30 luglio 2026
COSA SONO LE NUVOLE - GLI ULTIMI ANNI DI TOTÒ di Francesco Piccolo (Einaudi)
27 luglio 2026
ARTÙ, LANCILLOTTO E IL GRAAL - I (Einaudi)
28 ottobre 2025
POLO NORD di Erling Kagge (Einaudi)
Il racconto epico di un luogo quasi ultraterreno, dove il sole resta alto nel cielo per sei mesi all'anno e si eclissa nella distesa di ghiaccio per altri sei. Per chiunque, guardando l'orizzonte, si sia chiesto che cosa succede se si continua a camminare verso Nord
Al Polo Nord Erling Kagge ci è arrivato a piedi (!) nel 1990. Spinto dalle ombre di un mucchio di visionari che l'avevano preceduto e ispirato, ha deciso di raccontarsi, di raccontarli e di raccontare l'incanto, il terrore, la mAraviglia, un turbinìo di sentimenti incontrollabili che suscita l'esplorazione del deserto di ghiaccio.
E lo fa con uno stile entusiasta, onesto, paradossalmente asciutto ma empatico, che stringe forte il braccio del lettore, per accompagnarlo dentro un bellissimo arazzo di storie e di gesta e di fallimenti e di vittorie.
Così come l'autore procede verso la meta, passo dopo passo procedono anche le avventure di chi lo ha preceduto. È come se Kagge si fosse portato dietro un'immensa biblioteca cui attinge appena ha raggiunto un obiettivo (minimo ma prezioso), per ricalcare esattamente - e quindi raccontare - tutti quelli che avevano compiuto lo stesso percorso.
Uno dei più bei libri sull'argomento, che soddisfa i palati più disparati: scienza, avventure, narrativa, introspezione, antropologia, geopolitica, sociologia, ecologia, fotografia... un toccante capolavoro
16 ottobre 2025
PIOGGIA DI DISTRUZIONE di Richard Overy (Einaudi)
Servirono veramente le bombe atomiche a porre fine alla guerra o vennero sganciate seguendo altre logiche e finalità? Perché non fu sufficiente il precedente bombardamento incendiario di Tokyo, quasi altrettanto distruttivo e crudele?
La collana "La Biblioteca" dell'Einaudi è un tempio di rara bellezza: ha titoli intriganti, ben scritti, che arricchiscono la mente e l'anima. E questo gioiello ne mantiene la linea editoriale con rigore, documentazione e una severa attenzione nei confronti della verità e del lettore.
Ogni retroscena, ogni ricostruzione, ogni dichiarazione ci raccontano una guerra-altra, ben lontana da quella che incontriamo nei manuali di Storia. E se qualcuno si ostina a dirvi che gli USA lanciarono le bombe anche per avvisare l'URSS, in questo saggio troverete una visione ben diversa che vi sorprenderà.
Così come vi sorprenderà conoscere il terrificante bombardamento di Tokyo, il "come" l'Imperatore dichiarò la resa, le differenze tra Roosevelt e Truman, l'autocensura giapponese contro i superstiti, le mille correzioni e adesioni alle Regole dell'Aja.
Un libro necessario e appassionante
04 settembre 2022
ROMA, CITTÀ DELLA PAROLA di Maurizio Bettini (Einaudi)
01 settembre 2022
CHRONOS di François Hartog (Einaudi)
Un libro splendido, scritto benissimo, dove l'autore si mette al servizio del Sapere e del Lettore, raccontando la lenta e inesorabile trasformazione di alcuni concetti che per noi oggi hanno un significato totalmente opposto a quello che avevano originariamente.
Suggerisco vivamente di tenere sempre un segno sull'Introduzione perché è lì che viene disvelata l'esatta consistenza di chronos, kairos e krisis, i tre concetti-chiave attraverso cui poi si sviluppa e si dipana l'analisi di questa lenta trasformazione da tempo proiettato a tempo circolare, da tempo evocato a tempo plasmato.
Non manca un'occhiata finale a questi nostri giorni, in cui l'"eterno mentre" di internet sta sgretolando alla base il concetto stesso di tempo, nella sua accezione più assoluta.
20 dicembre 2021
CHE HAI FATTO IN TUTTI QUESTI ANNI (Einaudi)
Non è solo la storia della produzione di "C'era una volta in America", non è solo un viaggio dentro l'ultimo raggio di luce della purtroppo breve vita dell'immenso Sergio Leone, non è solo un omaggio al cinema, alla musica, al montaggio, alla fotografia - e anche alla produzione: è un insieme di queste cose e di molto altro, dove tutto è ben cesellato, equilibrato, mai fuori luogo né tantomeno esagerato, in cui ogni singola parte contribuisce all'insieme, mantenendo comunque la sua singola dignità e la sua necessaria visibilità.
