
Il suo attendente, Jon Polidori, scrive un brevissimo libello dal titolo Il vampiro. Secondo l’elegante saggio dell’antropologo culturale Vito Teti, sarebbe stato lo stesso Byron ad avergli buttato giù una bozza dozzinale. Comunque sia, l’inquietante figura è chiaramente ispirata al sommo poeta… in maniera chiaramente sprezzante, visto che Polidori non amava certo il suo padrone.
Poi abbiamo Percy Shelley: scrive Il Prometeo liberato, forse l’unica datata tra le idee di quel simposio; per quanto bella, ha uno stile sin troppo ottocentesco. Shelley è seppellito nel Cimitero Acattolico di Testaccio, accanto a Keats (quello dell’Urna greca, per intenderci), Gramsci (cui Pasolini ha dedicato un bellissimo poema) e… Camilleri.
La vera sorpresa ce la regala sua moglie, Mary Wollstonecraft. Femminista ante litteram, bella, intelligente e colta, scrive Frankenstein. A seguire quel matto di Russell, la trama sarebbe condizionata da un presunto aborto spontaneo; fatto sta che quel capolavoro dovrebbe girare anche per i nostri licei, se solo in Italia crescessimo un pochino e la smettessimo di circoscrivere tutto in generi sprezzanti.
Fin qui, tutto bene, ma manca Kirk Douglas, peraltro morto recentemente a soli 100 anni.
Lo sappiamo, è stato protagonista di eccellenti pellicole, non ultima lo Spartacus di Kubrick, le cui difficoltà produttive vengono raccontate con rara ironia proprio da Douglas in questo simpatico testo.
Ma c’è un’opera meno nota che lo vede tra i protagonisti: Lettera a tre mogli (1949) di Joseph L. Mankiewicz (sofisticato regista di capolavori come Eva contro Eva, Cleopatra, Un americano tranquillo, per dire). Diciamo placidamente che la trama è stata alquanto abusata, non ultimo dalla serie Desperate Housewives (anche se qui la lettera è in realtà una voce fuori campo di una quarta amica ormai morta).
La trama è semplice, liquida e lineare: una donna invia una lettera, appunto, a tre mogli, scrivendo che ha avuto una relazione con uno dei mariti. La sua voce fuori campo è una sfida alle regole cinematografiche, visto che notoriamente è sinonimo di debolezza strutturale (Viale del tramonto è l’eccezione che conferma la regola): eppure è una formula vincente e accattivante, tanto da vincere l’Oscar per la regia e la sceneggiatura non originale.
Kirk Douglas interpreta un professore squattrinato, fiero della sua passione per la cultura, ma chiaramente messo da parte perché “intellettuale”. Ad un certo punto, verso la fine del film, quando scorge una delle protagoniste scendere lentamente le scale, così elegante e sensuale, declama: “She walks in beauty, like the night / of cloudless climes and starry skies…”, Ella cammina radiosa come la notte, di climi tersi e di cieli stellati… è una poesia di Byron, proprio lui. 
Ce l’abbiamo fatta: dal Tambora siamo arrivati a Kirk Douglas!
Dimenticavo. Per i malati di Star Trek: tale poesia viene declamata anche da Spock nel terzo episodio della terza stagione della cosiddetta Serie Originale.
Insomma, da un disastro come quello del vulcano Tambora, l’Umanità ha saputo reagire con la Bellezza. Basta volerlo.

08 gennaio 2019

BIRD BOX e la critica cinematografica

Ho visto Bird Box su Netflix e non saprei cosa dire. O meglio: mi è piaciuto "virgola ma", perché è intriso di riferimenti e citazioni e ammiccamenti di ogni tipo. 
Però è un buon film. 
Però sa di già visto. 
Però ha un'ottima fotografia. 
Però è leggermente lento. 
Però ha un finale ben congegnato. 
Però non finisce né bene né male.
Insomma, qual è il vero problema?
È che un critico cinematografico dovrebbe appendere al chiodo penna e taccuino appena ha toccato la somma di due generazioni: una sorta di quota 100 etica, oltre la quale non dovrebbe sputare sentenze. E da lì, poi, trasformarsi in storico puro.
Penserete che non ci sia differenza tra critico e storico, ma vi sbagliate per almeno due motivi: il critico deve saper ascoltare il contesto in cui si esprimono i film, magari lasciandosi anche trasportare dai languori del tempo in cui vive; lo storico, invece, deve allontanarsi dal contesto che analizza, restituendogli dignità o limiti di fronte alle insidie del tempo.

