Visualizzazione post con etichetta Einaudi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Einaudi. Mostra tutti i post

30 luglio 2026

COSA SONO LE NUVOLE - GLI ULTIMI ANNI DI TOTÒ di Francesco Piccolo (Einaudi)

Tenendo insieme le testimonianze degli amici e dei colleghi di Totò, narrandone la vita privata, i capricci e le bontà, l’ambizione e lo sconforto, Francesco Piccolo scandaglia gli ultimi anni del principe della risata. E riesce a distillare l’essenza di un personaggio in cui hanno convissuto anime e indoli quasi inconciliabili, miserie e nobiltà – come accade a tutte le leggende

Dopo il meraviglioso La bella confusione, Francesco Piccolo riesce nella difficilissima impresa di ripetersi, ma senza ricalcarsi, senza appoggiarsi al successo precedente. 

E lo fa con quel suo stile dolce ma non stucchevole, senza indugiare né nel pietismo né nella furba biografia strappalacrime. Piccolo, insomma, rispetta il lettore, rispetta Totò e rispetta il complicato mestiere del critico vero, che sa analizzare con professionalità, distinguendo nitidamente i suoi gusti personali con l'oggettività delle vicende narrate.

È un libro che racconta l'ultimo Totò, che però non vedrei come un declino, quanto invece come quell'inevitabile momento in cui la vita presenta il conto e noi dobbiamo essere così capaci e adulti da accettarne le sentenze finali.

Totò è stato un genio, più moderno e attuale di quanto non dicano le cronache, più profondo di certe facili macchiette, più coraggioso e controcorrente di quanto non creda quel tipo di persone contro cui sapeva scagliarsi senza ferire. 

Un libro che vi consiglio di leggere tutto d'un fiato


27 luglio 2026

ARTÙ, LANCILLOTTO E IL GRAAL - I (Einaudi)

Il ciclo di romanzi in antico francese che gli specialisti conoscono con il titolo Lancelot-Graal, o ciclo della Vulgata, non è mai stato tradotto integralmente in italiano in epoca moderna, nonostante sia una delle opere piú grandiose del Medioevo europeo, e abbia esercitato uno straordinario influsso sull’immaginario narrativo della cultura occidentale. Di autore ignoto, forse piú autori al lavoro insieme, composta nei primi decenni del XIII secolo in una località imprecisata della Francia del Nord, non incardinata né sui miti del mondo greco-romano né sul confronto tra il mondo cristiano e il mondo islamico, la Vulgata non sembra possedere i connotati che definiscono un classico secondo i parametri correnti, e di fatto non è stata ancora pienamente riconosciuta come tale

Francamente, non so perché amo avventurarmi in queste letture, ma sono così belle e saporite che in realtà mi meraviglio io del contrario: come mai, cioè, non siate in tanti a leggere questi deliziosi capolavori.

Soprattutto la prima parte, è addirittura divertente: l'ignoto autore s'impegna al massimo per ricostruire un impossibile link tra la Passione di Cristo e le gesta di Artù, arrivando a sconvolgere geografie e biografie in maniera addirittura rocambolesca.

La seconda e la terza parte del libro è una serie continua di battaglie, amori, vendette e tradimenti, senza soluzione di continuità, tanto che mi sono dovuto affidare più volte alla guida di riferimento. Ma è tutto così bello che alla fine non fai caso ad alcune ripetizioni, come anche a una schematicità abbastanza prevedibile.

La curatela è sontuosa, come da tradizione Einaudi: gli altri tre volumi sono lì, in cima alla mia libreria, pronti ad essere divorati a partire da settembre prossimo


28 ottobre 2025

POLO NORD di Erling Kagge (Einaudi)

Il racconto epico di un luogo quasi ultraterreno, dove il sole resta alto nel cielo per sei mesi all'anno e si eclissa nella distesa di ghiaccio per altri sei. Per chiunque, guardando l'orizzonte, si sia chiesto che cosa succede se si continua a camminare verso Nord

Al Polo Nord Erling Kagge ci è arrivato a piedi (!) nel 1990. Spinto dalle ombre di un mucchio di visionari che l'avevano preceduto e ispirato, ha deciso di raccontarsi, di raccontarli e di raccontare l'incanto, il terrore, la mAraviglia, un turbinìo di sentimenti incontrollabili che suscita l'esplorazione del deserto di ghiaccio.