Ma, soprattutto, non è un'operazione nostalgia.
Certo, si respirano comunque amore incondizionato e un languore pieno di grazia, come anche un certo modo romantico di raccontare gli ultimi bagliori del crepuscolo cinematografico italiano, che in quegli anni ancora sapeva illuminare il cosmo della settima arte con una sua inestimabile grammatica e un invidioso coraggio.
C'è anche un'impostazione di fondo, sottile e impercettibile ma ben presente, che credo sia utile anche per chi volesse cimentarsi nel difficile mestiere della critica. Quella attualmente in voga, infatti, o è anacronisticamente militante (cfr FilmTv) o eccessivamente commerciale (cfr Ciak), vincolate o dall'angusto gusto personale o da una malcelata sponsorizzazione.
Qui, invece, il critico si documenta, argomenta, ricostruisce, ritrova i bandoli delle matasse e li racconta per quello che sono, non mitizza né mortifica, non si autocompiace della sua competenza né sgomita per farsi notare.
Insomma, è un libro che ho fatto fatica a riporre nello scaffale.
Da leggere e rileggere, magari rivedendo poi per l'ennesima volta il bellissimo capolavoro di Sergio Leone.
07 ottobre 2019
Daniele Vicari racconta Emanuele Morganti
E però, dopo la visione di Diaz (qui una mia recensione) ho imparato ad avere stima per Daniele Vicari e ho deciso di acquistare questo suo "Emanuele nella battaglia".
La storia di Emanuele Morganti, la sua lenta e raccapricciante morte, mi erano note solo perché ogni tanto impattavo sulle foto dei delinquenti che gli sbriciolarono il corpo e l'anima durante una lunga e ipnotica rissa in quel della provincia laziale; ma mai avrei immaginato cosa ci fosse dietro.
Attenzione, per "dietro" non intendo chissà quale complottismo: "dietro" c'è un'Italia popolosa che però ci ostiniamo a non ri-conoscere, c'è una dissimulata bestialità sottopelle che spesso ci sfiora e con cui non facciamo mai i conti.
Il primo pregio dell'opera di Daniele è che non è un film. Avete letto bene. Non che non creda capace il Vicari di tirarci fuori qualcosa: è che una storia come questa ha senso ed effetto se viene "scritta"; e la "scrittura cinematografica" mal si attaglia con la quel tipo di profondità necessaria per raccontare la barbarie che circonda l'antefatto di quell'omicidio. Una barbarie che già definire tale è paradossalmente limitante: quando le parole pesano troppo, perdono di peso, diventando solo effetti sonori; la morte di Emanuele, invece, ha contesti e realtà che nuotano nel quotidiano senza soluzione di continuità.
Il secondo pregio dell'opera di Daniele è l'aver evitato accuratamente il macabro soffermarsi sui dettagli da macelleria. La macelleria delle anime meritava tempi narrativi e spazi che Vicari ha saputo regalare con rara sapienza. Muoversi tra le urla e le botte, tra il sangue e la viltà, tra il dolore e il terrore: un passo crudo ma felpato che merita molta attenzione.
Il terzo pregio è che Daniele ha agito come scrittore e non come regista che scrive. Tant'è che in alcuni momenti la lettura fa fatica, forse perché è una salita emotiva necessaria per arrivare in cima, là dove gli insiemi raccontati minuziosamente si fondono e confondono nell'amalgama provinciale.
Il quarto pregio è la ricerca senza conclusione, senza preconcetti. Il libro è una quasi-indagine e una quasi-cronaca di cui sappiamo già l'esito ma non il movente; e questo movente si dipana senza preconfezioni di sorta.
Come usano dire certi sapientoni "è un libro necessario", di una necessità che ricorda quel cinema italiano che Daniele ed io abbiamo studiato all'Università, un cinema denso e profondo (e anche popolare) di cui il nostro Paese avrebbe così tanto bisogno. Un cinema che sappia fare politica anche tramite l'estetica, esattamente come questo piccolo libro.
Le ultime trenta pagine sono devastanti, forti, crude ma molto eleganti. E mentre le leggevo mi sono reso conto di quanto abbia perso nel non mantenere i contatti con Daniele Vicari, perché una persona capace di scrivere un libro del genere è un uomo, cresciuto, maturo e consapevole; non il frullato di contraddizioni e dogmi tipiche di un ventenne, insomma.
Buona lettura.