Tant'è che, se ci pensate bene, quando qualcuno parla di Via col vento o di Berretti verdi (presi a caso), aggiunge sempre il canonico "devi rifarti all'epoca".
Ecco, per vedere Bird Box bisogna rifarsi all'epoca, ignorando volutamente tutta la tradizione di film di fantascienza e di horror che lo hanno preceduto. Per me non è stato possibile perché gli allarmi della mia memoria ronzavano continuamente.
Quindi, se siete giovani, scoverete qualcosa giusto da E venne il giorno e da World War Z. Se, invece, siete curiosi come scimmiette - o vecchietti da me in su, allora andiamo nel dettaglio. 
Da qui in poi, spoiler.
Oltre al WWZ citato, la "preparazione" al drammone riprende La città verrà distrutta all'alba di Romero, mentre la donna incinta da salvare è sovrapponibile al suo remake del 2010.
L'idea che le persone si suicidino appena vedono le creature (che noi non vedremo mai: ottimo macguffin!), è decisamente simile al già citato film di Shyamalan.
Il modo di presentare la casa assediata dalla stessa paura dei suoi assediati - quindi più che da un nemico che si manifesti esplicitamente, ricorda molto la Suspense di Clayton (1961).
I "posseduti" che si insidiano tra i buoni, sono una chiara eredità de Il terrore dalla sesta luna, scritto da Heinlein nel 1951 e tradotto in film nel 1994. Sotto altri aspetti, sono anche parenti vicini delle due "Cose", quella da un altro mondo del 1951 e quella di Carpenter del 1982, entrambe tratte da un racconto del 1938.
Sotto altri aspetti ancora, ricordano L'invasione degli ultracorpi di Jack Finney (romanzo del 1954) in tutte le sue successive traduzioni cinematografiche (la seconda più di tutte).
Delizioso il doppio omaggio al supermercato: tra Zombie di Romero (1978) e The mist di King (1982), ce n'è per tutti i gusti.
I pappagalli salvifici ricordano terribilmente quelli buoni buoni nella gabbietta circondati dagli invece cattivissimi Uccelli di Hitchcock (1963): addirittura stessa specie.
Sull'idea del fiume come strada per la salvezza, sento di ricordare qualcosa, ma non riesco proprio a ritrovarmela nel capoccione.
Sul finale, scusate, ma se non siamo di fronte a Il giorno dei trifidi di Wyndham (1951; il film è del 1963), ditemi voi dove siamo. Insomma, dai ciechi la salvezza! Diamine!
Una sola domandona finale, che il film risolve alla carlona con un paio di rapide scene: ma se le creature si manifestano alla luce, perché non siete scappati di notte?

31 luglio 2018

bighellonando dentro Netflix (1)

Dedicato a chi ama estremamente il cinema, oppure solo agli appassionati di quasi-fantascienza... con qualche spoiler involontario.
Il primo titolo che vi suggerisco di guardicchiare è SPECTRAL. Non è un granché, ma ha qualche intuizione niente male.
Una supersquadra di militari superaddestrati va a combattere contro un nemico... invisibile, letteralmente.
Finisce come finisce, ha dei momenti di ottima tensione, una recitazione fatta coi piedi e un epilogo quasi sensato. Però funziona, e tiene l'attenzione per più tempo rispetto alla media dei filmetti da birra e pizza.

Il secondo titolo che vi consiglio di guardare a pezzettini ini ini ini è ANNIENTAMENTO
La solita supersquadra (al femminile) deve entrare dentro un bosco occupato da un'entità in continua espansione. Finale con sorpresa, ma non tanto.
Consiglio di guardare i primi e gli ultimi quindici minuti. Il resto è lento e ovvio. Però il pre-finale è molto intrigante, quasi inquietante. Da sottolineare l'asettica presenza di Natalie Portman, più vegana che mai.