E lo fa con uno stile entusiasta, onesto, paradossalmente asciutto ma empatico, che stringe forte il braccio del lettore, per accompagnarlo dentro un bellissimo arazzo di storie e di gesta e di fallimenti e di vittorie. 

Così come l'autore procede verso la meta, passo dopo passo procedono anche le avventure di chi lo ha preceduto. È come se Kagge si fosse portato dietro un'immensa biblioteca cui attinge appena ha raggiunto un obiettivo (minimo ma prezioso), per ricalcare esattamente - e quindi raccontare - tutti quelli che avevano compiuto lo stesso percorso.

Uno dei più bei libri sull'argomento, che soddisfa i palati più disparati: scienza, avventure, narrativa, introspezione, antropologia, geopolitica, sociologia, ecologia, fotografia... un toccante capolavoro

 

16 ottobre 2025

PIOGGIA DI DISTRUZIONE di Richard Overy (Einaudi)

Servirono veramente le bombe atomiche a porre fine alla guerra o vennero sganciate seguendo altre logiche e finalità? Perché non fu sufficiente il precedente bombardamento incendiario di Tokyo, quasi altrettanto distruttivo e crudele? 

La collana "La Biblioteca" dell'Einaudi è un tempio di rara bellezza: ha titoli intriganti, ben scritti, che arricchiscono la mente e l'anima. E questo gioiello ne mantiene la linea editoriale con rigore, documentazione e una severa attenzione nei confronti della verità e del lettore.

Ogni retroscena, ogni ricostruzione, ogni dichiarazione ci raccontano una guerra-altra, ben lontana da quella che incontriamo nei manuali di Storia. E se qualcuno si ostina a dirvi che gli USA lanciarono le bombe anche per avvisare l'URSS, in questo saggio troverete una visione ben diversa che vi sorprenderà.

Così come vi sorprenderà conoscere il terrificante bombardamento di Tokyo, il "come" l'Imperatore dichiarò la resa, le differenze tra Roosevelt e Truman, l'autocensura giapponese contro i superstiti, le mille correzioni e adesioni alle Regole dell'Aja.

Un libro necessario e appassionante

 

04 settembre 2022

ROMA, CITTÀ DELLA PAROLA di Maurizio Bettini (Einaudi)

La parola data, senza controparte scritta, senza bisogno di testimoni, senza dubbi da parte dell'interlocutore. 
La parola che pesa perché - appunto - è parola; dove il suo peso qualifica l'affidabilità e la credibilità di chi la proferisce.
La parola ben detta, con la giusta attenzione e padronanza dei corretti vocaboli.
La parola come simbolo culturale, sociale, religioso, che distingue un popolo da tutti gli altri.
Questo splendido libro restituisce la gloria della primissima Roma da un'angolazione insospettabile, incredibile, inaspettata, che ristabilisce un significato potente alla bellezza sferica della romanità, che onestamente non conoscevo né tantomeno immaginavo.
Un libro chiaro, scritto benissimo, documentato, mai dottrinale, mai sciatto, dove l'attenzione alla struttura della ricerca è sempre accompagnata da una vasta ed eterogenea lista di esempi, di ricerche, di prove e controprove.
Un libro dove ogni parola (appunto) ha la sua dignità e il suo corretto utilizzo.
Addirittura, stimola una sorta di nostalgia per un modo di essere romani che nelle scuole, neanche nelle migliori, è stato mai raccontato da questo punto di vista.
Ne consiglio vivamente la lettura.
 