04 novembre 2014
Dario Argento, autobiografia senza paura
Di Dario Argento, insomma, si parla come si fa con i Bitols o con Kennedy o con chissà chi deve per forza essere in quel modo: con la presunzione, cioè, di sapere già in anticipo che è un regista ddde paura, autore di omicidi efferati, fumatore di canne, papà degenerato e via dicendo.
Da una parte, cioè, la catalogazione aprioristica tipicamente italiana lo ha costretto a stare in un angolo (da lui inventato, vero; ma basta con 'sti cataloghi!); dall'altra, i rivalutatori borghesi alla Fazio lo hanno trasformato - suo malgrado - in macchietta per zoo umani.
Tecnicamente, insomma, Dario Argento è tra i primi cinque registi italiani di tutti i tempi, dietro solo a mostri sacri come Visconti, Antonioni, Scola, Bertolucci, e pochi altri.
Nel contesto tipicamente utilitaristico del genere thriller/horror, è tra i pochissimi ad aver usato le inquadrature nella loro forma stilistica e non narrativa, e nel contempo ad aver donato loro un forte valore dirompente. Per un genere come quello horror/thriller, insomma, riuscire a restituire inquadrature artistiche e nello stesso tempo essenziali e proficue, come ha saputo fare solo lui, non è cosa di poco conto.
A chiunque voglia imparare a scrivere cinema, consiglio sempre la visione di Profondo Rosso, per almeno tre volte consecutive (i film precedenti sono esemplari, ma non così tanto). Per quanto ci siano dei punti in sospeso sicuramente poco lineari, e per quanto le concause narrative siano spesso pretestuose, è un film di eccellente fattura e di rara qualità tecnicoartistica.
Potrei dilungarmi oltre, ma mi fermo qui. Bisogna parlare della sua autobiografia, no?
Bella, molto bella, anche se apparentemente lineare, quasi da lista della spesa (ho fatto questo, poi questo e poi quest'altro).
Tra le righe iniziali si legge anche la figura di un uomo colto, di un gran lettore, di un onnivoro tutt'altro che settario e presuntuoso, nonché capace di catturare e rimasticare il sapere altrui.
In più, Dario Argento ci porta dentro un periodo storico - l'Italia anni '70 - finalmente non contaminato da letture dietrologiche e ideologiche (tipo "noi eravamo fichi e tutti gli altri degli stronzi", come malcelano spesso quelli alla Serra o alla De Luca).
Per finire, ci restituisce uno stato d'animo di un uomo sicuramente particolare, ma non nella forma così isterica e patologica come amano descriverlo e immaginarlo quelli che fanno finta di conoscerlo.
Buona lettura, insomma. E ricordatevi di guardare Profondo Rosso per almeno tre volte consecutive.
19 marzo 2014
Zona Uno di Colson Whitehead, quando la critica è acritica
Una pandemia ha devastato la Terra, lasciando gli esseri umani divisi in due categorie: i vivi e i morti viventi. Guidati da un governo provvisorio stabilitosi a Buffalo, gli americani cercano di restaurare la civiltà. Il loro primo obiettivo è spazzare via da Manhattan le ultime sacche di resistenza, rappresentate da soggetti infetti che non si sono trasformati in zombie ma si trovano in uno stato semicatatonico. Mark Spitz fa parte di una delle squadre di civili che lavorano nella zona sud dell'isola. È un personaggio tortuoso, fosco, confuso. Il suo mondo, il mondo in cui si muove, è un inferno di ludica violenza dove le tracce della follia umana e i danni di un capitalismo aggressivo coesistono con il disperato desiderio di ritrovare la propria umanità.Posta così, la trama sembra gustosa e irresistibile; invece, Zona Uno di Colson Whitehead è un libro noioso e pedante, addirittura offensivo. E scrivo "offensivo" per un mucchio di motivi.
Il primo, perché Whitehead è uno scrittore con i controfiocchi che ha però anteposto il proprio ego a un genere che esige schemi e stilemi ben precisi: sciorinare un'inutile buona scrittura, con un periodare sibillino e una quantità industriale di inutili flash back, è solo un esercizio di stile, e nulla più.
Il secondo motivo, perché la critica ufficiale italica si è sperticata in una serie incredibile di celebrazioni, usando però una dissimulata spocchia e arroganza del tipo: "il genere horror mi fa schifo, però Whitehead è un fico che si è abbassato a questo non-genere, ergo ne parlo bene ma solo per merito suo; anzi, ringraziatelo perché ha nobilitato questo non-genere".
Terzo, perché il genere horror-zombie non è minore o maggiore rispetto ad altri. Altrimenti Mary Wollstonecraft Shelley o Lev Tolstòj perché ci si sono cimentati con tanta cura e dedizione? E, nel cinema, qual è la differenza tra un thriller di Hitchcock o uno di Argento?