Terzo titolo, delusione totale: MUTE. Io voglio tanto bene a Duncan Jones, perché è figlio di David Bowie e grande autore in fasce. Però la trama è una schifezzina totale: un quasi Blade Runner dei poveri, senza arte né parte.
Se avete tempo da perdere, guardatelo solo per ammirare il protagonista, Alexander Skarsgård, perché quattro-espressioni-quattro le tira su bene, specie tenendo conto che per buona parte del film non può parlare.

Quarto titolo, non fantascientifico, è una sorta di western post moderno ambientato nel Medio Oriente del 2012: 13 HOURS: THE SECRET SOLDIERS OF BENGHAZI. Michael Bay racconta il realmente accaduto attentato di Bengasi, con ritmi e trovate narrative di notevole spessore. Crudo, eroico, retorico al punto giusto, teso e tagliente, senza fiato e con adrenalina a mille. Un ottimo film, insomma.
Quinto titolo, quasi horror, che sfida il mondo degli zombi: LA RAGAZZA CHE SAPEVA TROPPO. Il titolo italiano è una cazzatissima sciocchezza, ma anche quello originale non scherza: la ragazza con tutti i doni
In un mondo assediato dagli zombi, un gruppo di vivi cerca di sopravvivere portando con sé anche una ragazza ibrida, metà umana e metà zombie. Trama lineare, recitazione sgangherata, ma finale geniale e decisamente insolito in cui i concetti di "cattivi" e "buoni" si frantuma nella sequenza conclusiva. 
Fosse stato girato da qualche regista di nicchia, avreste gridato al capolavoro; purtroppo, però, è pieno di ingenuità che ne compromettono la portata storica.
Comunque, dategli una visione: ne vale la pena.
Ultimo titolo che vi consiglio di vedere è il recente EXTINCTION. Come il precedente, le cose non sono quelle che sembrano... qui, letteralmente.
Un tizio ha continue visioni di eventi drammatici che coinvolgeranno la sua famiglia. Quando questi eventi si manifestano veramente, non saranno esattamente come li aveva preconizzati. E perché?
Perché non ve lo dico.

L'elemento che mi ha fatto letteralmente impazzire è che la trama procede a blocchi di citazioni: questo l'ho visto qui, quest'altro l'ho visto di qua... proprio mentre mi stavo stancando delle troppe soluzioni apparentemente furbette, la trama si sposta verso una minuzia originale, perlomeno per come poi evolve verso un finale decisamente inconsueto.

10 maggio 2015

l'ebola nell'occhio era stato (quasi) previsto


Che i film horror e di fantascienza precedano spesso la realtà è più che dimostrabile (il solo Star Trek ha preconizzato almeno due invenzioni: il cd/dvd e il cellulare). Ma la storia vera di cui si è parlato in queste ore ha addirittura dell'incredibile. Sembra, insomma, che ebola si sia nascosto nell'occhio del dottore Ian Crozier, tra i pochi sopravvissuti al terribile virus, modificandone addirittura il colore (qui il racconto di Repubblica).
Per assonanza mi sono venuti immediatamente in mente gli occhi malefici dei bimbi posseduti ne Il villaggio dei dannati, capolavoro letterario del 1957 di John Wyndham, poi liberamente tradotto in film due volte: nel 1960 da Wolf Rilla (molto bene), e nel 1995 da John Carpenter (così così). Ma, appunto, è stato solo un riflesso condizionato.
In realtà, il film che ha accarezzato una situazione simile a quella (triste e dolorosa) di Crozier è 28 settimane dopo, di Juan Carlos Fresnadillo (2007), sequel del film 28 giorni dopo di Danny Boyle (2002). 
Una terrificante forma di rabbia colpisce Londra, e si distribuisce in men che non si dica in tutta l'isola. La vulgata facilona vuole che gli appestati siano zombie, mentre in realtà sono dei "banalissimi" ma terrificanti rabbiosi (tant'è che possono essere uccisi anche senza colpirli in testa, per dire). 
Al di là di questo, ventotto settimane dopo, il virus sembra sia scemato: a Londra e in tutto il Regno Unito regna la legge marziale supervisionata dagli amici americani.
Dopo una serie di vicissitudini che non vi sto a dire, viene ritrovata una donna sostanzialmente immune: in lei il virus è decisamente presente senza che però presenti alcun sintomo. Il rovescio della medaglia è che anche il solo entrare in contatto con la sua saliva significa fare una bruttissima fine. Uno degli elementi più evidenti che contraddistingue questa strana ma pericolosa immunità è una particolare forma di eterocromia.
La cosa ancor più curiosa - e nodale per l'amara conclusione del film - è che la piccola figlia di questa donna ha la stessa eterocromia. E guarda caso, dopo essere stata mozzicata da un rabbioso, non le accade nulla: però poi trasporterà inconsapevolmente la sua saliva contagiosa oltre Manica, devastando l'intera Francia se non l'Europa tutta.