01 settembre 2022

CHRONOS di François Hartog (Einaudi)

Il tempo secondo i greci e il tempo secondo il cristianesimo: un viaggio antropologico e storico in cui i primi privilegiavano la curiosità, l'esplorazione, l'analisi, l'uomo al centro dei propri dubbi e delle proprie incertezze; il secondo, invece, procede sistematicamente a sistematizzare questa visione ellenica in una serie di cadenze e scadenze ritmate e ripetute, che di fatto spegne quell'attitudine al progredire, dimostrandosi poi altrettanto capace di preparare il fedele all'inellutabilità del progresso, comunque misurato e filtrato da una sempre più strutturata predominanza di una fede senza requie e senza uscita.
Un libro splendido, scritto benissimo, dove l'autore si mette al servizio del Sapere e del Lettore, raccontando la lenta e inesorabile trasformazione di alcuni concetti che per noi oggi hanno un significato totalmente opposto a quello che avevano originariamente.
Suggerisco vivamente di tenere sempre un segno sull'Introduzione perché è lì che viene disvelata l'esatta consistenza di chronos, kairos e krisis, i tre concetti-chiave attraverso cui poi si sviluppa e si dipana l'analisi di questa lenta trasformazione da tempo proiettato a tempo circolare, da tempo evocato a tempo plasmato.
Non manca un'occhiata finale a questi nostri giorni, in cui l'"eterno mentre" di internet sta sgretolando alla base il concetto stesso di tempo, nella sua accezione più assoluta. 

20 dicembre 2021

CHE HAI FATTO IN TUTTI QUESTI ANNI (Einaudi)

Se esistesse una biblioteca perfetta, di quelle che ospitano solo opere perfette, scritte ed editate in maniera perfetta, questo libro ne farebbe sicuramente parte.
Non è solo la storia della produzione di "C'era una volta in America", non è solo un viaggio dentro l'ultimo raggio di luce della purtroppo breve vita dell'immenso Sergio Leone, non è solo un omaggio al cinema, alla musica, al montaggio, alla fotografia - e anche alla produzione: è un insieme di queste cose e di molto altro, dove tutto è ben cesellato, equilibrato, mai fuori luogo né tantomeno esagerato, in cui ogni singola parte contribuisce all'insieme, mantenendo comunque la sua singola dignità e la sua necessaria visibilità. 
Ma, soprattutto, non è un'operazione nostalgia.
Certo, si respirano comunque amore incondizionato e un languore pieno di grazia, come anche un certo modo romantico di raccontare gli ultimi bagliori del crepuscolo cinematografico italiano, che in quegli anni ancora sapeva illuminare il cosmo della settima arte con una sua inestimabile grammatica e un invidioso coraggio.
C'è anche un'impostazione di fondo, sottile e impercettibile ma ben presente, che credo sia utile anche per chi volesse cimentarsi nel difficile mestiere della critica. Quella attualmente in voga, infatti, o è anacronisticamente militante (cfr FilmTv) o eccessivamente commerciale (cfr Ciak), vincolate o dall'angusto gusto personale o da una malcelata sponsorizzazione.
Qui, invece, il critico si documenta, argomenta, ricostruisce, ritrova i bandoli delle matasse e li racconta per quello che sono, non mitizza né mortifica, non si autocompiace della sua competenza né sgomita per farsi notare.
Insomma, è un libro che ho fatto fatica a riporre nello scaffale.
Da leggere e rileggere, magari rivedendo poi per l'ennesima volta il bellissimo capolavoro di Sergio Leone.

