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10 gennaio 2020

non chiamateli colleghi

Non amo (più) i post personali, a meno che non portino con loro qualcosa di necessario.
Più si invecchia e più si cresce, più si cresce e più si sente che l'invecchiare non è mai abbastanza: c'è bisogno di più tempo e di più ripartenze per rimettere tutto a posto.
Qualsiasi cosa facciamo da giovani, qualsiasi cosa diciamo quando siamo ancora con il fuoco della vita dentro, tornerà sempre indietro. E con gli interessi. Non importa se siano positivi o negativi: fanno male comunque.
È dal 1993 che lavoro in Rai, e ne ho incontrati di colleghi. Tanti. 
Veramente tanti.
Al di là dei torti o dei meriti subìti dall'azienda, questa struttura è così enorme e popolata da non consentirci di percepire il Tempo: viviamo come in una sorta di eterno presente, mentre invece sotto di noi passa l'acqua degli anni, senza dissetarci e senza avvisarci.
Ecco, con questo post vorrei salutare cinque persone che non ci sono più. Morte prematuramente, con cadenze quasi precise, comunque ciniche, generando in me un'incomprensibile inquietudine difficile da chiarirmi e da raccontare; però mi hanno consentito di fermarmi, anche e solo per un attimo. 


Conobbi Massimo Billi in quel di Esercizi di Memoria, una sofisticata trasmissione notturna di Radio3 che proponeva una serie di arbitrarie antologie guidate negli archivi di Radio Rai; e che archivi! 

Nastri, "padelloni", vinili, supporti di ogni tipo, insomma, che venivano da noi ricercati in base a temi o argomenti personalissimi, quindi selezionati, quindi accuratamente digitalizzati, infine incastonati in una supermacchina-mangia-cd per una notturna radiofonica di quasi cinque ore.
Massimo era quel tipo di persone argute e acute che si lasciano scivolare tutto di dosso. Apparentemente distratto, aveva sempre la battuta pronta e sciorinava opinioni nitide e ben argomentate.
Stare con lui in ufficio era sempre molto divertente ed educativo. Ci si sentiva per telefono ogni volta che la sua Roma e la mia Juve si incrociavano.
Morì nel 2004, proprio pochi giorni prima di un canonico Roma-Juve, senza alcun indizio che lasciasse trapelare l'idea di un cuore così sfilacciato. Giovane. Insolente. Simpaticissimo. Mi manca ancora tanto.

Dall'esperienza di Esercizi di Memoria conservo anche la splendida esperienza con Arrigo Quattrocchi, di cui parlai anche qui

Costretto da una cinica patologia a vivere pressoché immobilizzato dentro una sedia a rotelle, sapeva raccontare la musica colta in maniera dotta e nel contempo divulgativa, senza tradire la necessaria proprietà di linguaggio, ma senza neanche risultare difficile od oscuro.
Da quando lo conobbi, ho un'iniziale quanto rapida difficoltà ad ascoltare Bach: io lo adoro, lui gli preferiva Händel. Stargli accanto, anche al di fuori della registrazione dei suoi interventi, era un continuo insegnamento di vita, anche se lui rifiutava di attribuirsi tale merito.
Da quando è morto nel 2009, ormai sbriciolato dalla malattia, non ho avuto più la voglia di sfogliare il mio archivio di Musica e Dossier, antico quanto sontuoso mensile della Giunti che lo aveva avuto tra le firme di punta.

Durante i miei due anni con Piero Angela, invece, conobbi anche Virginia Splendore, di cui raccontai qualcosa qui. Nel tempo libero, suonava uno strumento musicale moderno e articolato, il cui nome nella sua Sicilia poteva assumere ben altro significato: lo stick, un non-basso da suonare soprattutto con doppio tapping, di cui Tony Levin è l'esecutore più noto.

Virginia era insieme tormento ed estasi: sembrava oscura e tormentata da atroci languori, ma quando sorrideva era un incanto; soprattutto sapeva essere amica ficcante, forse dolorosa, senza però fare male. Si è suicidata nel 2011: ogni giorno mi chiedo cosa avremmo potuto fare per non farla arrivare a quel punto.

Tra i miei primissimi ricordi in Rai, ecco Alessandra D'Asaro: conosce(va)te sicuramente la sua voce sempre misurata ed appropriata, ma anche gli appassionati sanremesi con i capelli bianchi l'hanno vista sul palco dell'edizione del 1995, insieme al Curzi del Tg3 e a molti altri coristi improvvisati del duo Guzzanti/Riondino. Appassionata di Gurdjieff e di Marocco e di mille altri argomenti, combatteva con una serie di patologie autoimmuni che le strapparono la vita alla fine del 2013. 

Con lei fui uno stupido dogmatico: non sapendo accettare le nostre differenze di idee, ho smesso lentamente di frequentarla fino quasi ad ignorarla, finché non la incontrai fortuitamente a Campo de' Fiori, giusto tredici anni fa.
Ogni volta che penso ai nostri due anni in Radio, mi scappa un sorriso e un incontrollabile senso di colpa.

Antonella Rucci era una colonna portante di Blob, una trasmissione cult di Rai3 in cui militò per molto tempo anche mia sorella. 