19 marzo 2014

Zona Uno di Colson Whitehead, quando la critica è acritica

Una pandemia ha devastato la Terra, lasciando gli esseri umani divisi in due categorie: i vivi e i morti viventi. Guidati da un governo provvisorio stabilitosi a Buffalo, gli americani cercano di restaurare la civiltà. Il loro primo obiettivo è spazzare via da Manhattan le ultime sacche di resistenza, rappresentate da soggetti infetti che non si sono trasformati in zombie ma si trovano in uno stato semicatatonico. Mark Spitz fa parte di una delle squadre di civili che lavorano nella zona sud dell'isola. È un personaggio tortuoso, fosco, confuso. Il suo mondo, il mondo in cui si muove, è un inferno di ludica violenza dove le tracce della follia umana e i danni di un capitalismo aggressivo coesistono con il disperato desiderio di ritrovare la propria umanità.
Posta così, la trama sembra gustosa e irresistibile; invece, Zona Uno di Colson Whitehead è un libro noioso e pedante, addirittura offensivo. E scrivo "offensivo" per un mucchio di motivi.
Il primo, perché Whitehead è uno scrittore con i controfiocchi che ha però anteposto il proprio ego a un genere che esige schemi e stilemi ben precisi: sciorinare un'inutile buona scrittura, con un periodare sibillino e una quantità industriale di inutili flash back, è solo un esercizio di stile, e nulla più.
Il secondo motivo, perché la critica ufficiale italica si è sperticata in una serie incredibile di celebrazioni, usando però una dissimulata spocchia e arroganza del tipo: "il genere horror mi fa schifo, però Whitehead è un fico che si è abbassato a questo non-genere, ergo ne parlo bene ma solo per merito suo; anzi, ringraziatelo perché ha nobilitato questo non-genere".
Terzo, perché il genere horror-zombie non è minore o maggiore rispetto ad altri. Altrimenti Mary Wollstonecraft Shelley o Lev Tolstòj perché ci si sono cimentati con tanta cura e dedizione? E, nel cinema, qual è la differenza tra un thriller di Hitchcock o uno di Argento?
Voglio dire che avviciniarsi a un genere con la presunzione di conoscerlo prima ancora di averlo praticato, è un vizio vecchio come il mondo che andrebbe scoraggiato anziché dimenticato.
Oltretutto, e qui sta il punto, se si recensisce un libro con malafede (leggi: marchette), allontani il pubblico, diventi non credibile, uccidi la tua professione e quindi quella di altri tuoi colleghi, dimostri noti e stranoti pregiudizi nei confronti della lettura in generale.
Non può essere, insomma, che io (con una media di 40 libri letti l'anno) abbia faticato più di un mese per finire un libro di cui alla fine si salvano solo le ultime due pagine (su 320!).
Doveva essere un'allegra passeggiata; è stata, invece, un'autentica e inutile tortura.