07 ottobre 2019

Daniele Vicari racconta Emanuele Morganti

Generalmente non mi soffermo mai sui fatti di cronaca, ma non per paura del sangue: semplicemente, non mi interessano. Tant'è che quando coordinavo il team dei social di RaiPlay avevo difficoltà a cimentarmi con le puntate di Chi l'ha visto: omicidi, sparizioni, risse e pettegolezzi non fanno proprio per me.
E però, dopo la visione di Diaz (qui una mia recensione) ho imparato ad avere stima per Daniele Vicari e ho deciso di acquistare questo suo "Emanuele nella battaglia". 
La storia di Emanuele Morganti, la sua lenta e raccapricciante morte, mi erano note solo perché ogni tanto impattavo sulle foto dei delinquenti che gli sbriciolarono il corpo e l'anima durante una lunga e ipnotica rissa in quel della provincia laziale; ma mai avrei immaginato cosa ci fosse dietro.
Attenzione, per "dietro" non intendo chissà quale complottismo: "dietro" c'è un'Italia popolosa che però ci ostiniamo a non ri-conoscere, c'è una dissimulata bestialità sottopelle che spesso ci sfiora e con cui non facciamo mai i conti.
Il primo pregio dell'opera di Daniele è che non è un film. Avete letto bene. Non che non creda capace il Vicari di tirarci fuori qualcosa: è che una storia come questa ha senso ed effetto se viene "scritta"; e la "scrittura cinematografica" mal si attaglia con la quel tipo di profondità necessaria per raccontare la barbarie che circonda l'antefatto di quell'omicidio. Una barbarie che già definire tale è paradossalmente limitante: quando le parole pesano troppo, perdono di peso, diventando solo effetti sonori; la morte di Emanuele, invece, ha contesti e realtà che nuotano nel quotidiano senza soluzione di continuità.
Il secondo pregio dell'opera di Daniele è l'aver evitato accuratamente il macabro soffermarsi sui dettagli da macelleria. La macelleria delle anime meritava tempi narrativi e spazi che Vicari ha saputo regalare con rara sapienza. Muoversi tra le urla e le botte, tra il sangue e la viltà, tra il dolore e il terrore: un passo crudo ma felpato che merita molta attenzione.
Il terzo pregio è che Daniele ha agito come scrittore e non come regista che scrive. Tant'è che in alcuni momenti la lettura fa fatica, forse perché è una salita emotiva necessaria per arrivare in cima, là dove gli insiemi raccontati minuziosamente si fondono e confondono nell'amalgama provinciale.
Il quarto pregio è la ricerca senza conclusione, senza preconcetti. Il libro è una quasi-indagine e una quasi-cronaca di cui sappiamo già l'esito ma non il movente; e questo movente si dipana senza preconfezioni di sorta.
Come usano dire certi sapientoni "è un libro necessario", di una necessità che ricorda quel cinema italiano che Daniele ed io abbiamo studiato all'Università, un cinema denso e profondo (e anche popolare) di cui il nostro Paese avrebbe così tanto bisogno. Un cinema che sappia fare politica anche tramite l'estetica, esattamente come questo piccolo libro.
Le ultime trenta pagine sono devastanti, forti, crude ma molto eleganti. E mentre le leggevo mi sono reso conto di quanto abbia perso nel non mantenere i contatti con Daniele Vicari, perché una persona capace di scrivere un libro del genere è un uomo, cresciuto, maturo e consapevole; non il frullato di contraddizioni e dogmi tipiche di un ventenne, insomma.
Buona lettura.