Voglio dire che avviciniarsi a un genere con la presunzione di conoscerlo prima ancora di averlo praticato, è un vizio vecchio come il mondo che andrebbe scoraggiato anziché dimenticato.
Oltretutto, e qui sta il punto, se si recensisce un libro con malafede (leggi: marchette), allontani il pubblico, diventi non credibile, uccidi la tua professione e quindi quella di altri tuoi colleghi, dimostri noti e stranoti pregiudizi nei confronti della lettura in generale.
Non può essere, insomma, che io (con una media di 40 libri letti l'anno) abbia faticato più di un mese per finire un libro di cui alla fine si salvano solo le ultime due pagine (su 320!).
Doveva essere un'allegra passeggiata; è stata, invece, un'autentica e inutile tortura.
20 novembre 2013
quando #Murakami racconta il #jazz
Non ricordo un testo/brano giapponese che non porti con sé questa rara attitudine alla seduzione.
Ma non parlo di sesso né di senso: è che si respira sempre l'aria del piacere, dell'elegante piacere, del piacere senza enfasi e senza misteri, del piacere fine a se stesso, del piacere senza ansie o finzioni.
E se pensiamo che buona parte di noi miseri occidentali non conosce una virgola di giapponese, evidentemente - e nonostante - il lavoro dei traduttori riesce nella difficile impresa di mantenere almeno questa rara qualità, che in noi non giapponesi è pressoché inesistente.
Non sono un grande fan di Murakami: gli voglio bene perché rappresenta un collegamento profondissimo e intimo con mia moglie; ma per quel poco che ho letto, non mi sono sentito così in sintonia come invece mi càpita - quasi istericamente - con Mishima.
Eppure, e proprio per questo, trovo questi suoi Ritratti in jazz un piccolo gioiello che potrebbe piacere sia agli appassionati sia a chi non frequenta le innumerevoli stanze del jazz di ogni tempo.
Descrizioni brevi, precise e molto personali, ma anche semplici, ma anche ricche di riferimenti e di indicazioni. Disegni lineari, evocativi e ben fatti (di Makoto Wada) che confezionano al meglio questa piccola prova di seduzione musicale (appunto).
A conclusione di ogni ritratto, brevissime ma azzeccate biografie/discografie, utili a chi si è dimenticato qualcosa del personaggio trattato o a chi non ne sa nulla.
Per invogliarvi all'acquisto (o al regalarlo), ecco un brevissimo passaggio dalla voce dedicata alla sublime voce dell'eterna Billie Holiday:
Può darsi che si tratti din una sorta di "perdono" - questa è la sensazione che provo di recente. Quando ascolto le canzoni di Billie Holiday degli anni '50, sento che lei prende su di sé in blocco tutti gli sbagli che ho commesso fino ad oggi, tutte le ferite che ho inferto finora a tante persone attraverso quello che creo, cioè attraverso la scrittura: e mi perdona. "Dimentica, ormai non importa più", sembra dirmi Billie. La sua non è una cura. Non voglio curarmi. Di qualsiasi cosa si tratti, non è qualcosa che possa essere curato. Perdonato però sì, semplicemente perdonato.E che dire di quella su Bill Evans (il pianista; non l'omonimo sassofonista):
Quando l'ego umano (e quello di Evans doveva comportare parecchi problemi) passa attraverso quel sistema di filtraggio che è il talento, possiamo vedere con i nostri occhi gioielli di bellezza impareggiabile rotolare al suolo.O su quella di Bix Beiderbecke (eccellentemente raccontato dal migliore Pupi Avati, ricordate?)
La gioia e la tristezza che la sua musica esprime sono prodigiosamente vivide, il fascino scaturisce come acqua da una fontana e penetra in noi che l'ascoltiamo senza ostentazione ma anche senza esitazioni.Insomma, una gran bella esperienza.
03 ottobre 2012
Open, quando Agassi si chiude
Il mio tennista preferito è sempre stato Jimmy Connors. Arrogante con i colleghi, ma straordinariamente elegante e spettacolare in campo. Di Lendl non ho mai sopportato quel suo essere così algido. Eppoi, inaugurò un modo di fare tennis decisamente noioso. Però adoravo le sue maglie: quando la Rai era ancora la Rai, mi segnavo immediatamente il modello della polo che sfoggiava, per farmelo regalare alla prima occasione.