25 novembre 2013

living dead

Nel dodicesimo episodio della terza stagione di Walking Dead, la sottotrama si apre e si chiude con una cornice decisamente orribile, di quelle che ti lasciano da pensare per giorni, un po’ come mi capitò quando vidi il prologo di 28 settimane dopo (anche se NON è un film di zombie).
I nostri protagonisti percorrono una strada tra gli alberi, correndo a una velocità apprezzabile, quando incrociano un viandante, un disperso insomma, vivo ma disperato, che gli corre incontro supplicando aiuto. Memori, però, dei recenti trascorsi, quando cioè aiutare qualche vivo ha significato rischiare la morte, i nostri passano oltre accelerando quel tanto da lasciare quel tipo desolantemente solo, a rischio di attacco di zombi.
Anzi, ad un certo punto la loro auto si ferma per colpa di una ruota sifulina, il tipo fa giusto in tempo per correre loro incontro, ma i nostri scappano subito via, ignorandolo.
Dopodiché si svolge la sottotrama per i 30’ canonici, lasciando in sospeso il destino di questo tipo.
Alla fine, i nostri riprendendo la strada del ritorno, incrociano di nuovo il tipo… quello che ne è rimasto, però: un’efficace panoramica verticale, ci lascia intuire che il tipo è stato sbranato dagli zombi. I nostri protagonisti accelerano, ma poi inchiodano, tornano indietro quel tanto che basta per raccattare lo zaino ormai abbandonato, e poi corrono via verso la sigla conclusiva.
Chiunque di noi avrebbe fatto così: in situazioni così estreme, chiunque penserebbe prima ai propri cari, al proprio gruppo, e poi solo dopo alle incognite degli altri vivi. Altrimenti, non si sopravvive.
Ma è quel dettaglio dello zaino strappato da un corpo ormai a brandelli che mi ha colpito, perché ha reso credibile un moralismo apparentemente sceneggiato solo per il telefilm: solo così, infatti, è diventato reale.
 

20 settembre 2013

William Friedkin, tante lezioni in un'autobiografia

Ho fatto un test, raccontando a chi mi stava intorno i seguenti aneddoti, ma senza specificare chi ne fosse il protagonista pasticcione: un tipo si ritrovò tra le mani alcuni fogli disegnati in maniera poco ortodossa, e decise di buttarli nella spazzatura. Peccato che l'autore fosse Basquiat.
Allo stesso tipo arrivarono i nastri di un giovane musicista di colore che lo pregava di dirigere alcuni suoi video. Li ascoltò, non li gradì, e diniegò l'offerta. Peccato che il musicista fosse Prince.
Infine, un bel giorno, gli si avvicinò un giovane diabetico e insicuro che gli propose la produzione di un film ambientato nello spazio. Il nostro tipo rifiutò, e Star Wars divenne leggenda.
Insomma, chiunque abbia ascoltato queste tre storielle, ha subito reagito esclamando "ma questo è proprio uno scemo".
E, invece, è William Friedkin, un regista "osservatore", di quelli cioè che usa la macchina da presa come fosse una testimone discreta, quasi trasparente, ma che poi sa anche spostare il climax di un'azione, smanettando a dovere le fasi di montaggio. Ancora oggi, il celeberrimo inseguimento del suo Il braccio violento della legge viene visto e rivisto da imberbi montatori per imparare l'abc della difficile arte del montaggio.
William Friedkin ha scritto una bellissima autobiografia, tradotta coi piedi però, che riesce a raccontare contemporaneamente i propri pregi/difetti, la storia del cinema, la tecnica del cinematografare. 
È un libro ricco anche di aneddoti e di curiosità, senza che affatichino la lettura, ma che trascinano il lettore in un vortice di tante cose belle e saporite che vorresti non finissero mai.
In più, dimostra fattivamente che la voglia di fare, il coraggio - e anche un minimo di incoscienza - vengono sempre premiati... in un ambiente che lo permette, figuriamoci.
Se poi volete una guida all'acquisto dei dvd delle sue opere, vi consiglio (in ordine di gusto):
  • Festa per il compleanno del caro amico Harold (The Boys in the Band, 1970)
  • L'esorcista (The Exorcist, 1973)
  • Il braccio violento della legge (The French Connection, 1971)
  • Vivere e morire a Los Angeles (To Live and Die in L.A., 1985) 
  • Cruising (1980) 
  • The Hunted - La preda (The Hunted, 2003) 
  • Regole d'onore (Rules of Engagement, 2000)