04 novembre 2014

Dario Argento, autobiografia senza paura

Curiosa questa autobiografia di Dario Argento. Sparata a pallettoni l'idea che sia una sorta di ideale prosieguo dei film del grande regista, è in realtà un semplice e tranquillo viaggio nella vita di un grandissimo autore, sottovalutato sia come sceneggiatore che come narratore.
Di Dario Argento, insomma, si parla come si fa con i Bitols o con Kennedy o con chissà chi deve per forza essere in quel modo: con la presunzione, cioè, di sapere già in anticipo che è un regista ddde paura, autore di omicidi efferati, fumatore di canne, papà degenerato e via dicendo.
Da una parte, cioè, la catalogazione aprioristica tipicamente italiana lo ha costretto a stare in un angolo (da lui inventato, vero; ma basta con 'sti cataloghi!); dall'altra, i rivalutatori borghesi alla Fazio lo hanno trasformato - suo malgrado - in macchietta per zoo umani.
Tecnicamente, insomma, Dario Argento è tra i primi cinque registi italiani di tutti i tempi, dietro solo a mostri sacri come Visconti, Antonioni, Scola, Bertolucci, e pochi altri. 
Nel contesto tipicamente utilitaristico del genere thriller/horror, è tra i pochissimi ad aver usato le inquadrature nella loro forma stilistica e non narrativa, e nel contempo ad aver donato loro un forte valore dirompente. Per un genere come quello horror/thriller, insomma, riuscire a restituire inquadrature artistiche e nello stesso tempo essenziali e proficue, come ha saputo fare solo lui, non è cosa di poco conto.
A chiunque voglia imparare a scrivere cinema, consiglio sempre la visione di Profondo Rosso, per almeno tre volte consecutive (i film precedenti sono esemplari, ma non così tanto). Per quanto ci siano dei punti in sospeso sicuramente poco lineari, e per quanto le concause narrative siano spesso pretestuose, è un film di eccellente fattura e di rara qualità tecnicoartistica.
Potrei dilungarmi oltre, ma mi fermo qui. Bisogna parlare della sua autobiografia, no?
Bella, molto bella, anche se apparentemente lineare, quasi da lista della spesa (ho fatto questo, poi questo e poi quest'altro).
Tra le righe iniziali si legge anche la figura di un uomo colto, di un gran lettore, di un onnivoro tutt'altro che settario e presuntuoso, nonché capace di catturare e rimasticare il sapere altrui.
In più, Dario Argento ci porta dentro un periodo storico - l'Italia anni '70 - finalmente non contaminato da letture dietrologiche e ideologiche (tipo "noi eravamo fichi e tutti gli altri degli stronzi", come malcelano spesso quelli alla Serra o alla De Luca). 
Per finire, ci restituisce uno stato d'animo di un uomo sicuramente particolare, ma non nella forma così isterica e patologica come amano descriverlo e immaginarlo quelli che fanno finta di conoscerlo.
Buona lettura, insomma. E ricordatevi di guardare Profondo Rosso per almeno tre volte consecutive.

19 marzo 2014

Zona Uno di Colson Whitehead, quando la critica è acritica

Una pandemia ha devastato la Terra, lasciando gli esseri umani divisi in due categorie: i vivi e i morti viventi. Guidati da un governo provvisorio stabilitosi a Buffalo, gli americani cercano di restaurare la civiltà. Il loro primo obiettivo è spazzare via da Manhattan le ultime sacche di resistenza, rappresentate da soggetti infetti che non si sono trasformati in zombie ma si trovano in uno stato semicatatonico. Mark Spitz fa parte di una delle squadre di civili che lavorano nella zona sud dell'isola. È un personaggio tortuoso, fosco, confuso. Il suo mondo, il mondo in cui si muove, è un inferno di ludica violenza dove le tracce della follia umana e i danni di un capitalismo aggressivo coesistono con il disperato desiderio di ritrovare la propria umanità.
Posta così, la trama sembra gustosa e irresistibile; invece, Zona Uno di Colson Whitehead è un libro noioso e pedante, addirittura offensivo. E scrivo "offensivo" per un mucchio di motivi.
Il primo, perché Whitehead è uno scrittore con i controfiocchi che ha però anteposto il proprio ego a un genere che esige schemi e stilemi ben precisi: sciorinare un'inutile buona scrittura, con un periodare sibillino e una quantità industriale di inutili flash back, è solo un esercizio di stile, e nulla più.
Il secondo motivo, perché la critica ufficiale italica si è sperticata in una serie incredibile di celebrazioni, usando però una dissimulata spocchia e arroganza del tipo: "il genere horror mi fa schifo, però Whitehead è un fico che si è abbassato a questo non-genere, ergo ne parlo bene ma solo per merito suo; anzi, ringraziatelo perché ha nobilitato questo non-genere".
Terzo, perché il genere horror-zombie non è minore o maggiore rispetto ad altri. Altrimenti Mary Wollstonecraft Shelley o Lev Tolstòj perché ci si sono cimentati con tanta cura e dedizione? E, nel cinema, qual è la differenza tra un thriller di Hitchcock o uno di Argento?
Voglio dire che avviciniarsi a un genere con la presunzione di conoscerlo prima ancora di averlo praticato, è un vizio vecchio come il mondo che andrebbe scoraggiato anziché dimenticato.
Oltretutto, e qui sta il punto, se si recensisce un libro con malafede (leggi: marchette), allontani il pubblico, diventi non credibile, uccidi la tua professione e quindi quella di altri tuoi colleghi, dimostri noti e stranoti pregiudizi nei confronti della lettura in generale.
Non può essere, insomma, che io (con una media di 40 libri letti l'anno) abbia faticato più di un mese per finire un libro di cui alla fine si salvano solo le ultime due pagine (su 320!).
Doveva essere un'allegra passeggiata; è stata, invece, un'autentica e inutile tortura.