In tutto questo, no, non ho mai giocato una sola partita di tennis. Mai... oddio, no: una volta giocai per divertimento contro un tipo, vincendo 6-0. Giuro: non avevo mai impugnato una racchetta. Eppure, a furia di vedere gli altri giocare, era come se avessi assimilato trucchi e stile. O magari il tipo mi aveva semplicemente sottovalutato.
Al di là di questo, ricordo ancora oggi come conobbi Agassi (di origine iraniana, anche se "Bisteccone" Galeazzi si ostinava a chiamarlo alla francese, Agassì): capelli in stile A Flock of Seagulls, short a foggia di jeans, e un viso adolescenziale sempre sorridente e un po' guascone... di quel guascone, però, cui vuoi bene.
Mi piaceva la sua energia, la sua forza, il suo entusiasmo, e le sue debolezze. Ma non quelle debolezze latine, puzzolenti di tinello, di fritto, di mammismo, di rassegnazione... erano - e sono - debolezze umane, che in tempi e modi diversi potremmo vivere tutti. È l'attitudine che mi colpiva: Agassi sembrava accettare le cose, e pensare a come risolverle o accettarle. Immediatamente. Tutto nell'arco di frazioni di secondo. Purtroppo non ho potuto seguire tutta la sua carriera, perché poi ho seguito sempre meno il tennis. Però averlo ritrovato con questo libro, mi fa piacere: è un po' come riconoscere tra la folla un vecchio amico, scambiare un'occhiata complice, e poi lasciarlo al suo destino.
Purtroppo i critici e la sovraccoperta puntano troppo sul suo affermare con risolutezza un odio quasi totale per il tennis. Io preferisco proporvi questo momento narrativo, che coincide con il giorno in cui scelse di indossare i leggendari short in jeans e la capigliatura decisamente originale.
Dicono che cerco di cambiare il tennis. In realtà sto tentando di evitare che il tennis cambi me. Mi definiscono un ribelle, ma non ci tengo ad essere un ribelle, sto solo cercando di portare avanti una normale, quotidiana ribellione adolescenziale. Distinzioni sottili, ma importanti. In sostanza, non faccio altro che essere me stesso e poiché non so chi sono, i miei tentativi di scoprirlo sono maldestri e fatti a casaccio - e, ovviamente, contraddittori.
[...]
Resistere all'autorità, fare esperimenti con la mia identità, mandare un messaggio a mio padre, agitarmi contro la mancanza di scelta della mia vita. Ma lo faccio su un palcoscenico più vasto.
Qualunque cosa io faccia, quali che siano le mie motivazioni, ha un'eco.
[...]
Non riesco a immaginare che tutta questa gente voglia assomigliare ad Andre Agassi, dal momento che io non voglio essere Andre Agassi.
Ogni tanto provo a spiegarlo in un'intervista, ma non mi viene mai bene. Se io per primo non sono in grado di capire le mie motivazioni e i miei demoni, come posso sperare di spiegarli ai giornalisti?
[...]
Se avessi tempo, e una maggiore autocoscienza, direi ai giornalisti che sto cercando di capire chi sono, ma intanto ho un'idea abbastanza precisa di chi non sono. Non sono ciò che indosso. Di certo non sono il mio gioco.
[...]
E, per l'amoro di dio, non sono un punk. Amo il pop soft, dozzinale, tipo Barry Manilow e Richard Marx.
17 marzo 2010
sulla scena del crimine
Niente di tutto questo: la recensione è una bufala.
E quindi mi ci stavo arrabbiando di brutto.
Però, e alla fine, il libro è divertente lo stesso, e offre spunti di riflessione lontani dai mitici CSI per schiantarsi dentro sentimenti molto più seri. E gli omicidi rappresentati, le consulenze della "vera" scientifica, il comportamento delle persone comuni, la banalità del male, vengono descritte in maniera molto precisa, nitida, quasi imbarazzante.
30 luglio 2009
L'ITALIA SOSPESA (Einaudi)
In fondo eravamo la "portaerei del Mediterraneo", con il più importante e imponente Partito Comunista all'interno della Nato. E i fasti nefasti degli anni '70 sono sempre stati la pietra di paragone per capire meglio le generazioni a venire, ma anche per capire come la Democrazia e la Libertà abbiano retto, nonostante tutto.
Il libro che vi segnalo approfondisce queste tematiche, ma dall'interessante e forse inedita prospettiva statunitense.
Con documenti e analisi precise, l'autore racconta come gli Usa abbiano agito e reagito nei nostri confronti durante gli Anni di Piombo, il Compromesso Storico, il trionfo dei terrorismi neri e rossi.
L'autore è un po' sulle sue, ma il testo è godibile e fluente.
11 marzo 2008
dalla lett(erat)ura la salvezza (Todorov)
Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo, Libri