13 settembre 2013

The Dome, under the King

Preso dalla furia del telefilm trasmesso a singhiozzo da Rai2 (e doppiato da schifo), mi sono comprato il romanzo(ne) omonimo.
Prime 200 pagine, interessanti; dopodiché, viene fuori quel lato oscuro di King che quand'era giovane era sopito chissà dove, ma che qui si manifesta in tutta la sua pochezza... la misoginia.
Una misognia che si svolge con violenza, con uno stupro inutile e dettagliato, con linguaggi e e situazioni da cacca-piscia che neanche uno scrittore ai primi passi potrebbe elaborare con siffatta trivialità.
Vi chiederete: e ci scrivi un post? Eh, un motivo c'è.
Qualche giorno fa, Augias ha pubblicato un commento di un suo collega che sostanzialmente invitava i critici ad acquistare i libri: ricevere musica/libri/film in omaggio, fa male alla critica.
Considerato, quindi, che buona parte dei critici letterari ha parlato bene di questa fogna partorita da King, prendete le misure e traetene le conseguenze.
 

28 giugno 2013

Richard Matheson c'est moi

Forse più di Hemingway, Matheson ha costellato la mia adolescenza. Non tanto per lo stile, quanto per i contenuti e le idee.
Come io abbia incontrato l'autore di Duel l'ho scoperto solo tempo dopo: attraverso, cioè, gli episodi di Ai confini della realtà
Ma fu il film Occhi bianchi sul pianeta Terra ad aprirmi la via alla sua letteratura. Secondo delle tre interpretazioni cinematografiche del suo bellissimo Io sono leggenda, il film che vedeva un grandissimo Charlton Eston alle prese con i miei sogni e i miei incubi.
Sogni e incubi che ho ritrovato, perfettamente scritti e nobilmente delineati, nel romanzo originale (anzi, io ho l'edizione che porta ancora il vecchio titolo I vampiri).
Da sempre, mi scopro ad immaginare situazioni da dopobomba, e del resto il mio romanzo ne è una prova quasi esemplare (nonostante sia in realtà una sorta di fantapoetica dichiarazione d'amore alla mia signora, con ben altra trama ed intenti).
Di Matheson mi ha sempre colpito la capacità di dare senso all'insensato, di dargli dignità, di renderlo addirittura credibile (a volte anche scientificamente), per poi smontarlo pezzo per pezzo alle ultime dieci pagine, con altrettante senso, dignità e credibilità.
Una scrittura, diretta, asciutta, elegante e sotto certi aspetti molto british, con soluzioni narrative molto lineari e possibili (nel contesto costruito, è ovvio) che andavano bel oltre il mostro, l'alieno e l'oscuro demonio che alberga in ognuno di noi. 
Ricordo nitidamente alcuni suoi racconti, con un senso di sgomento che ancora mi sovrasta, e che vi consiglio vivamente di recuperare da qualche rigattiere (prima che il web mortifichi anche queste liturgie): Isolato in partenza, Regola per sopravvivere, Nato d'uomo e di donna, Una chiamata per Miss Keene e Su dai canali.
Ricordo con dolce maraviglia Tre millimetri al giorno. Mi perdo ancora nei meandri della mia Memoria alla ricerca delle sensazioni che mi diede la super-raccolta Shock
Mi beo riassaporando alcune trame di Star Trek da lui sceneggiate (come anche qualcosa per Alfred Hitchcock racconta).
E gli zombi? Be', si sa, si è sempre saputo (per stessa ammissione di Romero) che La notte dei morti viventi deve moltissimo a Io sono leggenda, nonostante lì siano zombi e qui vampiri. Ma - appunto - è il come si comportano i vivi che conta.
E io, che stasera mi andrò a vedere il cafonissimo WorldWarZ, mi sentirò un po' più solo, sapendo che colui che mi ha addolcito l'adolescenza se n'è andato in punta di piedi, dissolvendosi lentamente come in Scomparsa graduale.

08 luglio 2012

domenica cinema - Dead Set

Possibile che un blogger come me ospiti il Grande Fratello britannico?
Be', non vi dico nulla: se avete, però, la pazienza di arrivare fino alla fine, capirete il perché di questa mia strana scelta.
Buona visione.