Era tra le poche persone che ti faceva sentire subito a tuo agio. In lei c’era quella rara attitudine di non chiedere, di non pretendere, di non giudicare. Di lei ricordo una costante delicatezza, una genuina propensione all’ascolto, una vivacità intellettuale senza remore o confini, una voglia di andare oltre l’ovvio. 
Ci perdemmo di vista per quei non-motivi che neanche sai quali siano. Però ricordo quando anni dopo ci incrociammo rapidamente durante una manifestazione aziendale in difesa della Rai. Ci salutammo come due amici che si erano appena congedati due minuti prima. È "partita improvvisamente senza avvisarci" agli inizi del 2020.

27 aprile 2009

è morto Arrigo Quattrocchi

Oggi questo blog si ferma. Perché un grande dolore mi ha colpito come una mazzata: è morto Arrigo Quattrocchi, un grande del panorama critico musicale non solo italiano.
Due lustri fa fui al servizio di Arrigo per sei meravigliosi mesi, in quel di Esercizi di Memoria, una bellissima trasmissione radiofonica. Eravamo una grande squadra. Ci coordinava Flavia Pesetti, una vera Signora di altri tempi: delicata, educata e ferma nel bisogno. Di quella squadra già era scomparso Massimo Billi, noto romanista dei tempi che furono.
Adesso Arrigo.
E dire che l'avevo letto già da giovanissimo, senza mai immaginare che l'avrei conosciuto, quando approfondivo senza guida alcuna il mondo della cosiddetta musica colta, proprio e anche attraverso i suoi testi su Musica & Dossier (straordinario periodico della Giunti migliore).
Di Arrigo potrei dire tantissime cose, tutte belle e tutte profonde. Anche perché ero il suo assistente, il suo regista, il suo annunciatore, il suo umile servitore (nel senso più romantico del termine).
Un aneddoto. Dovevamo trasporre in digitale un'opera monumentale di Wagner. Ere fa la Rai l'aveva solo registrata nei cosiddetti padelloni. Poco più grande dei 33 giri, potevi registrarci solo 15 minuti di audio. Per cui i gloriosi tecnici Rai appena si avvicinava la fine del supporto, cominciavano a registrare su un altro padellone gli ultimi due minuti. Così non si perdeva nulla. Col tecnico mettevano poi il materiale grezzo su supporti ipertecnologici. Poi dovevamo scovare i due minuti che i due supporti avevano in comune, trovare al millesimo di secondo l'esatto punto del taglio e tagliare.
Arrigo ci guardava divertito, perché proprio lì sarebbe stato l'unico e fondamentale vigile e arbitro di quel lavoro. Noi non contavamo più un tubo. Ebbene, gli bastava sentire di sfuggita una singola nota e immediatamente la scovava nell'enorme tomo della partitura. Ce la indicava distrattamente e poi ci diceva come, dove e quando tagliare. Non ne sbagliava mai una.
E se poco poco gli chiedevi una notazione storica in merito, ti ammaliava con la sua disarmante semplicità di uomo dotto sopra ogni cosa. E senza vaniloquenza, senza termini complessi, senza fare il fighetto.
Quando inventai il primo sito di Cinema Ebraico in Europa, gli chiesi conto dell'importanza della tradizione musicale ebraica nella musica che Visconti aveva rubato dalla Quinta Sinfonia di Mahler. Fu la pagina più letta tra tutte quelle che avevo compilato con scientifica cura.
Qui di seguito vi propongo il nostro ultimo scambio epistolare... dimenticavo: una rara malattia aveva costretto Arrigo a vivere su una sedia a rotelle elettrica. Poteva muovere la testa e parte delle dita. Lui che sapeva suonare con grazia quelle note che ancora risuonano nel mio cuore.



----- Original Message -----

From: Alessandro
To: Arrigo
Sent: Tuesday, February 03, 2009 11:04 AM
Subject: un caro saluto


Caro Arrigo,
sei sempre nel mio cuore, e lo sai.
Poi magari non ci sente, legge e cose simili. Ma resti sempre un punto fermo della mia vita.
Appena tornato a Roma, il 7 gennaio mi sono frantumato la mia gamba sana.
Il che ha comportato un’operazione di ricostruzione delicatissima di oltre sei ore in anestesia generale, i cui giusti esiti si potranno conoscere solo tra qualche mese.
Insomma: sono obbligato a non posare l’arto e cose simili.
Vivo dentro una sedia a rotelle.
Ho la fortuna di sapere che prima o poi ne uscirò.
Se prima ti stimavo in senso idealistico e solidale, adesso sei il mio faro di riferimento.
Ad ogni difficoltà che incontro, ad ogni minima cretinata che mi impedisce di “vivere” come vorrei, penso a te.
Lascia perdere il tuo cinismo e tutto il resto.
Sei il mio eroe. Punto e basta.
Ti abbraccio con tanto affetto
Alessandro

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Da: Arrigo
Inviato: martedì 10 febbraio 2009 2.16
A: Alessandro
Oggetto: Re: un caro saluto



Carissimo Alessandro,
scusa per il ritardo con cui ti rispondo.
Credimi, non ho la stoffa dell'eroe, e non ho mai pensato di essere un eroe. Gli eroi si sacrificano per qualcosa, io non mi sacrifico, e cerco solo di vivere la mia giornata quanto più agevolmente possibile. L'ammirazione di cui mi fai oggetto da una parte mi lusinga, da un'altra mi trova un po' distaccato. In fondo, quando uno si trova in una certa situazione, o affonda o galleggia, e allora cerchiamo di galleggiare al meglio, valutando e calibrando ogni opportunità per una migliore qualità della vita. E questo vale per tutti.
Spero piuttosto che tu possa presto ritrovare una condizione fisica migliore, che ti faccia tornare in piena forma.
Un forte abbraccio,
Arrigo