20 novembre 2013

quando #Murakami racconta il #jazz

Come facciano gli artisti giapponesi ad essere sempre così naturalmente seducenti, resta un mistero.
Non ricordo un testo/brano giapponese che non porti con sé questa rara attitudine alla seduzione.
Ma non parlo di sesso né di senso: è che si respira sempre l'aria del piacere, dell'elegante piacere, del piacere senza enfasi e senza misteri, del piacere fine a se stesso, del piacere senza ansie o finzioni.
E se pensiamo che buona parte di noi miseri occidentali non conosce una virgola di giapponese, evidentemente - e nonostante - il lavoro dei traduttori riesce nella difficile impresa di mantenere almeno questa rara qualità, che in noi non giapponesi è pressoché inesistente.
Non sono un grande fan di Murakami: gli voglio bene perché rappresenta un collegamento profondissimo e intimo con mia moglie; ma per quel poco che ho letto, non mi sono sentito così in sintonia come invece mi càpita - quasi istericamente - con Mishima.
Eppure, e proprio per questo, trovo questi suoi Ritratti in jazz un piccolo gioiello che potrebbe piacere sia agli appassionati sia a chi non frequenta le innumerevoli stanze del jazz di ogni tempo.
Descrizioni brevi, precise e molto personali, ma anche semplici, ma anche ricche di riferimenti e di indicazioni. Disegni lineari, evocativi e ben fatti (di Makoto Wada) che confezionano al meglio questa piccola prova di seduzione musicale (appunto).
A conclusione di ogni ritratto, brevissime ma azzeccate biografie/discografie, utili a chi si è dimenticato qualcosa del personaggio trattato o a chi non ne sa nulla.
Per invogliarvi all'acquisto (o al regalarlo), ecco un brevissimo passaggio dalla voce dedicata alla sublime voce dell'eterna Billie Holiday: 
Può darsi che si tratti din una sorta di "perdono" - questa è la sensazione che provo di recente. Quando ascolto le canzoni di Billie Holiday degli anni '50, sento che lei prende su di sé in blocco tutti gli sbagli che ho commesso fino ad oggi, tutte le ferite che ho inferto finora a tante persone attraverso quello che creo, cioè attraverso la scrittura: e mi perdona. "Dimentica, ormai non importa più", sembra dirmi Billie. La sua non è una cura. Non voglio curarmi. Di qualsiasi cosa si tratti, non è qualcosa che possa essere curato. Perdonato però sì, semplicemente perdonato.
E che dire di quella su Bill Evans (il pianista; non l'omonimo sassofonista):
Quando l'ego umano (e quello di Evans doveva comportare parecchi problemi) passa attraverso quel sistema di filtraggio che è il talento, possiamo vedere con i nostri occhi gioielli di bellezza impareggiabile rotolare al suolo.
O su quella di Bix Beiderbecke (eccellentemente raccontato dal migliore Pupi Avati, ricordate?)
La gioia e la tristezza che la sua musica esprime sono prodigiosamente vivide, il fascino scaturisce come acqua da una fontana e penetra in noi che l'ascoltiamo senza ostentazione ma anche senza esitazioni.
Insomma, una gran bella esperienza.