15 maggio 2012

L'invasione è vicina? Ne parlarono in molti

Irritato com'era dal fatto che ogni volta che diceva essere qualcuno tra il pubblico rispondeva non-essere, un attore scespiriano invitò il saputello del momento a continuare lui sul palco per perpetuare quel delizioso monologo - un monumento della pura dialettica, va detto.
Ecco, quand'ho fatto cenno ad alcuni che questi cosi che invadono la principali città italiane sono il prologo dell'invasione, subito mi hanno risposto i-baccelloni!!!!... dico io: ma non avete capito la serietà del fenomeno?
Innanzitutto, a cosa servono questi cosi (per Madre Natura intendo)? A nulla! Orbene, esiste il nulla in Natura? No!
E poi, avete fatto caso a quanta gente vi guarda strano quando siete per strada? Sono aumentati!
Io non dico che ci sia qualcosa di strano. Semmai c'è qualcosa di strano.
Però, se proprio vogliamo fare i saccentoni, di situazioni simili se ne sono viste nel cinema. Qualcuno si è ricordato del Terrore dalla sesta luna del mio Heinlein. Il libro era più ficcante; il film, meno (anche se servirà a Fleming per rubare qualche caratterizzazione per il suo James Bond). Solo che in questa storia gli alieni hanno attitudini comunque emotive; i-baccelloni!!!! proprio non lo erano. Anzi.
Il soggetto originale era un romanzo del 1955 di Jack Finney, che sostanzialmente finisce con la fuga de i-baccelloni!!!!. Ottima scrittura, trama decisamente ficcante.
Il primo film che smanazza la suddetta trama è L'invasione degli ultracorpi. Classe 1956, ha come regista il "lanciatore" dell'Eastwood più tosto, il grande Don Siegel, regista definito "difficile" solo perché coerente fino al midollo (insomma, non avrebbe mai lavorato per Berlusconi, come fanno SavianFazio, per dire). Finale possibilista, forzatamente aggiunto dalla produzione, che nulla toglie però all'allarme urlato dal povero disgraziato di turno (il cui protagonista ritroveremo tra una riga, in un delizioso quanto sanguinolento cameo).
A questo segue Terrore dallo spazio profondo. Classe 1978, è una sorta di film d'autore, perlomeno nella forma (ottime inquadrature; sceneggiatura in linea). Ci sono pezzi da novanta tipo Donald Sutherland (che ritroveremo nella Sesta luna sopra citata; allora è un vizio), Leonard "Spock" Nimoy, Jeff "La mosca" Goldblum, e quella povera disgraziata della Veronica Cartwright che avrebbe dovuto poi essere la Ripley di Alien, ma la Weaver aveva i genitori che coproducevano Scott, e Scott si piegherà al cambio di protagonistessa. In questo Terrore, si vede esattamente quello che sta accadendo a Roma e Milano: questi cosi che fluttuano nell'aria e invadono una metropoli anonima quanto superamericana. Quando gli umani contagiati ("replicati", va detto... replay, ripley, la Cartwright ci era già vicina) diventano amimici e asentimentici repliche di noi, per riconoscere chi non è infetto lo indicano cominciando ad urlare in maniera che ancora oggi fa fare tanta cacchetta al sottoscritto. Finale amarissimo, com'era giusto che fosse in quegli anni di riflusso (esofageo).
Urla che ritorneranno strascopiazzate nel ridicolo reremake del sopravvalutato Abel Ferrara. Classe 1993, Ultracorpi, l'invasione continua mischia i due episodi precedenti, aggiungendo due cosucce niente male ma sviluppate pessimamente: il tutto si svolge in una base militare... cosa strategicamente logica, come lo sarebbe anche invadere una megametropoli, anziché i paesini di Villaggio dei dannati - libro meraviglioso! - proposti due (forse tre) volte, nel 1960 e nel 1995. E poi i bambini sono stronzettini anzichésì. Finale aperto ma paraculo, che lascia il tempo che trova.
Ultimo, e per fortuna!, è l'orribbbole Invasion. Classe 1997, vede il quasipolacco Daniel "Bond" Craig posseduto e poi redento da Nicole Kidman, perché lei capisce tutto, intuisce tutto, e trova la soluzione all'invasione nebulizzando un sottoprodotto del suo silicone zigomale sulla città ormai infetta. Alla fine, vissero tutti felici e contenti, tranne lo spettatore addormentato.
Ma allora non ve ne siete accorti? Guardate l'escalation delle trame: si passa dalla denuncia al volemosebene. Sì, ci sono parentesi come la doppia Cosa dall'altro mondo (quella del 1951 e quella western di Carpenter), e vocazioni ammonitrici simili. Ma mai nessuna aveva detto chiaramente che è possibile invaderci togliendoci l'anima, il sorriso, lo scazzo, i sentimenti, l'odio, l'amore.
E la cosa sta accadendo. E io il 30 verrò visitato dall'otorino che forse è uno di loro e mi farà fuori perché sto parlando troppo.
Mi direte: proprio tu che sei ateo; tu, che curi il Canale Scienze per mamma Rai?
Appunto.


01 febbraio 2012

film di gennaio: vince #Shame

Ogni tanto mi ricordo che il mio primo amore è il cinema, per cui ho dedicato tutti gli esami extra che mi consentiva il vecchio ordinamento di Lettere Moderne; una passione che a volte quasi mi soffoca, per quanto l'adoro e ne ho psicofisiologicamente bisogno.
E questo mese mi è andata abbastanza bene, visto che sono riuscito a vedere (quasi) tutti i film che volevo vedere. Va detto che in linea generale sono sempre più convinto che il cinema come forma d'arte sia sempre più in crisi, e non solo per mere questioni di affollamento (troppi film in pochissimo tempo e per pochissime sale e per pochissime settimane), ma per totale mancanza di idee.
Ormai il reboot è moda fissa, tanto quanto l'andare a pescare dentro comics, remake, riedizioni, rivisitazioni et similia. Forse, e come sempre, giusto la fantascienza e l'horror mantengono quella rara attitudine di saper raccontare i tempi che corrono, mettendoli sapientemente in discussione.
Ed è proprio il primo film, The Artist, che tradisce e dimostra tutti i difetti di questo modo di fare cinema. Si è andati a ripescare un 4/3 in bianco e nero e muto per narrare una storiella che altrimenti sarebbe stata scipina scipina. Per carità, mi è piaciuto, e molto pure: è come bere un simpatico bicchiere d'acqua; ma addirittura dargli qualche Oscar mi sembra esagerato.
Le Idi di Marzo dimostra, invece, che il mio sosia George Clooney è meglio come regista che come attore. Un po' come Eastwood, insomma, il nostro decaffeinato sa usare magistralmente la cinepresa, gli attori e le sceneggiature per raccontare a dovere sentimenti e attitudini che altri proporrebbero in maniera piatta e artefatta. Clooney, quindi, gli dà sotto come pochi, sbavando giusto con un'inutile carrellata nel prefinale; ma è cosa trascurabile.
La Talpa vede un immenso e monumentale Gary Oldman (non)recitare alla grande, non facendo rimpiangere Alec Guinness (anzi: alla fine è quest'ultimo che gli deve qualcosa, a ritroso verrebbe da dire). Certo, si capisce subito chi è il cattivo (complice quella che io chiamo la "sindrome della Signora in giallo"), però vale più di una semplice visione distratta o saputella. Notevole, insomma.
Mission Impossible - Protocollo Fantasma picchia sodo alla grande: dei quattro dell'amabile franchising è sicuramente il migliore, il più divertente e il meno ridicolo. Oltretutto non c'è solo il dianetico a fare la sua parte, e la coralità dei tappetti (sono tutti bassi, 'sti attori, eh?) è veramente azzeccata e gustosa. Da vedere (specie per i titoli di testa, una meraviglia di sommario), senza indugi, e in una grande sala... altro che 'om tiater.
Ma è Shame che merita la mia palma d'oro mensile. Film straordinario nella forma (forse un po' ammiccante) e nella sostanza (devastante quanto terribilmente imbarazzante, e non certo per il pipone messo lì in bella mostra... e che pipone, oh!). Insomma, è un film piùccheperfetto, sia stilisticamente che nei contenuti, dove regista e protagonista lavorano veramente come una sol persona per restituirci un film femminista, doloroso, e di rara bellezza.