03 ottobre 2012

Open, quando Agassi si chiude

Adoro il tennis. Lo preferisco di gran lunga al calcio. È secondo solo alla mia passione per la pallavolo. Questi sport così solitari, così lontani dall'agone dei tifosi, così strategici; dove non puoi mai permetterti distrazione alcuna, e mai puoi rilassarti.
Il mio tennista preferito è sempre stato Jimmy Connors. Arrogante con i colleghi, ma straordinariamente elegante e spettacolare in campo. Di Lendl non ho mai sopportato quel suo essere così algido. Eppoi, inaugurò un modo di fare tennis decisamente noioso. Però adoravo le sue maglie: quando la Rai era ancora la Rai, mi segnavo immediatamente il modello della polo che sfoggiava, per farmelo regalare alla prima occasione.
In tutto questo, no, non ho mai giocato una sola partita di tennis. Mai... oddio, no: una volta giocai per divertimento contro un tipo, vincendo 6-0. Giuro: non avevo mai impugnato una racchetta. Eppure, a furia di vedere gli altri giocare, era come se avessi assimilato trucchi e stile. O magari il tipo mi aveva semplicemente sottovalutato.
Al di là di questo, ricordo ancora oggi come conobbi Agassi (di origine iraniana, anche se "Bisteccone" Galeazzi si ostinava a chiamarlo alla francese, Agassì): capelli in stile A Flock of Seagulls, short a foggia di jeans, e un viso adolescenziale sempre sorridente e un po' guascone... di quel guascone, però, cui vuoi bene.
Mi piaceva la sua energia, la sua forza, il suo entusiasmo, e le sue debolezze. Ma non quelle debolezze latine, puzzolenti di tinello, di fritto, di mammismo, di rassegnazione... erano - e sono - debolezze umane, che in tempi e modi diversi potremmo vivere tutti. È l'attitudine che mi colpiva: Agassi sembrava accettare le cose, e pensare a come risolverle o accettarle. Immediatamente. Tutto nell'arco di frazioni di secondo. Purtroppo non ho potuto seguire tutta la sua carriera, perché poi ho seguito sempre meno il tennis. Però averlo ritrovato con questo libro, mi fa piacere: è un po' come riconoscere tra la folla un vecchio amico, scambiare un'occhiata complice, e poi lasciarlo al suo destino.
Incredibile ma vero: il suo Open è un ottimo libro. Scritto bene, curato bene, con i tempi giusti e soprattutto un ritmo e una sorta di suspance che non ti lasciano mai. Già, suspance: ogni descrizione delle sue partite è così reale, che ti auguri sempre che le sue sconfitte diventino vittorie, che i suoi momenti di sconforto si tramutino in sorrisi... 
Purtroppo i critici e la sovraccoperta puntano troppo sul suo affermare con risolutezza un odio quasi totale per il tennis. Io preferisco proporvi questo momento narrativo, che coincide con il giorno in cui scelse di indossare i leggendari short in jeans e la capigliatura decisamente originale.

Dicono che cerco di cambiare il tennis. In realtà sto tentando di evitare che il tennis cambi me. Mi definiscono un ribelle, ma non ci tengo ad essere un ribelle, sto solo cercando di portare avanti una normale, quotidiana ribellione adolescenziale. Distinzioni sottili, ma importanti. In sostanza, non faccio altro che essere me stesso e poiché non so chi sono, i miei tentativi di scoprirlo sono maldestri e fatti a casaccio - e, ovviamente, contraddittori.
[...]
Resistere all'autorità, fare esperimenti con la mia identità, mandare un messaggio a mio padre, agitarmi contro la mancanza di scelta della mia vita. Ma lo faccio su un palcoscenico più vasto.
Qualunque cosa io faccia, quali che siano le mie motivazioni, ha un'eco.
[...]
Non riesco a immaginare che tutta questa gente voglia assomigliare ad Andre Agassi, dal momento che io non voglio essere Andre Agassi.
Ogni tanto provo a spiegarlo in un'intervista, ma non mi viene mai bene. Se io per primo non sono in grado di capire le mie motivazioni e i miei demoni, come posso sperare di spiegarli ai giornalisti?
[...]
Se avessi tempo, e una maggiore autocoscienza, direi ai giornalisti che sto cercando di capire chi sono, ma intanto ho un'idea abbastanza precisa di chi non sono. Non sono ciò che indosso. Di certo non sono il mio gioco.
[...]
E, per l'amoro di dio, non sono un punk. Amo il pop soft, dozzinale, tipo Barry Manilow e Richard Marx.

17 marzo 2010

sulla scena del crimine

Quando una settimana fa lessi questa recensione, mi aspettavo un libro tipo quelli bellissimi su Star Trek del compianto Franco La Polla o quello straordinario scritto dal quasi Nobel Lawrence Krauss sulla Fisica di Star Trek (una volta in libreria qualche buontempone cancellò "si" comportando non poca ilarità tra gli avventori della libreria). Insomma, di quei libri che girano intorno ai serial televisivi per analizzarli da punti di vista inconsueti, comunque interessanti, se non addirittura divertenti.
Niente di tutto questo: la recensione è una bufala.
E quindi mi ci stavo arrabbiando di brutto.
Però, e alla fine, il libro è divertente lo stesso, e offre spunti di riflessione lontani dai mitici CSI per schiantarsi dentro sentimenti molto più seri. E gli omicidi rappresentati, le consulenze della "vera" scientifica, il comportamento delle persone comuni, la banalità del male, vengono descritte in maniera molto precisa, nitida, quasi imbarazzante.

30 luglio 2009

L'ITALIA SOSPESA (Einaudi)

Esiste un'Italia della quotidianità che poi non rientra nella Storia, ed esiste un'Italia che la Storia l'ha costruita passo dopo passo. E il cinquantennio democristiano è stato forse il più stimolante e delicato che un appassionato di Storia Contemporanea possa approfondire.
In fondo eravamo la "portaerei del Mediterraneo", con il più importante e imponente Partito Comunista all'interno della Nato. E i fasti nefasti degli anni '70 sono sempre stati la pietra di paragone per capire meglio le generazioni a venire, ma anche per capire come la Democrazia e la Libertà abbiano retto, nonostante tutto.
Il libro che vi segnalo approfondisce queste tematiche, ma dall'interessante e forse inedita prospettiva statunitense.
Con documenti e analisi precise, l'autore racconta come gli Usa abbiano agito e reagito nei nostri confronti durante gli Anni di Piombo, il Compromesso Storico, il trionfo dei terrorismi neri e rossi.
L'autore è un po' sulle sue, ma il testo è godibile e fluente.

11 marzo 2008

dalla lett(erat)ura la salvezza (Todorov)

L’ultimo libro di Tzvetan Todorov è stato fortemente sottovalutato.
Forse perché basato soprattutto sulla sua competenza di cose francesi (mentre fa più fichi straparlare), forse perché l’autore resta sempre una mosca bianca almeno per i presunti intellettuali italici (non frequenta salotti, ma muove il culo per capire il mondo che lo circonda), il grande intellettuale bulgarofrancese non è stato esaltato e sottolineato quanto meriterebbe.
Attenzione, l’acido cinico che sono, crede forse che i suoi testi passino spesso in cavalleria perché in un suo glorioso saggio accusò anche il VaticanChiesa del genocidio dei nativi americani (80 milioni: una bazzecola)… ma è una malizia che tengo per me.
Cosa ci dice Todorov?
Be’, che il tecnicismo non è uno strumento adeguato per avvicinare i ragazzi alla lettura. Non si può programmare e preventivare un piano di studi e di letture con un approccio speculativo… come del resto sta accadendo anche da noi.
Curioso che proprio pochi giorni dopo l’uscita del suddetto testo, per pura coincidenza il Ministero della Pubblica Ignoranza Italiana abbia fatto uscire una circolare in cui vengono imposti dei tetti di spesa per i libri scolastici. Come dire: non avete capito nulla.
In realtà la cosa è ben che più grave: finché si faranno questi calcoletti speciosi (a fronte del fatto che i testi imposti dai professori costano più di quelli consigliabili… tipo un tascabile), finché si imporrà solo l’opera omnia di quella noia di Verga o quella robaccia esistenziale di Herman Hesse (adatto solo per ragazzine coi baffetti), finché invece non si apriranno le porte a Rilke o a von Hofmannsthal, avremo branchi di ameboidi in giro per le strade…

, ,